Una cascina nel bosco: quando mollare tutto non è più un sogno

Dal desiderio collettivo al coraggio di chi, come nel video del canale The Pillow, ha scelto di farlo davvero.

Una cascina nel bosco: quando mollare tutto non è più un sogno

di Valentina Bennati
comedonchisciotte.org

Quanti di noi, almeno una volta, hanno sognato di mollare tutto? Spengere il cellulare, dimenticare il traffico, lasciare dietro alle spalle il caos di una città che divora tempo e relazioni.
È un pensiero attraente che torna ad affacciarsi alla mente nei momenti di sfinimento, quando diventa urgente immaginarsi altrove, magari in un casolare sperduto nei pressi di un bosco a contare i giorni, non più scanditi da notifiche e scadenze, ma dalle stagioni.
Che meraviglia!

Il richiamo di una vita in mezzo alla natura è sempre forte perché le nostre radici non crescono nel cemento. È anche potente perché ribalta le gerarchie. Eliminati capi e obiettivi da raggiungere, ci sono solo il sole a dettare i tempi e la pioggia, che decide che oggi si aspetta, invece di seminare.
È un ritorno a qualcosa che ci appartiene da sempre, ma che abbiamo dimenticato, sedotti da comodità che poi si sono trasformate in catene.
E, dunque, può essere un modo per riconquistare la libertà e riscoprire un'esistenza più autentica.

È, però, anche una scelta faticosa che pochi hanno il coraggio di compiere davvero, perché lasciare tutto e ricominciare da capo a contatto con la terra significa sudore e pazienza, significa imparare tanti nuovi mestieri. Ad esempio, quello del contadino, dell'allevatore, del muratore, del fornaio, dell'erborista.
Non è un'evasione romantica, ma un vero e proprio salto che non tutti possono e vogliono fare, dal momento che ci mette davanti a tante incertezze e a tutta la nostra fragilità.

Eppure, c'è chi lo fa. C'è chi osa trasformare un sogno collettivo in una vita concreta con tutto il sudore e la bellezza che comporta.
Lo mostra questo VIDEO, pubblicato circa due mesi fa sul canale The Pillow, che racconta di due giovani che hanno deciso di trasferirsi in una cascina abbandonata da mezzo secolo nel cuore del bosco. Mi sono emozionata nel guardarlo e ho pensato che sarebbe stato bello condividerlo.

Forse non tutti troveremmo la nostra felicità in una cascina sperduta in mezzo alla natura, ma la storia di questi ragazzi solleva una domanda scomoda: quanto della nostra vita è davvero nostra?
Magari non serve un casolare tra gli alberi per trovare la risposta, basterebbe imparare a disinnescare anche solo un poco l'ingranaggio che quotidianamente ci risucchia.
Basterebbe rallentare. Scegliere cosa lasciare, cosa salvare, cosa cambiare.
Trovando più equilibrio nelle scelte quotidiane.
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Valentina Bennati
ComeDonChisciotte.Org

Commenti (9)

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Mostra commenti 9 caricati
    1. uomospeciale 25 settembre 2025

      Nelle città ormai si vive così male che ci vorrebbe uno stipendio extra solo come risarcimento per doverci vivere.

    1. Ligeti 16 settembre 2025

      Sfugge un punto importante: questi hanno 20 anni. A 20 anni cosa molli? E' l'età perfetta per un'esperienza di questo tipo, se poi dopo due o tre anni non va hai ancora tutto il tempo per provare un'altra strada. Molto più difficile quando inizi ad averne 30-40 e magari l'unica cosa a cui pensare non sei più solo te stesso.

    1. fuffolo 11 settembre 2025

      Trenta anni sono passati da quando sono tornato a vivere fuori città. I figli ora gestiscono un forno, pane, pizza e dolci, con mia moglie che prima faceva l'orto e vendeva le verdure al mercato. E' pieno di possibilità ed occasioni, lo spazio non manca, ma pochi si muovono per i soliti pretestuosi motivi

    1. absitiniuriaverbis 11 settembre 2025

      Scrivi 'trovando più equilibrio nelle scelte quotidiane'.

      È il tuo 'piu'' che, pur ritenendo di capire cosa intendi, mi lascia perplesso.
      Da 'diversamente giovane' marinaio ti ricordo che una barca a vela estremamente stabile è condannata a non virare prontamente quando serve farlo.
      L'equilibrio stesso è un fine ed un mezzo, un concetto dinamico e non statico. Un'oscillazione perpetua tra il mezzo ed il fine.

      Infatti, qualsiasi movimento verso qualsiasi direzione comporta provocare necessariamente uno squilibrio iniziale.

      Raggiungere l'equilibrio (il fine) lo trasforma immediatamente in un mezzo per qualcos'altro. Una volta raggiunto l'equilibrio, per esempio, tra lavoro e vita privata (l'obiettivo finale), quello stato di equilibrio diventa il mezzo che ci consente di essere più sereni al lavoro e a casa.
      Un mezzo richiede un adattamento costante. L'equilibrio del ciclista (il mezzo) non è una singola azione, ma una serie continua di microcorrezioni. Questo vale per tutti i sistemi complessi: economici, ecologici o personali.
      Mantenere l'equilibrio è un processo attivo, non uno stato passivo.

      L'equilibrio è un principio fondamentale dei sistemi, è un processo dinamico che richiede negoziazione e adattamento costanti.

      Pertanto, non è una scelta binaria. Il suo valore risiede nella sua duplice natura, e capire quando considerarlo un obiettivo e quando utilizzarlo come uno strumento è segno di saggezza.

    1. Sic 10 settembre 2025

      Quando non è un sogno è un bisogno

    1. Dario Lampa 10 settembre 2025

      Più che giusto...

    1. ailavioni 10 settembre 2025

      La casetta isolata nel bosco .
      Abbandonare le serate con gli amici, che se va bene, ti verranno a trovare rarissimamente, in inverno forse mai, perchè la casa nel bosco è freschetta e umida, abituati come sono agli appartamenti di città.
      Abbandonare lo spritz, perchè i bar non sono vicini.
      Non andare in vacanza perchè altrimenti invece degli ortaggi nell' orto, ci troverai la gramigna che cresce più veloce degli ortaggi e li soffoca se non la strappi quasi tutti i giorni.
      Lavorare ben oltre le otto ore che faresti in ufficio/fabbrica.
      Ma il problema grosso saranno i figli che non avranno amichetti per giocare. Uno dei genitori sarà impegnato a portarli a scuola e ad andare a riprenderli. E se saranno troppo isolati forse qualche assistente sociale troppo attivo e intelligente (?) potrebbe giudicare che quella vita non fa per loro, e sia meglio assegnarli a qualche coppia di pedofili.
      Tanta gente in Italia vive paeselli in campagna, ma solo qualche vecchio è rimasto a vivere in condizioni pur così belle, ma così estreme.

    2. lysmata 11 settembre 2025

      Mica devi andare a vivere per forza su una cima delle Dolomiti per toglierti la città di dosso. Noi che da bambini siamo cresciuti in un paesello siamo sopravvissuti anche senza la metropolitana, sai...
      E in quanto agli amici, lascia fare che piuttosto dovrai trovare il modo di non averceli sempre in mezzo. Capirai, agroturismo aggratisse.
      Le otto ore boh, forse lí ti do ragione. Ma c'é lavoro e lavoro. Sempre meglio che farsi venire la gobba davanti a un pc sotto la luce neón, sotto le direttive di un emérito cazz0ne. Ma de gustibus..
      Lo Spritz te lo fai quando ti pare senza pagarlo 8 euro, e quel che ti risparmi te lo spendi in vacanze. L'orto la gramigna non la teme, Vai tranquillo.
      Ma si tratta sempre di gabbie mentali, dopotutto. E ognuno sfondi la gabbia quando vuole.

    3. oliver 11 settembre 2025

      Da 30 anni in una metropoli all’aldilà del confine nord vivo ora da 25 anni in un paesotto di 700 abitanti in collina, in mezzo a boschi e prati, con una trattoria, un cimitero e 2 chiese oltre a un campo sportivo e 1 asilo, 2 allevatori (bio) di mucche e un paio di coltivatori/contadini. A 8 km ci sono 2 discount 1 supermercato e una drogheria, scuole elementare e medie. A 5 km c‘e una banca, il comune, 2 parrucchieri, una farmacia, una gelateria, 2 trattorie e 2 ambulatori, 1 piscina. Una macchina, una bicicletta, 1 mbike e autobus frequenti assicurano gli spostamenti.
      il capoluogo della regione é a ca 50 km e il capoluogo di provincia è a 24 km.
      la mia scelta si é rivelata fortunata.

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