Un’alternativa al fallimento dell’economia moderna

Un elefante si aggira per la stanza: è l'elefante della piccola proprietà. Nel dibattito economico, dominato da questioni prettamente monetariste, sembra messo in secondo piano il problema della struttura monopolistica dei sistemi produttivi, che nessun degno progetto di cambiamento può trascurare.

Un’alternativa al fallimento dell’economia moderna
Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1339, Palazzo Pubblico, Siena

Di Matteo Parigi per ComeDonChisciotte.org

Premessa: il distributismo non è una dottrina economica come tante. Non si tratta di una costruzione teorica complessa, un sistema fatto di ingranaggi economici o passaggi meccanici. Il termine distributismo sigilla piuttosto una raccolta di principi semplici ma evidenti, ricorsi storici, prove empiriche e conclusioni morali dei più importanti processi economici. Filologicamente, la filosofia distributista scritta si afferma durante la seconda metà del XIX secolo nei lavori di autori inglesi quali Chesterton, da cui prende ispirazione questo articolo, Belloc, McNabb, Penty, Heseltine, l'economista tedesco Schumacher, mentre oggigiorno è rintracciabile nel pensiero di pochi intellettuali, tra cui gli italiani Auriti, Mazzariol e Blondet. Gran parte dei concetti propri del distributismo sono presenti nella dottrina sociale della Chiesa, in particolare nell'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII.

Pars destruens

Per prima cosa, il distributismo si afferma, nelle vesti di una radicale critica sia al capitalismo che al comunismo. L’essenza di entrambi i sistemi infatti consiste innanzitutto in una separazione dalle masse della proprietà, delle ricchezze economiche e sociali, per riporle inesorabilmente nelle mani di una ristretta oligarchia o sotto il controllo di un apparato centrale monopolistico. In tutte le società capitalistiche, ed in particolare nei sistemi o nelle epoche segnate da politiche fortemente liberali, si è stabilita – e la nostra vita quotidiana ne è l’ennesima conferma – quella condizione strutturale nella quale pochi magnati dell’industria e della finanza detengono il grosso dei capitali, mentre la maggioranza della popolazione è costretta a vendere il proprio lavoro, gran parte del proprio tempo, quindi della propria vita, in cambio di un salario. In altre parole, i molti sono non-proprietari e non rimane loro che vendere sé stessi. Checché ne dicano i teorici delle esternalità positive provocate dal mercato, il liberismo moderno porta inevitabilmente alla concentrazione di tutte le risorse industriali e finanziarie competitive (attenzione: non delle piccole proprietà naturali, cosa ben diversa dagli investimenti di mercato) nelle mani di poche economie di scala per dirla in termini attuali.

In aggiunta ai processi storico-meccanici, il capitalismo moderno di afferma principalmente in due dimensioni. La prima è un’etica della grazia divina, o per dirla con Weber, della vocazione (beruf)[1], per cui il successo negli affari che si manifesta con una cospicua ricchezza accumulata assume il significato di un’elezione ascetica. Allora è pregevole, degno di sostegno morale il capitalista che accumula ricchezza su ricchezza, terreno su terreno, e non in quanto sufficiente ad una vita completa, bensì perché l’accumulazione in sé diventa un fine. Tale etica favorisce l’acquisizione incessante della proprietà nella misura in cui è segno di Grazia o premio legittimo per la propria fame e la propria follia; «Stay hungry, stay foolish!» diceva un noto tycoon dell’informatica.

[caption id="attachment_195558" align="aligncenter" width="527"] Marinus Van Reymerswaele, Cambiavalute e sua moglie, 1540, Palazzo del Bargello, Firenze[/caption]

La seconda dimensione capitalista scaturisce dalle dottrine economiche liberiste e neoliberiste fondate a partire da teorie sull’efficienza prodotta dai grandi conglomerati industriali o più spesso finanziari all’interno di un mercato competitivo. Tali teorie, soprattutto le c.d. trickle down economies, ritengono vantaggioso per l’intera società che i grandi concentramenti di capitali siano favoriti dalla politica attraverso sgravi fiscali, incentivi, aperture economiche, legislazioni sul lavoro ecc. affinché i guadagni dei magnati “ricadano a cascata” in forma di occupazione ed esternalità positive anche sul resto degli operatori economici (salariati, piccole-medie imprese). In altre parole, sia nella sua dimensione etica che in quella dottrinale, la ragione capitalistica è follia antiumana.

Analogamente il comunismo, il quale assume come valore l’emancipazione degli uomini dalle disuguaglianze, dai bisogni e dal lavoro attraverso l’abolizione della proprietà privata, si scopre alla resa dei conti infondato. Bisogna infatti che qualcuno spieghi per quale motivo un uomo che compie, assistito tecnologicamente, sempre la stessa operazione o poche più, per un'indefinita volontà generale, debba essere più felice rispetto ad un contadino che ne esegue una ventina di differenti specie per dedicarsi alla terra di sua proprietà, la quale rende a lui il sostentamento più che necessario per la sua famiglia (e non per uno stato generico ed impersonale).

In secondo luogo, il comunismo non distingue tra piccole proprietà e grandi detentori dei mezzi di produzione. Più precisamente, i comunisti sono incapaci di vedere la realtà del piccolo e medio proprietario di una impresa locale o di un’attività famigliare, il quale, soprattutto oggi, non naviga sicuramente nell'oro, bensì fa fatica ad andare avanti allo stesso modo del dipendente salariato. Secondo i comunisti, invece, questa figura ha la stessa natura di una multinazionale: sarebbero entrambe sfruttatrici di plusvalore; e per questo "borghesi da combattere". Come se il produttore di legna del villaggio rurale causi un impatto economico, sociale, ambientale e umano pari a quello dell’Ikea sul mercato della legna a livello mondiale! La verità è che i comunisti preferiscono un solo monopolista che controlli ogni residuo della vita economica di ciascuno pur di togliere la proprietà a chiunque.

Inoltre, ogni dottrina socialista (ma lo stesso vale per la sua controparte) nasconde una intrinseca sfiducia nell’uomo, nella misura in cui provvedono sempre (ed è stato attuato nella pratica) un’incessabile sorveglianza sugli uomini, considerati appunto inaffidabili nella loro libertà anche all’interno della loro stessa utopia:

«La logica astratta non dimostra affatto che la gente non possa sentirsi a casa in un’utopia socialista. Ma i socialisti che definiscono le Utopie in generale hanno la vaga sensazione che non lo farà, ed ecco perché devono creare leggi di controllo economico così complesse»[2]

Il socialismo è quindi intrinsecamente nichilista, anche indipendentemente dalle conferme dei comunismi reali:

«Ciò che sta dietro al bolscevismo e a molte altre cose moderne è un nuovo dubbio: non solo su Dio, ma soprattutto sull’Uomo […] la vecchia religione confidava nell’uomo, mentre la nuova filosofia ne diffida completamente»[3]

[caption id="attachment_195743" align="aligncenter" width="670"] Roy Lichtenstein, Preparedness, 1968, Guggenheim Museum, New York[/caption]

Comunismo e capitalismo si auto-annullano con le loro rispettive critiche. Da una parte, infatti, è lo stesso capitalismo a non poter fare a meno dello stato sociale e dei suoi interventi, tanto che sono gli stessi capitalisti ad invocarlo ad ogni crisi finanziaria, default bancario, fallimento del mercato. La mano invisibile del mercato liberale è ben lungi dal produrre il successo economico e sociale e sono i capitalisti i primi a saperlo tacendo.

Il socialismo a sua volta, già a partire dal Manifesto di Marx ed Engels, non fa che ringraziare il capitalismo di aver fatto uscire l’umanità dal retrogrado feudalesimo per proiettarla nella modernità che ella stessa critica. Nel fare ciò, il socialismo teorizza una serie di contraddizioni dialettiche che dovrebbero alla fine completare l’evoluzione storica nell’inevitabile superiorità del socialismo. In pratica è la miglior apologia del capitalismo, nella misura in cui è grazie a quest’ultimo che l’umanità avrebbe superato le “oscure epoche” precedenti e allo stesso tempo il socialismo si pensa quale ulteriore compimento del capitalismo, pertanto non potrebbe farne a meno.

Ma tali cortocircuiti non sono sorprendenti se appunto ci si accorge che entrambi i sistemi non sono altro che due facce di una stessa medaglia, quella del progressismo nichilista moderno che non può sussistere se non, come Saturno, divorando i suoi stessi figli. In entrambi i casi si assiste alla concentrazione di tutti i patrimoni ed i mezzi di produzione a favore di pochi grandi monopolisti – una Nomenklatura di pochi burocrati nel caso del socialismo; oligarchi dell’industria e della finanza nel caso del capitalismo - oggigiorno spacciati come virtuosi campioni di efficienza e sviluppo, ma che in realtà non sono altro che multinazionali sfruttatrici dei paesi meno sviluppati e delle classi lavoratrici più povere; magnati che acquistano ricchezza e potere in quantità inversamente proporzionale ai livelli di legislazione sul lavoro, potere sul mercato occupazionale, costo di manodopera ecc.

Esse sono in guerra aperta contro il mondo rurale autonomo, nonché con le piccole-medie imprese, le proprietà famigliari, locali, comunitarie. La realtà, di per sé naturale e millenaria, della piccola proprietà distribuita spontaneamente (non dall’alto), nonché l’organizzazione in gilde organiche, sono incompatibili con un sistema che funziona sulla ragion tecnica del calcolo di capitale al fine di conseguire un profitto che deve sempre superare l’investimento di capitale iniziale. L’investimento è profittevole solamente al più basso guadagno di chi lavora e solamente lavoratori depauperati delle proprie garanzie tradizionali-locali di sostentamento sono disposti a scendere al livello più basso di ricompensa per la vendita dell’unica cosa rimane in assenza di piccola proprietà: sé stessi. In ciò consiste in sintesi la condizione del salariato, il quale è la base ed allo stesso tempo la contraddizione del sistema capitalista:

«Il capitalismo è contradditorio non appena si realizza, poiché tratta la massa delle persone in due modi opposti. Quando la maggior parte degli uomini è salariata, diventa sempre più difficile per loro essere clienti. Il capitalista, infatti, cerca sempre di limitare le richieste dei suoi servitori, e così facendo riduce ciò che i suoi clienti possono spendere […] Vuole che lo stesso uomo sia ricco e al contempo povero»[4]

[caption id="attachment_195832" align="aligncenter" width="491"] Pablo Picasso, La vita, 1903, Cleveland, Museum of Art.[/caption]

Lo stesso termine capitalismo non rispecchia adeguatamente un sistema fondato sull’elargizione alla massa sotto forma di salario. Piuttosto, dovrebbe essere chiamato «proletarismo», perché il punto essenziale non è che il capitale esista, ma che la maggior parte degli uomini non ne partecipi e detenga soltanto il salario. Ed il socialismo è anche in questo l’altra faccia della medaglia, ossia quella del monopolio/oligopolio a cui corrisponde il proletarismo della massa. La tendenza al monopolio è la vera conclusione strutturale da interrompere il prima possibile; è la principale piaga della società, insieme al resto delle questioni strettamente monetarie e macroeconomiche, in particolare l’emissione di moneta.

«Gli elementi più contradditori del pensiero moderno trovano un punto d’incontro proprio in questo profondo scetticismo sull’uomo comune […] Ma il nuovo rivoluzionario non rimugina su questo. Egli dice: «Pensa a tutti quegli stupidi in ville volgari o rozzi bassifondi. Pensa a come educano male i figli, a come maltrattano il cane e feriscono i sentimenti del pappagallo» […] non confidano che l’uomo possa comandare in casa sua, e certamente non vogliono che comandi nello stato. In realtà non vogliono dargli alcun potere politico. Sono disposte a concedergli il voto, perché hanno scoperto da tempo che non gli conferisce necessariamente alcun potere. Non sono invece disposte a dargli una casa, o una moglie, o un bambino, o un cane, o una mucca, o un pezzo di terra, perché queste cose gli danno veramente potere»[5]

Pars construens

Una delle evidenze messe in luce dalle osservazioni distributiste consiste nella naturalità della piccola proprietà. La proprietà naturale della propria casa (invece che pagare un affitto), del proprio terreno (invece che dover dipendere dal supermercato) e dei più basilari mezzi di sostentamento è il nucleo fondamentale intorno al quale l’uomo ha potuto fondare la propria indipendenza domiciliare, alimentare, artigianale e sociale. Va subito notato che affermare ciò non è nulla di rivoluzionario in sé, lo è semmai alla luce della situazione tragica contemporanea.

La piccola proprietà ha un’età millenaria, è sempre esistita nonostante i cambiamenti storici ed i tentativi di superarla, ossia ciò che tentano di fare i principali sistemi economici della modernità. Questi presuppongono secondo le loro logiche l’espropriazione di terre comuni da mettere poi sul mercato, come l’adozione delle Enclosures nell’Inghilterra protocapitalista, o per essere controllate da una burocrazia statale che ne usurpa i frutti, come in tutti i regimi comunisti. Ciò facendo le masse, abbiamo visto, vivono di mero salario elemosinato da pochi oligarchi che si sono appropriati di ciò che è sempre stato per natura usufruito da tutti gli uomini nelle rispettive comunità locali.

[caption id="attachment_195563" align="aligncenter" width="357"] Mappa congetturale di una "common land": terre comuni nell'inghilterra medievale.[/caption]

La morale della storia umana esige che ciascuno si senta libero di poter vivere del prodotto delle sue stesse mani, che ciascuno trovi la felicità nella radice delle cose intorno a lui. Nell’Ottocento vittoriano, Chesterton faceva notare che, a proposito della questione riguardante i bassifondi londinesi, i cittadini preferivano vivere nei loro slums, in cui le abitazioni erano dotate almeno di un cortile, un piccolo appezzamento dove potessero coltivare due patate o allevare due galline, piuttosto che venire ammassati in palazzi urbani nonostante fossero concessi gratuitamente dallo stato[6].

Nessuno nega che vi siano differenze tra gli uomini, ma non è biasimabile che un uomo trovi spontanea soddisfazione nel poter ricavare il nutrimento della sua famiglia dal frutto delle sue mani, nonché grazie alla sua conoscenza, invece che dover elemosinare ad una impersonale burocrazia aziendale spesso nemmeno situata nello stesso paese del lavoratore.

«Felix qui potuit rerum cognoscere causas (felice chi poté scoprire il perché delle cose)» diceva Virgilio[7] e lo sentenziò, va notato, nelle Georgiche, dove si parla di regole dell’apicoltura, in un momento di tradizionale attività contadina. Come se la conoscenza stessa fosse insita nella vicinanza con ciò che è per natura congeniale agli uomini.

«Ciò che non va nell’uomo della città moderna è il suo ignorare il perché delle cose; ed è per questo che […] può essere dominato da despoti e demagoghi. Egli non sa da dove vengono le cose […] più si fa complessa la cultura della città, e meno egli sarà l’uomo felice che conosce il perché delle cose»[8]

[caption id="attachment_195733" align="aligncenter" width="790"] Ambrogio Lorenzetti, Effetti del buon governo in campagna, 1338-1339, Siena[/caption]

Pertanto, il primo atto davvero necessario consiste nel fermare l’avanzata del monopolio di tutta la proprietà. Una volta scongiurata la monopolizzazione delle ricchezze, basta favorire politicamente e socialmente, senza instaurare complessi apparati statali o burocratici, il ritorno a forme famigliari e comunitarie locali di proprietà, per cui ciascuna realtà è in grado, come lo sono sempre state le piccole terre comuni, i borghi medievali, le corporazioni delle arti ecc. di far fronte al fabbisogno per il proprio benessere diretto. La storia insegna che non v’è alcun bisogno di nazionalizzazioni o liberalizzazioni totali:

«Non affermiamo che in una società sana tutta la terra vada detenuta allo stesso modo; o che tutta la proprietà vada posseduta alle stesse condizioni […] Il punto su cui insistiamo è che il potere centrale ha bisogno di poteri più piccoli per esercitare una funzione di bilanciamento e di controllo, e che questi poteri devono essere di vario tipo: individuali, collettivi e così via»[9]

Prendendo come modello la società medievale, lo spazio economico-sociale fu in grado di sussistere per millenni secondo un caleidoscopio di sfaccettate istituzioni di diverso tipo: monasteri, corporazioni, terre comuni, città libere, ordini cavallereschi, diocesi ecc. Non v’è alcuna legge naturale per cui la piccola proprietà sarebbe destinata a scomparire, checché ne dicano i marxisti o i liberali utilitaristi. Se infatti per fare un esempio due nuclei famigliari avessero rispettivamente 40 acri di terra uno e 30 acri l’altro, quale guadagno potrebbe mai ottenere la seconda famiglia, o meglio quale fantomatico processo naturale esisterebbe per cui dovrebbero venderli alla prima se con quei 30 acri ottengono tutto il necessario per vivere? E quando mai la famiglia che vive di 40 acri avrà bisogno di altri 30 per vivere dignitosamente? Siccome vi saranno sempre ladri al mondo, ci rassegnamo regalando loro le chiavi della nostra casa senza fare nulla per impedire di rubarcela? In ogni caso, è innegabile che il proprietario di 30 acri non possa non trovarsi soddisfatto rispetto all’alternativa del lavoro su acri altrui, in cambio di un salario che lo rende schiavo del latifondista.

I ceti rurali o piccolo-urbani tradizionali sono stati costretti con la coercizione ad inserirsi nel mercato del salario al ribasso. Perché in principio, nonostante le laute prospettive di guadagno perorate dalla nascente borghesia riformata, i ceti tradizionali erano ben refrattari a passare da propietari di terre e lavoratori liberi in comunità proporzionate a sgobbare obbligati dal ricatto di un salario come unica ancora di sopravvivenza; nesuno infatti voleva fare a meno della propria "sazietà di vita":

«L'avversario con cui ebbe in primo luogo da lottare lo "spirito" del capitalismo [...] rimase quel modo di sentire e di comportarsi che si può chiamare tradizionalismo»[17]

[caption id="attachment_195732" align="aligncenter" width="290"] Araldi delle corporazioni delle Arti storiche di Firenze[/caption]

Non ha alcun senso, come sostengono i detrattori delle piccole proprietà, pensare che ciascuna di esse in quanto piccola è destinata a scomparire. Equivale ad affermare che «chiunque possieda un bull terrier inevitabilmente lo venderà al proprietario di un mastino. È come dire che non posso avere un cavallo perché il mio vicino eccentrico possiede un elefante»[10]

Viene sostenuto che il rapporto tra istituzioni e proprietà è geneticamente competitivo, tanto da annullare qualsivoglia equilibrio, ma il nudo fatto storico (e logico) ammette tutt'altro. La competizione naturale di tutta la proprietà è non solo puramente teorica, ma anche confutata alal luce delle vicende che l'hanno riguardata:

«Queste persone parlano come se dieci minatori avessero partecipato a una corsa e uno di loro fosse diventato il duca di Northumberland. O come se il primo Rotschild fosse stato un contadino»[11]

La verità è che la piccola proprietà è sempre esistita ed è un dato di fatto che anche i critici sono costretti ad ammettere, seppur inconsapevolmente. Perché in tal senso anche l’ulteriore accusa di arretratezza storica, obsolescenza, residuo feudale ecc. ammette in realtà che esse sono storicamente millenarie o che comunque esistono. Altrimenti, tra l’altro, non sarebbero veicoli di tradizione, cultura, istituzioni che sono resistite alla prova del tempo (nonché tacciate di conservatorismo!). Vi sono state dovunque società in cui la piccola proprietà veniva considerata una istituzione chiave ed il lavoro si organizzava in corporazioni o gilde di mestieri che difendevano ogni loro membro senza differenze gerarchiche, dal mastro (mister) all’ultimo apprendista.

In questo senso, ciò che i comunisti sognano è in realtà sempre esistito. Dopo che la Rivoluzione francese facesse fuori gli ultimi residui del corporativismo sociale, con la legge Le Chapelier del 1793, le società europee hanno vissuto per due secoli nella schiavitù capitalista prima e bolscevica dopo, per concludere con quella neoliberista e neobolscevica di questi giorni. Non è un caso, infatti, che entrambe le ideologie moderne si siano affermate a seguito di spargimenti di sangue (Gloriosa Rivoluzione in Gran Bretagna, Guerra civile americana, Rivoluzione Francese, Rivoluzione Russa) i quali hanno creato il deserto chiamandolo pace.

«Una civiltà industriale di tipo moderno come quella capitalista non si manifesta dove fino a quel momento è esistita una civiltà distributiva come quella contadina. Il capitalismo è un mostro che cresce nel deserto. Quasi ovunque la schiavitù industriale è emersa negli spazi vuoti dove la vecchia civiltà languiva o era assente»[12]

[caption id="attachment_195729" align="aligncenter" width="560"] Francisco Goya, 3 maggio 1808, Museo del Prado, Madrid[/caption]

Gli stati a servizio della grande oligarchia, non fanno altro che «avviluppare un uomo più povero in un groviglio di obblighi di genere, a cui alla fine non potrà far fronte se non vendendo il suo negozio o la sua attività»[13]. Al contrario l’uomo del pluralismo organico tradizionale, una volta pagato a Cesare quel che è di Cesare, principalmente per esigenze di difesa, continuava a vivere libero con innumerevoli possibilità di realizzare sé stesso. Contadini, monaci, artigiani, commercianti e così via avevano ciascuno la sua appartenenza socio-economica, la tutela corporativa per l’indipendenza e l’autogoverno del proprio ordine locale. Non v’è alcuna ragione per cui anche nel XXI secolo non debbano ri-nascere forme di redistribuzione del potere che possa bilanciare lo strapotere dei pochi oligarchi che di fatto governano l’economia e la politica di gran parte del mondo.

Per concludere, il distributismo non fa altro che portare alla luce quei principi naturali evidenti, che oggi sembrano trascurati, ma che al contrario sono i correlati logici della lotta contro i sistemi economici schiavisti della nostra epoca. Motivo per cui, tra l’altro, il distributismo non è assimilabile ad alcuna “terza via” o qualsivoglia ideologia sistematica come tante altre. Esso non offre alcuna perfezione, perché innumerevoli sono le manifestazioni del peccato originale umano. Il distributismo è invece una filosofia che cerca di riportare il senso della proporzione[14]. Non si tratta nemmeno di decrescita tecnologica, tutt’altro. La distribuzione della proprietà è indipendente dallo stato dell’arte tecnologica. Possiamo rimanere con i nostri elettrodomestici quanto vogliamo. E nemmeno si deve fraintendere un generico "ritorno alle campagne". Il punto è un altro:

«Un uomo potrebbe vivere della terra, se non dovesse pagare un affitto al proprietario e un salario al bracciante […] si troverebbe in una condizione migliore se fosse il proprietario e il bracciante di sé stesso»[15]

[caption id="attachment_195834" align="aligncenter" width="558"] Scena raffigurante Marco Polo sulla via della seta, Atlante Catalano, 1375 ca., Biblioteca nazionale di Francia, Parigi. L'esempio che la diffusione di poteri e l'equilibrio tra comunità locali, come il feudalesimo medievale, non ostacola in alcun modo scambi e libertà di circolazione culturale. Più tardi Leibniz parlerà a riguardo di "commercium lucis".[/caption]

Il primo passo in tale direzione è tornare a conoscere il perché delle cose. E per realizzarlo, il primo passo eminentemente economico-politico consiste nel riprendersi la proprietà dei piccoli appezzamenti di terra oppure di immobili urbani che non servano allo sfruttamento capitalistico di rendite o investimenti di mercato; farci famiglie, creare comunità naturali, legate al territorio e autosufficienti per quanto possibile. Rimarranno i problemi monetari (euro, moneta non sovrana ecc.) ma sarebbe già un miglioramento se venisse meno la schiavitù per servizi, molti dei quali superflui, elargiti da multinazionali che gestiscono l'interezza del mercato senza lasciare vie d'uscita, togliendo risorse che ci sono sempre state offerte gratuitamente dal creato, oppure prodotti a livello famigliare-locale.

«Ve la passerete male se fondate nuove fattorie per conto vostro. Ma è la cosa giusta da fare»[16]

Di Matteo Parigi per ComeDonChisciotte.org

Note

[1] Vedi Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, BUR, Milano 2016, in part. pp. 101-114.

[2] G.K Chesterton, Il profilo della ragionevolezza, trad. it. F. Giardini, Lindau, Torino 2011, p. 48.

[3] Ivi pp. 237-238.

[4] Ivi p. 34.

[5] Ivi p. 238.

[6] Ivi p. 127.

[7] Publio Virgilio Marone, Georgiche, libro II, v. 490.

[8] Chesterton, pp. 141-142.

[9] Ivi pp. 62-63.

[10] Ivi p. 22

[11] Ibidem.

[12] Ivi p. 96

[13] Ivi p. 110

[14] Ivi p. 62.

[15] Ivi p. 118

[16] Ivi p. 123

[17] Weber p. 81

Commenti (44)

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Mostra commenti 44 caricati
    1. Esploratore 4 dicembre 2023

      Basta leggere"Il profilo della ragionevolezza"di G.K. Chesterton e cercare di capire quello che c'è scritto.

    1. magliette.fun 3 dicembre 2023

      A me sembra un consumismo travestito per esasperarlo ancora di più.

      Per essere applicato si dovrebbe ipotizzare un sistema con un limite alla proprietà, e privazione di quanto eccede. Ecco quindi che tutti sarebbero portati a spendere ed eliminare del tutto il risparmio.
      In argentina applicano un simile sistema da qualche decennio ed i risultati si vedono

    2. Matteo Parigi 3 dicembre 2023

      Dovete avere degli occhiali molto particolari per arrivare a leggere certa roba nel testo. Comunque le assicuro che la visione sostenuta presuppone esattamente il contrario: individui dotati di sicurezze economiche e sociali al di fuori del salario sono meno costrette a consumare quasi tutto o gran parte di ciò che guadagnano a fine mese per vivere (affitto, spese, utenze ecc.), così che ognuno è capace e libero di risparmiare - quanto ricavato dal proprio lavoro e dal proprio ambiente comunitario - per la sicurezza della propria famiglia. Spero basti per rispondere al suo sospetto (sempre doveroso). Grazie del commento

    3. Nonso 3 dicembre 2023

      Tutti strateghi oh

    1. varianteOmega 27 novembre 2023

      Articolo eccezionale! Da stampare e diffondere nelle scuole.

    1. Papaconscio 27 novembre 2023

      Condivido le tesi del sig. Parigi: l'etica del lavoro, comune a capitalismo e comunismo, è deleteria per lo sviluppo armonico delle infinite potenzialità degli esseri umani. Un po' di "decrescita infelice", ma proprio infelice, per svegliare qualcuno, sarebbe auspicabile, e le attuali circostanze a livello globale ce ne stanno dando un'opportunità

    2. Jimbo 27 novembre 2023

      Opterei per la decrescita felice ma visto che non ci decidiamo .. decideranno Loro.
      Amen.

    3. Nonso 27 novembre 2023

      La decrescita non può essere felice. La riduzione del superfluo non è decrescita.

      La riorganizzazione delle priorità non è decrescita.

      La guerra non è una priorità. La produzione tanto per ingrassare le puttane industriali, o la visione argentina di Martin, non è una priorità. I ricatti non si assecondano, si denunciano.

      Il tempo non si spreca, si dedica. Valutiamo a chi e cosa è meglio dedicarlo. Amen, addio.

    4. Jimbo 27 novembre 2023

      Penso invece che il prossimo futuro andrá in quella direzione, se decideranno Loro saranno cacchi, quindi sarebbe meglio trovarlo noi un metodo.
      E poi perchè addio?

    5. carla 27 novembre 2023

      Ladecrescita sempre per i soliti, dicono che i 70 milioni di ultraricchi del pianeta inquinano più dei restanti 8 mld.

    6. Jimbo 27 novembre 2023

      Il prossimo giro, che è iniziato da qualche anno, colpirá (e sta colpendo) strati nuovi della societá uccidentale.
      Come un millefoglie, una foglia alla volta.
      La decrescita cara Carla è obbligata.
      Non sarebbe male fossino noi e non Loro a decidere.
      Al posto che continuare a cianciare di crescita di un sistema marcio.

    1. Esploratore 26 novembre 2023

      Buonasera. Il bravo autore del non facile articolo(siamo cresciuti con la convinzione potessero esistere solo due sistemi economici, entrambi fortemente e capillarmente"sponsorizzati")cerca di riassumere il pensiero, come al solito originale, fine, spiazzante, di G.K. Chesterton ne"Il profilo della ragionevolezza": pur non essendo economista, la sua visione della realtà è stata tradotta poi, in una pratica possibile(ed auspicabile nel mondo moderno, malato terminale)da professionisti del settore, anche se tenuti in disparte dagli interessi contrapposti, come ad esempio E.F. Schumacher e l'attuale J.C. Médaille, che dovremmo però approfondire...

    2. Esploratore 27 novembre 2023

      PS Se il motto per l'agenda 2030 é "Non avrete nulla e sarete felici", vuol dire che la distribuzione della proprietà privata é, per"loro", un problema da evitare accuratamente.

    1. Fred G. Sanford 26 novembre 2023

      E comunque, il comunismo punta a garantire un minimo esistenziale a tutti, il capitalismo toglie tutto a tutti, non mi sembra lo stesso...

    2. Espatriato 26 novembre 2023

      Il male minore non esiste

    3. Jimbo 27 novembre 2023

      Il capitalismo a me pare che tolga tutto agli altri popoli e finchè ce n'è distribuisce (è stata una lunga fase).
      Quando finisce la crescita e gli altri popoli si svegliano toglie a molti Altri.

    1. Vincent1 26 novembre 2023

      Complimenti vivissimi all'autore dell'articolo. Bellissimo.
      Argomenti che sempre mi circolano nella mente ma che hanno bisogno di essere organizzati, di essere cioè messi in fila.
      Infatti cosa è stato il comunismo se non "l'esca alla rovescia", il mostro da cui si doveva fuggire per farci trasportare nelle fauci dell'assassino vero e proprio. Quello in cui oggi siamo finiti.
      Inutile che cerchiamo di divincolarci, ormai siamo dentro alla tela del ragno e non ne verremo fuori che digeriti.
      E' stata una grande invenzione il comunismo. Certo, per i vari rotschild, rockfeller e criminali affini.
      Ci hanno fatto credere che scappando dal 'lupo cattivo' si andava incontro ad angeli celestiali.
      Ci troviamo ora sotto un comunismo mascherato da capitalismo molto ma molto più feroce di quello vero.
      Il comunismo vero ti condannava ad essere un numero della nomenklatura, questo invece ti condanna a morte.
      Se non fai parte del piano, non hai più accesso a niente. Conto in banca, casa, auto. Sei morto.
      Abbiamo proprio fatto un gran passo avanti.

    1. Fred G. Sanford 26 novembre 2023

      Tutto giusto, ma come si fa a confondere il comunismo e le sue tesi liberticida con il Socialismo?

    1. carla 26 novembre 2023

      Il piacere di mangiare l'insalatina col pomodoro del proprio orto è tale solo per chi ha almeno una pallida idea di cosa si fa per seminare e raccogliere verdura.
      Sarebbe come spiegare a chi sta sempre in poltrona la gioia di una corsetta, di una escursione in montagna compresa la sfida di superare i propri limiti.

    2. Nonso 26 novembre 2023

      Confermo, coltivare l'orto o fare una bella escursione in montagna sono cose preziose, da condividere

    1. carla 26 novembre 2023

      Ormai nel nostro paese è tutto tempo perso, abbiamo dato via anche i cervelli, e con questo non intendo quelli che da decenni migrano, ma proprio quello del gregge.
      Se c'era qualcosa dentro alla zucca del gregge, che fossero semini o aria l'hanno già mandato all'ammasso.
      Figuriamoci se individui che magari sono anche vegani, vegetariani, a dieta, salutisti, allergici, intolleranti e poi si fanno iniettare la prima cosa che passa in tivvù pubblicizzata dal primo sponsor che capita, capiscono che la nostra penisola è già tutta venduta e anche male.

    2. Nonso 26 novembre 2023

      Minghia, fosse solo la nostra penisola

    3. carla 26 novembre 2023

      La nostra penisola è comunque sempre messa peggio di altri paesi e non credo sia solo per l'inettitudine di politici e cittadini.
      Senza negare nulla sui ladri che ci hanno sgovernato fino alla strage di stato, siamo sempre stati sotto tutti i punti di vista troppo allettanti come paese.
      A nessuno interessa pane e acqua se può pasteggiare con arrosto e dolce.

    4. Nonso 26 novembre 2023

      Il fatto che il nostro sia allettante come Paese è innegabile. Fanno a noi quello che non vorrebbero fosse fatto a loro. Tu prova a vedere che sapore hanno pane e acqua dopo una settimana che non bevi e non mangi. Basta una settimana.

    5. carla 27 novembre 2023

      A me bastano 48 ore solo a acqua, lo so per esperienza. Che linea però!

    6. Nonso 27 novembre 2023

      Ogni tanto un digiuno può servire (48 ore sono troppe), e non prenderci l'abitudine perché può creare disordini... poi bisogna chiamare la polizia

    7. carla 27 novembre 2023

      Non ci prendo l'abitudine, mi è successo solo in casi estremi, quando seguivo malato giorno e notte perchè "precettata" dal primario

    1. carla 26 novembre 2023

      Sapevo di quest'uso romano e sono sempre più convinta che di romani non ne abbiamo più nemmeno l'ombra.
      Sarebbe una legge da applicare anche oggi, p.e. dove si fanno guerre per terra.

    2. Nonso 26 novembre 2023

      Imperialisti ne trovi a mazzi

    3. carla 26 novembre 2023

      Per come stiamo a civiltà penso che i barbari siamo noi.

    4. Nonso 26 novembre 2023

      La ci-viltà è una gran fregatura. Ha ragione Sonia Milone ad essere New Age

    1. oriundo2006 26 novembre 2023

      Laudatores temporis acti dove siete ? Qui a curare il vostro orticello con mezzi e strumenti di dieci secoli fa ? Oppure davanti al computer con la tecnica attuale ?
      Il ragionamento complessivo di Parigi è limitato da un fatto grande come una casa: l'accentramento del capitale ha permesso di uscire dalle ristrettezze produttive ( e mentali e sociali e tutto il resto ) del micro-capitalismo diffuso, attraverso un impulso determinante dato dagli investimenti immensi nella scienza ed alla tecnica, fino alla cibernetica attuale, cose altrimenti impossibili.
      Queste conquiste sono state possibili solo grazie ad estorsioni gigantesche di plusvalore a danni dei più ed al loro indirizzamento verso una dilatazione temporale della fruizione dei benefici.
      Hanno spostato in là l'asticella della soddisfazione dei bisogni elementari attraverso salari, stipendi e redditi dimidiati per ottenere in cambio incrementi fortissimi nel sapere globale delle società ( la faccio semplice semplice ), dunque della qualità complessiva della vita ( vero o falso che sia...).
      Abbiamo un esempio di questo: nelle società tradizionali che sussistono ancora negli angoli del mondo, il modello 'diffuso' non ha prodotto nessuna intesificazione del sapere o delle tecniche, rimaste tradizionali e che per sopravvivere oggi hanno bisogno anch'esse dei portati del mondo capitalista. Vivono insomma a sbafo sotto tanti aspetti.
      Il fatto che oggi scienza e tecnica siano monopolio di questi conglomerati, pubblici o privati, che esista una casta di sacerdoti che decida della sorte di miliardi di esseri, sia in pace che in guerra ( preferibilmente in quest'ultima, coessenziale alla ristrutturazione delle società 'ospiti', attraverso ad esempio la bioingegneria genetica e le sue applicazioni ), che esista una politica imbecille fatta da imbecilli che occupano scranni parlando di idiozie, senza nulla fare per diffondere sapere e potere, ebbene è un elemento che non può essere mitigato dalla suddivisione micro della proprietà.
      Questa suddivisione, anche solo come precipitato tutto sommato irrilevante per la concentrazione di potere e dunque agibile sin da subito senza scomodare sconquassi sistemici, sarebbe di certo cosa buona e giusta e ci vedrebbe tutti come dire ... molto interessati.
      Siamo d'accordo sulla redistribuzione e sulla fruizione di una vita autonoma e non dipendente dalla catena sociale.
      In parte questo già avviene, il modello redistributivo è inserito come prodotto secondario del sistema, basta vedere la ricchezza delle società 'avanzate'.
      Ma forse Parisi vuol intendere altro, vuol dire che l'accentramento monopolistico è esso stesso un limite allo sviluppo, senza dire che secondo la teoria economica tradizionale è una diseconomia rispetto al 'mercato' formato da produttori/venditori in numero esteso, i soli a determinare il prezzo 'giusto'.
      Ma anche qui: siamo sicuri che il sistema cibernetico non abbia innovato sulla fissazione dei prezzi derivanti dall' incontro tra domanda e offerta 'libera' quando piuttosto questo è dato dalle possibilità quasi infinite di produzione di macchine 'intelligenti' e dunque limitato solo dall'assorbimento potenziale del 'mercato' e non solo già dagli incrementi di valore-lavoro dell' 'ultimo pezzo' ?
      Scusate la lunghezza esorbitante del mio intervento e dalla sua 'oscurità !

    2. Vincent1 26 novembre 2023

      Certo, il balzo tecnologico è stato innegabile ma il balzo tecnologico come lo stiamo pagando?
      Con aziende terriere che per poter essere competitive devono superare l'estensione di almeno 10 province e che quindi non possono permettersi il lusso di un diserbo manuale ma devono ricorrere al glifosato. Il glifosato però ha qualche problema. Va bè. Che vuoi che sia.
      Abbiamo bisogno di onde elettromagnetiche super potenti. No problem. La scienza ci da prodotti da spruzzare con gli aerei sopra le persone. Cosa faranno? Bah. Vedremo.
      Le industrie farmaceutiche hanno bisogno di fare profitti. No problem. Ci inventeremo qualche pandemia.
      Mi fermo qui.
      Però... tutta questa scienza ci ha addirittura portati sulla luna.
      O no?
      E poi... stanno arrivando tutte le 'agende'. Uomini schedati, città a 15 minuti e sbarre varie. 'Non fai un passo se dall'alto non c'è qualcuno che ti comanda e muove i fili per te'
      Proviamo un pò a metter sul piatto della bilancia i progressi che abbiamo fatto in confronto a quello che stiamo pagando e pagheremo per questo e poi tiriamo le somme.

    3. Matteo Parigi 26 novembre 2023

      Ecco un altro che non ha capito cosa c'è scritto. Se ci tiene, mi dica dove viene detto che il problema è la tecnologia o che bisogna tornare alle zappe di legno. Inoltre lei incappa nella fallacia di ritenere che il capitale equivalga a progresso. Non è così. Società più redistributive e in cui il lavoro era tutelato da associazioni intermedie come quella medievale che ho preso da esempio (e non è l'unico: più sopra un commentatore fa giustamente l'esempio di Roma) hanno reso possibili la cupola del Brunelleschi, le opere di Michelangelo, Da Vinci; la Via della Seta, innumerevoli invenzioni e saperi che oggi ci portiamo ancora dietro. Devo continuare? Se poi preferisce una società in cui una ristretta Silicon Valley sviluppa cibernetica sulle spalle di milioni di poveri e nullatenenti, piuttosto che una società senza Neuralink ma più equa, contento lei... Infine, se proprio deve spendere così tanti caratteri, esiste il forum o ci mandi i suoi articoli. Siamo ben lieti di riceverli. grazie del commento

    4. natascia 26 novembre 2023

      A mio avviso nelle sue osservazioni, pur essendo condivisibili , esistono delle idee assolute che caratterizzano la presuntuosità degli attuali decisori globali. Gli investimenti immensi, con sponda di estorsioni gigantesche, consentono calcoli che potrebbero portare margini tali da perdonare del tutto i i fruitori a sbafo alias mangiatori inutili. Grati sempre agli inventori della ruota o a quelli della polvere da sparo, ma ad un certo punto bisogna anche dire ai benefattori di fermarsi e compiere ricerche mirate e interessate a spese e a responsabilità loro. Altro tema: la fissazione dei prezzi, una sciocchezza che fa sempre da sponda a presunzioni sbagliate.

    5. Arthur 26 novembre 2023

      Alcune tue osservazioni sono giuste, ma assolutizzi certi concetti e li applichi a tutto.
      Ad esempio, il progresso scientifico e tecnologico è stato in larga parte incentivato da accentramenti di capitale e conglomerati di potere, è innegabile, ma questo non vale per tutto.
      La conoscenza umana è suddivisa in una marea di branche che, prese singolarmente, non traggono affatto vantaggio da certi fenomeni economici ciclopici e di ampia portata.
      Un artigiano del medioevo aveva conoscenze e abilità strabilianti che farebbero impallidire un lavoratore di oggi: fabbri, vetrai, falegnami, etc.
      Tutti i pittori e gli scultori del Rinascimento e del Barocco erano di una bravura che oggi gli artisti si sognano.
      Un musicista compositore di livello medio del XVIII secolo in 2-3 mesi scriveva un'opera per il teatro ed era in grado di comporre un brano di musica da camera in poche ore (o giorni se più complesso), mentre oggi un musicista considerato eccellente impiega settimane di studio per suonarlo bene.
      Gli uomini dotti vissuti negli ultimi secoli avevano una cultura immensa a tal punto che un uomo di istruzione elevata di oggi appare al confronto uno studentello.

    1. Arthur 26 novembre 2023

      Molto interessante e ricco di argomentazioni condivisibilissime.

      Mi riconosco pienamente nelle critiche al capitalismo e al socialismo-comunismo.
      Entrambe le ideologie sono state (e lo sono ancora) funzionali alla cancellazione della piccola proprietà e alla distruzione delle competenze e delle abilità dell'Uomo, il tutto a favore di oligarchie tiranniche.
      Piccola proprietà e abilità-competenze individuali rendono l'uomo indipendente economicamente e non ricattabile.
      Per questo certi poteri le detestano e fanno di tutto per ridimensionsarne la diffusione, il valore e la portata sociale.
      Per avere schiavi occorre che le persone siano ricattabili e dipendenti da chi schiavizza.

      Quando dico che Liberalismo e Marxismo negli utimi due secoli sono stati gli utili idioti nelle mani di taluni, mi riferisco anche a questo.

    1. natascia 26 novembre 2023

      Una visione che condivido in tutto. Essa è vera espressione di ogni necessità umana, sempre fondamento di ogni società in ogni latitudine. Là disumanità della condizione attuale è il sintomo di una situazione ormai finale. La vera libertà è la piccola proprietà’ da difendere e da diffondere. Per fare questo deve essere chiara e forte la lotta ai Monopoli e alle aziende monstre. Le armi che il cittadino ha sono l’astensione dal consumo e il rifiuto del mainstream. Arte, spettacolo, letteratura devono agire per questa libertà.

    1. Nonso 26 novembre 2023

      Essere opere d'arte.
      Le escort interpretano sempre col quel tocco di capitalismo che invecchia il massaggio, cioè il messaggio, ma non importa - possiamo considerarle la sbavatura.

      Complimenti al Parigi, ottimo lavoro. Vado a farmi un rosso.

      PS: davvero molto interessante l'uso delle mutande in La Vita ;)

    1. fuffolo 26 novembre 2023

      "Il primo passo in tale direzione è tornare" al sudore della zappa e della roncola. autonomia alimentare ed energetica, la libertà costa fatica

    1. Bertozzi 26 novembre 2023

      Famiglie? Comunità? Ritorno alla terra? Oh, ma noi c'abbiamo la pensione e la televisione, guadagnate dopo lustri di camicie bianche o azzurre, tute blu, e settimane corte dentro le fabrichètte e uffici di fantozziana memoria, la fatica e la soddisfazione di chi non si è risparmiato non la conosciamo, ci siamo venduti ben presto al progresso e adesso non sappiamo più fare un belin di niente e abbiamo ben passato il concetto ai nostri figli che faticare è male e saper fare le cose è inutile, tutte cose un po' vintage, pallido ricordi di avi periti da mo', di famiglie allargate che non avevano certo bisogno della paghetta statale per campare; nel pezzo di terra che abbiamo qui davanti ci facciamo una bella piscina e un bel pratino all' inglese che tagliamo due volte al giorno con tagliaerba nucleare e magari qualche buca per due tiri di golf o per farci defecare il cane che ogni tanto ci porta lui a fare un giretto a noi e ne approfitta per svuotarsi le viscere, e poi ognuno di noi ha muretti siepi e cancelli che ci separano da tutti gli altri, sai mai che ci venissero a spiare le nostre tecniche di taglio erba e svuota cane. E i nostri figli, per chi li ha, naturalmente? Beh, a vivere in un sottoscala che noi gli abbiamo gentilmente elargito a un ottimo prezzo a volte addirittura gratis!... E che ringrazino quei buoni a nulla sempre sullo smartphone, se non fosse per noi nemmeno il sottoscala avrebbero, eccola qui la nostra famiglia italica e il redistribuzionismo, ...qualcuno ha detto "elefante nella stanza"? Macché, fine del peana, si torni a parlare di robe serie tipo Marx ed Engels, Friedman, Huttimgton e Fukuyama, loro davvero padri di questioni dirimenti e indispensabili per evitare di vendere la terra ai magnati, per tornare ad essere famiglia, comunità, patria. Forza su.

    1. Eugiorso 26 novembre 2023

      Ce ne vuole per paragonare l'ordoliberismo capitalistico al comunismo novecentesco realmente esistito, ce ne vuole per accostare il capitalismo privato, nutrito di espropriazione delle masse ed estorsione del plusvalore ai tentativi, per quanto poi falliti, di ralizzare un vero collettivismo!
      Forse si tratta di una riproposizione di una "terza via" cattolica, vicina a Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica ...
      Gli intereventi dei cattolici credenti in ambito socioeconomico sono sempre stati, per così dire, bizzarri e deboli sul piano teorico, di scarsa attrattiva, anche perché dominati dalla fede irrazionale, dalla necessità di adeguamento per vivere nel "mondo moderno" e dal riferimento alla teologia.

      Cari saluti

    2. Matteo Parigi 26 novembre 2023

      È evidente che non ha letto o non ha compreso bene lo scritto. Rilegga ancora.
      Repetita iuvant.

      Un abbraccio

    3. Il Pusillanime 27 novembre 2023

      È ben assurdo il fatto che un materialista faccia appello alla ragione per impugnare la Chiesa, qualificando come irrazionale la dottrina, che essa propaga, e la fede, su cui si fonda. Eppure la ragione non è fatta di materia e non può essere appresa dai sensi umani (che, per appunto, comprendono solo le cose corporee della realtà materiale).

      Sembrami, piuttosto, irrazionale la pretensione di volere restaurare il paradiso terrestre - eresia gnostica vecchia come il cucco, tra l'altro - in facendo un po' di ingegneria sociale (perché di questo si tratta): pretesa sostenuta dagli aderenti di alcune false dottrine, moderne e occidentali (anzi, occidentaloidi, come dice spesso il nostro simpatico materialista), che hanno fatto la fine che sappiamo (l’esperienza come maestra di vita).

      (Il liberalismo, invece, pare aver vinto, per la miseria! forse perché promette tanti paradisi terrestri - a cui pervenire mediante l'arricchimento e il successo professionale - quanti sono gli individui, e non un paradiso, sempre terrestre, ma collettivo, la cui instaurazione veniva continuamente differita a data da destinarsi dal clero marxiano là, ove era giunto al potere... O veramente converrà pendere verso l’opinione di chi reputa fallace la dicotomia liberalismo/marxismo [ciao, Arthur])

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