L'IGNORANZA È DIVENTATA PIACEVOLE

Continua la collaborazione tra ComeDonChisciotte.org e Inchiostronero.it.

L'IGNORANZA È DIVENTATA PIACEVOLE


La libertà di sapere non serve se perdiamo il desiderio di conoscere. Da Orwell a Huxley, fino all'algoritmo: non serve più proibire il pensiero quando distrarsi è molto più facile.


Di Riccardo Alberto Quattrini - scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero.it


SINOSSI


Un tempo la censura proibiva libri, cancellava parole, perseguitava idee. Oggi potrebbe non essercene più bisogno. Orwell temeva un potere capace di impedirci di conoscere; Huxley immaginava qualcosa di più sottile: una società nella quale nessuno avrebbe più desiderato conoscere, perché troppo occupato a divertirsi. L’algoritmo sembra aver portato quella intuizione nel nostro presente. Non ci ordina di non pensare: ci offre continuamente qualcosa di più facile, rapido e piacevole da fare. Video, notifiche, indignazioni istantanee, intrattenimento senza fine. L’ignoranza non viene più imposta: diventa confortevole. E proprio per questo può essere molto più difficile riconoscerla e combatterla.


Per molto tempo il potere ha avuto con la conoscenza un rapporto relativamente semplice: la temeva. Un libro poteva attraversare una frontiera, un'idea poteva sopravvivere al suo autore, una pagina stampata poteva mettere in discussione ciò che sembrava immutabile. Quando questo accadeva, la risposta era quasi sempre riconoscibile: proibire, sequestrare, censurare, riscrivere. E, quando non bastava, bruciare.

Il rogo dei libri è forse l'immagine più brutale di questo rapporto, ma anche la più sincera. Dall'Indice dei libri proibiti ai roghi nazisti del 1933, epoche e poteri diversissimi hanno condiviso almeno questa convinzione: alcune idee diventano pericolose quando possono circolare.[1] Chi getta un libro nel fuoco gli riconosce implicitamente un potere. Non si brucia ciò che si considera irrilevante. Si brucia ciò che si teme possa essere letto, ricordato, trasmesso.

George Orwell portò questa logica alle sue conseguenze estreme. In 1984 il potere non si limita a stabilire ciò che gli uomini possono fare: pretende di decidere ciò che possono sapere.[2] Il passato viene continuamente corretto perché nessuno possa usarlo contro il presente; le parole vengono ridotte perché diventi sempre più difficile formulare pensieri incompatibili con l'ordine dominante; la memoria stessa diventa sospetta. Winston Smith lavora proprio a questo: non deve soltanto nascondere la verità, deve rendere impossibile dimostrare che sia mai esistita una verità diversa da quella proclamata in quel momento. In quel mondo la conoscenza è ancora pericolosa. Per questo deve essere controllata.

Ed è forse questo il paradossale omaggio che ogni censore rende alla cultura: vietando un libro, ammette che quel libro potrebbe cambiare qualcosa. Chiude una biblioteca perché teme che qualcuno abbia voglia di entrarci. Ma il nostro problema comincia esattamente dove quello di Orwell sembra finire.

Oggi, almeno in una parte considerevole del mondo, non occorre abbattere una porta per raggiungere la conoscenza. Intere biblioteche sono consultabili da una scrivania. Archivi che un tempo avrebbero richiesto viaggi e autorizzazioni sono raggiungibili in pochi secondi. Possiamo leggere filosofi morti duemila anni fa, ascoltare lezioni universitarie, osservare opere custodite dall'altra parte del pianeta, confrontare documenti e imparare quasi qualunque cosa senza uscire di casa. La biblioteca non è mai stata così grande. E la sua porta non è mai stata così aperta. Forse, allora, il problema contemporaneo non consiste più soltanto nel capire chi possa impedirci di entrare.

La domanda è diventata più inquietante: che cosa accade quando la biblioteca rimane aperta e siamo noi a non avere più voglia di entrarci?

Aldous Huxley immaginò un pericolo quasi opposto. Non un potere costretto a nascondere i libri, ma una società nella quale nessuno avrebbe più avuto particolare interesse ad aprirli.

Nel Mondo nuovo non è necessario sorvegliare ogni pensiero con la stessa ossessione orwelliana. Gli uomini vengono educati fin dall'inizio a desiderare ciò che il sistema è perfettamente in grado di offrire: consumo, divertimento, piacere, sicurezza, distrazione.[3] Quando qualcosa turba questo equilibrio, esiste sempre una gratificazione capace di renderlo nuovamente sopportabile. Non occorre strappare una domanda dalla mente se è possibile offrirle qualcosa di più piacevole a cui pensare.

È un rovesciamento decisivo. Orwell immagina uomini ai quali viene sottratto ciò che desiderano conoscere. Huxley ci mette davanti alla possibilità che siano gli uomini stessi a smettere di desiderarlo. Nel primo caso il libro è pericoloso e deve essere proibito; nel secondo può tranquillamente rimanere sullo scaffale, perché accanto esistono mille cose più piacevoli da fare.

La censura ha bisogno di un censore. La distrazione, molto meno. Ed è proprio questo che rende l'intuizione di Huxley così utile per comprendere il nostro tempo, senza bisogno di trasformare Il mondo nuovo in una profezia realizzata. Lo stesso Huxley, molti anni dopo il romanzo, tornò su quelle intuizioni interrogandosi sui nuovi strumenti della persuasione, sulla propaganda e sulla capacità delle società moderne di orientare desideri e comportamenti senza ricorrere necessariamente alla coercizione aperta.[4] Non viviamo nella società descritta dal romanzo, né occorre immaginare un progetto deliberato che abbia deciso di renderci ignoranti. È sufficiente osservare una dinamica molto più ordinaria: la conoscenza richiede quasi sempre qualcosa che la gratificazione non richiede.

Conoscere domanda tempo. Attenzione. Talvolta fatica. Significa leggere una pagina che non abbiamo capito, tornare indietro, confrontare due idee, sopportare il dubbio, rinunciare per qualche minuto alla ricompensa immediata.

Distrarsi, invece, può richiedere soltanto un gesto. Ed eccoci davanti alla nostra biblioteca. La porta è ancora aperta. Nessuno ci impedisce di entrare. Dentro ci sono Platone, Shakespeare, Darwin, Dostoevskij, Einstein e tutto ciò che generazioni di uomini hanno pensato, scoperto, scritto.

Ma proprio accanto qualcuno ha acceso le luci di un enorme luna park. È colorato, rumoroso, continuamente nuovo. Non ci ordina di entrare. Non ne ha bisogno. La biblioteca deve convincerci a scegliere lei. Il luna park deve soltanto attirare il nostro sguardo. Forse Huxley aveva intravisto proprio questo: una società può impoverire il proprio desiderio di conoscere senza bruciare neppure un libro.

Basta che, fuori dalla biblioteca, ci sia sempre qualcosa di più piacevole da fare. La televisione aveva già compiuto una piccola rivoluzione: aveva portato il divertimento dentro casa. Per distrarsi non occorreva più uscire, cercare uno spettacolo, incontrare qualcuno. Bastava sedersi e accendere.

Eppure la televisione conservava ancora un limite che oggi appare quasi sorprendente: bisognava andare da lei. Era un oggetto collocato in una stanza, aveva programmi con un inizio e una fine, poteva accompagnare la serata ma difficilmente ci seguiva sull'autobus, in ascensore, mentre camminavamo o aspettavamo il nostro turno dal medico. Lo smartphone ha eliminato anche questa distanza. La distrazione è uscita dal salotto, si è infilata in tasca e ha cominciato ad accompagnarci ovunque. Non occupa più soltanto una parte della giornata: può insinuarsi in ogni sua fessura.

Aspettiamo l'autobus: guardiamo lo schermo. Saliamo in ascensore: guardiamo lo schermo. Qualcuno tarda cinque minuti a un appuntamento: guardiamo lo schermo. Siamo in coda al supermercato, seduti in una sala d'attesa, fermi al tavolo mentre l'altra persona è andata un momento in bagno: la mano cerca quasi automaticamente il telefono. Persino il letto, ultimo territorio della giornata, è stato conquistato.

Potrebbe sembrare una trasformazione insignificante. In fondo stiamo parlando di minuti, talvolta di secondi. Ma forse proprio quei piccoli intervalli avevano una funzione che abbiamo compreso soltanto dopo averli perduti. Erano tempi vuoti.

E il tempo vuoto non era necessariamente tempo sprecato. Guardare fuori dal finestrino di un autobus, camminare senza ascoltare nulla, aspettare qualcuno senza avere immediatamente qualcosa da fare significava lasciare alla mente uno spazio nel quale vagare. Poteva affiorare un ricordo, una domanda, un'associazione inattesa.[5] Potevamo annoiarci. E la noia, che oggi trattiamo quasi come un malfunzionamento da correggere immediatamente, non era necessariamente un nemico da eliminare: poteva diventare lo stimolo a cercare altrove qualcosa capace di occupare la mente.[6]

Non occorre idealizzare quel passato. Prima dello smartphone gli uomini non trascorrevano le attese meditando su Kant. Si annoiavano, sfogliavano giornali, fissavano il vuoto, chiacchieravano, pensavano a sciocchezze.

Ma almeno non ogni intervallo era già occupato in anticipo. È questa la novità.

Abbiamo in tasca uno strumento capace di impedirci quasi completamente di restare senza stimoli. Appena compare un vuoto, possiamo riempirlo. Appena nasce la noia, possiamo interromperla.

La possibilità di eliminare quasi istantaneamente ogni momento di inattività è forse uno dei cambiamenti più sottovalutati introdotti dallo smartphone: non ci offre soltanto qualcosa da fare, ma ci consente di non aspettare quasi mai che sia la nostra mente a produrlo.

E ciò che riempie quello spazio non arriva casualmente., Qualcosa decide continuamente che cosa mostrarci dopo.

È qui che dalla tecnologia dobbiamo passare all'algoritmo. A questo punto è facile cadere in una tentazione: immaginare l'algoritmo come il nuovo censore. Sarebbe una spiegazione rassicurante, perché ci restituirebbe un nemico riconoscibile. Qualcuno decide ciò che dobbiamo pensare, costruisce la macchina e la macchina ci manipola.

Ma il meccanismo può essere molto più semplice. L'algoritmo non ha bisogno di convincerti. Ha bisogno che tu rimanga.

Ogni minuto trascorso davanti allo schermo ha un valore. Guardiamo un video, poi un altro. Leggiamo un post, scorriamo, ne compare un altro. Una notifica interrompe ciò che stavamo facendo e ci riporta dentro.[7] Non esiste più nemmeno la vecchia pagina da voltare o il programma televisivo che finisce: il flusso può continuare indefinitamente.

Lo scrolling non possiede un'ultima pagina. Ed è qui che l'economia dell'attenzione mostra la propria forza. L'obiettivo economico non è necessariamente farci diventare ignoranti, persuaderci di una particolare idea o impedirci di leggere un libro. È molto più elementare: trattenere la nostra attenzione il più a lungo possibile.[8] Più rimani, più vali.

Per riuscirci, il sistema impara ciò che ci interessa. Osserva ciò che guardiamo, ciò che ignoriamo, dove ci fermiamo, ciò che ci diverte, ci irrita, ci scandalizza. Due persone possono aprire la stessa piattaforma e trovarsi davanti mondi completamente diversi, entrambi costruiti attorno alla probabilità che ciascuna continui a guardare.

Non serve alcun ministero della propaganda. Basta una competizione economica per conquistare la risorsa più limitata che possediamo: il nostro tempo. E qui la biblioteca incontra finalmente il suo vero concorrente.

Un libro può chiederci cinquanta pagine prima di restituirci qualcosa. Un ragionamento complesso può obbligarci a sospendere il giudizio. Un articolo può richiedere dieci minuti di concentrazione prima che ne comprendiamo davvero il senso. L'algoritmo, invece, deve continuamente offrirci una ragione per non andarcene: una sorpresa, un'indignazione, una risata, una curiosità, un volto, una promessa.

Se qualcosa non funziona, basta un dito. Via. Subito un'altra cosa. La conseguenza più interessante non è che perdiamo semplicemente tempo. È che possiamo finire per abituarci a un ambiente nel quale gli stimoli cambiano con una rapidità che il mondo fuori dallo schermo non possiede.[9] Se una cosa non ci gratifica abbastanza rapidamente, diventa noiosa. Se richiede troppo tempo, sembra inutilmente difficile. Se non suscita subito un'emozione, rischia di non meritare neppure il nostro sguardo.

Non occorre dunque immaginare un algoritmo che abbia dichiarato guerra alla conoscenza. Sarebbe quasi consolante.

È sufficiente che la conoscenza e la distrazione partecipino alla stessa gara mentre una delle due è stata progettata per non lasciarci andare.

E in quella gara il pensiero parte con un handicap terribile: ha bisogno di tempo.

La politica non poteva restare fuori da questa trasformazione. Se l'attenzione è diventata una risorsa contesa, anche chi cerca consenso deve imparare a conquistarla. E nell'ambiente digitale una proposta articolata parte svantaggiata rispetto a uno slogan, un'immagine, una provocazione o una frase capace di suscitare immediatamente entusiasmo o indignazione.

Non significa che un tempo la politica fosse un austero seminario di filosofia. Propaganda, semplificazione, invettiva e culto del leader esistono da secoli. La novità è l'ambiente nel quale oggi devono circolare.

Un programma economico richiede tempo. Una riforma fiscale contiene conseguenze diverse per gruppi diversi. Una guerra ha cause, interessi, responsabilità e precedenti che difficilmente entrano in trenta secondi. Ma trenta secondi possono bastare per stabilire chi sia il buono e chi il cattivo, chi debba indignarci, chi dobbiamo applaudire.

La complessità deve essere spiegata. L'emozione deve soltanto essere provocata.

E quando la politica entra nella stessa macchina che compete per trattenerci davanti allo schermo, finisce inevitabilmente per adottarne almeno in parte il linguaggio. Il discorso diventa slogan, lo slogan diventa meme, il confronto diventa scontro, l'avversario diventa personaggio. Non discutiamo più soltanto una proposta: tifiamo, deridiamo, condividiamo, reagiamo.

Non è soltanto un'impressione. Un recente esperimento condotto durante la campagna presidenziale statunitense del 2024 ha mostrato che un flusso ordinato in base all'engagement può aumentare, rispetto a un flusso cronologico, l'esposizione a contenuti politici moralizzati, emotivi e legati all'indignazione.[10] Questo non significa che gli algoritmi producano automaticamente polarizzazione né che tutti i social funzionino nello stesso modo. Significa qualcosa di più circoscritto, ma importante: il criterio con cui viene ordinato ciò che vediamo può modificare il tipo di politica che finisce davanti ai nostri occhi.

Il punto, per noi, è un altro. Non occorre che qualcuno abbia deciso di trasformare la politica in intrattenimento. È sufficiente che la politica debba competere con l'intrattenimento per gli stessi secondi della nostra attenzione.

Ed ecco allora il paradosso. Mai come oggi possiamo accedere direttamente a leggi, bilanci, discorsi integrali, documenti, statistiche, sedute parlamentari, giornali di ogni paese. Possiamo confrontare versioni differenti dello stesso avvenimento senza aspettare che qualcuno lo faccia per noi. Ma possedere gli strumenti per conoscere non significa necessariamente usarli.

È molto più facile conoscere la battuta di un politico che la legge sulla quale è chiamato a votare. Ricordare il litigio televisivo invece dei dati discussi. Sapere chi ha umiliato chi, chi è diventato virale, chi ha pronunciato la frase destinata a circolare per ventiquattr'ore.

Così la politica rischia di assumere la forma dello spettacolo che la ospita: personaggi, episodi, colpi di scena, tifoserie, nemici.

E forse il risultato più profondo non è che smettiamo di avere opinioni politiche. Al contrario.


Possiamo averne sempre di più, impiegando sempre meno tempo a formarcele.


Nessuno ci obbliga a pensare. A questo punto sarebbe comodo trovare un colpevole. L'algoritmo. Le piattaforme. Lo smartphone. Il mercato. L'economia dell'attenzione. Potremmo concludere che siamo vittime di una gigantesca macchina costruita per distrarci e uscire dall'articolo assolti: se qualcuno ha organizzato così bene la nostra distrazione, dopotutto, che responsabilità possiamo avere?

Sarebbe però un modo molto elegante per non affrontare l'ultima domanda. Perché nessuno ci obbliga a scorrere.

Possiamo spegnere il telefono. Disattivare una notifica. Chiudere un'applicazione. Lasciare lo smartphone in un'altra stanza. Possiamo leggere venti pagine senza controllare che cosa sia successo nel frattempo. Possiamo persino annoiarci.

Sembra poco. In realtà è proprio qui che la nuova ignoranza si distingue radicalmente dalla vecchia censura. L'uomo davanti al libro proibito doveva conquistare una libertà che qualcuno gli negava. Doveva trovare il testo, nasconderlo, talvolta rischiare per leggerlo. Noi possiamo trovarci nella situazione opposta: possediamo la libertà e dobbiamo conquistare la volontà di usarla.

È una condizione meno drammatica, certamente. Ma forse più insidiosa. Perché contro un divieto possiamo ribellarci. Una porta chiusa suscita il desiderio di sapere che cosa ci sia dietro. Un libro proibito acquista proprio grazie alla proibizione una forza che prima poteva non avere. Molto più difficile è ribellarsi a qualcosa che ci piace.

Nessun poliziotto ci strappa il libro dalle mani. Nessun funzionario viene a controllare che cosa stiamo leggendo. Nessuno deve bruciare la biblioteca. Siamo noi che, qualche volta, non ci entriamo. Questo non assolve le piattaforme né rende neutrali le tecnologie costruite per contendersi la nostra attenzione. Significa soltanto riconoscere che attribuire ogni responsabilità al "sistema" finirebbe per riprodurre esattamente la passività che stiamo cercando di comprendere.

Possiamo dunque riconoscere che l'ambiente è costruito per attirare la nostra attenzione senza concludere che la nostra attenzione non ci appartenga più. Le due cose possono essere vere insieme: qualcuno può avere interesse a trattenerci e noi possiamo conservare la responsabilità di andarcene.

La libertà di pensare non coincide con la semplice assenza di censura. Richiede tempo, disciplina, curiosità e persino la disponibilità a scegliere qualcosa di difficile quando qualcosa di più piacevole è immediatamente disponibile. Ed eccoci nuovamente davanti alla biblioteca e al luna park. Il luna park non deve essere distrutto. Non dobbiamo trasformare il piacere in una colpa, la leggerezza in un peccato o immaginare un'umanità condannata a trascorrere le serate leggendo Kant. Sarebbe soltanto un'altra caricatura.

Dobbiamo però ricordare che la porta accanto esiste ancora. L'uomo tiene in mano uno strumento attraverso il quale può leggere Platone, visitare un museo dall'altra parte del mondo, consultare un archivio, imparare una lingua, seguire una lezione universitaria.

Nessuno glielo impedisce. Nessuno gli ordina di non farlo. Ha probabilmente accesso alla più grande biblioteca mai esistita nella storia dell'umanità.


E invece scorre.


Di Riccardo Alberto Quattrini - scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero.it

08.10.2026


NOTE

[1] L'Index Librorum Prohibitorum, istituito nel XVI secolo e abolito nel 1966, raccoglieva opere la cui lettura era proibita o limitata dalla Chiesa cattolica. I roghi organizzati nella Germania nazista nel maggio 1933 colpirono invece pubblicamente libri considerati incompatibili con l'ideologia del regime. I due fenomeni appartengono naturalmente a epoche, istituzioni e finalità differenti: vengono qui accostati esclusivamente come esempi storici di controllo della circolazione delle idee.

[2] George Orwell, Nineteen Eighty-Four, 1949. Nel romanzo il Ministero della Verità modifica sistematicamente documenti e notizie del passato affinché coincidano con le necessità presenti del Partito; parallelamente la Neolingua (Newspeak) mira alla progressiva riduzione del vocabolario e, con esso, delle possibilità stesse di formulare determinati pensieri.

[3] Aldous Huxley, Brave New World, 1932. Nel romanzo la stabilità sociale non viene mantenuta principalmente attraverso la repressione, ma mediante condizionamento, consumo, intrattenimento e il soma, sostanza utilizzata per neutralizzare disagio e inquietudine. Il riferimento serve qui come modello letterario, non come identificazione della società contemporanea con quella immaginata da Huxley.

[4] Aldous Huxley, Brave New World Revisited, 1958 (Ritorno al mondo nuovo nelle edizioni italiane). Nel saggio Huxley riprese a distanza di oltre venticinque anni alcuni temi del romanzo, confrontandoli con fenomeni reali come propaganda, pubblicità, persuasione, sovrappopolazione e tecniche di condizionamento. È particolarmente importante per il nostro discorso perché sposta il problema dalla semplice repressione alla possibilità di orientare gli individui attraverso desideri, abitudini e gratificazioni.

[5] La ricerca psicologica sul mind-wandering descrive la tendenza della mente ad allontanarsi spontaneamente dal compito o dallo stimolo presente. Questi momenti possono coinvolgere ricordi autobiografici, anticipazioni del futuro, associazioni e pensieri generati internamente. Non sono necessariamente benefici - possono anche interferire con attenzione e prestazione - ma mostrano che l'apparente inattività non equivale all'assenza di attività mentale.

[6] Gli studi sulla noia la descrivono non soltanto come uno stato spiacevole, ma anche come un segnale che l'attività presente non offre sufficiente significato o stimolazione e che può motivare la ricerca di un'alternativa. Questo non significa che annoiarsi renda automaticamente più creativi o riflessivi: significa, più prudentemente, che la noia può spingere la mente a cercare un diverso oggetto di attenzione.

[7] Le notifiche costituiscono uno dei meccanismi attraverso i quali smartphone e piattaforme possono richiamare l'attenzione dell'utente. Studi sperimentali hanno rilevato effetti di cattura attentiva delle notifiche, anche se intensità ed effetti dipendono dal contesto e non tutti gli esperimenti producono risultati identici. È quindi più corretto parlare di un meccanismo capace di interrompere o richiamare l'attenzione che di un effetto cognitivo automatico e universale. PubMed Central (PMC)

[8] L'espressione economia dell'attenzione indica un ambiente nel quale l'abbondanza di informazioni incontra una risorsa necessariamente limitata: il tempo e l'attenzione delle persone. Una ricerca pubblicata su Nature Communications, analizzando diversi domini culturali e digitali, ha osservato nel tempo cicli sempre più rapidi di attenzione collettiva e collega questa accelerazione anche all'aumento della produzione e del consumo di contenuti. Nature

[9] È opportuno distinguere qui la nostra interpretazione dalla conclusione scientifica. Esiste letteratura che associa determinate forme di uso intenso o problematico dei social a difficoltà attentive, ma causalità, durata degli effetti e differenze individuali restano oggetto di ricerca. Una revisione del 2017 invitava già a non trarre conclusioni più forti delle evidenze disponibili; una revisione sistematica del 2026 sugli adolescenti rileva associazioni soprattutto con disattenzione e impulsività, ma sottolinea che la prevalenza di studi trasversali non consente di stabilire con sicurezza la direzione causale. PubMed

[10] Uno studio pubblicato su Nature nel 2026 ha confrontato, durante la campagna presidenziale statunitense del 2024, diversi modi di ordinare i contenuti mostrati sui social. I ricercatori hanno osservato che un flusso basato sull'engagement può aumentare l'esposizione a contenuti politici emotivi, moralizzati e legati all'indignazione rispetto a un semplice ordine cronologico. Questo non dimostra che gli algoritmi producano automaticamente polarizzazione, ma mostra che il modo in cui vengono selezionati e ordinati i contenuti può influenzare il tipo di messaggi politici ai quali siamo maggiormente esposti.

di Riccardo Alberto Quattrini Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero https://www.inchiostronero.it/

Bibliografia essenziale

  • George Orwell, 1984, Mondadori.

  • Aldous Huxley, Il mondo nuovo, Mondadori.

  • Aldous Huxley, Ritorno al mondo nuovo, Mondadori.

  • Herbert A. Simon, Designing Organizations for an Information-Rich World, Johns Hopkins University Press, 1971.

  • Tim Wu, The Attention Merchants. The Epic Scramble to Get Inside Our Heads, Knopf, 2016.

  • Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina Editore.

Commenti (1)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 1 caricati
    1. maghi 8 ottobre 2026

      magari ci imponessero di divertirci, che già sarebbe squallido, ma più accettabile di quello che veramente impongono, cioè di odiarci.

Visualizzati 1 di 1 commenti approvati.