Riceviamo e pubblichiamo.
---
I. Lo stato delle cose e la morte del "villaggio"
La misura del degrado contemporaneo non si legge nei bilanci ufficiali o nelle slide dei convegni governativi. Si misura lungo i marciapiedi delle nostre città, nei corridoi delle stazioni ferroviarie, nei pianerottoli dei condomini e nell'abitacolo di un autobus nell'ora di punta. Oggi, chiunque si ostini a vivere rispettando le regole, pagando le tasse fino all'ultimo centesimo e trattando il prossimo con rispetto, condivide la medesima, strisciante sensazione: quella di essere trattato da fesso da un sistema che ha capovolto la scala dei valori.
Siamo immersi in una resa quotidiana e silenziosa della convivenza civile. La micro criminalità predatoria, le molestie di strada, i borseggi seriali e la prevaricazione sistematica non sono più anomalie da perseguire, ma un rumore di fondo a cui si chiede al cittadino di fare l'abitudine. Il meccanismo della sanzione si è inceppato: chi viene colto in flagrante a violare lo spazio o i beni altrui si ritrova regolarmente a piede libero ventiquattr'ore dopo, forte di una pervasiva clemenza burocratica che riduce la legge a una farsa. La vittima, di contro, viene lasciata sola a gestire la paura e i danni, spesso persino colpevolizzata se osa pretendere ordine, certezza della pena e rispetto.
Ma l'incrinatura più profonda riguarda il tessuto umano della vita quotidiana: la scomparsa della solidarietà e la morte del "villaggio". Nel giro di pochi decenni, si è assistito alla polverizzazione della comunità locale. Quel microcosmo di vicinato, fatto di mutuo soccorso, porte aperte, sguardi attenti e responsabilità condivisa che per secoli ha protetto le famiglie e attutito i colpi dell'esistenza, è stato spazzato via. I quartieri si sono trasformati in agglomerati di solitudini competitive o in dormitori spersonalizzati. Ognuno vive murato nel proprio appartamento, diffidente verso il vicino della porta accanto, immerso in una solitudine cosmica che rende qualsiasi imprevisto - una malattia, una perdita di lavoro, la gestione di un anziano - una tragedia individuale non più condivisibile.
Allo stesso tempo, il tenore di vita materiale della popolazione ordinaria è stato metodicamente eroso. Gli stipendi reali sono rimasti inchiodati ai livelli di trent'anni fa, mentre l'inflazione, il costo dell'energia e la speculazione hanno trasformato la vita di tutti i giorni in un percorso ad ostacoli. La sanità pubblica, storico pilastro della tenuta sociale, versa in uno stato di abbandono programmato che costringe le persone a pagare di tasca propria cure private o a rinunciare alla prevenzione. Il patto fondamentale di cittadinanza - io pago le tasse e mi comporto da cittadino leale, tu Stato mi garantisci sicurezza, comunità e tutela - è stato unilateralmente sciolto dalle istituzioni.
II. I colpevoli politici e la demolizione delle istituzioni
Questo disastro non è il frutto del caso o di un'imprevedibile calamità naturale. È il risultato matematico di precise responsabilità politiche, culturali ed economiche stratificatesi nell'arco dell'ultimo trentennio.
Il peccato originale risiede nella svolta della sinistra di governo (a partire dalla "Terza Via" degli anni '90). Accogliendo senza riserve il dogma neoliberista e l'atomizzazione sociale, l'élite progressista ha tradito e abbandonato la tutela dei lavoratori e dei ceti popolari. Per mascherare questa resa di fronte ai grandi interessi finanziari, ha compiuto una spietata operazione di sostituzione: ha rimpiazzato i diritti materiali (salario dignitoso, stabilità occupazionale, casa, salute, vita di comunità) con una retorica etica e paternalistica a costo zero.
Si è così consolidata una classe dirigente arroccata nei quartieri residenziali blindati delle grandi città - la cosiddetta "élite ZTL" -, capace di predicare la tolleranza illimitata, il perdonismo giuridico e l'accoglienza senza regole unicamente perché schermata dai costi sociali di queste politiche. A pagare il conto delle loro lezioni di morale, impartite tra uno spritz e un convegno nei circoli esclusivi con il maglione di cashmere sulle spalle, sono stati esclusivamente i quartieri popolari e la classe media, usati come cavie per esperimenti di ingegneria sociale.
È stata scientemente distrutta la dimensione comunitaria in favore di un iper-individualismo cinico. L'altro ha smesso di essere un compagno di strada o un vicino da aiutare, trasformandosi in un concorrente da superare o in un potenziale nemico da cui guardarsi.
Il danno più letale è stato inflitto alla scuola pubblica. In nome di un egualitarismo d'accatto - sintetizzato dallo storpiamento pedagogico del "6 politico" e dalla demonizzazione del merito e della disciplina -, l'istruzione è stata progressivamente svuotata di rigore e nozioni.
Trasformando la scuola in un parcheggio aziendalizzato fatto di test a crocette e progetti di facciata, si è privata la gente comune dell'unico reale strumento di emancipazione e riscatto intellettuale. I figli della borghesia continuano a formarsi in istituti privati d'élite e università internazionali; ai figli del popolo è stata venduta l'ignoranza mascherata da "inclusione", lasciandoli del tutto privi di difese di fronte alle manipolazioni del mercato e della politica.
Parallelamente, l'azzeramento della responsabilità individuale ha completato l'opera. Una giustizia paralizzata dalla burocrazia e da una visione paternalistica del reato tende a trovare sempre un'attenuante socioculturale per chi prevarica, trattando il delinquente come una vittima del sistema e derubricando la certezza della pena a relitto oscurantista.
III. I padroni del tecno-feudalesimo e l'estrazione economica
Mentre la base sociale veniva impoverita e privata di punti di riferimento, precisi attori economici e tecnologici hanno estratto valore sistematico dalla disgregazione quotidiana.
In prima fila svettano Big Tech e i colossi dell'informazione globale (le varie Big-G). Attraverso mercati dominati da algoritmi opachi, queste corporation hanno trasformato la vita quotidiana, le relazioni e l'attenzione umana in meri dati da monetizzare.
La profilazione capillare dell'utente serve a somministrare pillole quotidiane di frustrazione, polarizzazione e consumo compulsivo, isolando ancora di più l'individuo dietro uno schermo e impedendo qualsiasi forma di reale coesione dal basso.
Accanto al monopolio dei dati si è affermato il modello della gig economy, dove le piattaforme digitali di servizi e consegne scaricano l'intero rischio d'impresa sul singolo lavoratore.
Trasformato con una crudele finzione retorica in "imprenditore di se stesso", il lavoratore autonomo o il rider, si ritrova privo di tutele, malattia, ferie e coperture sindacali, ricattabile da un algoritmo che ne decide il punteggio e il sostentamento.
Sul fronte immobiliare e finanziario, l'azione dei grandi fondi speculativi ha completato la morsa.
La casa è stata sottratta alla sua funzione di diritto primario per diventare una merce finanziaria ad alta rendita.
Attraverso la diffusione incontrollata di piattaforme per affitti brevi e la speculazione dei grandi capitali nelle aree urbane, il mercato degli affitti a lungo termine è stato prosciugato. Per una giovane coppia o per un lavoratore comune, affittare o acquistare un'abitazione è diventato economicamente impossibile, condannando intere generazioni all'incertezza perenne e all'impossibilità di mettere radici.
In questo scenario, la risposta offerta dalle destre populiste e identitarie si rivela per ciò che è realmente: un imbroglio speculare.
Queste forze vivono del parassitismo sui problemi creati dalle élite progressiste, intercettando la rabbia sguaiata delle periferie e indirizzandola verso capri espiatori impotenti (gli ultimi della scala sociale o le minoranze). Una volta giunte al potere, tuttavia, non scalfiscono minimamente gli interessi dei grandi patrimoni, dei colossi tecnologici o della finanza, mantenendo intatta la struttura della precarietà e limitandosi a offrire retorica securitaria e propaganda di facciata.
IV. La reazione della massa e lo sciopero biologico
Di fronte a questa tenaglia strutturale, la società si è spaccata secondo dinamiche ben precise.
Una parte consistente della popolazione è caduta nella trappola della reazione viscerale, consegnandosi alla rabbia cieca e alla demagogia di chi promette di usare la clava, finendo per diventare esattamente ciò da cui era nauseata. Un'altra parte sopravvive nella sottomissione coatta, anestetizzata dai ritmi di lavoro impoverito e dal sedativo digitale somministrato via smartphone.
Ma la risposta più profonda, spietata e devastante per l'intero sistema è lo sciopero biologico.
Un antico proverbio recita: "Per crescere un bambino ci vuole un villaggio". Avendo distrutto il villaggio, svalutato il lavoro e reso inaccessibile la casa, mettere al mondo un figlio è diventato un atto di eroismo finanziario ed emotivo insostenibile. Il crollo della natalità - con paesi come l'Italia e la Spagna scesi alla soglia drammatica di 1,2 figli per donna - non è semplicemente una crisi demografica passeggera: è l'inconscia e lucida compassione preventiva di una popolazione che si rifiuta di generare nuova materia prima da regalare alla macchina estrattiva.
I padroni del tecno-feudalesimo e i mercati finanziari hanno un bisogno disperato di carburante umano: necessitano di nuovi debitori da iscrivere a bilancio, nuovi utenti da profilare e nuovi precari da svalutare per garantire la continuità del gioco. La decisione collettiva e silenziosa di non riprodursi rappresenta l'unica sabbia capace di inceppare gli ingranaggi della macchina: un prosciugamento della risorsa primaria contro cui nessun algoritmo e nessuna speculazione possono nulla.
V. L'autismo delle élite, il cannibalismo finale e la sottrazione
Rinchiusa nei propri bunker di lusso, la nuova oligarchia tenta di nascondere a sé stessa la realtà attraverso un manifesto "autismo sociale e tecnologico".
Tra convegni sull'intelligenza artificiale, transizioni ecologiche calate dall'alto, simulazioni digitali e persino l'illusione di sostituire la complessità delle relazioni umane con i robot o il silicone, l'élite coltiva la folle illusione di potersi affrancare dalle leggi elementari della biologia e della storia.
Si tratta di una vera e propria necrofilia culturale: la convinzione di poter governare un mondo iper-controllato, privo di imprevisti e svuotato dell'elemento umano reale. Ma la parabola è già segnata dalla matematica del sistema.
Un'architettura fondata sull'Iper-Yang, sulla prevaricazione e sul cannibalismo sistemico, una volta esaurita la base sociale da spremere per mancanza di materia prima, non smette di voler divorare: cambia semplicemente bersaglio. Senza più una massa da sottomettere, la spinta estrattiva costringerà i tecno-feudatari e i grandi monopolisti a volgere gli artigli verso i propri simili.
L'epilogo di questo modello sarà una guerra gladiatoria tra superstiti per il controllo di mercati ormai svuotati di valore reale, finché "ne resterà uno solo" ad auto-celebrarsi come padrone di un impero fatto di macchine, server e dati immersi nel silenzio.
In questo quadro di dissoluzione, la scelta della sottrazione cessa di essere una resa e si consacra come l'unico atto di razionale autodifesa, altruismo e dignità etica.
Sottrarsi non significa cercare una futile fuga geografica, né farsi arruolare nella violenza della piazza, che viene immancabilmente riassorbita o utilizzata dal potere per giustificare nuova repressione. Sottrarsi significa costruire una trincea interiore e privata, tracciando una soglia inviolabile attorno alla propria vita.
Significa spegnere il rumore di fondo della propaganda, rifiutare la performatività coatta e ridurre al minimo le proprie dipendenze dal circuito consumistico. Significa ricreare nel piccolo di pochi legami fidati quella solidarietà genuina che il mondo esterno ha cancellato, custodendo con ostinazione la propria serenità e la propria casa. Ma, sopra ogni cosa, significa preservare intatta la propria empatia e la propria lucidità intellettuale, rifiutando di farsi trasformare in un mostro per combattere altri mostri e negando qualsiasi adesione emotiva alla farsa dominante.
La sottrazione è la scelta di chi ha guardato l'ingranaggio, ne ha compreso la trappola e ha deciso semplicemente di non fare più da carburante. Guardare il crollo dall'esterno con spietata chiarezza, proteggendo ciò che ha davvero valore dentro il perimetro della propria vita, è l'ultima e più autentica forma di vittoria rimasta.
Pierluigi
07.09.2026
---
BrunoWald 14 settembre 2026
Benché l'articolo di Pierluigi sia nel complesso apprezzabile, faccio notare che il cosiddetto "sciopero biologico", lungi dal costituire un atto di resistenza al potere, costituisce la resa incondizionata all'elite transumanista, il cui obiettivo principale è appunto la denatalità, e in prospettiva la nostra sostanziale estinzione. Altro che "trincea interiore e privata".
L'unico atto realmente "rivoluzionario" nell'attuale contesto sarebbe quello di costituire una famiglia tradizionale, con numerosi figli, che si stacchi dalle logiche imperanti e persegua la massima autonomia possibile dai mercati finanziari e del tecnofeudalesimo in via di formazione. È per questo che cercano di impedircelo con ogni mezzo.