Daniele Moscardi
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Nel suo libro del 2014 "La cultura della sconfitta", lo storico Wolfgang Schivelbusch (1941-2023) propone un'interessante, seppur discutibile, teoria secondo cui una nazione può effettivamente trarre benefici da una sconfitta militare, a patto che sia disposta e in grado di trarne insegnamenti utili. Ogni nazione che subisce una sconfitta sperimenta inevitabilmente shock e negazione, oltre alle difficoltà dovute alle perdite materiali e umane, ma, secondo Schivelbusch, può progredire verso una serie di cambiamenti strutturali a livello sociale, mettendo in discussione i fondamenti della propria identità nazionale, per un futuro migliore. Questa teoria non si applica certamente all'Italia del secondo dopoguerra.
Gli eventi accaduti in Italia nell'estate del 1943 – e la guerra civile che ne seguì tra il 1943 e il 1945 – dovrebbero servire da caso di studio per le generazioni future, ma l'Italia scelse di nascondere frettolosamente sotto il tappeto i fatti scomodi della guerra nel suo complesso e di glorificare invece una narrazione confortevole, celebrata con la Festa della Liberazione il 25 aprile. Ogni città italiana ha obbligatoriamente una strada o una piazza intitolata al XXV aprile, poiché le date nelle strade italiane sono espresse in numeri romani. Tecnicamente si tratta di una data fittizia, poiché la resa ufficiale delle forze armate tedesche in Italia e delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana (lo stato di Mussolini che gli Alleati non riconobbero mai) avvenne solo quattro giorni dopo a Caserta, il 29 aprile.
La Repubblica italiana nata dal referendum del giugno 1946 (un referendum che, come dimostrano prove inconfutabili, fu il risultato di frodi diffuse) venne fondata sul mito che l'Italia, in qualche modo, "si fosse schierata dalla parte giusta" durante la guerra e che la Resistenza fosse stata una lotta popolare che portò a una gloriosa sconfitta dei nazifascisti, quando, in realtà, il suo impatto sul corso generale della guerra in Italia fu minimo, soprattutto per quanto riguarda le operazioni militari complessive. Gli italiani hanno completamente rimosso dalla memoria collettiva date come l'8 settembre, che dovrebbero essere celebrate – semmai – per le loro conseguenze ancora oggi, ma un confronto onesto con il passato è notoriamente spiacevole ovunque.
I cambi di regime si basano – prima di tutto – su una regola consolidata a prescindere dall'epoca storica, ovvero la damnatio memoriae del regime rovesciato. Churchill definì ironicamente l'Italia uno "strano Paese" di 90 milioni di persone: 45 milioni di fascisti fino alla caduta di Mussolini, 45 milioni di antifascisti il giorno dopo. Basti pensare al mondo accademico come esempio eloquente: nel 1931, a tutti i professori universitari veniva richiesto un giuramento di fedeltà al regime fascista e, su 1220, solo una dozzina si rifiutò di prestarlo, perdendo così il lavoro e venendo infine costretti all'esilio all'estero. Inutile dire che i restanti 1200 che firmarono il giuramento non subirono alcuna conseguenza (a parte rari casi) dopo la guerra e mantennero le loro posizioni. Lo stesso vale per – sostanzialmente – l'intero apparato burocratico, in primis la magistratura. Persino coloro che avevano ricoperto alte cariche mantennero il loro posto o furono trasferiti ad altri incarichi. Gli italiani si sono semplicemente riciclati in un nuovo regime.
Nella primavera del 1943, era ormai evidente anche al cittadino medio che la guerra era persa. Dopo la caduta della Libia a gennaio, l'ultima roccaforte delle forze tedesche e italiane in Nord Africa si era arresa a maggio in Tunisia. Nel luglio del 1943 lo sbarco anglo-americano sulle coste siciliane (operazione Husky) si svolse praticamente senza intoppi, fatta eccezione per una feroce resistenza tedesca (e di alcune unità italiane) in episodi isolati. L'isola di Pantelleria, che avrebbe potuto resistere per mesi grazie ai suoi modernissimi rifugi sotterranei e fortificazioni, si arrese senza che gli italiani sparassero un colpo e le difese costiere della Sicilia sud-orientale, potenziate da Mussolini per costituire una formidabile barriera contro qualsiasi attacco dal mare, furono nella maggior parte dei casi abbandonate dalle truppe che le presidiavano non appena giunse la notizia dello sbarco.
La maggior parte degli storici militari concorda sul fatto che la guerra avrebbe potuto essere abbreviata attaccando l'Italia molto più a nord di Roma, tagliando così fuori la maggior parte degli eserciti tedeschi e italiani posizionati al centro e al sud, ma il destino dell'Italia era già stato segnato alla conferenza di Casablanca nel gennaio 1943, dove Churchill insistette con fermezza per lo sbarco in Sicilia, respingendo tutte le altre opzioni militari. Churchill sapeva bene che il "ventre molle" dell'Italia era la loro migliore opzione, dati i forti e mai interrotti legami che l'isola aveva con la Gran Bretagna.
È un fatto documentato che durante la guerra gli inglesi venivano regolarmente informati sui movimenti dei convogli della Marina Militare Italiana nel Mediterraneo e che gli aerei della RAF e americani venivano diretti verso obiettivi in Sicilia per raid di precisione, merito di una ben consolidata rete di spie sul territorio. Dopo la guerra, in Italia furono pubblicati numerosi libri che denunciavano, con prove concrete e circostanziali, la presenza di "occhi e orecchie" inglesi a Roma e in altre parti d'Italia. L'ammiraglio della Marina Siciliana Francesco Maugeri rivelò candidamente nel suo saggio del dopoguerra "Dalle ceneri della vergogna" (pubblicato a New York nel 1948 e mai tradotto in italiano) come "gli inglesi potessero contare su amici devoti e fidati ai più alti livelli della Marina Militare Italiana, desiderosi di liberare al più presto l'Italia dal giogo del fascismo". Maugeri fu mai processato per le sue esplicite ammissioni? Tutt'altro: dopo la guerra Maugeri fu promosso ammiraglio e Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana fino al 1948, per poi ricoprire incarichi di maggiore responsabilità all'interno della NATO.
Dopotutto, Garibaldi e le sue celebri mille "camicie rosse" (un altro mito inventato della storia italiana, il cosiddetto Risorgimento) sbarcarono a Marsala nel 1860 per rovesciare il Regno di Napoli, questo perché Marsala era di fatto un'enclave britannica in Sicilia. Le truppe di Garibaldi sbarcarono con la certezza della completa protezione della Marina di Sua Maestà, presente allo sbarco, e di un gran numero di ammiragli e generali del Regno di Napoli, pagati in anticipo, per non parlare degli accordi prestabiliti con la mafia locale. La storia in Sicilia ha la tendenza a ripetersi, e il luglio del 1943 non fa eccezione.
Già nel 1942, la nuora del re (Vittoriano Emanuele III), Maria José, fungeva da ponte tra la famiglia reale, i gerarchi fascisti dissidenti e i magnati dell'industria italiana, mentre questi ultimi mantenevano stretti legami – tramite la Svizzera e il Vaticano – con le loro controparti britanniche e americane. Una figura chiave in questo approccio con gli Alleati fu Monsignor Giovanbattista Montini, il futuro Papa Paolo VI. La Santa Sede, grazie alla sua intoccabile posizione diplomatica a Roma, ospitò sia l'ambasciatore statunitense che quello britannico, Harold Tittman e Sir D'Arcy Osborne, che godevano di una libertà di movimento pressoché illimitata a Roma, raccogliendo ogni sorta di preziosa informazione dentro e fuori dal Vaticano.
Nel luglio del 1943, il candidato inevitabile per diventare un comodo capro espiatorio (anche per buona parte dei più alti vertici fascisti) era lo stesso uomo che era stato acclamato e venerato da tutto il Paese quando, solo tre anni prima, il 10 giugno 1940, aveva annunciato la dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna dal suo balcone a Roma.
Mussolini fu quindi frettolosamente rimosso il 25 luglio 1943 con un colpo di stato interno orchestrato tra i più alti vertici fascisti, i generali dell'esercito e lo stesso Re, che lo fece arrestare e portare via in ambulanza per le strade di Roma per esiliarlo – mentre si discuteva del suo destino – inizialmente sulla piccola isola di Ponza, al largo della costa tirrenica. Mussolini era stato arrestato nel pomeriggio del 25 luglio mentre si trovava nella tenuta di Villa Savoia, la residenza privata reale a Roma, cosa che aveva provocato la reazione irata della Regina nei confronti del marito per un "trattamento così inopportuno" riservato a Mussolini proprio nella loro residenza privata. Per inciso, la moglie di Mussolini, Rachele, aveva implorato il marito di non far visita al Re perché temeva di non rivederlo più. Le donne sanno sempre il fatto loro.
La sera stessa, la radio nazionale aveva annunciato che il Re “ha accettato le dimissioni di Mussolini e ha nominato Maresciallo Pietro Badoglio come suo successore”, provocando esplosioni di gioia ed entusiasmo in tutta Italia.
Alla fine, Mussolini verrà fatto prigioniero e portato in un albergo sulle montagne abruzzesi, da dove, con un'audace incursione di paracadutisti tedeschi guidati dalle SS di Otto Skorzeny, verrà liberato e trasportato in Germania il 12 settembre. Infine, ma non meno importante, ciò che accomunava tutti i suddetti protagonisti del colpo di stato era la comune affiliazione a logge massoniche. Badoglio, lo stesso Re e almeno una dozzina dei gerarchi fascisti che avevano cospirato contro Mussolini erano molto probabilmente affiliati alla loggia di Piazza del Gesù.

La fotografia ufficiale dell'esercito americano della firma della resa incondizionata dell'Italia sotto una tenda militare in Sicilia alle 17:15 del 3 settembre 1943, mostra il Generale di Brigata Giuseppe Castellano, in abiti civili tra gli ufficiali alleati in uniforme, con indosso un abito grigio scuro e un fazzoletto bianco nel taschino della giacca, mentre accenna un mezzo sorriso sarcastico, come un cameriere italiano in attesa dell'ordinazione in un qualsiasi ristorante di Little Italy a New York. Al suo fianco, il tenente Montanari, anch'egli in abiti civili e come interprete, poiché Castellano non parlava inglese. Il Generale Castellano agiva per conto del Maresciallo Pietro Badoglio, chiamato a sostituire Mussolini dopo il colpo di stato del 25 luglio.
Da allora, i negoziati tra gli Alleati e gli italiani furono condotti – da entrambe le parti – a suon di menzogne e inganni, al punto che il generale Eisenhower definì l'intera operazione "un accordo disonesto" e si rifiutò di firmare personalmente il documento, delegando la firma al suo capo di stato maggiore, il generale Walter Bedell Smith.
La doppiezza e le menzogne spudorate perpetrate da Badoglio, dal Re e dai più alti generali dell'esercito italiano nei confronti sia degli Alleati che dei tedeschi tra il 25 luglio e i primi di settembre rimarranno leggendarie, al punto che gli inglesi coniarono un neologismo per descrivere la situazione: to badogliate, "badogliare", sinonimo di un comportamento goffo, ambiguo e astuto, con una spiccata propensione al tradimento.
La sera del 3 settembre, appena un'ora dopo la firma dell'armistizio da parte di Castellano, Badoglio acconsentì finalmente a ricevere il nuovo ambasciatore tedesco a Roma, Rudolf Rahn, che da giorni insisteva per un colloquio diretto con lui. Badoglio dichiarò solennemente a Rahn: “…la sfiducia del governo tedesco è incomprensibile. Ho dato la mia parola e la manterrò…”
Il giorno seguente, il 4 settembre, il generale Vittorio Ambrosio, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, rassicurò energicamente l'ambasciatore Rahn sulla “…ferma e sincera determinazione dell'Italia a proseguire la lotta comune…”
Rahn verrà finalmente ricevuto pochi giorni dopo dal re Vittorio Emanuele in persona, nel pomeriggio dell'8 settembre. Rahn scrive nelle sue memorie: "Al termine della conversazione il re sottolineò la sua decisione di continuare la lotta fino alla fine al fianco della Germania, alla quale l'Italia è legata in vita e in morte...".
Quello stesso pomeriggio, alle 17:15, proprio mentre Rahn si consultava con il Re d'Italia, Radio Algeri trasmise l'annuncio del generale Eisenhower sull'armistizio firmato dal governo italiano. Colta completamente di sorpresa e non potendo più nascondere l'armistizio già firmato, due ore e mezza dopo, alle 19:42, la radio nazionale italiana EIAR trasmise la voce tremante di Badoglio, un capolavoro di ambiguità: "Il Governo Italiano (...) ha chiesto un armistizio al Comandante in Capo delle forze anglo-americane, il Generale Eisenhower. La richiesta è stata accolta. Di conseguenza, tutti gli atti di ostilità contro le forze anglo-americane da parte delle forze armate italiane in ogni luogo devono cessare. Tuttavia, reagiranno agli attacchi provenienti da altre direzioni."
Il caos più totale fu l'inevitabile conseguenza tra tutte le unità delle forze armate italiane, in patria e all'estero, abbandonate senza ordini, alla disperata ricerca di istruzioni mai fornite. Ogni comunicazione con il Comando Generale dell'Esercito Italiano era impossibile, poiché nessuno rispondeva più al telefono. Intere unità si dissolsero, per diserzioni generali o per resa spontanea – come in alcuni casi – a uno o due ufficiali tedeschi scortati da una mezza dozzina di soldati. Nel giro di poche settimane, oltre 700.000 soldati italiani catturati furono deportati in Germania come prigionieri di guerra su treni merci. Complessivamente, quattro milioni di soldati italiani abbandonati al disonore, alla fuga o alla prigionia. Nel giro di pochi giorni, novanta divisioni italiane, sia in patria che all'estero, si erano sciolte, e i loro veicoli militari, carri armati e depositi erano stati requisiti intatti dai tedeschi.
Nelle prime ore del giorno seguente, il 9 settembre, temendo la vendetta di Hitler, la famiglia reale e gli ufficiali militari di più alto grado, in un convoglio di automobili scortato da due veicoli blindati, si diressero a est di Roma sulla via Tiburtina, verso il porto adriatico di Pescara, dove li attendeva una corvetta della Marina Militare Italiana (la Baionetta), insieme a una cinquantina di generali che avevano abbandonato i loro incarichi senza informare i loro diretti subordinati, preoccupati solo della propria incolumità, spingendosi a vicenda per salire a bordo a tutti i costi come un gruppo di scolaretti spaventati.
La destinazione era il porto meridionale di Brindisi, dove il governo italiano in fuga e la famiglia reale chiesero asilo alle forze alleate. La spiegazione ufficiale fu la necessità di "continuità di governo".
Nel frattempo, Badoglio aveva convenientemente mandato la moglie, la figlia e la nuora in Svizzera, mentre il re aveva spedito almeno due (o probabilmente più) treni merci carichi di ogni sorta di oggetti di valore (e oro) in Svizzera attraverso il tunnel del Sempione. Quando le cose si mettono male, la Svizzera è sempre a portata di mano per chi se lo può permettere.
La "Royal Rout" rimane uno dei più grandi misteri irrisolti della Seconda Guerra Mondiale in Italia. Com'è stato possibile che il convoglio reale abbia superato almeno cinque posti di blocco tedeschi lungo la Via Tiburtina, diretto verso la costa adriatica? Diverse testimonianze riportano che l'ufficiale seduto accanto all'autista del primo veicolo del convoglio, fermato sotto la minaccia delle armi, si sporse dal finestrino e gridò ai tedeschi: "Ufficiali Superiori!", e il convoglio fu lasciato passare indisturbato senza ulteriori domande.
Che un accordo segreto fosse stato stipulato tra il feldmaresciallo Kesserlring in persona e il gruppo di fuggitivi di alto rango è una voce che circola da decenni, ma, ovviamente, impossibile da provare perché non sono mai state trovate prove scritte, né i vari personaggi coinvolti (compreso lo stesso Kesserlring nelle sue memorie del dopoguerra) hanno ammesso alcunché: verba volant sed scripta manent. A suo merito, si narra che il principe ereditario Umberto, anch'egli generale dell'esercito, avesse implorato il padre di lasciarlo rimanere a Roma a capo della difesa della città, ma Badoglio intervenne e gli ordinò – essendo di grado militare inferiore – di unirsi al resto del gruppo. Suo padre, il re, rimase in silenzio, borbottando poche parole nel suo dialetto piemontese.
Pochi giorni dopo il loro arrivo a Brindisi, il Re e Badoglio furono ricevuti dal Tenente Generale Sir Mason Macfarlane. Macfarlane era stato addetto militare a Roma ed era notoriamente restio a riconoscere il merito agli italiani, cosa che riassunse con la frase "quei maledetti bastardi hanno cercato per anni di farci fuori, e guardateli ora!". Infatti, in segno di puro disprezzo, ricevette il Re nella sua solita uniforme militare, informandolo che gli Alleati occupavano ora l'Italia meridionale sotto un governo militare, ma che, per ragioni di facciata, la missione alleata avrebbe trasmesso i suoi ordini tramite il comandante in capo del governo italiano. La sua opinione su una possibile collaborazione da parte delle truppe italiane era di impiegarle come manodopera nei porti e nelle retrovie.
Infine, la redde rationem ufficiale a Malta, poche settimane dopo. Tecnicamente, ciò che era stato firmato da Castellano il 3 settembre sotto una tenda militare in Sicilia era l' armistizio corto. L'armistizio completo (formalmente noto come atto di resa italiano) sarebbe stato firmato il 29 settembre a bordo della corazzata britannica HMS Nelson a Malta, questa volta da Badoglio per l'Italia e dal generale Eisenhower per gli Alleati. A Badoglio fu presentata l'intera portata delle clausole dell'atto di resa, altrimenti noto in italiano come armistizio lungo, con il quale l'Italia perse praticamente tutta la sua sovranità, non potendo più disporre delle proprie forze armate, né tantomeno coniare la propria moneta.
Alla fine, dopo settimane di pressioni e su ordine diretto di Churchill, il re Vittorio Emanuele II incaricò l'ambasciatore italiano a Madrid di comunicare all'ambasciatore tedesco che "di fronte ai continui atti bellici contro gli italiani perpetrati dalle forze armate tedesche, l'Italia si considera, a partire dalle ore 15:00 del 13 ottobre, in stato di guerra con la Germania". Dopo la notizia della dichiarazione di guerra dell'Italia al suo ex alleato, iniziò a circolare sulla stampa estera una battuta: "La Casa Savoia non ha mai finito una guerra dalla stessa parte da cui l'aveva iniziata, a meno che la guerra non sia durata abbastanza a lungo da permettere due cambi di schieramento...".
La maggior parte delle clausole firmate da Badoglio a Malta saranno poi ratificate dal trattato di pace di Parigi del febbraio 1947, in cui l'Italia, pur essendo "passata dalla parte giusta", verrà trattata allo stesso modo di Germania e Giappone – o peggio – con tutte le conseguenze del caso. Il filosofo Benedetto Croce, uno dei principali intellettuali antifascisti durante il regime fascista, definì il trattato di pace di Parigi una "pace imposta" all'Italia con le condizioni più dure, tra cui la perdita di considerevoli porzioni del suo territorio.
La prima e più importante lezione che gli italiani avrebbero dovuto imparare dagli eventi del settembre 1943 (ma che non hanno mai imparato) è che la storia si ripete, in Italia forse più che altrove. Le élite, a prescindere dalla loro posizione, in tempi di catastrofi nazionali si preoccupano solo di se stesse e delle proprie famiglie, dei propri beni preziosi (da trasferire altrove) e, ultimo ma non meno importante, della propria loggia/setta segreta di appartenenza. Forse aggiungere la famigerata data dell'8 settembre 1943 ai cartelli stradali italiani potrebbe contribuire a mantenere viva una memoria utile.
Daniele Moscardi
Fonte: unz.com
Link: https://www.unz.com/article/history-lessons-italians-never-learned/
11.10.2026
Scelto e pubblicato da Markus
Dante Bertello 19 ottobre 2026
Dal Re a Ciano a Balbo, erano tutti contrari a che l’Italia entrasse in guerra al fianco della Germania, ma Mussolini volle fare di testa sua. Non sappiamo cosa si scrivessero lui e Churchill, ma è altamente probabile che sia stato usato dagli inglesi per “fregare” Hitler e fargli perdere la guerra, e intanto lui l’ ha fatta perdere all’Italia e ha posto le basi per abolire la monarchia a tutto favore della chiesa, che non aveva mai digerito Porta Pia.
Lo stesso Duce era stato a libro paga degli inglesi nel 1917, quando da direttore de il Popolo d’Italia, riceveva 100 sterline alla settimana (7000 euro odierni) “COLONIA ITALIA” Cereghino-Fasanella, ed. Chiarelettere, pagina 43.
Il Re non si è comportato bene quando ha lasciato Roma per Taranto, senza dare espliciti ordini all’esercito, ma rimanere nella capitale significava il rischio concreto di essere catturati dai tedeschi, e poi Taranto era parte dell’Italia, e aveva quindi tutti i legittimi motivi per andarvi. Nessuno accusa le monarchie olandesi, belghe danesi, che sono scappate in Inghilterra quando i loro paesi sono stati occupati dai tedeschi, i Savoia si sono spostati da una parte all’altra dell’Italia.
Nell’articolo si dice che è stato un colpo di stato l’aver messo Badoglio al posto di Mussolini dopo il 24 luglio e il voto del Gran Consiglio, ma stiamo parlando di un dittatore che aveva abolito le votazioni, ci vuole un bel coraggio a chiamare colpo di stato l’aver tolto un dittatore che ha portato l’Italia in una guerra folle al fianco dell’alleato peggiore.
Dante Bertello 19 ottobre 2026
Ho scritto Taranto, ma è Brindisi, scusate.
Bisognerebbe poter avere la possibilità di modificare quello che si è scritto, in caso di errore, come avveniva in passato.
BrunoWald 20 ottobre 2026
Vorrai scherzare.
Le forze armate erano leali alla monarchia, Mussolini non avrebbe mai potuto entrare in guerra contro la volontà del Savoia. Peraltro i vertici militari erano infestati da traditori, tipo l'ammiraglio Maugeri, che passava agli inglesi le rotte dei nostri convogli, o l'ammiraglio Brivonesi, che lasciò distruggere il convoglio affidato alla sua protezione, e non fece al nemico nemmeno un graffio malgrado la superiorità della squadra navale al suo comando.
Semmai, la colpa imperdonabile di Mussolini fu di non fucilare quella gente, a cominciare dal re, se necessario con l'aiuto di Hitler. Cosa da fare già dopo i primi rovesci in Libia, dopo Taranto, dopo Matapan, e ineludibile dopo El Alamein. Ma il duce non aveva né la determinazione né la spietatezza richieste ad un capo, e si lasciò fottere da Badoglio e Sciaboletta. E noi con lui.
Mussolini era stato a libro paga degli inglesi? Chiunque faccia politica è a libro paga di qualcuno, o rimane a casa sua. Poi bisogna vedere come si comporta una volta al potere. Durante il suo governo, il duce provò a costruire una nazione degna di questo nome, libera dal giogo britannico: per questo gli hanno fatto fare la fine che ha fatto.
"Il Re non si è comportato bene quando ha lasciato Roma per Brindisi"? Una frase surreale, considerando che è scappato come un topo abbandonando la nazione e le forze armate al loro destino, poco dopo aver siglato una resa incondizionata alle spalle dell'alleato, consegnando l'Italia al nemico e facendoci disprezzare da tutti.
Di conseguenza, il paragone con le altre monarchie è improponibile.