Due settimane sul campo, da Chișinău a Tiraspol, poi la Gagauzia - passando anche per l’Ucraina, fino a Odessa - per raccontare un Paese piccolo sulla carta geografica ma centrale negli equilibri geopolitici globali. Un viaggio tra identità contrapposte, certi rimpianti e memorie sovietiche, presenza di aspirazioni europee e legami con la Russia, alla ricerca delle ragioni di una frattura che va ben oltre i confini moldavi.
Di Jacopo Brogi e Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org
Ci sono Paesi che, osservati su una carta geografica, sembrano marginali. Occupano uno spazio ridotto, hanno una popolazione relativamente contenuta e raramente riescono a imporsi nell'immaginario collettivo internazionale. Eppure, quando si attraversano i loro territori, si ascoltano le persone che li abitano e ci si confronta con chi ne studia le dinamiche geopolitiche, economiche, sociali, politiche e religiose ci si rende conto che le dimensioni geografiche non sono necessariamente proporzionali al peso strategico. La Moldavia è uno di questi Paesi: un piccolo Stato stretto tra Romania e Ucraina, nel quale si intrecciano le conseguenze della dissoluzione dell'Unione Sovietica, la competizione tra Russia e Occidente e le prospettive di un nuovo ordine geopolitico, in questo momento caratterizzato dallo scontro fra le forze unipolari che cercano di difendere lo status quo post 1989 - 1991(USA, NATO e Occidente politico) e quelle multipolari che aspirano ad un mondo con più centri di potere (Russia, Cina, BRICS+ in primis).

Per comprendere un Paese così piccolo geograficamente, ma così grande e decisivo nelle dinamiche internazionali, abbiamo trascorso circa due settimane sul campo, realizzando incontri con esperti di vari settori, interviste alla popolazione, fotografie e riprese video. Analisti geopolitici, politologi, economisti, ma anche sacerdoti, giornalisti e persone comuni, ma non quante avremmo voluto: un diffuso timore di parlare, una paura latente ma non troppo.
Nessun partito dell’arco parlamentare, ma neppure extra istituzionale, ha voluto rispondere alle nostre domande: anche questo dà l’idea della complessità di un momento storico, che stiamo tutti attraversando. Anche questa è la guerra, verrebbe da dire, che in Moldavia non si vive, ma si teme. A pochissimi chilometri di distanza.
Un viaggio costruito sulle testimonianze dirette, osservando le contraddizioni di una società che è ancora in cerca del proprio futuro, mentre subisce pressioni esterne difficili da ignorare.
Il fatto che gli Stati Uniti stiano delegando alla Ue il loro ruolo di gendarme, di vigilanza e sperimentazione su questo piccolo grande paese, è molto significativo. Anche perché, allo stesso tempo, ai paesi europei è lasciato in mano il cerino esplosivo della guerra contro la Russia, usando più che altro armi americane.
La marcia di avvicinamento all’Unione Europea sta costando caro al popolo moldavo, che in parte ci spera, in parte ne ha timore. Eppure è l’Euro che sta trasformando il Paese, pur non essendone la valuta ufficiale. E’ l’Euro degli emigranti che tiene in vita l’economia moldava delle persone comuni, è l’Euro dei fondi Ue che rimodella la struttura economica e produttiva del Paese, in vista di una entrata decantata al 2030.
Un tour che ci ha portati a visitare ed analizzare la capitale Chișinău e Tiraspol, centro politico e capitale della Repubblica di Pridnestrovie (Transnistria); Bender e Soroca, quest’ultima città conosciuta come “Capitale Rom” della Moldavia; Comrat, nel cuore della Gagauzia, e Giurgiulești, nell'estremo sud del Paese dove la Moldavia raggiunge il Danubio in un'area strategica vicina ai confini con Romania e Ucraina. Abbiamo poi attraversato il valico di Palanca per entrare in Ucraina e raggiungere Odessa,: il conflitto vero non è vicino, ma neanche lontano. Le distruzioni, i rifugi, un’atmosfera di guerra che si respira, che si tocca parlando con la gente e che si sente nelle sirene pure dal confine moldavo. E poi le bombe, da lontano, poche ore dopo.
Ogni tappa ha aggiunto un tassello a un mosaico complesso. Le conversazioni con gli abitanti, le impressioni raccolte attraversando città e campagne e il confronto con gli esperti hanno restituito l'immagine di una nazione con mille volti, mille anime, ma una vera identità.
La Moldavia è contemporaneamente uno Stato indipendente, uno spazio di competizione tra potenze, un territorio con una questione separatista irrisolta essendo da sempre crocevia di etnie, storie, economie e culture diverse.
La prima conclusione è chiara: la Moldavia è un Paese profondamente spaccato. Una frattura che riguarda la politica, l'economia, la memoria storica e l'orientamento internazionale, ma che si manifesta anche concretamente nei territori e nelle istituzioni.
Un Paese diviso e non solo politicamente ed economicamente. Le diversità storiche, etniche e culturali si intrecciano al presente e agli equilibri mondiali e si riflettono come uno specchio sulla vita dello Stato, delle comunità e delle persone.
La Repubblica di Moldavia è quella governata da Chișinău, riconosciuta internazionalmente e indipendente dal 1991. Qui si gioca la partita decisiva sull'avvicinamento o meno all'Unione Europea, sulle relazioni con la Romania, sull’orientamento internazionale e addirittura sull’esistenza stessa della Moldavia, un tempo Bassarabia.
La Transnistria (Repubblica Moldava di Pridnestrovie), è un territorio che dispone di un proprio governo, una moneta, istituzioni, apparati amministrativi e di sicurezza e confini di fatto, ma che non è riconosciuto come Stato sovrano dalla comunità internazionale nel suo complesso.
Poi c’è la Gagauzia, regione autonoma nel sud del Paese, dotata di proprie istituzioni e di una distinta identità culturale e linguistica di matrice turcofona, ma di fede cristiana ortodossa, dove una parte significativa della popolazione mantiene un orientamento politico più favorevole a rapporti stretti con la Russia.
Tre realtà molto diverse, che convivono all'interno dello stesso spazio geografico ma che nei fatti non condividono la medesima idea di futuro. Ed è questa la peculiarità della Moldavia, che la fa essere crocevia geopolitico di primo piano.
Nella capitale Chișinău è anche il luogo in cui si manifesta con maggiore evidenza il confronto tra chi considera l'integrazione europea la strada per modernizzare le istituzioni e rafforzare l'economia e chi ritiene che l'allontanamento dalla Russia rischi di compromettere relazioni storiche, interessi economici e condizioni di sicurezza.
L'indipendenza del 1991 non ha cancellato automaticamente le eredità del periodo sovietico, con la lingua, le relazioni economiche, le memorie familiari e i riferimenti culturali che continuano a influenzare il dibattito pubblico. Per una parte della popolazione, il passato sovietico rappresenta soprattutto un sistema autoritario dal quale emanciparsi; per altri, è anche il ricordo di una maggiore stabilità sociale, di servizi accessibili e di un contesto internazionale percepito come meno pericoloso.
La politica moldava si sviluppa dentro questa tensione. La presidenza di Maia Sandu, una carriera, la sua, iniziata alla Banca Mondiale di Washington, ha scelto con decisione la strada europea, presentandola come una garanzia di modernizzazione, sicurezza e rafforzamento delle istituzioni democratiche. Ma questa scelta si confronta con una società che non è uniformemente convinta e con difficoltà economiche che rendono ogni trasformazione complessa.

Chisinau, Presidenza della Repubblica - foto di Alessandro Fanetti

Maia Sandu, al centro
Gli emigranti moldavi dall’estero hanno votato in massa per la Sandu e la sua proposta di incastonare in Costituzione il percorso obbligato del Paese all’adesione all’Unione Europea. Al referendum del 2024, il Sì ha ottenuto 749.719 voti contro il 49,65% dei No, ovvero 739.155 voti.
Chi risiede, chi vive la propria vita in Moldavia, si è espresso grandemente e nettamente per il No. E questo qualcosa vorrà pur dire. Ancora una volta, abbiamo la prova plastica della spaccatura profonda del Paese, che però non può fare a meno delle rimesse in euro e dollari della diaspora che vive tra Ue, UK, Usa e Israele: circa il 60 % degli emigranti moldavi lavora in Europa occidentale, guadagni che tengono letteralmente in vita l’economia e la società moldava.
In un passato non troppo lontano, per i più, era la Russia la terra di lavoro, ma da una quindicina di anni tutto è cambiato: inutile dire che il conflitto in Ucraina stia avendo un ruolo in tutto questo.
Immigrazione che conviene al capitale, emigrazione che stabilizza il sistema capitalistico, basato sempre sullo sfruttamento e che si espande con la guerra, è bene ricordarlo. A maggior ragione nel caso moldavo, che forse più di altri, ci mostra oggi, dopo oltre tre decenni da Maastricht, il vero volto dell’Unione Europea e dell’Euro.
Il punto fondamentale è che l'integrazione europea non è soltanto una questione diplomatica ma va a toccare le fondamenta stesse dell’anima moldava, nonché il funzionamento dello Stato nel suo complesso. Se dunque i benefici non diventano percepibili nella vita quotidiana (cosa ancora lontana dal vedersi, almeno dal punto di vista sociale ed economico), il consenso che oggi è presente in una parte della popolazione rischia di indebolirsi rapidamente e le forze contrarie possono trovare ancora nuovi spazi (come accaduto in Georgia).
A Tiraspol e Bender la divisione moldava diventa tangibile. La Transnistria si è separata de facto dopo il conflitto armato del 1992 e da allora vive in una condizione di sovranità non riconosciuta, sostenuta storicamente dalla presenza e dall'influenza russa.

A Tiraspol si trovano un governo, una moneta, istituzioni amministrative, apparati di sicurezza, simboli e riferimenti storici che alimentano una distinta identità politica. Esistono inoltre posti di controllo e linee di demarcazione che nella vita quotidiana funzionano come confini. Per chi attraversa questa regione, la sensazione è quella di entrare in una realtà separata, con regole e riferimenti propri.
E’ proprio questa situazione a renderla uno dei casi più emblematici dello spazio post-sovietico: un'entità che esercita un controllo effettivo sul proprio territorio senza possedere un riconoscimento internazionale paragonabile a quello di uno Stato sovrano.
La presenza russa costituisce un elemento centrale della questione. Il sostegno politico e militare di Mosca ha contribuito a mantenere in vita la Transnistria, mentre i tentativi di risolvere le controversie con la Moldavia che guarda a Bruxelles non hanno prodotto una soluzione definitiva. Il conflitto in Ucraina ha ulteriormente aumentato la sensibilità strategica della regione, collocata lungo il confine occidentale ucraino e separata dal resto del territorio controllato da Chișinău.
Bender aggiunge un ulteriore livello di complessità. La città si trova sulla riva occidentale del Dnestr, ma è sotto il controllo delle autorità transnistriane. La geografia fisica, quella politica e quella amministrativa non coincidono, e questa sovrapposizione rende evidente quanto la questione moldava sia ancora irrisolta.
La Transnistria, quindi, non rappresenta soltanto una disputa territoriale. È una variabile importante per la sicurezza della Moldavia, per i rapporti tra Russia e Occidente e per gli equilibri dell'Europa orientale. Il suo futuro è legato tanto alle dinamiche interne moldave quanto all'evoluzione della “questione Ucraina” e alle relazioni tra le grandi potenze.



Tiraspol, Transnistria, Foto di Alessandro Fanetti

Bender, Transnistria, Foto di Alessandro Fanetti
Va da sé, che la Transnistria – essendo un territorio conteso e rimasto in orbita russa dopo la sanguinosa guerra civile tra il 1990 ed il 1992 – rimane in qualche modo un freno alle tendenze unioniste che vorrebbero la fusione fra Moldavia e Romania, un’idea e una corrente politica che non è secondaria nè in Moldavia nè in Romania, e che potrebbe magari far annettere Chisinau da Bruxelles, senza neanche passare dal via.
Proprio quest’anno il parlamento rumeno ha bocciato un progetto di legge del partito SOS Romania che si riferiva alla presa della Moldavia da parte di Bucarest: lo scorso 23 settembre il Senato ha rigettato l’unificazione, con il plauso del governo rumeno e della presidente moldava Sandu. Forse ancora non è il momento giusto. E poi c’è da lavorare per farsi annettere dalla Ue entrando dalla porta principale: Sandu 2030 è uno slogan che compare spesso anche sui manifesti delle città. Il sogno europeo si sta realizzando e considerando la crisi economica e sociale che sta scuotendo l’intera nazione, costretta a svenarsi per aver rinunciato al gas russo per strapagare quello europeo via Romania, l’incubo quotidiano per tirare avanti è per molti moldavi già realtà.
Se la Transnistria è la frattura territoriale più evidente, la Gagauzia rappresenta una sfida diversa. Situata nel sud della Moldavia, ha in Comrat il proprio centro amministrativo ed è abitata prevalentemente da gagauzi.
La regione gode di uno status autonomo riconosciuto dall'ordinamento moldavo, con proprie istituzioni e specifiche competenze. La sua autonomia riflette un compromesso storico che ha permesso di mantenere la Gagauzia all'interno dello Stato moldavo, riconoscendone al tempo stesso alcune peculiarità.
Le tensioni emergono soprattutto quando si discute dell'orientamento internazionale del Paese. Una parte significativa della classe politica locale e dell'elettorato guarda con diffidenza al percorso europeo della Moldavia e considera positivamente il mantenimento di rapporti stretti con la Russia. Questa posizione non è necessariamente uniforme, ma contribuisce a rendere Comrat un punto di osservazione fondamentale per comprendere le divisioni interne.
La normativa sullo status della Gagauzia contempla inoltre una disposizione relativa alla possibilità di esercitare un diritto alla secessione qualora cambi lo status della Moldavia come Stato indipendente. Si tratta di una previsione politicamente sensibile, che viene spesso richiamata nel già citato dibattito sull'eventualità di una futura unificazione con la Romania (opzione al momento disinnescata formalmente, ma da non sottostimare, anche alla luce del riconoscimento della lingua romena come quella ufficiale moldava nel 2023, del fatto che la maggioranza della popolazione e anche dei politici moldavi hanno il passaporto romeno e che anche nel Paese con capitale Bucarest c’è questa sensibilità). Non significa, tuttavia, che la regione possa separarsi automaticamente in qualsiasi circostanza o che una secessione sia inevitabile.


Comrat, Gagauzia. Foto di Alessandro Fanetti
La questione gagauza mette in luce un problema più ampio: quanto può essere solida l'unità di uno Stato quando le sue comunità hanno visioni differenti del proprio futuro?
Per Chișinău, la risposta passa dalla capacità di mantenere un dialogo con le autonomie territoriali, evitando che le differenze politiche si trasformino in conflitti istituzionali irreparabili.
A certificare questo coacervo di tensioni e ricadute geopolitiche sul territorio, nel marzo 2025 la governatrice della Gagauzia Evghenia Guțul è stata arrestata ed è attualmente in carcere, accusata di aver ottenuto finanziamenti elettorali dalla Russia. Per Costituzione chi presiede la Gagauzia ha diritto di stare nella compagine del governo nazionale.

Evghenia Guțul
Qui si entra nell’azione di due organismi di recente istituzione sul territorio moldavo: il Centro Nazionale Anticorruzione (Centrul Național Anticorupție) ed il Centro per la Comunicazione Strategica e il Contrasto alla Disinformazione (Centrul pentru Comunicare Strategică și Combatere a Dezinformării). Formalmente operano contro la corruzione in politica e la diffusione delle cosiddette fake news, ma il confine fra la repressione degli avversari interni - spesso vicini alle posizioni di Mosca e lontani da Washington e Bruxelles – e la censura della libera informazione in tempi di guerra, come vedremo, è molto labile.
A Soroca, città del nord conosciuta per la presenza di una significativa comunità rom (la “Capitale Rom” della Moldavia), emerge una dimensione diversa della società. Il centro è noto anche per le sue caratteristiche architettoniche e per le abitazioni monumentali associate a una parte della comunità rom. Qui il racconto nazionale incontra questioni di identità culturale, rappresentazione sociale e disuguaglianza.
La presenza rom ricorda ancora una volta che la Moldavia non è una realtà omogenea e che un'identità nazionale condivisa deve fare i conti con comunità che hanno storie, tradizioni ed esperienze differenti.




Soroca, Foto di Alessandro Fanetti
All'estremo sud, Giurgiulești offre invece una prospettiva soprattutto strategica, in quanto città situata lungo il Danubio, vicino ai confini con Romania e Ucraina, che ospita il principale accesso portuale marittimo e fluviale della Moldavia. La sua posizione è strategica per i collegamenti commerciali, per la logistica e per la possibilità di diversificare le rotte di approvvigionamento del Paese.
In un'Europa segnata dal conflitto in Ucraina, dalle tensioni sulle rotte commerciali e dalla necessità di ridurre le vulnerabilità economiche, anche un piccolo porto come questo può assumere un valore che va ben oltre le sue dimensioni. Giurgiulești dimostra quanto la geografia moldava sia contemporaneamente una risorsa e un limite: offre opportunità di collegamento con i mercati internazionali, ma espone il Paese alle trasformazioni di un'area attraversata da tensioni politiche e militari.
Il Danubio, in questo senso, non è soltanto un fiume. È una via commerciale, un collegamento con l'Europa centrale e sudorientale e un elemento della sicurezza economica moldava. La sua importanza è cresciuta ulteriormente dopo il 2022, con la successiva modifica delle condizioni dei trasporti nella regione del Mar Nero.


Foto di Alessandro Fanetti

La visita in Ucraina ha rappresentato certamente uno dei momenti più significativi del nostro lavoro. Attraversando il valico di Palanca, dalla Moldavia siamo entrati in Ucraina e abbiamo raggiunto Odessa, città portuale affacciata sul Mar Nero. È stato un modo per entrare direttamente nella realtà di un Paese in conflitto ormai da anni.
Odessa è una città affascinante e dalla storia complessa, con una forte identità urbana, una posizione commerciale strategica ed un valore simbolico che va oltre i propri confini. Il porto e la vicinanza al Mar Nero la rendono fondamentale per gli scambi e per la sicurezza regionale. Il conflitto ha ovviamente trasformato profondamente il contesto in cui la città vive, condizionando la quotidianità della popolazione, l'economia e la percezione del futuro. Vedi persone anziane tornate in attività a pulire le strade, giovani madri coi figli al parco. Parlano anche in russo coi propri figli, non solo in ucraino. Eppure i loro mariti e fidanzati sono in guerra contro Mosca. Paradossi di un conflitto fratricida voluto da altri, che non può cancellare culture e civiltà fraterne nate nei millenni.





Odessa, Foto di Alessandro FanettiLa vita va avanti, anche se la cartellonistica invita ad arruolarsi e le piazze sono cosparse di immagini di ragazzi morti al fronte, in qualsiasi momento può arrivare l’allarme antiaereo. Zelenskiy non c’è da nessuna parte, neanche un manifesto. Ci sono i mercatini, gli sposi che fanno foto nel loro giorno più bello e chi è in spiaggia a prendere il sole dopo aver fatto il bagno. Arcadia è il quartiere più ricco e rinomato di Odessa, mai toccato dai bombardamenti, ci dicono. E si vede. Anche se non è proprio tempo di movida, la guerra è una cosa seria e si capisce anche se il fronte è lontano da qui.
Mancano i giovani e l’età di mezzo. Ci sono giovanissimi, donne ed anziani. Dopo un po' te ne rendi conto. Il mercato popolare è affollato, il centro commerciale è semivuoto. La vita cittadina si è svegliata solo nel primo pomeriggio, nella mattina domenicale stava ancora dormendo: c’era una città spettrale, vuota. Il coprifuoco non fa dormire e si recupera nelle prime ore del giorno.
Una ragazza di 16 anni che ti racconta come ha perso un fratello e che ne ha due ancora al fronte, come se a quel governo non importasse nulla delle famiglie e del futuro della nazione, un tempo fraterna sia per i russi che per i moldavi. Lavora dalle 5 di mattina fino alle 8 di sera. E proprio la sera prima si è salvata: l’onda d’urto di un drone esploso contro un palazzo vicino, ha divelto la porta del suo bagno mentre si stava lavando prima di andare a dormire. Si è ritrovata la porta addosso scagliata a tutta forza: è viva per miracolo. Sta lavorando per mantenere la famiglia, unica figlia che non è ancora in armi. Ha un sorriso dolce e timido, nonostante tutto e ti fa capire come la guerra, sia al contempo distruzione dell’uomo e sua rivelazione.
Trovarsi in Ucraina permette di comprendere meglio anche quanto questo conflitto non sia una questione distante per la Moldavia. I due Paesi condividono un confine lungo e una vulnerabilità geografica che li lega inevitabilmente. Le conseguenze di tutto ciò attraversano i trasporti, il commercio, l'accoglienza dei rifugiati - che ad ottobre 2026 sono diventati oltre 100.000 per un paese di nemmeno 2.500.000 abitanti - la sicurezza energetica e le scelte diplomatiche. Per la Moldavia e le varie entità che la compongono, questa situazione rappresenta una minaccia e una pressione costanti. Il viaggio fino a Odessa ci ha quindi anche permesso di osservare la Moldavia da una prospettiva più ampia. Non come un territorio isolato, ma come parte di uno spazio regionale nel quale le decisioni di una capitale possono avere ripercussioni immediate sulle altre.


Chisinau, il Palazzo del Governo - Foto di Alessandro Fanetti
Al di là dei confini e delle istituzioni, sono le persone a raccontare la frattura più profonda. I moldavi sono spesso orgogliosi delle proprie origini, della propria terra e della capacità di mantenere una vita quotidiana relativamente normale nonostante le difficoltà. Ma a questo orgoglio si accompagna una diffusa disillusione, alimentata da salari bassi, opportunità limitate e dalla sensazione di vivere in un Paese costretto a subire decisioni prese altrove. L'economia è uno dei fattori determinanti. L'aumento del costo della vita, le difficoltà del mercato del lavoro e le prospettive limitate per molti giovani hanno contribuito a rafforzare l'emigrazione. Come detto, intere famiglie dipendono, almeno in parte, dalle rimesse dei parenti che vivono e lavorano all'estero. Per numerosi nuclei familiari, il denaro proveniente dalla diaspora non è un semplice sostegno aggiuntivo, ma una risorsa fondamentale per affrontare le spese quotidiane.
Questa dinamica ha conseguenze che vanno oltre l'economia. Quando una parte significativa della popolazione vive fuori dai confini nazionali, il rapporto tra cittadinanza, territorio e partecipazione politica diventa più complesso. Gli emigrati mantengono tuttavia legami familiari, culturali ed economici con la Moldavia e continuano a partecipare alle sue scelte elettorali, pur vivendo spesso in contesti sociali e politici differenti. Lampante l’affluenza della diaspora al referendum “vinto” dagli europeisti nel 2024: parliamo di un totale 2.219 seggi elettorali. 1.988 in territorio moldavo, compresi 30 in Transnistria, Per l’estero n.231 seggi, di cui 60 solo in Italia ed in altre decine di nazioni. Ed in Russia? Secondo l’Onu i moldavi residenti sono circa 166.000 persone, ma secondo Mosca sono circa 500.000.
E quanti seggi sono stati aperti dalla Moldavia di Maia Sandu in Russia? Soltanto 2 seggi in tutta l’immensità del suo territorio, rispetto alla moltitudine dei seggi diffusi altrove nel mondo. Due seggi aperti nella capitale, tutto qui. Ecco la democrazia della nuova Moldavia verso il sogno europeo.
L’energia di un Paese non è solo carburante, gas o roba inerte. E’ anche e soprattutto la gioventù, l’esperienza, il saper fare e la capacità di fare. Il costo di questa emigrazione strutturale, di questa emorragia di massa, di questa mobilità moldava verso l’estero è più che evidente: molti giovani e meno giovani partono per una vita altrove, mentre le comunità locali perdono energie, competenze e forza lavoro.
Il confronto tra unipolaristi filo-europei e multipolaristi-filorussi trova la sua espressione più evidente nella politica nazionale. La presidente Maia Sandu, sostenitrice dell'integrazione europea e favorevole a rapporti stretti con la Romania, ha costruito una parte importante del proprio consenso sulla promessa di modernizzare il Paese, contrastare la corruzione e rafforzare il legame con le istituzioni europee. Ma senza i voti della diaspora la sua vita politica e le sue proposte sarebbero già terminate da tempo.
Questi risultati evidenziano dunque una società divisa. L'opposizione socialista e comunista, più favorevole a mantenere rapporti stretti con Mosca, continua a rappresentare una componente importante del panorama politico. Per una parte di questi elettori, la Russia è associata a legami storici, opportunità commerciali, prezzi più accessibili in primis per acquistare energia e materie prime e a una percezione di maggiore sicurezza internazionale. La competizione politica moldava è dunque anche una competizione tra aspettative e prospettive. Il fronte europeista promette riforme, maggiore integrazione e nuove opportunità; i suoi oppositori mettono in evidenza i costi delle trasformazioni, le incertezze economiche e il rischio di deteriorare rapporti consolidati, proponendo invece di non rompere legami secolari con l’ “est del mondo” e trasformare il Paese verso però politiche diverse da quelle classicamente liberali, occidentali ed europeiste
Vedremo meglio come il “sogno europeo” della Moldavia stia rendendo strutturali dinamiche che erano già avviate come spoliazione e dipendenza economica, commerciale, energetica e debitoria da Ue, Banca Mondiale e Fmi. E come il Paese venga utilizzato in funzione antirussa, nonostante la sua neutralità sancita dalla Costituzione. La guerra della NATO alla Russia usando l’Ucraina, fa della Moldavia una terra cruciale, che ne mette a rischio l’esistenza come popolo e come nazione.

Maia Sandu (a sinistra) a Washington incontra l'amministrazione americana (2019). La Sandu diverrà presidente nel dicembre 2020.

Maia Sandu, sta traghettando il suo Paese all'ingresso nella Ue previsto nel 2030
Vedremo come l’Euro abbia reso un Paese, non ancora membro della Ue, una terra dove non esiste una classe media, a meno che non si abbia letteralmente l’euro in tasca, visto che si viene mensilmente retribuiti in moneta nazionale, in Lei moldavi. E la proporzione attuale è 1 a 20. 1 Euro vale circa 20 Lei moldavi.
Quindi oggi avere euro, intercettare euro, in Moldavia è essenziale per non sprofondare nella povertà, anche estrema. Eppure l'Euro non è la moneta della Moldavia.
Fortunatamente la nazione non è solo Chisinau, ma soprattutto una miriade di villaggi immersi nelle fertili campagne, qui si riesce a vivere grazie ai frutti della terra, ma è una terra che purtroppo si sta spopolando o verso la metropoli o verso il resto del mondo. La vita costa troppo da queste parti e ci vuole la moneta forte, come l'ossigeno.



Mercato centrale di Chisinau. Foto di Alessandro Fanetti

La posizione della Moldavia la rende inevitabilmente parte della competizione tra grandi potenze. La Romania rappresenta un interlocutore privilegiato per ragioni storiche, linguistiche, culturali ed economiche. L'Unione europea offre una prospettiva di integrazione istituzionale e commerciale, mentre la Russia conserva legami storici ed economici difficili da mettere da parte. Come già visto, l'ipotesi di un'unificazione con la Romania, spesso indicata con il termine unire, fa parte di questo scenario. Esistono correnti politiche e cittadini che la sostengono, immaginando un ritorno a una più ampia unità nazionale romena. Altri la considerano una prospettiva irrealistica o pericolosa, soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere sulla coesione interna e sulla questione transnistriana. La questione dell'unificazione rimane dunque controversa e richiederebbe un ampio consenso politico e popolare.
La Russia, dal canto suo, considera strategicamente rilevante lo spazio post-sovietico e mantiene un interesse particolare per la Moldavia, anche attraverso la questione transnistriana. Le tensioni tra Mosca e Chișinău si inseriscono in un confronto più ampio sul futuro dell'Europa orientale e nei rapporti (securitari e non solo) Mosca - Bruxelles.
In questo contesto, la Moldavia diventa un terreno sul quale si confrontano differenti concezioni dell'ordine internazionale. Da una parte, il sistema di alleanze e istituzioni occidentali, con gli Stati Uniti, la NATO e l'Unione europea; dall'altra, la visione di un ordine maggiormente multipolare, sostenuta in primis da Russia, Cina e dai Paesi riuniti nei BRICS+. Questi attori non costituiscono blocchi perfettamente omogenei, ma le loro strategie contribuiscono a definire il contesto nel quale la Moldavia deve prendere le proprie decisioni.
Dopo due settimane di incontri, interviste, fotografie e riprese video, la sensazione è che la Moldavia rappresenti uno dei luoghi più interessanti a livello europeo e globale per comprendere le trasformazioni in corso nell'Europa orientale. In uno spazio geografico ridotto convivono una capitale orientata verso l'integrazione europea, una regione separatista sostenuta storicamente dalla Russia, un territorio autonomo con una distinta identità culturale e una società nel suo complesso nella quale il passato continua a influenzare le scelte del presente e le aspettative di futuro. La sua importanza non deriva soltanto dalla posizione tra Romania e Ucraina. Deriva dalla capacità di rendere visibili, in un unico contesto, le tensioni che attraversano l'intero sistema internazionale: il rapporto tra sovranità nazionale e influenza delle grandi potenze, il peso delle identità storiche, la competizione tra modelli economici e politici e le conseguenze dei conflitti sui Paesi che si trovano ai margini di essi.
È proprio questa complessità che abbiamo cercato di documentare durante il viaggio. Le interviste, le testimonianze e le riprese realizzate sul campo confluiranno in un videoreportage che uscirà nel più breve tempo possibile, pensato per raccontare anche attraverso le immagini le diverse anime di un Paese troppo spesso raccontato erroneamente come una semplice linea di confine tra Russia ed Europa.
Sperare non è solo umano, è giusto. Ci sono tante persone, tanti giovani, che vogliono la Ue, l'Erasmus e che ne parlano volentieri, altre che sono più timorose, più preoccupate, ma non se la sentono di esporsi davanti ad una telecamera. In generale, sono le generazioni più adulte e anziane, che ora ricordano la vita durante l'Unione Sovietica, se non con nostalgia come semplice raffronto: prima non c'era consumismo ma se lavoravi ti spettava tutto ciò di cui avevi bisogno per vivere degnamente bene, adesso te lo devi comprare. E oggi i soldi scarseggiano, tranne che per i ricchi.
Le speranze di una vita migliore, aspettative ed opportunità. Si tradurranno nei fatti le promesse del sogno europeo? Domanda esistenziale per la Moldavia di oggi, che accomuna tante persone che attendono risposte concrete per il presente ed il futuro.



Le fotografie che accompagnano questo articolo costituiscono una prima restituzione visiva del lavoro svolto: luoghi, volti, città e territori che, osservati insieme, aiutano a comprendere quanto sia articolata la realtà moldava.
Perché la Moldavia non è soltanto un territorio conteso e comprenderla significa interrogarsi anche sul futuro dell'Europa, sulla sicurezza del continente e sulla competizione tra le grandi potenze.
Un Paese piccolo sulle carte geografiche, ma capace di mostrarci con particolare chiarezza quanto le fratture locali possano diventare decisive negli equilibri globali. Ed è forse proprio questa la lezione più importante del viaggio: per capire il mondo che verrà, non basta osservare le grandi capitali e i centri del potere. A volte bisogna partire da un Paese che sembra periferico, attraversarlo da un'estremità all'altra e ascoltare chi ci vive. Perché è spesso ai margini delle grandi potenze che si comprendono meglio le trasformazioni che stanno ridisegnando il mondo.
Ciò vale anche per confrontare il nostro sistema di vita, che sia italiano o europeo, che dipende ormai strutturalmente da dinamiche che si intrecciano con paesi come la Moldavia, sia per i rapporti economici e commerciali esistenti, sia perché spesso le nostre aziende e le nostre famiglie dipendono o si avvalgono, in un modo o nell’altro, dal lavoro e dall’apporto di persone che provengono da un paese non così tanto lontano e non così diverso dal nostro, in termini di cultura e società e che è sottoposto alle stesse logiche di sfruttamento, di dominio, di crisi e ormai di guerra imposta, che come italiani ed europei subiamo nella vita di ogni giorno.
Di Jacopo Brogi e Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org
Jacopo Brogi, giornalista pubblicista e documentarista; freelance United Photo Press. “La realtà ha bisogno di più testimoni. Per mostrarla e per cambiarla.”
Alessandro Fanetti, studioso di geopolitica e relazioni internazionali, autore dei volumi Russia: alla ricerca della potenza perduta e America Latina & Caraibi: “Alba e Cuore” del Nuovo Mondo multipolare (Edizioni Eiffel).
oriundo2006 26 ottobre 2026
''.. ti fa capire come la guerra, sia al contempo distruzione dell’uomo e sua rivelazione..''.
Magnifiche parole.
Ahinoi, valgono solo per i superstiti.
Ma non è forse la guerra in sè stessa la distruzione della 'rivelazione' cioè dell' Umanità insita in ogni uomo e donna ?
La guerra serve a questo.
La tensione politica tra comunità serve a questo.
L'odio e l' insicurezza servono a questo.
Costituiscono nei fatti una situazione in cui devi lasciare la tua umanità per andare avanti.
Separarti da te stesso e adottare qualcosa che ti è estraneo.
Opposto.
E che ti viene imposto proprio dalla guerra.
Diventare altro da te stesso. Adottare una moneta e stili di vita incompatibili col 'prima'. Diventare un uomo senza qualità, senza storia, senza idee proprie. Senza memoria.
La 'rivelazione' è dentro la memoria. Dentro noi stessi. Nel nostro passato ancestrale, per quanto terribile sia stato.
La Ue è questo programma suadente. Dimentica tutto e vieni con noi.
La Nato è il programma in atto attraverso la guerra nella nostra Europa.
L'ideologia liberista la sua falsa vernice tecnicista.
Il programma non tollera dissidenti.
Li azzera insieme alla memoria.
Elimina ogni alternativa: eradica ogni realtà differente. Corrompe ogni idealità residua.
Un programma teologico-politico perfetto.