Uno impara a parlare per farsi capire: dinamiche dell’oppressione linguistica

Uno impara a parlare per farsi capire: dinamiche dell'oppressione linguistica
Symonds William Robert: La Principessa e il ranocchio

Di Luca V. per ComeDonChisciotte.org

Per capire che una risposta è sbagliata non occorre un’intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mente creativa.

Così si apre l’Arte del dubbio, un coinvolgente manualetto di Gianrico Carofiglio sulle tecniche di controesame del teste nel procedimento penale.

Nella cross-examination, sia l’accusa che la difesa possono porre a turno delle domande a cui il testimone deve rispondere, e in questo modo possono servirsi della sua conoscenza per tentare di costruire la propria linea argomentativa. Così nel processo penale, il materiale probatorio su cui si basa la sentenza non coincide mai direttamente con il puro racconto del testimone: egli non è chiamato in aula a fare delle dichiarazioni, bensì a rispondere a delle domande. Il risultato della deposizione, su cui si fonda la cosiddetta verità processuale, è il risultato della commistione tra la conoscenza del testimone e le domande che l’hanno indirizzata, filtrata, scomposta e ricomposta in un racconto a più voci.

L’arte del dubbio a cui Carofiglio ci ammaestra è il sottile gioco retorico, fatto di sfumature e di implicazioni nascoste, di trappole dialettiche e involontarie compromissioni, a cui avvocati e pubblici ministeri si sfidano ogni giorno nelle aule dei tribunali. Si tratta di un gioco altamente strategico, in cui le nude questioni di fatto escono gradatamente di scena e lasciano il posto, senza avvertire, a subdole e meschine questioni linguistiche.

Nella storia del diritto occidentale, l’esame incrociato è ritenuto una conquista dell’imputato a fronte dell’alternativo metodo inquisitorio, in cui le domande erano fatte direttamente dal potere giudiziario. Chi decide le domande, generalmente possiede il controllo sul tenore delle risposte, ne stabilisce impercettibilmente i limiti linguistici. Scartarsi mentalmente da una domanda ben posta richiede non soltanto una grande concentrazione e padronanza di sé, ma anche l’approfondita conoscenza del linguaggio utilizzato, in modo da poterlo padroneggiare a propria volta. Chi controlla il linguaggio, tiene facilmente in scacco tutti coloro che lo utilizzano.

Le nazioni più vecchie avranno il privilegio di aiutare quelle più giovani a incamminarsi sulla via dell’industrializzazione. … Man mano che le loro masse impareranno a leggere e a scrivere, man mano che diventeranno meccanismi produttivi, il loro livello di vita salirà di due o tre volte.”

È sempre importante tenere a mente lo stretto collegamento esistente tra cultura e linguaggio, e al tempo stesso bisogna considerare sempre con una certa scrupolosa diffidenza il rapporto intercorrente tra linguaggio e realtà. In questa citazione del 1943, il vicepresidente americano Henry A. Wallace descrive la globalizzazione come una colonizzazione innanzitutto culturale. Ciò che deve essere esportato è sì l’industrializzazione, affinché le masse divengano meccanismi produttivi, ma perché ciò sia possibile è innanzitutto necessario che esse imparino a leggere e a scrivere.

È interessante notare in che modo il discorso del politico interpreti la realtà e la traduca per il pubblico secondo l’interesse di chi lo pronuncia: le nazioni più vecchie non sono le civiltà millenarie recentemente soggiogate e spartite, bensì le potenze occidentali colonizzatrici, macchine puramente speculative spogliate di ogni riferimento alla tradizione del passato. Il selvaggio deve essere alfabetizzato, e in questo modo il suo livello di vita salirà di due o tre volte.

L’alfabetizzazione è un requisito essenziale per inserirsi nella società industriale: e l’inserimento sarà totale e irreversibile, soprattutto se nel linguaggio insegnato il concetto di livello di vita sottintende gli standard della società dei consumi. Imparando un nuovo linguaggio, è come se queste persone si fossero abbeverate al Lete.

Nell’Illusione dell’alfabetismo, Coomaraswamy ci racconta degli antichi contadini di Ceylon che “parlavano con eleganza ed erano pieni di belle maniere”, delle ricchezze perdute degli “incompresi e cosiddetti analfabeti montanari della Scozia”, della prodigiosa memoria degli indiani, le cui “pagine di carne del cuore sono spesso più degne di fiducia che quelle di corteccia di betulla”, e mette in dubbio che la cultura dell’occidentale scolarizzato e lettore sia superiore a quella di questi popoli. Eppure, Simone Weil segnala che nella storia dell’uomo tutto ciò che è bello e delicato è destinato a essere distrutto da ciò che è più rozzo e più forte, in un processo di progressiva degradazione e oblio. È sempre del 1943 il discorso di Winston Churchill ad Harvard: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Certamente, la colonizzazione culturale delle nostre terre è innanzitutto una colonizzazione linguistica. Il potere anglofono impone un sistema diglossico, nel quale la lingua istituzionale tende a essere l’inglese, che si insinua nelle scuole e nelle università come lingua di insegnamento, non più solo come lingua insegnata, entra nei testi di legge, si impone come lingua ufficiale della ricerca accademica. Ma non solo: parallelamente allo spodestamento istituzionale, la lingua locale è corrosa dalla crescente dilalia, ossia dal naturale passaggio del parlato dalla lingua inferiore a quella superiore. Il colonizzato si sente al passo coi tempi quando utilizza una parola inglese, quando addirittura adatta la propria lingua alle più semplici strutture sintattiche inglesi, con effetti suggestivi ed emulativi: ma la struttura sintattica è struttura mentale, la parola è concetto. Il processo di trasformazione è in atto. Molte delle parole inglesi che quotidianamente vengono utilizzate non hanno più un corrispettivo locale.

Nelle Alte Valli del Torre che scorrono tra i boschi friulani, questo processo è familiare: prima che la disincantata e concreta praticità dell’inglese insegnato nelle scuole cominciasse a degradare le musicali raffinatezze dell’italiano, e prima ancora che le musicali raffinatezze dell’italiano cominciassero a svelare e quindi dissolvere uno per uno tutti i segreti non detti conservati intatti per secoli come tesori nelle ruvide e terrose parole friulane, il friulano era in molte case la lingua istituzionale, quella per parlare con gli esterni, ed era l’oggi ormai quasi estinto po nasen la vera lingua del cuore. Di esso rimane qualche sparuto e caparbio parlante nei villaggi semideserti tra le ombre dei monti e un vocabolario disponibile on-line. Nelle vicende di questa matrioska linguistica, che riflette del resto il carattere dei suoi protagonisti, ogni movimento verso l’esterno ha previsto la perdita di qualcosa di interno. Perdere un linguaggio significa perdere un modo di essere umani.

Un giorno, andando per boschi in queste zone, ho trovato appesa a un albero una tipica ceramica fiorita che recava scritto: “Fevelait furlan, che al è onôr e no vergogne.” Se si è sentito il bisogno di scrivere che parlare la vera lingua del luogo è un onore, e non una vergogna, ciò è molto significativo: nelle scuole, il potere colonizzatore insegna sempre ai figli a vergognarsi dei propri genitori.

In ogni caso, l’oppressione esercitata attraverso il linguaggio non riguarda soltanto l’imposizione della lingua: essa viene esercitata anzi soprattutto all’interno di uno stesso contesto linguistico. La lingua infatti è ancora qualcosa di comunitario, mentre l’oppressione, solitamente studiata come oppressione ai danni di un gruppo, è però nella sua vera essenza qualcosa di individuale e isolante. Infatti chi opprime è il più forte, e chi è oppresso è il più debole, ma il più debole e indifeso di tutti è il singolo essere umano di fronte a tutti gli altri.

La lingua tramite cui si esprime il potere è sempre una lingua tecnica ed esoterica, nel senso che è conosciuta da pochi privilegiati. Se non la si conosce, se non si è esperti, come oggi si dice, non soltanto non è possibile esporre le proprie ragioni agli altri, ma nemmeno a se stessi: “come in tribunale un vagabondo accusato di aver preso una carota in un campo sta in piedi al cospetto del giudice che, comodamente seduto, sciorina con eleganza domande, commenti e battute, mentre l’altro non riesce neppure a balbettare”, scrive Simone Weil. Uno impara a parlare per farsi capire. Il linguaggio andrebbe appreso cioè non per conoscere la verità, ma per riuscire a esprimerla: come fece Menocchio, il mugnaio friulano di Montereale che aveva letto dieci libri e andò davanti alla cattedra dell’Inquisizione a dire che Dio era padrone di qualcosa che non aveva prodotto con le proprie mani, perché il Mondo era stato creato da angeli nati dalla terra come vermi dal formaggio.

Sarebbe facile fermarsi qui, ma il quadro ne risulterebbe gravemente distorto: rischierebbe di restare una fiaba. Una lingua infatti non è usata soltanto dal potere statale, ma da tutti, e a ogni livello. Ogni discussione animata ricalca almeno in parte l’arringa degli avvocati, e vince sempre chi sa parlare.

Ogni discorso ha un certo potere persuasivo su chi ascolta, il quale non dipende dalla verità insita nelle parole utilizzate ma dalla loro incontrovertibilità. Chi non ha parole altrettanto belle da utilizzare può facilmente, molto facilmente convincersi che la verità stia altrove da lui. Per sopravvivere, ciascuno viene chiamato ad affiliarsi a vari raggruppamenti ad ampiezza concentrica, ad adottare la loro lingua per non soccombere, ma nessuno utilizza la propria. In realtà l’essere umano, che teme la solitudine, è sottoposto dal giorno in cui viene in questo mondo a una pressione così violenta e spaventosa da convincersi a unirsi ed esercitare egli stesso quella violenza su se stesso. Questa è in tutta franchezza l’essenza terrificante dell’oppressione umana, l’ingiustizia massima, costantemente perpetrata dall’intera umanità su ciascun singolo: un’alienazione disperata da se stessi, a cui nessuno potrà mai venire in aiuto. Nessun esterno.

È vero che, come dice ancora Simone Weil, il Cristo è morto ammazzato come un criminale comune, perché quando parla la pura verità, essa è assolutamente irriconoscibile. Così come è vero che quando i prigionieri fuggiti dalla caverna rientrarono per portare agli altri la notizia, vennero considerati gente folle e molto pericolosa. In un mondo fatto di bugie, la lingua della verità è incomprensibile. Simone Weil ha anche riconosciuto che la verità, cioè la giustizia, è “un’eterna fuggiasca dal campo dei vincitori”, perché decide di posarsi immancabilmente sull’oppresso, sul più indifeso, sul criminale comune, e parla sempre per mezzo della sua voce muta. Quello che però la filosofa non ha avuto il tempo di scrivere da nessuna parte nella sua breve vita, prima di lasciarsi morire di stenti autoindotti, è dove si trovi l’oppresso.

Jung avverte che l’incontro con se stessi è un’esperienza estremamente sgradevole. Ci si vergogna di quello che si trova, e per questo di solito ci si nasconde a se stessi, ma la vergogna è sempre insegnata dal potere, e parla sempre la sua lingua. Ora, l’unico vero atto di giustizia, l’unico vero atto di ribellione, il più difficile e coraggioso di tutti, consiste nello schierarsi contro tutti proprio a difesa di questa creatura penosa, rivendicarne la dignità, e restituirle la voce. La giustizia di questo comportamento risiede nel fatto che colui al quale si rivolge l’orecchio è il più ingiusto, il più spiacevole, il più solo. Il notevole coraggio richiesto risiede nel fatto che si tratta di una ribellione radicale, totalmente illogica, che contraddice tutti i linguaggi esistenti e non può essere imparata su nessun libro. Nessuno scritto può essere davvero indicativo in proposito. Bisogna fare ciò che nessun altro farebbe mai, contro l’avviso di chiunque. È facile difendere ciò che può essere difeso: bisogna invece difendere l’indifendibile, ciò che non è amato da nessuno.

La mente che riesce a concepire questo progetto inaudito è l’unica a essere, come la chiama Carofiglio, propriamente una mente creativa. Se Hannah Arendt, nelle conclusioni di un libro come le Origini del totalitarismo, ha ritenuto di dover invocare la virtù germinativa della solitudine, il vero motivo deve essere questo.

Nel Labirinto del Fauno, durante la dittatura franchista, Ofelia si cala in profondità all’interno dell’albero malato perché un grosso rospo velenoso ha fatto il nido sotto alle sue radici. Infatti è proprio all’interno del ventre del rospo che è custodita la chiave preziosa, quella che serve per aprire la porta.

In Cent’anni di solitudine, Remedios la Bella, bellissima e immune a ogni forma di convenzione, viene assunta al cielo anima e corpo e si porta dietro anche le lenzuola di Fernanda.

Non è possibile pensare di poter agire bene in questo mondo, né sperare di poter essere felici, se non si comincia dal principio.

Di Luca V. per ComeDonChisciotte.org

08.02.2024

Commenti (24)

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Mostra commenti 24 caricati
    1. Brule 15 febbraio 2024

      E' un articolo importante questo.
      Soprattutto di questi tempi e dopo quello che è successo.
      Mi sono chiesto: ma se non conosco il nome di una cosa, la posso pensare?
      Ovvero, non è che il linguaggio ad un certo punto plasmi anche altre facoltà?
      Sono bestia eh, questi sono temi al di là della mia portata, ma una delle cose che mi hanno colpito ultimamente è come la favella, l'eloquio di personaggi come Carofiglio, o altri tecnici, tenda a costruire un recinto, attraverso il quale si provi a negare l'esistenza di quello che c'è fuori.
      Non solo la sagacia argomentativa quindi, con cui vincere il dibattito, ma anche un confine tra cosmo e caos, con il quale si provi a dire che fuori dal cosmo, non c'è niente.
      Non è solo: oltre il confine c'è il caos una realtà non organizzata, o non organizzata a modo e consumi nostri; ma proprio dire, oltre non c'è niente, è inutile che mordiate le sbarre.

    1. paulbressac 14 febbraio 2024

      "se non si comincia dal principio". Ma è possibile "un principio"? No esiste sempre necessariamente qualcosa prima? O si crede che qualcosa possa iniziare dal niente?
      grazie per l'attenzione

    2. Emilio_ 14 febbraio 2024

      Come si può dire di avere creato, se non partendo dal vuoto?

    3. Nonso 14 febbraio 2024

      Certo, altrimenti stiamo banalmente trasformando.

    4. paulbressac 14 febbraio 2024

      insomma non c'era niente poi improvvisamente è apparso qualcosa? Come è possibile?

    5. REmaggiore 14 febbraio 2024

      Deve trattarsi di magia, oppure roba aliena

    1. Primadellesabbie 14 febbraio 2024

      Oppressione linguistica?

      Una lingua franca è sempre esistita.

      Non confondiamo le varie manifestazioni di volontaria rinuncia e di impoverimento culturale (opportuno ridimensionamento delle insostenibili pretese culturali?) con una fantasiosa oppressione linguistica.

      PS - I tentativi di adattare i dialetti alle esigenze della comunicazione contemporanea, magari inventando i vocaboli indispensabili di cui non dispongono, o di proporli al di fuori del contesto famigliare e amicale, dove svolgono un ruolo prezioso e insostituibile di custodi delle forme originali di sentimenti e emozioni proprie dei luoghi in cui sono diffusi, sono improvvisazioni che rendono evidente l'impoverimento culturale in atto.

    1. Stefanovic 13 febbraio 2024

      Mi spiegate perché i miei commenti sul forum restano giorni in attesa di moderazione?

    2. alessandroparenti 13 febbraio 2024

      Perchè con quel nome o sei un Serbo, o una spia di Putin.

    3. CptHook 14 febbraio 2024

      Non so aiutarti senza dati precisi; in effetti stiamo lavorando sul tema della moderazione ed è possibile che ci sia qualche rallentamento.
      Se vuoi, per favore invia qualche esempio a [email protected]
      Grazie.

    4. CptHook 14 febbraio 2024

      E che ti hanno fatto i serbi? 🧐

    5. alessandroparenti 14 febbraio 2024

      Sono cattivi come Russi o Bielorussi! Non leggi i giornali? Ma dove vivi? Su un'isola? Cribbio!

    6. CptHook 14 febbraio 2024

      C'ho messo un attimo..., in effetti vivere su un'isola non fa tanto bene al cervello...
      :-)))
      E, sì, confesso, non leggo i giornali..., per il bene del mio stomaco...

    1. IlContadino 13 febbraio 2024

      Ho letto il pezzo volentieri, un po' di giroingiro con le parole, ma comunque gradevole.
      Mi ha fatto sorgere un pensiero, provo a condividerlo.
      A molte persone che conosco, sottoscritto compreso, dire: "sei come tuo padre", suona un po' come un insulto.
      Ci sto pensando proprio ora, credo di poter dire che la maggioranza delle persone che conosco lo riterrebbe tale, un insulto appunto.
      Non so perché mi sia nato questo pensiero, forse perché ho letto che: nelle scuole, il potere colonizzatore insegna sempre ai figli a vergognarsi dei propri genitori.
      Ci vergogniamo dei nostri genitori perché ci viene insegnato o perché sono vergognosi?
      Non saprei, forse le due cose insieme, forse no.
      Sentirsi radicati, talvolta, non è affatto facile.
      Forse anche i miei figli da grandi si vergogneranno di me, chissà. Chissà a cosa si sentiranno radicati? Il dialetto lo capiscono ma non lo parlano, talvolta mi chiedono di parlare loro in dialetto, ne sono incuriositi, forse avvertono in sé che una parte di loro viene da lì, dal dialetto.
      Ho fatto un po' di giroingiro anch'io, mi sa, vabbè.

    2. CptHook 13 febbraio 2024

      Sul dialetto faccio un po' di giroingiro anche io..., tutta la famiglia napoletana, borghesia meridionale tipica, a casa mia i nostri genitori fecero in modo che si parlasse italiano e non napoletano.
      Intorno ai miei 10 anni mio padre fu trasferito a Firenze (1960) e, paradossalmente, circa 5 anni dopo conobbi un amico ischitano di mia madre, fine dicitore di poesia napoletana ed appassionato cultore della canzone napoletana.
      Ascoltandolo recitare ritrovai nella mente quella certa quasi musicalità del dialetto diciamo pure "colto" e, lentamente, con una certa fatica sulle sfumature, divenne la mia seconda lingua.
      Chi mi conosce ritrova spesso in me il fiorentino, difficilmente il napoletano e, purtroppo, dopo quasi 40 anni a Roma e nel Lazio, il mio parlare è decisamente influenzato dal "romanaccio", versione popolare del colto "romanesco" di Trilussa.
      Altri soggiorni in Italia mi hanno fatto imparare altri dialetti, che ancora riscopro quando mi sposto da una parte all'altra della penisola e utilizzo in maniera che mi consente un certo mimetismo, e questo mi fa venire in mente una notazione da Per chi suona la campana, quando Hemingway dice del protagonista che, appunto, aveva appreso vari dialetti spagnoli, cosa che gli consentiva di mettere sempre a suo agio, lui straniero, i suoi interlocutori locali.
      Per me il dialetto, i dialetti sono archivi di culture che non dovremmo dimenticare e, in questo senso, condivido pienamente la citazione friulana.

    3. CptHook 13 febbraio 2024

      Per il resto, sapete come la penso, a lingua italiana è per me la più bella ed espressiva del mondo e la difenderò sempre, per quanto possibile, da qualsiasi contaminazione anglofona, come penso si possa dedurre dalle mie traduzioni.
      In questo senso un applauso a francesi e spagnoli per essere molto più puntuali nel "localizzare" un certo gergo anglo...

    4. IlContadino 13 febbraio 2024

      Ho un amico friulano, poco più che trentenne, insegnante.
      Non parla friulano, lo capisce. Dice però che quando sua nonna, che parla solo friulano, si esprime alla svelta, lui non riesce ad afferrare tutte le parole, qualcosa gli sfugge.
      I dialetti, che poi sono lingue, vanno scemando, piano piano. Mi prende un po' di malinconia mentre lo scrivo.

    5. CptHook 13 febbraio 2024

      Per fortuna, a quanto posso giudicare, il napoletano si salva ancora, però io parlo di quello cittadino..., molti anni fa, mi pare nel 2009, ci capitò un lavoro addirittura da Hollywood, la revisione dei sottotitoli di "Gomorra" (aaarrrggghhh!!! avevo giurato che non avrei mai visto quel film).
      Bene, lo abbiamo dovuto vedere oltre 10 volte, perché io di quel dialetto lì capivo una beneamata...

    6. alessandroparenti 13 febbraio 2024

      Perrito caliente è uno dei tanti loro capolavori(degli Spagnoli).

    7. alessandroparenti 13 febbraio 2024

      Saviano sarà certo un venduto, ma il libro, e anche il film, sono belli.

    8. CptHook 14 febbraio 2024

      Ti dirò, nel caso di quel libro, film e serie, ho rimpianto che non esista più la censura: personalmente non avrei mai permesso che uscissero, sono una pubblicità di quell'ambiente che non era assolutamente necessaria.
      Già senza loro troppi giovani idioti credono che quella feccia sia composta di eroi.

    9. alessandroparenti 14 febbraio 2024

      La serie non la conosco, ma film e libro non mi hanno lasciato l'impressione di rendere eroici i mafiosi, mi parevano gentaglia e spesso dei disgraziati che finivano male. E anche gli attori, in buona parte azzeccati.

    1. pippo123 13 febbraio 2024

      Per capire che una risposta è sbagliata non occorre un’intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mente creativa.
      .
      DAVVERO?
      .
      Chissà perchè tutte le volte che ho visto carofiglio dalla gruber trovavo tutte le sue locuzioni delle cazzate...sia le domande che le risposte...che io sia un genio?

    2. alessandroparenti 13 febbraio 2024

      Quindi quando Marzullo diceva "Fatti una domanda e datti una risposta", era per non correre questi rischi, il volpone:

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