Di Pietro Minute
La Rivoluzione Islamica del 1979 rappresenta, per i suoi sostenitori, uno dei momenti più profondi di liberazione politica e morale della storia moderna del Medio Oriente. Nella loro prospettiva, gli anni che precedettero la caduta della monarchia Pahlavi furono segnati da un crescente divario tra un potere imposto dall'alto e un popolo che reclamava dignità, giustizia sociale e indipendenza reale dalle ingerenze straniere. Il regime dello Shah, percepito come autoritario, distante e sostenuto da potenze occidentali più interessate ai propri interessi che al benessere degli iraniani, avrebbe progressivamente soffocato ogni spazio di libertà e spiritualità collettiva.
In questo contesto, la figura dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini emerse come guida morale e politica capace di dare voce al malcontento generale. Per milioni di iraniani, egli incarnava l'integrità, il coraggio e la fermezza necessari per opporsi a un sistema giudicato ingiusto e corruttibile. La rivoluzione, secondo chi la visse e la sostenne, non fu soltanto un moto politico: fu un movimento sociale e religioso radicato nella richiesta di sovranità popolare, nella difesa dell'identità islamica del Paese e nel rifiuto dell'autoritarismo e della dipendenza straniera.
Il primo articolo ripercorrerà, attraverso questa prospettiva, le tappe fondamentali che portarono dalle proteste iniziali alla caduta del regime monarchico. Dalle prime manifestazioni di dissenso fino alle mobilitazioni di massa, dagli eventi tragici che segnarono l'opinione pubblica alla progressiva disintegrazione del potere dello Shah, verrà ricostruito un percorso che - nella visione rivoluzionaria - rappresenta il risveglio di una nazione e la rinascita della sua identità collettiva.
Per comprendere davvero le radici profonde del malcontento che avrebbe poi alimentato la Rivoluzione Islamica, è necessario tornare agli anni Sessanta, quando lo Shah Mohammad Reza Pahlavi avviò il progetto politico noto come Rivoluzione Bianca, e prima ancora, al 1953, quando il colpo di stato iraniano, sostenuto dalla CIA e dall'MI6, rovesciò il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh, che aveva nazionalizzato la Anglo-Persian Oil Company, reintegrò Mohammad Reza Pahlavi, lo Shah dell'Iran, come monarca assoluto e aumentò significativamente l'influenza americana sul paese. Nei primi anni '70, il bilancio della difesa iraniano aumentò dell'800% in quattro o cinque anni, il che contribuì a una grave instabilità economica e a un'interruzione sociale. Il regime dello Shah divenne sempre più autoritario; coloro che parlavano apertamente venivano spesso arrestati o torturati dalla polizia segreta dello Shah, la SAVAK, una polizia segreta, composta da circa 5.000 unità al suo picco [1]1 In fine, nel 1963, lo Shah aveva lanciato la sua "Rivoluzione Bianca", formalmente presentato come un vasto programma di modernizzazione, esso fu percepito da gran parte della società iraniana - soprattutto da religiosi, studenti, commercianti dei bazar e numerosi settori popolari - come un processo calato dall'alto, privo di legittimazione pubblica e orientato più al rafforzamento del potere monarchico che al benessere reale della popolazione. Nella lettura dei sostenitori della futura rivoluzione, la Rivoluzione Bianca rappresentò infatti un momento di cesura tra lo Stato e la nazione. Le riforme agrarie, che avrebbero dovuto riequilibrare la distribuzione delle terre, spesso portarono allo smembramento delle comunità rurali senza creare un vero sviluppo; la rapida occidentalizzazione dei costumi apparve a molti come un attacco alla tradizione islamica e alla cultura iraniana; l'aumento del controllo politico da parte dello Shah, accompagnato dal ruolo crescente dei servizi segreti, fu interpretato come un segnale di allontanamento definitivo dal popolo.
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Lo Shah Mohammad Reza Pahlavi[/caption]
La Rivoluzione Bianca fu dunque una serie di riforme di vasta portata e fu concepito appositamente per indebolire le classi che sostenevano il sistema tradizionale. Consisteva in diversi elementi, tra cui la "riforma agraria", vendita di fabbriche statali per finanziare tale riforma, nazionalizzazione di foreste e pascoli, partecipazione agli utili per i lavoratori delle industrie etc. Lo Shah spinse questa rivoluzione come un passo per "occidentalizzare il paese e per legittimare la sua dinastia (imposta con un colpo di stato nel 1925 da suo padre, Shah Reza). Ciò che lo Shah non si aspettava, era che la Rivoluzione Bianca non ha fatto altre che aumentare le tensioni sociali che non fecero altro che polarizzare il malcontento e in questo clima di tensione, la voce dell'Ayatollah Khomeini si levò con forza crescente. Ruhollah Khomeini, un Ayatollah (guida religiosa, studioso ed esperto della religione musulmana sciita duodecimana) della provincia di Markazi, discendente del Profeta Muhammad, nacque in condizioni di povertà in un periodo segnato dalla carestia successiva alla Prima guerra mondiale. Egli fu uno dei più noti studiosi della sua epoca anzi, era molto più di un semplice religioso: era un uomo di grande rigore morale, un giurista attento ai principi islamici classici e un leader capace di parlare con autenticità alle fasce più diverse della popolazione. La sua figura, descritta dai suoi seguaci come integra, disinteressata e profondamente radicata nella tradizione religiosa sciita, incarnava per molti l'idea di una guida spirituale in grado di difendere la dignità nazionale e i valori etici minacciati dalla monarchia.
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l'Ayatollah Ruhollah Khomeini[/caption]
All'epoca, in un paese profondamente sciita e religioso, dove i mullah (gli imam) avevano un ruolo fondamentale nel gestire gli affari spirituali e anche economici del paese, era necessaria una convivenza pacifica o quanto meno rispettosa nei confronti della monarchia, che ha sempre avuto beneficio da essa. Questa intesa tra "stato e chiesa" in Iran era stata eccessivamente minata dall'orientamento filo-occidentale della nuova monarchia imposta da pochi decenni, e in mezzo a tanti religiosi quietisti e silenziosi, l'Imam Khomeini denunciò ciò che molti iraniani percepivano ma non osavano esprimere: l'incompatibilità tra autoritarismo e giustizia sociale, tra dipendenza dalle potenze straniere e vera sovranità nazionale. Fu proprio l'opposizione alla Rivoluzione Bianca a trasformare Khomeini da semplice religioso carismatico in figura nazionale di riferimento, capace di esprimere il disagio di un'intera società in trasformazione forzata. Così, mentre lo Shah celebrava le sue riforme come il simbolo di un Iran moderno, per i futuri rivoluzionari esse divennero la prova della crescente distanza fra monarchia e popolo. Da questa frattura, negli anni successivi, sarebbero scaturiti i primi moti, le proteste e le mobilitazioni che avrebbero segnato l'inizio del lungo percorso verso il 1979.
A seguito di uno di questi discorsi dove Khomeini avvisò lo Shah di "non seguire le orme di suo padre" e dopo averlo definito un "uomo miserabile e infelice" venne arrestato.
Movimento del 15 di Khordad
A seguito dell'arresto di Khomeini dopo la sua denuncia allo Shah, nel pomeriggio del 3 giugno 1963 (Ashura) pronunciata in un seminario religioso a Qom, a Teheran una marcia di sostenitori di Khomeini marciò davanti al palazzo dello Shah cantando "morte al dittatore! Dio ti salvi Khomeini". Si stima circa 100.000 persone parteciparono a questo evento solo a Teheran. 2 giorni dopo uomini della sicurezza e commando irruppero in casa di Khomeini arrestandolo, portandolo alla prigione di Qasr a Teheran. All'alba del 5 giugno, giunta la notizia del suo arresto, masse di dimostranti infuriati iniziarono a scontrarsi contro stazioni di polizia, uffici governativi e della SAVAK a Qom, Teheran, Shiraz, Mashhad, Varamin. Una divisione dell'esercito ebbe uno scontro nel villaggio di Pishva, uccidendo "decine o centinaia" di persone. [3] secondo l'articolo appena citato si indica l'arresto di 320 persone e 380 morti o feriti durante la rivolta. Si riuscì alla fine a trovare un compromesso e per evitare che il popolo si rivoltasse contro lo Shah, si scartò l'opzione dell'esecuzione di Khomeini e fu trasferito ai domiciliari in una casa a Teheran e rilasciato ad aprile del 1964.2
Dopo 8 mesi fu rilasciato ma continuò la lotta, condannando la cooperazione che l'Iran aveva con gli USA e con Israele, anche a seguito delle continue azioni politiche dello Shah volte a migliorare le relazioni e i permessi rilasciati agli americani in Iran. Nel novembre 1964 Khomeini fu nuovamente arrestato e trattenuto per 6 mesi. Fu persuaso dall'allora Primo Ministro Hassan Ali Mansur per convincerlo a "scusarsi" con lo Shah, ma al rifiuto dell'Ayatollah di scusarsi, il Primo ministro in un impeto di rabbia lo schiaffeggiò. (fu ucciso 2 mesi dopo da un gruppo armato mentre si recava in parlamento). A novembre 1964 Khomeini fu mandato in esilio a Bursa in Turchia, dove visse nella casa del colonnello Ali Cetiner e nell'ottobre 1965 gli fu permesso di trasferirsi a Najaf, in Iraq, dove rimase fino al 1978, quando venne espulso dall'allora vicepresidente Saddam Hussein. Lontano dalla vista del pubblico, Khomeini sviluppò l'ideologia del velayat-e faqih (governo del giurisperito) come governo, secondo cui i musulmani - in realtà tutti - necessitavano di "tutela", sotto forma di governo o supervisione da parte del principale giurista o dei giuristi islamici. Tale governo era in definitiva "più necessario persino della preghiera e del digiuno" nell'Islam, poiché avrebbe protetto l'Islam dalla deviazione dalla legge tradizionale della Shari'a e così facendo avrebbe eliminato la povertà, l'ingiustizia e il "saccheggio" della terra musulmana da parte di non credenti stranieri.3[4]
Questa idea di governo da parte dei giuristi, fu diffusa nel suo libro "Governo Islamico" e tramite collaboratori vicini a lui (Najaf era una delle principali città sciite) i suoi discorsi e sermoni vennero registrati in cassette e contrabbandati in tutto il paese in gran segreto: milioni lo ascoltarono e impararono a capire cosa, questo uomo, voleva porre in atto per scacciare lo Shah. diversi Ayatollah si unirono nella sua rete di opposizione, tra questi anche suoi studenti, come Morteza Motahhari, Mohammad Beheshti, Mohammad-Javad Bahonar, e Akbar Hashemi Rafsanjani (uno dei più ricchi mercanti e imprenditori iraniani, che sarà poi parte fondamentale della rivoluzione, oltre che futuro presidente della Repubblica Islamica). Ad unirsi alla lotta fu il "Movimento per la Libertà Islamica dell'Iran" fondato e guidato da Mahdi Bazargan, partito liberale, costituzionalista, democratico e riformista che tutt'oggi ancora esiste in Iran e che chiedevano la caduta dello Shah o per lo meno la riduzione dei suoi poteri.
Prima della rivoluzione iraniana, i gruppi di opposizione tendevano a rientrare in 3 categorie principali:
- Costituzionalisti
- Liberali, costituzionalisti, conservatori, volevano la democrazia e una costituzione liberale, questo gruppo godeva di scarso seguito
- Gruppi marxisti/sinistra
- Principalmente gruppi di guerriglie che lavoravano per sconfiggere la monarchia tramite attentati e lotte armate, tra questi i comunisti del partito "Tudeh" e i guerriglieri Fedai, diventati poi i terroristi "MEK" collegati spesso a separatisti curdi
- Islamisti
- Divisi in diversi gruppi e partiti clandestini, ma con l'obbiettivo in comune di rovesciare la monarchia e sostituirla con una Repubblica Islamica.
Khomeini lavorò per unire questa opposizione dietro di lui (tranne i marxisti/atei) concentrandosi sui problemi socio-economici causati dal governo dello Shah evitando al contempo dettagli specifici tra il pubblico che avrebbero potuto dividere le fazioni, in particolare come "governo clericale". Tuttavia tutti i gruppi anti-Shah erano allora uniti e proseguivano nei loro obbiettivi.
Mentre i terroristi marxisti continuavano a fare attentati contro la leadership monarchica, nel popolo iraniano iniziava a covare il sentimento di una rivoluzione islamica sempre più ampio. Tra il 1964 e il 1977, un lungo periodo sotto il quale le politiche estere e interne dello Shah continuavano a portare grandi novità: a questi eventi si registrarono:
- Massicci investimenti nell'industria e nell'esercito
- Fortissima urbanizzazione
- Crescita del PIL con i proventi dal petrolio, che gli USA usavano per aggirare l'embargo saudita posto da quando nel 1973 gli USA passarono ufficialmente da parte di Israele nelle guerre contro gli arabi locali.
Tuttavia il 50% degli iraniani viveva in stato di povertà e nelle campagne questo stato rimase fino al 70% tra i contadini. L'ampia migrazione rurale-urbana generò sottoccupazione nelle città e circa il 30% della forza lavoro urbana era precaria o sottopagata: mentre lo Shah spendeva i soldi pubblici per feste, costruzioni enormi e progetti egocentrici volti a creare un culto dell'immagine, e mentre l'economia veniva sempre più gestita dagli imprenditori, nobili, ufficiali di corte e parenti della dinastia, i 10% più ricco controllava oltre il 50% della ricchezza nazionale. Anche le riforme scolastiche ebbero uno scarso successo: solo il 40% degli iraniani risultava alfabetizzato e quando si parla delle donna la percentuale scendeva a quasi il 30%. A livello di sanita la mortalità infantile era pari a 140 morti ogni 1.000 nati vivi e la mortalità materna era di 300 morti per 100.000 nascite.
L'aspettativa di vita era di soli 55 anni, bassa rispetto ai paesi del golfo. A Teheran quasi il 35% viveva in baraccopoli o quartieri informali e quasi la metà dei bambini risultava malnutrito. A seguito di questi disastri economici e svendita delle risorse petrolifere a paesi stranieri, si aggiungeva anche la repressione politica: si stima che 70.000 iraniani vennero arrestati in meno di 20 anni a causa di vari motivi politici e si stimano almeno 400 esecuzioni politiche documentate in pochi anni (le percentuali sono molto più alte): succedeva spesso che le persone venissero arrestate perché leggevano un libro in pubblico, o le donne venivano minacciate e importunate perché indossavano un velo. Verso la fine del 1970 l'inflazione era al 30% annuo e in pochi anni i prezzi delle case a Teheran salirono del 400%.
Uno degli eventi mediatici che più fecero arrabbiare la popolazione era la "celebrazione del 2.500 anniversario dell'Impero Persiano a Persepoli nel 1971, che fu attaccata per la sua stravaganza ed eccessiva opulenza. 5 anni dopo lo Shah si spinse oltre e cambiò il calendario nazionale passando dall'anno 1355 dall'Egira (calendario islamico) al calendario solare iraniano (anno 2.535) questo fu di certo molto sconvolgente per un paese il cui 98% della popolazione era, almeno nominalmente, musulmana. Il boom petrolifero di quei anni produsse un aumento "allarmante" dell'inflazione, degli sprechi e un "divario crescente" tra ricchi e poveri, città e campagna, insieme alla presenza di decine di migliaia di lavoratori stranieri qualificati e impopolari. Molti iraniani erano anche irritati dal fatto che la famiglia dello Shah fosse la principale beneficiaria del reddito generato dal petrolio, e che il confine tra guadagni statali e guadagni familiari si fosse assottigliato. Nel 1976, lo Shah aveva accumulato oltre 1 miliardo di dollari dalle entrate petrolifere; la sua famiglia, inclusi 63 principi e principesse, aveva accumulato tra i 5 e i 20 miliardi di dollari4[5]
La deriva autoritaria del paese fu l'ultimo chiodo sulla tomba di questa monarchia: tutti gli iraniani furono obbligati ad aderire e a pagare le quote di iscrizione del partito "Rastakhiz" che divenne l'unico partito ufficiale del paese dal 1975 al 1978, mentre tutti gli altri partiti furono banditi.
Il famoso ideologo islamista Ali Shariati morì in circostanze misteriose proprio in questi anni: e ciò fece infuriare i suoi seguaci, che lo consideravano un martire per mano della SAVAK. Sempre nello stesso anno (1977) il figlio di Khomeini, Mostafa, morì per un infarto, ma la SAVAK fu comunque accusata di essere coinvolta. Khomeini rimase in silenzio dopo l'incidente, mentre in Iran con la diffusione della notizia si verificò un'ondata di proteste e cerimonie di lutto in diverse città.
INIZIO DELLA RIVOLUZIONE
- Proteste di Qom 1978
Il 7 gennaio 1978, un articolo scritto da Ahmad Rashidi Motlagh (nome fittizio di un funzionario ministeriale) sul quotidiano "Ettela'at" accusava Khomeini di essere un "poeta indiano" e un "agente segreto". Questo articolo portò ad una violenta protesta degli studenti del seminario di Qom, che furono represse violentemente. Il 7 gennaio 1978, prima ancora che il giornale arrivasse a Qom, il sabato sera un gran numero di persone attaccò il camion che trasportava i giornali e gli diede fuoco e i professori e accademici concordarono a chiudere il seminario e le aule.[6]5
L'8 gennaio i seminari e diversi negozi vennero chiusi e centinaia di studenti marciarono verso le case dei leader religioso e confluirono verso la residenza dell'Ayatollah Golpaygani. il 9 gennaio le proteste si estesero in città, facendo chiudere il bazar e diversi studenti si unirono verso la casa di Noori-Hamedani che fece un discorso chiedendo l'unità davanti a diverse migliaia di persone. Le manifestazioni diventarono violente e circa 300 persone vennero uccise dalla polizia durante la protesta
- Proteste di Tabriz 1978
A seguito della sanguinosa repressione avvenuta a Qom, diversi esponenti del clero di Qom e di altre importanti città dell'Iran avevano annunciato la commemorazione del 40° giorno per le vittime degli incidenti di Qom. Inoltre, annunci furono pubblicati nelle università pochi giorni prima della commemorazione del 40° giorno degli eventi di Qom, invitando studenti e professori a chiudere l'università e unirsi ai manifestanti. Gli eventi più importanti si verificarono a Tabriz.
Il 18 febbraio 1978 dunque, una grande folla guidata dall'Ayatollah Mohammad Ali Qaz Tabataba'ei si diresse verso una moschea che fu prontamente chiusa dalla polizia per impedire lo svolgimento della protesta Gli scontri tra polizia e popolazione per la chiusura della moschea portarono alla morte di un giovane studente manifestante, Mohammad Tajalli, il cui corpo fu poi portato in strada. La gente attaccò enoteche e cinema e diede fuoco alla sede del partito dello Shah. 14 morirono e 125 furono feriti. In totale a Tabriz parteciparono 40.000 persone.
Il 19 febbraio scoppiarono 12 ore di scontri di strada che portarono alla morte di altri 9 manifestanti. 40 giorni dopo, il 29 marzo, furono organizzate manifestazioni in almeno 55 città iraniane tra cui Teheran. In uno schema sempre più prevedibile, scoppiarono rivolte mortali nelle principali città e di nuovo dopo 40 giorni (il 10 maggio). In seguito a questa escalation, l'esercito aprì fuoco sulla casa dell'Ayatollah Shariatmadari a Tabriz, all'epoca uno dei più noti sapienti religiosi, uccidendo uno studente che si trovava al suo interno.
Lo Shah, indeciso nei periodi di crisi, fu completamente colto di sorpresa dalle proteste e ogni sua decisione non faceva altro che aggravare la situazione: inizialmente promise riforme democratiche e meno censura e licenziò tutti i funzionari della SAVAK di stanza a Tabriz.
Entro estate, il numero di manifestanti fu di circa 10.000 per ogni grande città. Ad agosto le manifestazioni si decuplicarono e il primo ministro Amouzegar tagliò le spese pubbliche per contrastare l'aumento dell'inflazione: ciò portò ad un forte aumento dei licenziamenti tra giovani e questo portò anche la classe operaia ad unirsi alle proteste. Rivolte mortali nacquero nelle principali città e a Isfahan venne arrestato l'Ayatollah Jalaluddin Taheri. L'11 agosto fu dichiarata la legge marziale mentre i manifestanti bombardarono un autobus pieno di lavoratori americani. Amouzegar si dimise lasciando lo Shah costretto a nominare primo ministro Jafar Sharif-Emami, noto già da tempo come corrotto e appartenente alla Massoneria iraniana.
In questi periodi turbolenti lo Shah abolì il partito da lui stesso creato, e legalizzò tutti i partiti politici rilasciando molti oppositori dalle prigioni, licenziando 34 comandanti della SAVAK. Come ultimo disperato tentativo di sanare la situazione, abolì il calendario imperiale per tornare a quello tradizionale musulmano.
Incendio al Cinema Rex
Il 19 agosto ad Abadan, nell'Iran del sud (Khuzestan), 4 piromani sbarrarono la porta di un cinema per dargli fuoco, uccidendo 422 persone al suo interno che furono bruciate vive. Khomeini incolpò immediatamente lo Shah e la SAVAK e anche il popolo iniziò a incolpare l'élite al potere: ad Abadan decine di migliaia di persone scandirono slogan contro lo Shah.
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manifestazione dell'8 settembre 1978[/caption]
Venerdì nero
Il 4 settembre 1978, alla fine del mese sacro di Ramadan, il giorno di celebrazione (Eid al-Fitr) fu il giorno deciso dallo Shah per concedere al popolo una preghiera all'aperto a Teheran presso piazza Jaleh. La preghiera fu inaspettatamente affluente e circa 200.000/500.000 persone vi presero parte.[7]6
Alla fine delle pratiche il clero diresse la folla in una grande marcia a Teheran chiedendo per la prima volta il "ritorno di Khomeini" e "una repubblica Islamica" portando le forze di sicurezza ad allarmarsi e costringendo lo Shah a scappare in elicottero. A seguito di questi eventi lo Shah impose la legge marziale a Teheran e non solo. Fu istituito un coprifuoco notturno: nonostante ciò a Teheran 5.000 persone scesero in piazza scontrandosi con i soldati del generale Gholam-Ali Oveissi. 64 civili furono uccisi e di risposta dei cecchini postati su edifici vicini presero d'assalto i soldati, uccidendone 30: fu il primo scontro armato da parte dei rivoluzionari. Questi eventi tragici sono conosciuti oggi come "Venerdì Nero".
Lo Shah fece pressione sul governo iracheno infine per convincerlo ad espellere Khomeini dall'Iraq ed evitare che esso mantenesse i contatti con il paese. Khomeini lasciò l'Iraq trasferendosi in una casa acquistata da alcuni esiliati politici iraniani nella provincia di Parigi (Neauphle-le-Chateau). Questo trasferimento permise sia l'aumento del trasferimento di nastri, registrazione e cassette contenti i suoi sermoni verso l'Iran, sia l'arrivo dell'attenzione mediatica occidentale su questo uomo.
Presto la parola "Ayatollah" arrivò sulla bocca di tutti e veniva visto da molti come un simbolo spirituale di un uomo semplice, misterioso e mistico, che cercava di liberare il suo popolo dall'oppressione ormai evidente del regime Pahlavi. La breve permanenza nel paese europeo, portò l'opposizione iraniana a coalizzarsi attorno a lui: uno dei principali leader dell'opposizione, tale Karim Sanjabi andò addirittura a Parigi per incontrare l'ayatollah e pagò questa azione venendo arrestato al suo ritorno.
A peggiorare la situazione, nell'autunno dello stesso anno iniziarono anche gli scioperi degli operari di ogni settore.
Gli scioperi petrolifero portarono ad un calo di produzione del petrolio a meno di 5 milioni di unità giornaliere (7% del totale mondiale) e i prezzi salirono del 200%
Gli scioperi iniziarono quando i lavoratori di una raffineria di Teheran, che chiedevano salari più alti e indennità di alloggio, furono ignorati dal governo e anzi decine vennero uccisi a Teheran: altri scioperi a seguito del "Venerdì Nero" scoppiarono nelle principali città iraniane che coinvolsero circa 11.000 lavoratori. Gli scioperi a fine ottobre portarono ad uno sciopero generale che paralizzò le principali industrie del paese.
Lo Shah concesse agli scioperanti generosi aumenti salariali ma ciò non placò le proteste e gli scioperi. Nella provincia del Khuzestan gli scioperi erano talmente ampi che per mandare avanti l'industria petrolifera furono costretti a utilizzare il personale della marina come "crumiri"
Le manifestazioni continuarono a pieno regime: i soldati dell'esercito, sempre più stanchi e in conflitto, non volevano tradire lo Shah, ma non volevano nemmeno andare contro i manifestanti, ormai diventati troppo numerosi. Lo Shah nel corso degli anni aveva tenuto in grande considerazione il benessere dei suoi soldati concentrando gran parte del PIL proprio sull'esercito. Molti di questi soldati vedevano dunque nello Shah un punto di riferimento alla quale giurare lealtà. D'altro canto molti soldati condividevano le pene che i loro parenti e amici civili pativano ogni giorno a causa della repressione, ed essendo molti di questi soldati musulmani, entrarono anche in conflitto religioso con gli ordini da seguire. La debolezza nelle decisioni dello Shah portò al risultato finale che l'esercito non riuscì a fermare le manifestazioni, se non con rari e sporadici episodi di violenza contro i manifestanti.
Il 5 novembre buona parte degli studenti dell'Università di Teheran si sollevarono occupando l'edificio centrale, buttando a terra la statua dello Shah, e sparando ai soldati con armi che avevano trovato. Nel giro di poche ore, a Teheran esplose una protesta su vasta scala per andare in soccorso agli studenti. Durante gli scontri furono attaccate anche le ambasciate inglesi e americane.
Il giorno dopo lo Shah licenziò Sharif-Emami e scelse un governo militare, guidato dal generale Gholam-Reza Azhari e poco dopo lo Shah si rivolse alla nazione, chiedendo scusa per gli errori commessi e promettendo di garantire la fine della corruzione e della repressione. Per la prima volta si riferì a se stesso come "Padeshah" (re maestro) invece del titolo più sontuoso che spesso utilizzava di "Shahanshah" (re dei re). Pahlavi annunciò che avrebbe iniziato a lavorare con l'opposizione per portare la democrazia. Khomeini invece annunciò che non ci sarebbe stata alcuna riconciliazione con lo Shah e invitò tutti gli iraniani a rovesciarlo.
Tuttavia il governo continuò ad appacificarsi ordinando l'arresto di 100 funzionari accusati di corruzione: tra questi il generale Nematollah Nassiri e l'ex primo ministro Amir Abbas Hoveyda.
Proteste di Muharram
Venne comunque pianificata una serie di proteste durante il mese sacro di Muharram che sarebbe culminato ad Ashura. Il 2 dicembre 1978 iniziarono le proteste: ci furono oltre 2 milioni di persone[8]7di giorno, mentre di notte in migliaia salivano sui tetti delle case urlando "Allahu Akbar" (Dio è grande). Nei giorni successivi le proteste crebbero ad una velocità incredibile: circa 9 milioni di persone nella prima settimana, ovvero quasi il 25% della popolazione totale (il 40% circa di quella adulta). I manifestanti chiesero che lo Shah si dimettesse dal potere e che Khomeini tornasse dall'esilio.
Il 10 e 11 dicembre, per evitare manifestazioni ancora più grandi per l'Ashura. Lo Shah liberò 120 prigionieri politici compreso Karim Sanjabi e revoco il divieto di manifestazioni di piazza (che comunque fu ampiamente violato).
Rispettivamente nei giorni di Tasu'a e Ashura dalle 6 alle 9 milioni di persone marciarono in tutto l'Iran. Le marce erano guidate dall'ayatollah Taleghani e da Karim Sanjabi, simboleggiando dunque l'unità tra religiosi e laici. A loro si unirono anche i mercanti dei bazar e gli operai.
Oltre il 10% del paese ha marciato in manifestazioni anti-Shah in quei due giorni, forse una percentuale più alta di qualsiasi rivoluzione precedente. È raro che una rivoluzione coinvolga fino all'1% della popolazione di un paese; le rivoluzioni francese o russa potrebbero aver superato la soglia dell'1%. [9]8 E anche ritenendo i dati ora forniti, queste cifre potrebbero rappresentare il più grande evento di protesta della storia.
Nel mentre si faceva sempre più viva ed imminente una presa di posizione americana in base alle proteste: l'allora amministrazione Carter dovette ammettere che Pahlavi non sarebbe sopravvissuto alle proteste e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prendere in considerazione l'idea di ritirare il loro sostegno al suo governo e persuadere il re ad abdicare: diversi membri del governo credevano nelle intenzioni moderate e progressiste di Khomeini e furono per questo stabiliti contatti sempre più stretti con la cerchia dell'Ayatollah. Il governo americano suggerì allo Shah di andarsene via il prima possibile e poi convinsero il primo ministro a chiedere formalmente il ritorno di Khomeini nel paese.
Il 28 dicembre a meno di 2 settimane dalle enormi proteste che coinvolsero il paese, lo Shah nominò una figura a lui oppositrice, tale Shapour Bakhtiar, come primo ministro incaricato di tenere in custodia il paese.
Lo Shah e la sua famiglia lasciarono il paese, portandosi dietro decine di miliardi di dollari [10]9 il 16 gennaio 1979. Il generale americano Robert Huyser giunse in Iran per concordare il governo di transizione di Bakhtiar, lasciando a sua volta il paese il 3 febbraio. Lo Shah lasciò il paese per l'esilio in Egitto... non sarebbe mai più tornato.
LO SCIA' SE NE VA' - GOVERNO BAKHTIAR
Quando la notizia della partenza dello Shah fu annunciata, si scatenarono manifestazioni di gioia in tutto il paese e milioni di persone scesero in piazza a festeggiare. Il governo di Shapour Bakhtiar fece subito liberare tutti i prigionieri politici e sciolse la temuta SAVAK. Bakhtiar, sotto pressione del governo americano, invitò formalmente Khomeini a tornare in Iran, con l'intenzione di renderlo a capo di un governo parallelo al suo a Qom.
Il 1° febbraio fu noleggiato un Boeing 747 dell'Air France e Khomeini partì in aereo, accompagnato da 120 giornalisti tra cui 3 donne e diversi collaboratori. Alle 9:30 del mattino arrivò in Iran all'aeroporto di Mehrabad e fu accolto da milioni di iraniani che si schierarono in tutta la città dall'aeroporto al cimitero di Behesht-e Zahra, dove tenne un discorso. Khomeini dichiarò il governo di Shapour Bakhtiar illegale dichiarando che ne avrebbe creato uno suo. Il 5 febbraio Khomeini nominò Mahdi Bazargan come primo ministro del suo governo ad interim.
Khomeini non era più solo il leader indiscusso della rivoluzione, era diventato qualcuno visto come una figura quasi divina.
Battaglie armate e crollo definitivo della monarchia
Le tensioni tra i 2 governi erano palpabili: da una parte Bakhtiar col suo governo "legittimo" e dall'altra Khomeini col suo governo autoproclamato. Nessuno in Iran voleva davvero Bakhtiar che sebbene visto come oppositore, era visto come un proseguo della guida dello Shah e nel giro di pochi giorni quasi tutti i membri del governo e anche il "Consiglio di Reggenza" fondato da Pahlavi per sostituirlo durante la sua assenza, disertarono a favore di Khomeini. Buona parte dei soldati si unì a Khomeini mentre altri disertarono. L'8 febbraio gli ufficiali dell'aeronautica iraniana si recarono a casa di Khomeini giurandogli fedeltà.
Il 9 febbraio i tecnici dell'aeronautica militare nella base di Doshan Tappeh si rivoltarono e le unità filo-Shah dell'esercito (Guardie Immortali) arrestarono i ribelli, questo portò a rivolte in piazza e la città di Teheran scese in campo, questa volta con l'aiuto di guerriglieri islamo-marxisti. I ribelli armati attaccarono una fabbrica di armi catturando 50.000 mitragliatrici e distribuendole ai civili che si unirono ai combattimenti. Tutte le basi militari di Teheran furono presto assaltate.
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Khomeini arriva a Teheran dopo l'esilio[/caption]
L'11 febbraio tutto il paese divenne de facto sotto controllo di Khomeini. I rivoluzionari appena istituiti sotto il nome di Pasdaran (Guardie della Rivoluzione Islamica) presero il controllo dei palazzi reali, stazioni televisive e radiofoniche, e degli edifici governativi, rilasciando un solo messaggio: "Questa è la voce di Teheran, questa è la voce della Rivoluzione, questa è la voce del popolo".
Bakhtiar fuggì in segreto dal paese sotto mentite spoglie dove nel 1980 fondò assieme ad altri un "gruppo di resistenza"... venne assassinato nel 1991 a Parigi da un agente della Repubblica Islamica.
Di Pietro Minute
11.02.2026
NOTE
ws 12 febbraio 2026
e di risposta dei cecchini postati su edifici vicini presero d’assalto i soldati, uccidendone 30
Dove l' abbiamo già visto questo ?
In realtà Komeney a Theeran è stato un accidente imprevisto come Lenin a San pietroburgo .
"Qualcuno" voleva rimuovere quello scià che , pure anchesso messo li da burattino nel 1953 , ora era diventato minaccioso con la sua politica di potenza ( 800% in più di spese militari) .
Ma poi, come in russia nel 1917 questo "qualcuno" è rimasto sorpreso da l' esito di questa "rimozione".