Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org
E’ da qualche tempo che tutta la grancassa mediatica riempie le orecchie del pubblico con l’invocazione a reti unificate di “garanzie” di sicurezza per l’Ucraina, come conditio sine qua non per la conclusione di qualsivoglia trattato di pace che ponga fine all’Operazione Militare Speciale in corso nel Donbass e dintorni.
A tal proposito è notizia freschissima delle scorse ore la definizione di un quadro di misure, condiviso – più o meno, così dicono loro - tra ben ventisei paesi, europei e non. Più che un quadro, l’insieme delle misure sembra un patchwork, dato che ognuno farà un po’ quello che vuole, come quando si fa una cena tra amici e ognuno porta quello che gli pare, che poi finisce che ci sono trentasei baguettes, dodici torte venti bottiglie di vino e nessuno che abbia portato un primo. Il tutto, finalizzato – a loro dire – a garantire che in futuro non possa ripetersi un attacco dei cattivoni russi che vìoli i sacri confini territoriali dell’Ucraina, come sanciti per sempre, nei secoli dei secoli da… beh, insomma, a ben vedere … i confini dell’Ucraina sono stati sanciti nel corso di qualche decennio dagli atti amministrativi di due o tre Capi di un organismo (il Politburo) che non c’è più, che comandava un partito (quello Comunista) oggi dissolto pressochè ovunque, il quale governava con pugno di ferro un Paese (l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche - URSS) anch’esso ormai inesistente da una trentina d’anni abbondante; Paese nel quale una delle Repubbliche federate era, appunto, chiamata Repubblica Socialista di Ucraina ed aveva dei confini, irrilevanti per l'esterno e importanti solo a livello amministrativo. Ah, en passant, anche i confini del Paese scomparso (l’URSS) erano considerati (e per un po’ lo sembrarono davvero) definitivi, inviolabili e quindi eterni, ed oggi non ci sono più, ma tant’è, si sa, tutto scorre, come diceva quel tale nell’antica Grecia, soprattutto quando quei confini non seguono discontinuità reali, radicate e ben individuate tra elementi geografici, culturali, etnici, religiosi, ma si configurano più come tratti di penna messi lì per contingenti ragioni politiche, tratti di penna molte volte addirittura usati come elemento di risoluzione di controversie tra soggetti terzi rispetto agli abitanti interessati (vogliamo parlare dei confini in Africa?).
[caption id="attachment_231348" align="aligncenter" width="570"] I confini delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel 1989[/caption]
Ma non è di questo che intendevo parlare. Qui si voleva parlare delle “garanzie” e, come suggerisce il titolo, si vorrebbe rispondere alla domanda su chi, tra Russia e Ucraina, ha in realtà più bisogno – nella situazione attuale - di garanzie. La domanda è in buona parte retorica, ma non nel senso che propagandano i media. In realtà, le garanzie più rilevanti se si vuole davvero chiudere la questione, non sono quelle per l’Ucraina, ma sarebbero da fornire alla Russia. Per capirlo, però, ci sarebbe bisogno di allargare un minimo lo sguardo, uscendo dal tunnel cognitivo costruito sui media. E’ un po’ come quel famoso disegno che viene spesso usato nei corsi manageriali quando si vuole esemplificare il concetto di non giudicare sulla base delle apparenze, ma di cercare di vedere sempre il quadro intero, disegno che viene mostrato prima tramite un piccolo riquadro, nel quale si vede un oggetto appuntito minacciare una persona che sembra spaventata; guardando quello spicchio, qualunque osservatore concluderebbe che l’uomo nel riquadro è la vittima di un’aggressione.
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1 - Il quadro ristretto[/caption]
Poi, però, allargando il quadro, si vede che l’oggetto appuntito era in realtà la punta del piede di un uomo in fuga, mentre il viso che appariva nel riquadro non era di una persona spaventata, ma di un rapinatore aggressivo armato di pistola che lo inseguiva.
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2 - Il quadro intero: chi è l'aggressore?[/caption]
Ecco, a me tutta la narrazione mediatica sul conflitto Russia-Ucraina sembra un po’ come quel disegno, con i media impegnati a mantenere lo sguardo dell’opinione pubblica ben fisso sul piccolo riquadro, timorosi che, se qualcuno dovesse vedere il disegno intero, potrebbe accorgersi di come realmente stanno le cose. Sì, perché nella narrazione mediatica, il conflitto inizia sempre, invariabilmente il 24 febbraio 2022, quando le truppe di Mosca varcano il confine con il Donbass. Il disegno completo, però, se qualcuno provasse ad interrogarlo, mostrerebbe chiaramente che, se si vuole cercare un momento minimamente significativo da cui iniziare una ricostruzione attendibile dei fatti, dovremmo risalire quantomeno a trentuno anni prima, ovvero al 1991, anno di dissoluzione definitiva dell’URSS. In quel momento, come disse profeticamente in una intervista alla CNN del 1995 (1) Anatoly Sobchak ex sindaco di San Pietroburgo, ex membro della Nomenklatura comunista dei suoi ultimi anni, ma di simpatie liberali e mentore politico di Vladimir Putin, si sarebbe dovuti tornare indietro ai confini del 1922 ed indire dei referendum per risolvere tutti quei casi in cui delle popolazioni culturalmente e storicamente appartenenti ad una certa etnìa erano rimaste “intrappolate” in una nuova entità statale, retaggio di una precedente divisione amministrativa interna all’URSS, composta in maggioranza da esponenti di un’etnìa diversa. Com’è facile intuire, l’Ucraina era uno di quegli esempi, e quella situazione riguardava la Crimea e le regioni orientali di Donetsk e Lugansk, dove gran parte della popolazione parlava la lingua russa e apparteneva a cultura e tradizioni più russe che ucraine. Tuttavia, fino al 2014 la situazione era sembrata gestibile, con elezioni che vedevano il paese sostanzialmente spaccato in due, con le regioni occidentali prevalentemente filo-europee e quelle orientali filo-russe e governi che vedevano al potere partiti ora di un’ispirazione, ora dell’altra, con scarti ridotti e vari cambiamenti di fronte, ma senza che si registrassero vaste prevaricazioni di una parte sull’altra e mantenendo, nelle regioni russofone, un sostanziale rispetto delle proprie origini culturali, a partire dal bilinguismo.
Se in Ucraina tutto sembrava sostanzialmente nella norma, quello che stava mutando nei decenni a cavallo dell’anno 2000 era il quadro internazionale: al momento della caduta del muro di Berlino è fatto ormai acclarato che il presidente sovietico Gorbaciov, lui sì, ricevette esplicite garanzie dai paesi NATO che l’Alleanza non si sarebbe espansa mai “nemmeno un centimetro verso est”.
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Gorbaciov e Kohl nel 1990[/caption]
Era, quella, una garanzia indispensabile agli occhi di un russo, per quanto ingenuo possa apparire Gorbaciov in quella circostanza (chissà se poi ci credeva davvero), per una serie di ragioni storiche che, con un certo grado di semplificazione, possiamo riassumere così: la Russia era stata invasa ben due volte nei duecento anni precedenti; invasioni che erano state respinte dopo lungo tempo ed a carissimo prezzo, con enormi perdite sia umane che materiali, e l’invasione era entrambe le volte arrivata da Ovest. L'Ucraina, poi, era stata la direttrice da cui erano passate (anche grazie alla collaborazione di alcuni odierni "eroi nazionali" come Bandera) le truppe che avevano assediato Stalingrado in uno degli episodi più drammatici e sanguinosi, oltre che decisivi, di tutta la II Guerra Mondiale. Storicamente, quindi, nel passato recente non erano stati gli occidentali ad essere minacciati dalla Russia, ma viceversa. Ovvio che un presidente che, dopo essere stato sovietico, tornava ad essere russo e ci tornava da sconfitto (sconfitto nella Guerra Fredda, per intenderci) cercasse innanzitutto garanzie per l’integrità del proprio paese tenendo gli storici nemici a distanza dai propri confini.
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I percorsi delle truppe tedesche durante l'Operazione Barbarossa[/caption]
Gli occidentali diedero quelle garanzie, giurarono e spergiurarono, salvo poi rompere quel giuramento ben 14 volte, nei decenni successivi, portando i confini della NATO sempre più vicino a quelli russi, prima facendo entrare Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca (1999) fino poi a raggiungerli anche fisicamente, con l’entrata delle Repubbliche baltiche nell'allargamento del 2004, che interessò anche altri pezzi ex sovietici come Romania, Bulgaria e Slovacchia. Perché lo fecero? Sempre semplificando molto la questione, si potrebbe ipotizzare che, con l’arrivo di Putin al potere in Russia, nel 2000, la politica del paese cambiò di 180° e, a causa di ciò, venne considerato fallito il tentativo – portato avanti con Eltsin al potere, per tutti gli anni ‘90 – di “annettere” economicamente e politicamente la Russia all'occidente, appropriandosi di tutte le sue enormi risorse naturali ed industriali. Una volta constatato che con la nuova leadership non avrebbe potuto proseguire il sostanziale saccheggio della Russia da parte dei paesi occidentali (e degli oligarchi da questi favoriti), questi ultimi hanno cominciato ad operare per ottenere un qualche tipo di cambio di regime a Mosca, con il ritorno di una leadership più malleabile (o più corruttibile, fate voi). In più - fatto non secondario - per gli USA il ripristino dell'antico nemico avrebbe provveduto a tenere viva quella "paura" diffusa che permetteva (e permette tuttora) di mantenere alto e costante il flusso di denaro verso la spesa militare.
Ed ecco, allora, toccare 14 volte il nervo scoperto di Mosca, ovvero le garanzie di sicurezza dalle invasioni da ovest. In particolare, significativo è il fatto che ai confini con la Russia la NATO ci arrivi solo tre anni dopo la salita di Putin al potere, e non l’avesse fatto nei tredici anni precedenti, quando al Cremlino ci stava qualcun altro. Mettere ai confini della Russia le truppe di un’Alleanza sempre meno difensiva (vedi le bombe su Belgrado etc etc) e sempre più apertamente ostile a Mosca era già di per sé una provocazione. Ma non fu certo la sola. Il confine più grande, come detto, era quello tra Russia e Ucraina e l’Ucraina in quel periodo non solo non era nella NATO, ma nemmeno stava in nessun tipo di organizzazione filo-pseudo-occidentale, tale da costituire un fastidio per Mosca. Il nervo scoperto era quello, allora, bisognava fare qualcosa.
E siamo così al 2014. Fino a quel momento, come detto, in Ucraina si erano alternati governi filo-russi o filo-occidentali, rispecchiando la sostanziale divisione in due del paese, con lieve prevalenza ora di una parte, ora dell’altra. Le classi dirigenti ucraine lottavano soprattutto per ottenere il potere e, con quello, intermediare i non pochi soldi che un paese di quasi quaranta milioni di abitanti con interessanti risorse economiche ed agricole (l’Ucraina era conosciuta per essere il granaio dell’URSS ed ospitava alcune delle più grandi acciaierie d’Europa) era in grado di produrre. Non vi erano particolari problemi nel mantenere, nelle regioni orientali e non solo, il bilinguismo e i rapporti con la Russia erano molto stretti, indipendentemente dal governo in carica. Basti pensare che l’attuale presidente Zelens’kyj – come racconta Fulvio Scaglione nella sua biografia “Zelens'kyj. L'uomo e la maschera” – nei primi due decenni del XXI secolo costruisce tutta la sua carriera artistica e la sua fama parlando russo e collaborando strettamente attraverso la sua casa di produzione con la televisione di Mosca, alla quale deve la sua popolarità non solo in Ucraina, ma in tutte le ex Repubbliche Sovietiche (Russia compresa). Ma nel gennaio del 2014 l’occidente decide di passare all’azione e, dopo gli allargamenti ad est della NATO, entra a piedi uniti nella politica del paese ribaltando, con quello che è classificabile come un vero colpo di stato, l’esito delle elezioni (favorevole, quella volta, ai filo-russi) per insediare un governo filo-occidentale, sostenuto però, a differenza di quelli precedenti, da forze paramilitari ultranazionaliste apertamente ostili a Mosca. Queste ultime, una volta ottenuto il potere, cominciarono allora un sistematico attacco alle popolazioni russofone del sud-est e in Crimea, usate come bersaglio nella più classica delle operazioni di destabilizzazione del nemico più forte tramite attacco alle sue minoranze all'estero (2). In quella regione, la più schiettamente russa, si iniziò subito a creare un diffuso movimento indipendentista, che coinvolse, tra febbraio e marzo del 2014, gran parte della popolazione e provocò una serie di dichiarazioni di indipendenza dall’Ucraina a vari livelli, con richieste di annessione alla Russia provenienti da più parti e diserzione di oltre la metà dei soldati dell’esercito a favore della Russia. L’annessione avvenne poche settimane più tardi, ratificata da un referendum ovviamente contestato dall’occidente, ma che – date le caratteristiche e la storia della regione - è difficile immaginare con un esito diverso da quello ufficiale (3), ovvero largamente a favore del ritorno alla Russia.
Sfuggitagli di mano la Crimea, il governo nazionalista di Poroshenko rivolse le proprie “attenzioni” alle altre regioni russofone di Donetsk e Lugansk. L’ottimo articolo di Ennio Bordato pubblicato da Comedonchisciotte pochi giorni fa è più che esauriente nel raccontare quello che è avvenuto dopo. Putin tentò inizialmente una mediazione siglando a Minsk un primo Protocollo di intesa che stabiliva per quelle regioni precise garanzie (ancora loro) di autonomia e rispetto da parte di Kiev di cui l’OCSE era l’ispiratore e Francia e Germania furono chiamate a fare da “garanti”. Le numerose violazioni del Protocollo da ambo le parti portarono a nuovi negoziati pochi mesi dopo e ad un secondo Protocollo (Minsk II) che prevedeva anch'esso ampie autonomie e nuove elezioni costituzionalmente garantite per le regioni di Donetsk e Lugansk. Dopo averlo firmato, l’Ucraina non diede seguito ad alcuna delle riforme in esso concordate per l’autonomia delle due regioni orientali, mentre i “garanti” giravano la testa dall’altra parte. In realtà, come poi dichiarato apertamente sia dal presidente ucraino Poroshenko, sia dalla cancelliera tedesca Merkel, gli accordi di Minsk erano solo un modo per prendere tempo e consentire agli ucraini di potenziare ed organizzare l’esercito al fine di riconquistare militarmente le due regioni autonomiste che erano fuori controllo.
Da lì in avanti, fu uno stillicidio. Ben documentato da quei pochi giornalisti che ebbero il fegato di andare nel Donbass tra il 2014 ed il 2022, come Giorgio Bianchi, e che documentarono come il lato Ucraino della contesa si presentasse (e si presenti tuttora) come sostanzialmente di ispirazione nazista, il che non lasciava alcuno spazio a conciliazioni e convivenze pacifiche per le due regioni russofone, restando nell’ambito dello stato Ucraino. Infatti, come ancora racconta Bordato, Poroshenko ed i suoi successori, oltre che bombardare con regolarità le regioni, causando migliaia di morti, negarono ai russofoni servizi e perfino stipendi e pensioni, negarono le scuole ai bambini che, come dichiarò Poroshenko, avrebbero “dovuto vivere nelle cantine”. La lingua russa fu bandita da tutti gli ambiti, come raccontò lo stesso Bianchi, al quale fu negato ogni appoggio per un suo docu-film che raccontava i due lati del conflitto solo perché in uno dei due lati (il Donbass) le persone intervistate parlavano russo. Dettaglio importante: il docu-film non trovò distribuzione nemmeno in occidente perché c’era una buona metà del materiale (quello girato in Ucraina) dove si facevano aperti elogi del nazismo. Tutto questo prima del 2022, quando avvenne lo "sdoganamento" mediatico dei neonazisti ucraini.
Per i russofoni di Donetsk e Lugansk, quindi, non ci fu alcuna garanzia di sicurezza, per cui la Russia cercò di difenderli attraverso iniziative di altro tipo, come aiutare tutti coloro che avessero voluto trasferirsi oltreconfine oppure la concessione automatica del passaporto russo a qualunque abitante delle due regioni ne avesse fatto richiesta. Ma furono solo palliativi: non si poteva pensare di trasferire in blocco tutti gli abitanti in Russia, né di proteggerli con le sole garanzie diplomatiche. Nel momento in cui, all’inizio del 2022, l’esercito ucraino – grazie al secondo Protocollo di Minsk - si era convenientemente riarmato, e sarebbe stato pronto ad un intervento in grande stile nelle due regioni, Putin si trovò davanti ad una situazione di grande difficoltà, una vera e propria alternativa del tipo lose-lose, dovendo scegliere tra mollare al loro destino di sottomissione armata ai neonazisti ucraini i sei milioni circa di abitanti delle due regioni orientali, a gran maggioranza russofoni, oppure intervenire militarmente per difenderli scatenando una guerra contro un nemico dietro al quale c’era tutto l’occidente o quasi (compresi molti suoi clienti per il gas). Ed ecco che lui sceglie di entrare in guerra, come gli occidentali volevano. Poteva fare diversamente? Certo, avrebbe potuto mollare i russofoni e cinicamente dire loro “arrangiatevi, non posso scatenare una guerra per voi”; in più, probabilmente l’entrare in guerra rispondeva anche ad obiettivi russi, come affermare il proprio ruolo di vera potenza nello scenario mondiale etc., ma è chiaro che, se da un lato non siamo di fronte a uno scenario TINA per Putin, non esistevano vie facili di uscita dal cul de sac preparato per lui dall’occidente dal 2014 in poi.
Per questo non dovrebbe sembrare strano affermare che, guardando l’intero quadro e non solo il piccolo ritaglio mostrato dai media, se c’è qualcuno che può chiedere delle garanzie per sé è sicuramente la Russia, oggetto di attacco diretto nei secoli scorsi e indiretto, dal 2000 in poi, da parte dell’occidente, e non l’Ucraina, che – per quanto i confini del 1991 non fossero oro colato - Mosca non si sarebbe mai sognato di attaccare (come infatti NON aveva fatto fino al 2022) se Kiev avesse continuato a rispettare le minoranze russofone. Che questa fosse, in realtà, la volontà dei russi è ancora più chiaro se si considera il fondamentale passaggio con cui, un mese dopo l’inizio dell’Operazione Speciale, la parte ucraina respinse – su istigazione del Regno Unito e per volontà americana – l’ipotesi di accordo con cui si sarebbe potuto chiudere subito lo scontro, lasciando le due regioni con Kiev, ma dotate di grandi autonomie e, appunto, con garanzie di non tornare ad essere sotto attacco da parte dell'Ucraina. Ed è anche chiaro il perché, tra le garanzie richieste da Mosca, ci sia anche quella della “de-nazificazione” dell’Ucraina; perché - qualunque cosa quel termine possa stare a significare - con questa classe dirigente al governo, anche una tregua o addirittura la fine della guerra a governo invariato di Kiev sarebbe solo un modo per dargli tempo – come nel 2015 – per riarmarsi e ricominciare. Del resto, furono proprio gli Stati Uniti negli anni '60 con la crisi dei missili a Cuba ad insegnarci che non è mai bene avere un potenziale nemico attestato ed armato ai propri confini. Per garantire la propria sicurezza,allora, furono addirittura a un passo dallo scatenare una guerra nucleare contro l'URSS e ancora oggi Cuba è sotto embargo perchè, anche se il comunismo è morto e sepolto, gli USA non hanno ancora ottenuto il desiderato cambio di regime a L'Avana (che non è difficile considerare equivalente alla "de-nazificazione ucraina chiesta da Putin, ma si sa, gli Stati Uniti sono un'altra cosa...).
Ma Putin non è quello che, se non lo fermiamo in Ucraina, poi invaderà tutta l’Europa? Dare le garanzie all’Ucraina significherà garantire tutti noi, e comunque dovremo riarmarci per difenderci: il pericolo è alle porte. O almeno così dicono a reti unificate.
Anche qui è la storia a venire in soccorso del povero cittadino travolto dalla propaganda: come ci ricorda Domenico Moro in questo articolo, le analogie della situazione odierna con quella appena antecedente alla Prima Guerra Mondiale sono numerose ed inquietanti, e la più inquietante di tutti riguarda proprio il riarmo europeo, e della Germania in particolare. Che oggi come allora, fu giustificato proprio dalla necessità di avere garanzie di sicurezza contro un’ipotetica quanto improbabile invasione straniera. Obiettivo che veniva sbandierato in pubblico, mentre in segreto, hanno poi svelato i documenti storici, le élites tedesche volevano riarmarsi per attaccare, non per difendersi. Oggi forse l'obiettivo reale non è un'offensiva, ma è il rilancio economico dell'asfittica industria pesante tedesca, ma, come la storia insegna, mettere in mano delle armi a qualcuno a quelle latitudini non è mai stata una buona idea, in passato.
In tutto questo Mondo alla Rovescia dove chi vuole attaccare fa finta di essere aggredito e chi è stato aggredito fino a ieri viene definito aggressore per avere smesso di subire, è apprezzabile almeno la sincerità del gesto con cui Donald Trump ha rinominato Dipartimento della Guerra quello che era il Dipartimento alla Difesa. In effetti, pensandoci bene, difesa da chi, dato che gli Stati Uniti non sono mai stati attaccati da nessuno? Almeno lui lo dice apertamente, che vuol fare la guerra.

Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org
08.09.2025
NOTE
(1) L'intervista non sembra più reperibile in rete, ma anni fa la vidi per intero e mi appuntai il concetto riportato.
(2) Tecnica ampiamente usata in molte altre situazioni anche recenti, come ad esempio nella ex Jugoslavia, quando furono proprio le minoranze dei vari gruppi etnici ad innescare i conflitti; tecnica tuttora in corso in Kosovo con la minoranza serba, oggetto di continue restrizioni e punzecchiature da parte di Pristina.
(3) Ben due diversi (Gallup e Gfk) sondaggi successivi condotti da società occidentali confermarono sostanzialmente le percentuali dichiarate ufficialmente.
clausneghe 9 settembre 2025
Il gruppo Hacker Russo KillNet, così dicono, ha rubato la mappa e il piano dei"volonterosi" dove si trama di spartire l'Ucraina in 4 parti lasciando ai Russi la Crimea e le quattro regioni del Donbas.
Con il pretesto della sicurezza schiererebbero 50.000 soldati di FR GB PL RO specializzati con lo scopo di prendersi le materie prime in modo da risarcire i prestiti di guerra. La guida sarebbe Francese.
Ma ormai è finito tutto a putlane per adesso e il governo Francese è pure caduto. Pensate ai poveri diavoli Ucro che muoiono nel fango, inconsapevoli. Ah, l'ignoranza..
Spartan 9 settembre 2025
Muoiono nel fango ma consapevoli , secondo me. Hanno avuto , dato le avvisaglie,tutto il tempo di andarsene dall'Ucraina, come hanno fatto quasi 3 milioni di ucraini che vivono in Russia. Ignoranza e banderismo , la fanno da padrone nella popolazione ucraina. Citando Niemöller
"Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me.