Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra

Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra
Famiglie palestinesi vanno a prendere l'acqua a Gaza. (Foto: Shaimaa Eid, The Palestine Chronicle)

Pensavo di sapere cosa fosse la sofferenza, finché non l’ho vissuta davvero.

Quello che ho scoperto era diverso, strano e doloroso.

Com’è curioso il dolore. Nonostante la sua amarezza, nonostante il nostro desiderio di starne lontani quanto l’oriente è lontano dall’occidente, quando arriva c’è in esso una certa dolcezza.

Sì, dolcezza.

Per molto tempo ho creduto che la dolcezza risiedesse solo nel ricordo del dolore dopo che era passato e svanito. Ma Gaza è un luogo strano in questo mondo. Niente le assomiglia. È un frammento di questa terra dove ogni contraddizione coesiste sotto lo stesso cielo.

Sì, ho provato una strana dolcezza il giorno in cui sono stato ferito, il giorno in cui ho visto la morte e il giorno in cui le sono sopravvissuto.

Non riesco a spiegare appieno come il dolore sia diventato qualcosa che potevo quasi assaporare. Eppure cerco faticosamente di comprenderlo. La guerra — e tutta la sofferenza che ha inflitto al mio popolo, sofferenza di cui sono stato testimone nei suoi dettagli più nitidi e devastanti, proprio come lo stesso Handala — mi ha spinto, senza che me ne rendessi conto, a desiderare di capire cosa significhi veramente il dolore autentico. Assaporare l’amarezza. Sperimentare quel tipo di sofferenza genuina, non quella che spesso ci convinciamo di sopportare.

Credo che una persona non possa cogliere appieno la verità di qualcosa finché non ne incontra la forma più estrema. Così è con la guerra.

Maledetta sia la guerra. Quanto la odio. Quanto odio il fatto che sia accaduta e che non possa essere cancellata.

Eppure, non posso negare un nascosto sentimento di gratitudine nei suoi confronti per il segno che ha lasciato su di me — un segno che non dimenticherò mai.

Non è forse un paradosso?

È il 7 ottobre — il terzo anniversario del 7 ottobre. È stata una giornata difficile per la mia città natale, Al-Qarara, una città ormai svuotata dei suoi abitanti.

Mi sto recando lì perché ho un disperato bisogno di un fusto d'acqua conservato a casa di mia zia. Alla periferia della città, uno dei miei vicini mi consiglia di non andare oltre.

«È il 7 ottobre», mi dice. «Non è un giorno come gli altri».

Ma sono determinato.

Ho paura, sono esausto e sono tentato dall’idea di tornare alla mia tenda e riposarmi. Eppure temo qualcos’altro ancora di più: che in seguito mi sentirei in colpa per aver agito da codardo. Così scelgo il rischio piuttosto che la fuga.

Avanzando ancora un po’, mi rendo presto conto che la situazione è davvero pericolosa. Decido di tornare indietro.

Pochi passi dopo essermi voltato, arriva un qualcosa che non dimenticherò mai.

Un suono e un’immagine.

Uno spruzzo di sangue — denso, rosso, striato di bianco — che viene fuori dalla mia gamba, seguito da una nuvola di polvere.

È il colpo proiettile che mi arriva da dietro, a squarciare il silenzio inquietante che avvolge la zona. Anche quando un proiettile manca il bersaglio, lo sparo scuote l’anima. Figuriamoci quando colpisce!

La mia gamba è completamente frantumata.

Cado a terra e lancio un urlo di terrore che non dimenticherò mai.

In frazioni di secondo, mi rendo conto che chi spara è alle mie spalle e che il prossimo proiettile sarà l'ultimo. Mi lancio a sinistra, trascinandomi sulle mani e sulle ginocchia verso una casa in rovina. Poi mi getto sulle macerie e mi appiattisco contro un muro diroccato per proteggermi.

Guardo il mio piede e lo vedo gonfio, grande il doppio del normale.

Tenendomi la caviglia con la mano destra, cerco di togliermi la scarpa con la sinistra. Non si può togliere una scarpa da una gamba spezzata a metà senza usare entrambe le mani.

Che situazione..

Il sole picchia forte.

Passa un minuto di silenzio mentre cerco di capire cosa sta succedendo e cosa succederà.

Poi mi viene da dire: «Perchè non mi hai ucciso? Avrei preferito che mi avessi sparato alla schiena».

L’ho detto per via del dolore insopportabile e della sofferenza che arriverà. Non c’è nessuno qui a salvarmi.

Nessuno.

Mentre aspetto lì, convinto che sia finita, un piccolo drone appare sopra di me. Si ferma immobile, fissandomi dall’alto. Punto il dito verso di lui.

È finita. Vattene. Cosa posso aspettarmi adesso?

Ma il drone rimane lì.

Poi ne arriva un altro. Mi basta un’occhiata al secondo drone per capire che porta con sé la morte.

La sua pancia è gonfia e, sebbene non sia un esperto – e abbia visto questi droni solo raramente dall’inizio della guerra – sospetto che quel rigonfiamento possa significare solo una cosa.

Una bomba.

Si sposta su di me e poi la sgancia. Me la vedo cadere addosso e provo una lucidità terrificante e una paura travolgente.

Se Dio non avesse avuto pietà, una raffica di vento non l’avrebbe deviata leggermente dalla sua traiettoria. La bomba colpisce l’angolo del muro esplodendo alle sue spalle, lasciandomi illeso.

Per la seconda volta, mi lancio in avanti con la mia gamba gravemente ferita che penzola.

Attraverso la polvere dell’esplosione e mi riparo per tutta la giornata sotto un gigantesco alberto di ficus che non dimenticherò mai con tutto il cuore.

Più tardi, ripensando a quel momento, mi sono ricordato di aver provato un profondo senso di umiliazione.

Forse perché una vita umana non è destinata a finire in quel modo. La ferita in sé non era l’umiliazione. L’umiliazione era il metodo.

Se il mio nemico vuole uccidermi, che venga a farlo di persona. Che chiuda la questione faccia a faccia. Non mandando una bomba a chiudere la faccenda.

Non voglio che quella macchina, quella creatura orribile, mi tolga la vita.

Certo, so che dietro ci sono delle persone, persone ben più brutte della macchina stessa. Eppure, in questo momento, sembra sia solo il drone a volermi morto.

E odio questo tipo di morte.

Esattamente questa la preghiera che sussurro quando raggiungo il mio albero, sedendomi appoggiato al tronco.

Riecco quella brutta cosa che ritorna ancora una volta:

«Mio Dio, non voglio morire in un’esplosione. Non voglio morire sfigurato, senza nemmeno rendermi conto del momento della mia fine. Che sia una morte per dissanguamento. Che sia silenziosa. Dammi tempo prima che arrivi.

«Dammi tempo per rivivere i ricordi della guerra e degli anni che l’hanno preceduta. Il ricordo di mia madre, una dottoressa uccisa in un attacco aereo senza aver commesso alcun crimine.

«Il ricordo di mio padre, un professore scomparso all’inizio della guerra e il cui destino rimane sconosciuto ancora oggi.

«Il ricordo della nostra casa, a sole due strade di distanza, dove i resti della nostra infanzia, della nostra giovinezza e del nostro bellissimo passato si aggrappano ancora alle pareti in frantumi.

«Dammi il tempo di ricordare mia moglie.

«Il mio bambino.

«Dammi il tempo di vedere i loro volti un’ultima volta prima dell’addio.

«E permettimi di chiederti di avere pietà di loro e di me.»

Resto sotto quell’albero per più di ventiquattro ore. Dopo la prima bomba, me ne vengono sganciate contro altre tre.

Nessuna mi colpisce.

Il mio albero allarga i rami e mi offre un’ombra generosa. Per uccidermi, l’operatore del drone è costretto a sganciare la bomba attraverso la chioma, cercando di indovinare fra i rami dove mi trovo.

Due bombe arrivano a diversi metri di distanza. La distanza è sufficiente a salvarmi. La terza arriva direttamente sopra di me, ma colpisce uno dei rami e rimbalza lontano prima di esplodere.

A mezzogiorno dell’8 ottobre, dopo una lunga e solitaria notte sotto la luna piena, dopo aver atteso una morte certa e aver perso molto sangue, la mia mente è entrata in uno stato a metà strada tra la coscienza e il delirio.

La fase successiva sarebbe stata la perdita di coscienza. E poi la fine.

All’improvviso, odo dei passi.

Alzo lo sguardo e vedo un uomo che cammina lungo la stessa strada che avevo percorso il giorno prima. Trasporta legna da ardere e non si è accorto di me.

Con un grido gli chiedo dell’acqua.

L’uomo è spaventato. Per un attimo temo che sia fuggito. Ma torna indietro. E con lui arrivano altre tre persone.

Si affrettano verso di me, mi sollevano e mi adagiano su un carro trainato da un animale. Poi inizia uno sterrato irregolare e disseminato di pietre.

La mia gamba frantumata ciondola da una parte all’altra; il dolore è indescrivibile.

Eppure, di fronte alla possibilità di sopravvivere, mi sembra quasi insignificante.

Quella che stai leggendo è una storia vera. Se pensi che sia stata dura, lascia che ti rassicuri, caro lettore: ci sono cose ben più dure, ci sono ferite ben più profonde.

Queste persone hanno sopportato ciò che nessun essere umano dovrebbe mai sopportare — né ai nostri giorni, né in epoche ormai lontane.

La mia è solo una storia tra migliaia che continueranno a essere raccontate negli anni a venire.

La mia storia mi è cara: è la storia della mia seconda nascita, la storia dell’emergere dal grembo della morte alla vastità della vita.

Un percorso che mi ha fatto aggrappare più saldamente alla vita — non alle sue comodità materiali, ma alla sua onestà, al suo senso di solidarietà, al suo calore, alle sue difficoltà e alla pace che segue le difficoltà.

Non la racconto per ottenere riconoscimento, il suo valore non può essere misurato. La racconto solo per porre una domanda: che importanza ha tutto questo?

Che senso ha tutto questo? Io scrivo, voi leggete. Potreste provare tristezza. Forse proverete rabbia.

E poi?

Ho raccontato la mia storia, molti altri racconteranno la loro. Ma cosa è cambiato?

Una volta qualcuno ha cercato di alleggerire l’oscurità della mia visione di un mondo che aveva scelto di restare a guardare.

«Non essere triste», mi ha detto. «Il mondo ha assistito a orrori peggiori di questo. La storia è piena di oppressione e uccisioni, dai tempi antichi fino a non molto tempo fa. Eppure l’umanità non ha mai perso la sua umanità. Il bene è rimasto nelle persone proprio come è rimasto il male.»

«Non sono in disaccordo», ho risposto. «Ma dimmi: la storia ha mai registrato prima d'ora un massacro trasmesso in diretta al mondo intero, ogni singolo giorno, senza interruzioni?»

«No», mi ha risposto.

«Allora come può oggi essere uguale a ieri?»

Non sono la stessa cosa.

Proprio come la notte sembrava infinita al mondo, così anche sotto il mio albero la notte sembrava infinita. Pensavo che non sarebbe mai finita.

Ma quando finalmente giunse l’alba e la luce del sole cominciò a filtrare tra le foglie del ficus gigante, mi sembrò che il mondo intero stesse cambiando.

Un nuovo desiderio di vita sorse dentro di me, un desiderio portato dalla luce del mattino. E mi resi conto che l’alba non è solo un simbolo di nuovi inizi. È una promessa nascosta, una manifestazione di una delle leggi immutabili di Dio.

Dopo l’oscurità viene la luce; dopo le difficoltà viene il sollievo; dopo la paura viene la tranquillità.

E anche le nostre notti più buie un giorno diventeranno ricordi lontani sotto un nuovo sole.

Quindi, caro lettore, «Non è forse vicina la mattina?»

Di Amr Hamdi Baroud

The Palestine Chronicle

Fonte: https://www.palestinechronicle.com/under-a-tree-in-gaza-waiting-for-death-and-praying-for-dawn/

22.06.2026

Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org

Commenti (1)

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    1. ric 24 giugno 2026

      Questa poi , un ferito..a GAZA ! .. . Generalmente li accoppano al primo colpo , senza distinzione di eta' o sesso ,sovente li accoppano in gruppo collettivamente. 20/30 per volta , forse per risparmiare ? Ora un ferito... Ma in che mondo viviamo ?

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