XXI Secolo: La definitiva morte di Dio e la fine dell’uomo…..o un nuovo inizio

XXI Secolo: La definitiva morte di Dio e la fine dell’uomo…..o un nuovo inizio

Di Tiziano Tanari per ComeDonChisciotte.org

La frase più famosa di Fëdor Dostoevskij è: "Se Dio non esiste, tutto è permesso". Questa citazione esplora la relazione tra la moralità, l'assenza di un fondamento divino e il libero arbitrio dell'uomo; in sostanza, potremmo sottintendere che non può esistere un’etica senza Dio.

Addentrandoci ad un’analisi più approfondita dell’attuale situazione storica e antropologica, verrebbe da ipotizzare la totale inesistenza di Dio proprio in virtù del fatto che, oggi in particolare…..tutto è permesso, tutto è assecondato, tutto è normalità, tutto tranne l’etica, la responsabilità, il rispetto verso sè stessi e verso gli altri, il libero arbitrio e la presenza di una natura spirituale che ci renda sensibili all’idea di bene e, ancora di più, di Bene Assoluto, ovvero Dio. In quest’ultimo aspetto hanno una enorme responsabilità le religioni, le quali, con le loro pretese di verità assolute, si sono manifestate, nei secoli, più come un arrogante e feroce manifestazione di potere settario e violento che come motore di crescita spirituale verso un’etica necessariamente universale, unica possibile espressione di un Principio Ordinatore Superiore. E’bene sottolineare una caratteristica fondamentale e comune a due delle religioni monoteistiche, Cristianesimo e Islam dove, nel primo abbiamo il Dio dell’Amore e nel secondo un Dio, Allah, Clemente e Misericordioso. Questo dovrebbe rendere tutti i suoi fedeli simili al loro Dio…..altrimenti, a rigor di logica, non si potrebbero definire dei veri fedeli osservanti. Qualsiasi deformazione teologica che cozzasse contro questo valore assoluto di Dio dovrebbe essere eliminata. Diverso il Dio dell’Ebraismo che è il Dio di un solo popolo, quello prescelto, a cui sottometterà tutti gli altri Popoli della Terra. E’forse su questo principio fondante che assistiamo, ai nostri tempi, a politiche incredibilmente aggressive di Israele nei confronti di altri Paesi dell’area mediorientale, alimentate, in particolare, dalle sue frange dominanti, quelle sioniste. In questa ottica, non stupiscono i manicomiali riferimenti messianici al comune “testo sacro” da parte di politici israeliani e non solo; sconcertante la posizione fondamentalista e sionista delle sette evangeliche americane. Essa rappresenta, oggi più che mai, lo strumento principale per alimentare il conflitto in corso fra USA/Israele e Iran; è cronaca di questi giorni la benedizione dei pastori evangelici al presidente Trump, raccolti nel suo studio ovale. Questo fatto ci testimonia in modo sconcertante ma inequivocabile come il delirio religioso possa annullare qualsiasi principio etico e sentimento di bene nei confronti del prossimo.

Guerre e violenze sono diventate un comune denominatore nella storia dell’uomo ma, nella nostra epoca, il “male” ha raggiunto livelli molto più devastanti, subdoli, invasivi, alienanti, non più giustificati dalle migliori condizioni storiche, culturali, economiche e di sopravvivenza rispetto ai secoli passati. Oggi il benessere materiale potrebbe essere garantito a tutti; scienza e tecnologia hanno permesso di raggiungere livelli altissimi di produzione i quali vanno abbondantemente oltre le esigenze primarie della comunità mondiale. Nei prossimi anni, grazie alla robotica e all’IA, avremo un ulteriore importante aumento della capacità produttiva tale da sostituire il lavoro, si calcola, di oltre seicento milioni di persone, futuri candidati alla disoccupazione. Possiamo prendere atto che non sussistono più quei problemi di sussistenza e di sopravvivenza che, nel passato, erano spesso motivo di guerre e conquiste; il “mors tua vita mea” non rappresenta più una realtà avversa al pacifico vivere comune. Nonostante non esistano più motivi oggettivi tali da giustificare l’aggressione di un popolo verso un altro popolo, abbiamo, nel mondo, ai nostri giorni, decine di guerre in corso. Le cause di questi conflitti hanno un comun denominatore: brama di potere, deliri di onnipotenza e ricerca di una ricchezza senza limiti; è bene ricordare che non sono i Popoli a dichiarare le guerre, bensì i loro governi che, attraverso la finanza, sono controllati da gruppi di potere apolidi e sovranazionali. Se da una parte può esistere una logica, perversa, ma con un fine che riguarda gli interessi delle classi dominanti, dall’altra sorprende come la grande massa delle genti, sfruttate, strumentalizzate, violentate e asservite agli esclusivi interessi dei loro padroni, non si oppongano a tali scelte. Il motivo è semplice: attraverso i media, gran parte della popolazione viene indottrinata verso linee di pensiero funzionali ai deliranti piani di potere delle élites. Oggi, il vero potere, rende schiavi convincendo ad accettare la gabbia in cui veniamo rinchiusi come un processo naturale, ineludibile, eliminando ogni sentimento di rivalsa e, quindi, il desiderio di una possibile alternativa.

Questo ci permette di volgere l’attenzione sulla natura facilmente condizionabile dell’essere umano, forse il limite più grande della nostra essenza di soggetti “pensanti”. Ne consegue che, se la nostra capacità di discernimento può essere così facilmente manipolata e alterata, il libero arbitrio diventa una pia illusione; ma se ci viene impedita la possibilità di comprendere la realtà, il nostro pensiero viene annullato e proiettato in una dimensione parallela che non ci appartiene, con la quale non abbiamo nessuna connessione e la nostra identità si dissolve in mille forme inconsistenti, senza un senso logico: è la morte della coscienza e dell’anima. La nostra consapevolezza del sé viene umiliata dall’assenza di una natura “forte” del sé medesimo, dalla sua capacità di definirsi come “creatura pensante” che si inserisce nel mondo sensibile con i suoi peculiari mezzi identitari. “Ogni essere umano è unico e irripetibile” rappresenta un concetto di grande dignità che potrebbe non rispecchiare la nostra natura di soggetti alienabili e, quindi, alienati; lo vediamo nei grandi fenomeni di omologazione di massa, dove siamo indirizzati e indottrinati in modelli di pensiero, culturali e politici, manipolati sempre, in ogni tempo, dalle classi dominanti: il potere distorce la verità, avvelena le coscienze, annulla il pensiero critico e soffoca la vita dell’intera umanità; è così dall’inizio della storia. Il potere ci mette in un perenne conflitto orizzontale gli uni contro gli altri, attraverso le ideologie, i falsi miti, il razzismo, ovvero l’idea che qualcuno sia un essere inferiore che non appartiene allo stesso nostro genere umano.

Questo ignobile concetto si è mantenuto nei secoli come strumento di consolidamento del potere: avere un “nemico” da combattere è il più forte strumento di aggregazione di un popolo al servizio dei suoi governanti. In questo, nella storia, hanno contribuito in modo sconcertante anche le religioni: chi non crede è un peccatore, è un infedele; chi crede è un eletto che deve seguire la parola (e gli ordini) di “dio”. Quale forma di potere più forte può esistere al di sopra della parola di “dio”? Solo uno: il potere economico. E qui arriviamo ai giorni nostri, in Occidente, dove la religione cristiana, con i suoi valori di alterità, di solidarietà e di bene comune, non rappresenta più un elemento di persuasione, bensì un ostacolo, forse l’ultimo, all’espansionismo del potere finanziario in un contesto neoliberista che, per il suo proliferare, deve abbattere i valori fondamentali del Cristianesimo. Rimane operante, paradossalmente, la natura messianica di certe posizioni religiose fondamentaliste presenti incredibilmente anche nei Paesi ritenuti, a torto, culturalmente più emancipati come poco sopra abbiamo evidenziato.

Questo è il punto centrale: solo un profondo e diffuso senso etico comune a tutti i Popoli può arginare il potere nelle sue molteplici nefaste espressioni. L’etica rappresenta l’interesse per qualcosa che va oltre l’utilitarismo immanente presente in ciascuno di noi; si giustifica solo con l’idea di entrare in connessione con una realtà infinitamente più grande dove tutto è perfetto: giustizia, altruismo, misericordia, amore, bellezza sono concetti che richiedono una “sorgente creatricesuperiore alla nostra realtà; senza di questa, tutto perde di significato….tranne il proprio utile e il personale spirito di sopravvivenza. In questa ottica, non possiamo che ritornare all’unico principio logico di “mors tua vita mea”. Non abbiamo scampo, dobbiamo tentare una nuova strada, quella dell’etica, della spiritualità e della sua ipotetica “sorgente generatrice” chiamata, da molti, Dio. Tutto il resto è barbarie senza alcun senso ed alcuna dignità, una vita che non meriterebbe nemmeno di essere vissuta.

Molti pensano che con leggi giuste e politiche virtuose si possa migliorare il mondo; nulla di più sbagliato, o perlomeno, non sufficiente. Oggi abbiamo esempi incredibili di come la legge e la giustizia vengano superate da un sistema di potere che può agire indisturbato perpetrando immensi crimini contro i Popoli, corrompendo, manipolando e anestetizzando le loro menti, rendendole incapaci di qualsiasi reazione emotiva: è sempre più raro il sentimento di indignazione nei confronti delle ingiustizie e del male in genere. Questo ha portato a una pericolosa involuzione antropologica causata da una storia e da tradizioni culturali basate sulla menzogna e sulla mistificazione che il “potere” ha perpetrato ininterrottamente dall’inizio dei tempi. Il potere deve tornare al popolo, inteso come comunità, che, per il suo benessere materiale e spirituale, necessità della capacità di cooperazione e condivisione armonica nel comune percorso esistenziale. Non bastano le leggi, è indispensabile elevare il livello morale del singolo per poter costruire una società civile ed etica. In questo contesto è naturale e logico concepire la condizione umana come un processo in cui tutti gli individui, e quindi tutti i popoli, sono coinvolti come un unico corpo che deve e può operare per il suo bene: la cooperazione e non il conflitto deve rappresentare la stella cometa per una pacifica e piena convivenza. Per arrivare a questa condizione, bisogna superare ed eliminare quei soggetti che operano in dimensioni di pura follia ripartendo dall’inizio, dalla costruzione di personalità equilibrate e sensibili al bene che sappiano reagire alle ingiustizie del mondo.

A questo riguardo stiamo assistendo ad un pericolosissimo segnale di involuzione antropologica ed etica, ancora peggiore, per quanto possibile, delle guerre in corso: il caso Epstein ne è la sua più drammatica manifestazione. Oltre alle inimmaginabili nefandezze e orribili atrocità che sono apparse dietro i milioni di suoi files, solo in parte desecretati, si possono notare due fenomeni estremamente significativi e inquietanti: il primo riguarda l’immobilismo e l’ignavia degli apparati istituzionali, sia nazionali che internazionali, che, di fatto, non hanno ancora avviato una vera indagine lasciando ancora tutti impuniti; il secondo riguarda l’indifferenza sostanziale della maggior parte dell’opinione pubblica mondiale. Il caso Epstein non rappresenta solo un contesto di depravazione estrema, di reati e delitti di natura sessuale, ma una realtà che sottintende una vastissima rete di corruzione e connivenze di natura politica, la stessa che ci governa. Il livello di indignazione e di reazione della gente comune dovrebbe essere altissimo e portare, come naturale conseguenza, a una forte protesta di massa, e invece……..niente. I media, con la loro ipocrita e servile pseudo informazione, rappresentano, come sempre, uno strumento decisivo per sterilizzare qualsiasi forma di sana reazione.

Possiamo concludere con una semplice considerazione: finchè non sapremo indignarci davanti alle ingiustizie e alla violenza del potere, in nome di TUTTI i Popoli, non ci potremo definire umani. Per uscire da una barbarie illogica e crudele dobbiamo sviluppare quell’umanità interiore senza la quale non ha senso nessuna esistenza; dobbiamo iniziare a pensare altrimenti, orientarci e sperimentare nuovi percorsi valoriali che ci rendano testimoni dell’unico e ineguagliabile comandamento al quale dovremmo tendere tutti: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34). Quando ci ribelleremo alle ingiustizie verso gli altri, sarà il primo segnale di questo amore, unica possibile testimonianza di una realtà superiore che dia dignità alla nostra vita. Quindi: impariamo ad amare (quando è possibile), a rispettare (sempre) e a indignarci davanti alle ingiustizie (sempre). “Buona indignazione” a tutti.

Di Tiziano Tanari per ComeDonChisciotte.org

24.03.2026

Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.

Commenti (9)

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    1. Hakan 26 marzo 2026

      Il problema non è più stabilire se Dio esista, ma se operi.
      Il testo prende le mosse da un’intuizione classica —formulata con particolare radicalità da — secondo cui, in assenza di un fondamento trascendente, l’etica tende a dissolversi. Tuttavia, la sua diagnosi eccede questo presupposto: non ci troviamo semplicemente in un mondo privo di Dio, ma in una configurazione storica in cui Dio è stato neutralizzato come principio operativo. La trascendenza non è scomparsa; è stata svuotata. Ed è proprio in questo svuotamento che il limite perde la propria efficacia.
      È qui che si situa il nucleo propriamente spodocenico della questione: non l’assenza, bensì l’inoperatività del limite.
      In un simile orizzonte, il potere non è più chiamato a giustificarsi. Esso si dispiega in uno spazio in cui tutto può essere reinterpretato, assorbito, riutilizzato. Leggi, diritti, morale, perfino la verità, cessano di funzionare come barriere e si trasformano in superfici mobili, materiali disponibili. Il potere non incontra limiti: li riconfigura. E nel farlo, non si limita a governare i corpi, ma produce soggettività, organizza le percezioni, modula l’indignazione, amministra la sensibilità.
      La conseguenza è decisiva: la questione del limite smette di essere istituzionale o giuridica e si rivela, nella sua struttura più profonda, antropologica.
      E tuttavia, è proprio a questo livello che il testo lascia emergere una tensione che non riesce pienamente a sciogliere. Da un lato, sostiene che solo Dio possa costituire un limite reale al potere, in quanto esterno al sistema; dall’altro, mostra come quello stesso Dio sia stato, storicamente, uno degli strumenti più efficaci del potere stesso. La religione non si presenta come eccezione, ma come una delle modalità privilegiate della cattura: sacralizzazione della violenza, produzione del nemico, legittimazione del dominio.
      In questa dinamica, lo Spodoceno manifesta la propria logica fondamentale:

      non vi è istanza che il potere non possa degradare a risorsa.
      Nemmeno Dio.

      Il tentativo del testo di distinguere un “Dio vero” dalle sue deformazioni storiche resta, sotto questo profilo, insufficiente. Non siamo di fronte a una deviazione contingente, ma a una condizione strutturale: tutto ciò che passa attraverso mediazioni culturali è esposto all’appropriazione. La trascendenza, nel momento in cui si fa linguaggio, diventa inevitabilmente terreno di conflitto.
      Da qui si impone l’ipotesi spodocenica:

      il problema non è l’assenza di fondamento,
      ma l’impossibilità di garantirne l’immunità.

      Anche il limite, quando viene enunciato come assoluto, entra nel circuito dell’interpretazione, della disputa e, infine, della cattura.
      Eppure, il testo stesso introduce uno slittamento che ne eccede le premesse. Se la tesi è metafisica, la proposta è eminentemente pratica. Non si tratta di restaurare un ordine trascendente, ma di trasformare la soggettività: amare, rispettare, indignarsi. Ciò implica, sia pure implicitamente, una torsione decisiva:

      il limite non è dato;
      il limite si esercita.

      Dio cessa così di funzionare come garanzia e si configura piuttosto come orizzonte simbolico: non ciò che arresta automaticamente il potere, ma ciò che indica ciò che non dovrebbe essere assorbito da esso. Tuttavia, questo “non dovrebbe” resta privo di efficacia se non si traduce in pratiche concrete.
      È qui che si annoda il problema fondamentale.
      Il testo invoca una certezza —un fondamento assoluto capace di scongiurare la barbarie— ma, al tempo stesso, mostra come nessun fondamento sia stato in grado di sottrarsi alla cattura. La storia non nega la necessità del limite; nega la possibilità della sua garanzia.
      In questo senso si definisce la condizione spodocenica:

      • nessuna trascendenza intatta,
      • nessun fondamento sicuro,
      • nessuna esteriorità protetta.

      Resta soltanto una tensione instabile tra potere e resistenza.
      In tale configurazione, l’etica non scompare, ma muta statuto: non è più un sistema garantito, bensì una pratica di sostegno del limite, priva di garanzie, esposta, sempre riapribile.
      Per questo, l’appello conclusivo del testo —amare, rispettare, indignarsi— assume un valore differente. Non si tratta di una semplice esortazione morale, ma di un’operazione insieme politica e antropologica: reintrodurre il limite laddove il sistema tende costantemente a dissolverlo.
      Ma tale operazione presuppone una condizione esigente:

      una soggettività capace di sostenere ciò che non è più garantito.

      Ed è precisamente qui che si decide tutto.
      Perché lo Spodoceno non è soltanto l’epoca di un potere senza freni, ma anche quella di una soggettività incapace di opporvisi: frammentata, saturata, amministrata, incapace di sostenere l’indignazione e di produrre senso durevole.
      Di conseguenza, la domanda decisiva non è più teologica, né etica in senso tradizionale.
      È piuttosto questa:

      può esistere una forma-di-vita capace di sostenere il limite in assenza di ogni garanzia trascendente?

      Se la risposta è negativa, allora la diagnosi del testo si impone: senza Dio, tutto si dissolve.
      Se invece la risposta è positiva —pur nella precarietà, nell’instabilità, nel rischio— allora il problema non consiste nel restaurare un fondamento, ma nel produrre una soggettività capace di sostenerlo anche senza di esso.
      È qui che passa la vera linea di frattura.
      Non tra fede e ateismo.
      Non tra religione e secolarizzazione.
      Ma tra un’umanità che necessita di garanzie per non distruggersi
      e un’altra che, anche in assenza di tali garanzie, sceglie di non farlo.

    2. sim 26 marzo 2026

      Quando l'uomo cerca di fare 'con le proprie forze' in un universo che (palesemente...) non è una sua creazione, il Trascendente rimane una chimera perché Dio ha creato l'uomo libero. Dunque se l'uomo sceglie di 'fare senza Dio', Dio gli concede di percorrere anche questa sciagurata, disperata via: la via della dannazione.
      Come?
      Oscurando il Suo Volto Santo.

      "Non Mi vuoi tu, mortale, Io che sono Luce e Vita? Come tu vuoi: brancola pure nelle tenebre del peccato e della morte."

      Così si compie la volontà di Dio, tenuto conto del pessimo uso del libero arbitrio dell'uomo 'oscurato per superbia', di cui Dio sarà equo Giudice.
      All'uomo che invece Lo cerca, il Creatore dona, strada facendo, sempre più Luce, fino al punto da donargli il proprio stesso Sé, facendo di lui Suo Figlio.
      Così si compie, in pienezza, la volontà di Dio/Amore

      'come in cielo così in terra' (v. Matteo 6, 10)

      tenuto conto dell'umiltà e della fedeltà dell'uomo, di cui Dio sarà misericordioso Salvatore.

    1. maghi 26 marzo 2026

      se si vuole proprio cercare il pelo nell'uovo, l'unica, ma più importante differenziazione tra la religione cristiana dalle altre, è la regola di amore al nemico. Tutte parlano di perdono, consolazione, preghiera, eccetera, anche se a vari livelli, ma amare il nemico è una prerogativa della predicazione del Cristo. E' intimamente legata allo Spirito Santo e il fatto che in 2000 anni i cristiani si siano comportati da atei o musulmani o ebrei o altri riguardo al comportamento da tenere col nemico, dimostra quanto poco lo Spirito Santo abbia agito. Come ho detto nel commento precedente la fede non è una prerogativa dei battezzati, ma solo di quelli che Dio ritiene degni di averla. Leggete e meditate la Sacra Bibbia: Sir 4, 12-22. E se non vi ci ritrovate, non vi arrabbiate. Dio ha scelto per ognuno la strada migliore per dare la possibilità del Paradiso.

    1. sim 26 marzo 2026

      Senza perdono non c'è speranza: per noi stessi e per l'umanità.
      Indignarsi per il male va benissimo, ma poi è fondamentale essere disposti a riconciliarsi anche con i responsabili di quel male, altrimenti si ricade nel circolo vizioso che giustifica l'eliminazione dei peccatori (alcuni la chiamano 'riduzione della popolazione') per 'salvare il pianeta'. Così i presunti 'virtuosi' si tramutano in assassini, con i 'peccatori' che diventano prima vittime, poi carnefici a loro volta per vendetta: così la spirale di violenza (occhio per occhio e dente per dente) non lascia scampo a nessuno.
      I malvagi irredenti vanno di certo 'contenuti' (piuttosto che 'eliminati'), in quanto nell'abusare della propria libertà calpestano quella altrui.
      Occorre invece pazienza e benevolenza nei confronti di chi ha sbagliato ma vorrebbe sinceramente cambiare. Se un peccatore può aspettarsi clemenza sarà molto più facile che ammetta i suoi peccati e si converta al bene; se invece la società è dura e spietata con chi ha sbagliato, la tendenza sarà quella di nascondere o negare, per quanto possibile, ogni colpa; poi, se messi alle strette, reagire con la fuga o con la violenza di fronte alla spietatezza dei persecutori.

    2. AlbertoConti 26 marzo 2026

      Tutto vero, per questo sono contento e orgoglioso di essere nato cristiano, mi ritengo fortunato.
      La fede e gli obbrobri storici in nome di Dio non c'entrano niente, fanno parte dei limiti umani.

    1. AlbertoConti 26 marzo 2026

      Dio non è un invenzione, è una necessità dello spirito, alla quale attribuire i più diversi significati, ma sempre secondo coscienza.
      Indagare se stessi porta inevitabilmente a confrontarsi con l'infinito trascendente, che è in noi e fuori di noi, metro di paragone della finitezza del sè, che dovrebbe dare una regolata al comportamento, alle sue regole che chiamiamo morale.
      Esiste perciò chiaramente un nesso tra il concetto di Dio e la morale, che in certo qual modo ne deriva.
      Dire che Dio è morto è una sciocchezza colossale. Può morire una concezione di Dio così come può morire una cultura particolare e datata, ma solo per far spazio a un'altra concezione. Il vuoto che si genera nella transizione è fonte di sofferenza e non può durare a lungo, così come qualunque dolore spirituale, anche il più profondo, che cede il passo alla vita che si rinnova continuamente. Certamente si muore fisicamente per mille ragioni diverse, e forse anche per nichilismo, o vuoto spirituale, ma è un eccezione, fortunatamente rara, come il suicidio fisico. Certamente non si muore per amore, ma eventualmente solo per la sua mancanza.
      Una cosa è certamente maturata nella coscienza collettiva: il Dio di qualcuno è una contraddizione in termini, che finalmente ha fatto il suo tempo, e merita di morire per sempre.

    2. sim 26 marzo 2026

      'Certamente non si muore per amore, [...]' da cristiano e da ricercatore della Verità mi suona molto limitante. Un amore solo 'rose e fiori' che non è disposto al sacrificio può anche essere consolatorio, come una coccola, ma il frutto che non maturerà resterà piccolo e acerbo.

      "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici." (Giovanni 15, 13)

      Il resto lo trovo abbastanza condivisibile, anche se non è questo o quel 'concetto' di Dio che conta davvero, ma Dio stesso. Fintanto che ci si aggrappa alla propria personale (o collettiva) idea di Dio ci si crea (di fatto) un proprio dio mentale, che equivale a una forma di idolatria del proprio umano pensiero, che poi è lo stesso errore che genera l'illusione del 'mio' dio e del 'tuo' dio...
      Per avvicinarsi a Dio occorre, a un certo punto, liberarsi di ogni concetto di Dio: solo così ci si apre al Mistero. Le celebrazioni sacre, la liturgia, i canti, la ripetizione di preghiere, ecc. sono ausili per 'andare oltre': riscoprire il senso del sacro ci aiuta infatti a coltivare quel 'timor di Dio' che ci sintonizza con i 'piani alti'. Ma praticare la Legge dell'Amore nel quotidiano è senza dubbio la via maestra per fare ritorno alla nostra perduta Patria Celeste...

    3. AlbertoConti 26 marzo 2026

      L'amore è vita, e la vita vera è anche disponibilità a morire.
      In questo sono d'accordo con te, amore vero e morte vanno insieme, come il coraggio e la paura. Del resto la vita degli animali, sempre pronti a predare e ad essere predati, ci insegna cosa significa essere mortali, che è il destino comune, al quale solo l'uomo si ribella, perdendo così se stesso.
      Comunque l'innamoramento è un fatto personale, come la propria morte. L'amore universale è altra cosa, che trascende l'individualità.

    1. maghi 25 marzo 2026

      anche gli atei riconoscono che la miglior invenzione dell'uomo è Dio, Che non è un'invenzione solo per i veri credenti. Quei pochissimi che ci sono.

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