DI Pers per ComeDonChisciotte.org
In un mondo che, dopo le due guerre devastanti del XX secolo, si è organizzato con la speranza di stabilire un ordine fondato sul diritto, sul dialogo e sul multilateralismo, porre la domanda sulla «necessità della guerra» contro qualsiasi Paese - compreso l'Iran - è di per sé una questione fondamentale e critica. Nell'ordinamento del diritto internazionale contemporaneo, fondato sul divieto del ricorso alla forza, è davvero possibile attribuire una qualche necessità alla guerra? Questa domanda ci invita a rileggere principi che, dopo le catastrofi storiche, sono stati accettati come un patto globale?
1. Necessità di rispettare la sovranità nazionale degli Stati
La sovranità nazionale è il pilastro del sistema internazionale moderno. Dalla pace di Westfalia all'adozione della Carta delle Nazioni Unite, gli Stati sono stati riconosciuti come unità uguali e indipendenti. Nel testo della Carta delle Nazioni Unite è esplicitato il principio del divieto di minaccia o uso della forza e del rispetto dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica degli Stati. La guerra, prima ancora di essere un evento militare, rappresenta una frattura in queste fondamenta: la negazione dell'uguaglianza giuridica degli Stati e l'indebolimento di un ordine basato su regole.
L'Iran, in questo quadro, come qualsiasi altro Paese, gode del diritto alla sovranità .. Qualsiasi azione militare al di fuori dei meccanismi previsti dal diritto internazionale - in particolare senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - non comporta solo un conflitto giuridico, ma anche una conseguenza normativa: la normalizzazione della violazione di regole che sono garanti della stabilità globale.
2. Non intervento negli affari interni e indipendenza politica
Il principio di non intervento è complementare a quello di sovranità. Gli Stati possono avere divergenze in ambito ideologico, politico o sui diritti umani; tuttavia, il dissenso non costituisce un'autorizzazione all'intervento militare. Le esperienze storiche hanno dimostrato che i cambiamenti imposti dall'esterno portano spesso a instabilità duratura, vuoti di potere e cicli di violenza.
L'indipendenza politica degli Stati non significa isolamento, ma diritto di scegliere il proprio percorso di sviluppo e il proprio sistema di governance. Se ogni potenza potesse determinare il destino degli altri ricorrendo alla superiorità militare, l'ordine internazionale si trasformerebbe in un'arena di conflitto permanente.
3. Conseguenze della guerra: Regione e vite umane
La guerra non resta confinata entro i confini nazionali. L'Iran si trova nel cuore del Medio Oriente e vicino a vie d'acqua strategiche. Qualsiasi conflitto militare avrebbe una portata regionale: dall'instabilità nei Paesi vicini alle interruzioni delle rotte energetiche e del commercio globale.
Dal punto di vista umano, i costi della guerra vanno oltre i calcoli geopolitici: vite perdute, sfollamenti, distruzione delle infrastrutture, erosione del capitale sociale e una generazione che cresce con ferite psicologiche. I danni finanziari - su scala nazionale e globale - gravano sui popoli per decenni. Inoltre, la diffusione della violenza, del radicalismo e della sfiducia crea un ambiente in cui il dialogo lascia il posto al confronto.
4. Interruzione della cooperazione e delle relazioni economiche
L'economia globale è una rete interconnessa. L'Iran, con la sua posizione geopolitica particolare e l'accesso a ricche risorse di petrolio e gas, svolge un ruolo innegabile negli equilibri energetici. Qualsiasi guerra provocherebbe turbolenze non solo nell'economia nazionale iraniana, ma anche nei mercati globali dell'energia, nel trasporto marittimo e negli investimenti regionali. L'esperienza ha dimostrato che sanzioni e conflitti spesso portano all'aumento dei prezzi dell'energia, alla riduzione della crescita economica e a un aumento dell'incertezza nei mercati globali.
5. Posizione geopolitica dell'Iran e risorse energetiche
L'Iran si trova al crocevia tra Asia centrale, Medio Oriente e subcontinente indiano e domina passaggi strategici come lo Stretto di Hormuz, una via d'acqua attraverso cui transita una parte significativa dell'energia mondiale. Il possesso di enormi riserve di petrolio e gas ha reso questo Paese un attore importante nella sicurezza energetica globale. Qualsiasi conflitto in questa area non sarebbe semplicemente una disputa bilaterale, ma avrebbe conseguenze globali e a più livelli.
6. Radici delle tensioni tra Stati Uniti d'America e Iran
Le relazioni tra gli Stati Uniti e l'Iran hanno una storia complessa e altalenante: dagli sviluppi politici della metà del XX secolo (il sostegno statunitense al colpo di Stato contro il governo eletto iraniano) alla crisi degli ostaggi dell'ambasciata americana, dalle controversie sul programma nucleare a una rete di sanzioni economiche e rivalità regionali. La sfiducia reciproca, narrazioni contrastanti sulla sicurezza e sugli interessi nazionali e la sovrapposizione di conflitti regionali hanno alimentato queste tensioni.
Tuttavia, la storia ha dimostrato che anche le ostilità più profonde possono essere gestite alla luce della diplomazia e di accordi graduali. L'esperienza degli accordi nucleari e dei negoziati multilaterali - sebbene fragili - ha mostrato che il percorso negoziale, pur difficile, è possibile.
7. Politica, diplomazia e alternativa alla guerra
In definitiva, la domanda sulla «necessità della guerra» indica più l'assenza di necessità che una reale esigenza. In un mondo in cui esistono diversi strumenti diplomatici, economici e giuridici per gestire le controversie, il ricorso alla guerra non è la prima opzione, ma l'ultima e più emergenziale - e solo in condizioni di legittima difesa e minaccia immediata.
La diplomazia è l'arte di trasformare il confronto in interazione. Dialogo, mediazione, meccanismi di costruzione della fiducia, accordi graduali e cooperazioni regionali sono tutti strumenti che possono sostituire la logica binaria della guerra. La pace non è il prodotto dell'ingenuità, ma il risultato di una razionalità che riconosce i costi della guerra e pone l'accento sulla dignità umana e sulla stabilità duratura.
8. Capacità militari dell'Iran e logica della deterrenza
Negli ultimi decenni, soprattutto sotto la pressione di sanzioni e limitazioni agli armamenti, l'Iran ha perseguito una strategia basata sull'autosufficienza difensiva. Lo sviluppo di capacità missilistiche, droni, sistemi di difesa e capacità navali asimmetriche è considerato parte della dottrina di deterrenza del Paese. Queste capacità - indipendentemente dai giudizi politici su di esse - svolgono un ruolo determinante nei calcoli strategici di qualsiasi potenza che consideri l'opzione militare.
La logica della deterrenza si basa sul principio che il costo di un attacco debba superare i potenziali benefici. In questo quadro, qualsiasi azione militare contro l'Iran probabilmente incontrerebbe una risposta reciproca, che potrebbe ampliare il conflitto da uno scontro limitato a una crisi regionale. In altre parole, la guerra in questa area potrebbe essere iniziata da un attore, ma non necessariamente conclusa alle sue condizioni.
9. Esperienze recenti e limiti nel raggiungimento degli obiettivi militari
Nelle analisi regionali, alcuni fanno riferimento a esperienze di scontri limitati e temporanei tra gli Stati Uniti, Israele e attori allineati con l'Iran, sostenendo che anche confronti a breve termine non hanno portato al pieno raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Questa interpretazione - indipendentemente dalle diverse narrazioni delle parti - indica che la sicurezza regionale è un quadro che presenta complessità che difficilmente possono essere trasformate da operazioni rapide e limitate.
I recenti scontri di breve durata nella regione, in particolare quelli definiti «guerre limitate di pochi giorni», come attacchi e operazioni militari dirette attribuite a Israele e agli Stati Uniti nel giugno 2025 contro l'Iran, hanno mostrato che la superiorità tecnologica o militare non porta necessariamente a risultati politici duraturi. Anche le esperienze storiche dimostrano che gli obiettivi militari, se non sostenuti da una soluzione politica, tendono a logorarsi nel lungo periodo.
10. Rischio di ampliamento della risposta
Attraverso una rete di legami politici e di sicurezza nella regione, l'Iran gode di una profondità strategica. In caso di una guerra su larga scala, aumenterebbe la probabilità di estensione della crisi ad altre parti del Medio Oriente, con possibili ripercussioni sugli equilibri della sicurezza energetica, sulle rotte marittime e sulla stabilità dei Paesi vicini. Uno scenario simile sarebbe costoso non solo per le parti coinvolte, ma anche per l'economia globale.
11. L'apertura dell'Iran al dialogo e l'esperienza del Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) L'Iran ha sottolineato in diverse fasi la propria disponibilità al dialogo e alla risoluzione delle controversie attraverso la via diplomatica. Un esempio evidente è la partecipazione attiva ai negoziati che hanno portato all'accordo nucleare del 2015, noto come JCPOA; un accordo multilaterale nato con l'obiettivo di dissipare le preoccupazioni nucleari e normalizzare le relazioni economiche.
Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti d'America da questo accordo nel 2018, l'Iran - secondo i rapporti degli organismi internazionali di monitoraggio nel periodo successivo al ritiro statunitense -per un anno ha mantenuto i propri impegni e ha dichiarato che, in caso di ritorno di tutte le parti ai rispettivi obblighi, sarebbe pronto a tornare pienamente al quadro dell'accordo. Questo approccio, dal punto di vista dei sostenitori della diplomazia, è considerato un segnale della preferenza per il negoziato rispetto al confronto militare.
Negli ultimi anni, l'Iran ha inoltre dichiarato più volte di non respingere il principio del dialogo, a condizione che sia basato sul rispetto reciproco, sulla revoca delle sanzioni e sulla garanzia dell'attuazione degli impegni. In tale contesto, la domanda dei critici è su quale base razionale o giuridica si fondino le ripetute minacce militari, nonostante la dichiarata disponibilità al negoziato.
12. La minaccia militare e le contraddizioni con la Carta delle Nazioni Unite
Secondo la Carta delle Nazioni Unite, non solo il ricorso alla forza, ma anche la "minaccia dell'uso della forza" contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica degli Stati è considerata proibita. Pertanto, anche un linguaggio minaccioso può essere interpretato come in contrasto con lo spirito del diritto internazionale - salvo nei casi di legittima difesa o con autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.
Se le soluzioni diplomatiche restano sul tavolo e vi è la possibilità di monitoraggio e accordo, il ricorso al linguaggio militare, più che indicare una necessità, rifletterebbe la prevalenza della logica della pressione su quella del dialogo. Da questa prospettiva, i critici delle politiche ostili ritengono che la prosecuzione delle minacce non solo non contribuisca alla risoluzione delle controversie, ma accuisca il clima di sfiducia e renda più difficile il percorso che porta al compromesso.
13. La responsabilità di politici, analisti e dell'opinione pubblica Nelle società democratiche, la politica estera non è soltanto il prodotto della volontà dei governi; essa si forma anche sotto l'influenza dei media, dei think tank, delle élite e dell'opinione pubblica. Se la guerra viene considerata costosa e priva di necessità giuridica e razionale, ci si aspetta che politici, analisti e cittadini, attraverso richieste e prese di posizione responsabili, insistano sulla priorità della diplomazia.
La pressione dell'opinione pubblica e delle istituzioni civili può spingere i governi a rivedere politiche che generano tensioni. La storia contemporanea ha mostrato che proteste civili, campagne pacifiste e critiche degli esperti hanno talvolta influenzato decisioni orientate alla guerra. In questo quadro, la richiesta di evitare politiche ostili e di tornare al tavolo negoziale non è segno di debolezza, ma manifestazione di razionalità politica e rispetto delle regole internazionali.
Conclusioni La Repubblica Islamica dell'Iran nelle ultime settimane ha più volte dichiarato la propria seria disponibilità a interagire e dialogare con la controparte con l'obiettivo di raggiungere una soluzione diplomatica. Questo approccio è stato dimostrato anche dal comportamento passato dell'Iran e l'esperienza dell'accordo precedente ha mostrato che, nonostante le divergenze, è possibile giungere a una soluzione equilibrata e giusta, conforme ai principi del diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite tra quelli sopra menzionati. Alla luce di tale contesto, proporre l'opzione della guerra o iterare minacce militari costituisce una dinamica illogica, illegale e inaccettabile, che comporterà costi e conseguenze per tutte le parti.
DI Pers per ComeDonChisciotte.org
27.02.2026
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