Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
Un tempo, la gente aveva dei sogni: li aveva indipendentemente dal periodo storico.
Nelle catastrofi, nei disastri; nelle guerre, nelle carestie, si sognava: si sognava sempre; e, in primis, si sognava di tornare a vedere la luce, di tornare a essere felici. Si sperava. Qualcosa, però, è cambiato: è cambiato col passare del tempo, con l'evolversi (o l'involversi?) di una società ormai votata alla rassegnazione come hobby e al dramma come ragione di vita. Nel passato si parlava poco di certe cose talvolta per scaramanzia, per non "attirare" ulteriori negatività.
Si parlava poco anche sulla base del fatto che la capillarità dell'informazione fosse ancora molto lontana e le persone, spesso, potevano conoscere solo una piccola parte di ciò che stava accadendo nel mondo. Sovente, infatti, esse venivano a conoscenza di molte notizie in ritardo; e per tanti versi, era un bene.
Oggi, invece, l'informazione diventa persecuzione: diventa qualcosa che attanaglia costantemente l'individuo a ogni suo passo. L'infrastruttura tecnologica a rivestire, come una sordida cupola, l'umanità, prende quasi il posto del sole e riscalda teste e animi a suon di fireball (palle di fuoco) ben indirizzate.
Gli ambiti social, di fatto regolati senza possedere effettivi strumenti di controllo, traboccano di ciò che David Icke chiamerebbe bullshit: una sequela di informazioni (meglio dire "deformazioni") ove il punto comune sta proprio nel trasmettere costantemente agitazione, tensione, rassegnazione in maniera da farli evolvere in intolleranza, insoddisfazione perenne, odio, rabbia repressa che, a un dato punto, generano una mistura esplosiva. E in mezzo a ciò fioccano anche ogni sorta di stupidità e inutilità (paragonabili ai cosiddetti junk files - file inutili di un qualsiasi sistema operativo: esistono in quanto informazioni di scarto e non vincolanti né alla funzionalità nè all'integrità strutturale) che vengono propinate alla gente come una sorta di minestra acida a generare un fortissimo mal di stomaco.
L'essere umano, travolto da un eccesso di input che non è più in grado di gestire, va letteralmente in tilt: una sorta di reazione prevedibile che sta, ormai, a cavallo tra l'uomo vero e l'uomo-macchina. L'uomo vero ancora ragiona mentre l'uomo-macchina è una sorta di automa il cui cervello è stato prima lavato e, successivamente, riprogrammato.
L'uomo vero, in fondo, anche nelle difficoltà, ha sempre voglia di vivere e spera. L'uomo-macchina, invece, esiste nella sottomissione, nella costante paura della vita e del futuro, rinnegando il passato e inebriandosi del presente. Il profondo materialismo degli acquisti compulsivi (anche quando i soldi per portarli a buon fine non ci sono), della continua ricerca di notorietà (derivante da quella profonda nonché deleteria solitudine che solo la tecnologia è stata in grado di produrre) e del morboso desiderio di apparire, in una cura fuori misura della propria immagine, sono tutti sintomi ben evidenti di una costante insicurezza e di una progressiva perdita dell'individualità in quanto il risultato di tutto ciò diviene solamente l'uniformarsi a un qualcosa creato da nessuno ma bramato da tutti.
Anni fa, iniziai ad aver sentore di questo terribile cambiamento quando sentii un mio allora collega (che, all'epoca, aveva grosso modo la mia età attuale: una quarantina d'anni) parlare in questi termini (ovviamente mi limito a cogliere il succo del suo ragionamento): vivere come se non ci fosse un domani e, tutto sommato, anche morire nel pieno delle proprie forze, divertendosi sempre. Fulgido esempio di ragionamento che nasconde, dietro un atteggiamento quasi baldanzoso, delle enormi paure: anzitutto si individua quella di invecchiare (il vero uomo non teme il passare degli anni mentre l'uomo-macchina, anche se vuol far credere l'opposto, trema al pensiero di veder cambiare la propria immagine; trema al pensiero di quella spina che, in qualsiasi momento, qualcuno potrebbe staccare) e, in secondo luogo, traspare quella che porta a infilare la testa nella sabbia non avendo coscienza di nulla: una sorta di vivere "per inerzia" al ritmo del chi se ne frega. L'uomo-macchina, in conclusione, non è che una vittima.
Vittima praticamente impotente di due cose: di sé stesso e del sistema che lo controlla, che lo gestisce. Una vittima che vuole a ogni costo far sembrare di essere felice, spesso e volentieri ottenendo risultati ridicoli. Ci si nasconde dietro il seguire la moda, dietro il gonfiore di muscoli (spesso tutto fumo e ben poco arrosto) prodotti dalle palestre che tanto vanno di moda; dietro le labbra gonfiate dai filler (che, mi sia concesso, trasformano visi angelici in un qualcosa di incubico) e dal corpo elaborato come i ragazzini degli anni '90 elaboravano i loro Fifty; dietro il voler far vedere d'essere in grado di spendere lasciando debiti a destra e a manca (si pensi a quanti, anche per cose futili, diventano prede dello sciacallaggio legalizzato dei trader), dietro l'illusione di saper essere genitori quando, invece, non si è nemmeno riusciti a essere figli. Nascosti: nascosti dietro una foglia di fico, proprio come Adamo nella leggenda.
Questa paura di vivere sta allontanando tutti da quelle cose, da quei valori che non dovrebbero conoscere né epoca né fine. Questo poiché sono proprio i suddetti valori che sorreggono la nostra identità così come le colonne portanti sorreggono un palazzo: senza di esse, il crollo sarebbe inevitabile. L'istinto umano dovrebbe essere quello di creare (perché, a sua volta, esso è stato creato) e non quello di distruggere. Nonostante ciò, lo si vede lavorare sempre più in qualità di artefice della sua stessa fine; e non parlo della fine del mondo in termini apocalittici: parlo della perdita totale dell'identità umana che, a mio avviso, sarebbe cosa ben peggiore. Desidero terminare questa mia piccola, umile riflessione citando una frase tratta dall'omelia che Giovanni Paolo II tenne il giorno 22 ottobre 1978. "N'ayez pas peur! - Non abbiate paura!"
Quando l'umanità comprenderà, finalmente, di essere costantemente soggiogata proprio mediante la paura, sarà giunta a ciò che, già anni e anni fa (anno 1965), Frank Herbert scriveva nel suo Dune:
«Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi attraversi e mi superi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove la paura è passata non ci sarà più nulla. Ci sarò soltanto io.»
Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
02.11.2026
Federico Cantore. Tecnico IT, Laurea in Lettere Moderne e Contemporanee presso l’Università degli Studi di Torino.
alduccio 3 novembre 2026
Oggigiorno le voci dei telegiornali non parlano più, urlano.
Ma c'è un metro: più urlano, più sono false le notizie.