STUCCHEVOLE, FORSE. MA AVATAR E' UN FILM PROFONDO

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

IMPORTANTE E CHE DA' DA PENSARE

DI GEORGE MONBIOT

guardian.co.uk

Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.



Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.


A seguito, "Avatar, quando i kolossal sono storie che insegnano a pensare in grande" (Adriano Scianca, secolo.it);Nel suo libro American Holocaust, lo studioso statunitense David Stannard documenta i maggiori episodi di genocidio di cui il mondo abbia mai avuto conoscenza (1). Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi. Alla fine del XIX secolo, quasi tutti erano stati sterminati. Molti di loro erano morti a causa delle malattie. Ma l’estinzione di massa era stata accuratamente progettata.

Quando gli Spagnoli arrivarono nelle Americhe, descrissero un mondo che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso dal loro. L’Europa era devastata dalle guerre, dall’oppressione, dalla schiavitù, dal fanatismo, dalle malattie e dalle carestie. Le popolazioni che gli Spagnoli incontrarono erano sane, ben nutrite, pacifiche (con qualche eccezione come gli Aztechi e gli Inca), democratiche ed egalitarie. Da un capo all’altro delle Ameiche i primi esploratori, compreso Colombo, sottolinearono la straordinaria ospitalità dei nativi. I conquistadores furono affascinati dalle costruzioni mirabili — strade, canali, edifici — e alle opere artistiche che trovarono laggiù, e che in alcuni casi superavano di gran lunga qualsiasi cosa essi avessero mai visto in patria. Niente di tutto questo li trattenne dal distruggere tutto e tutti sul loro cammino.


La mattanza ebbe inizio con Colombo. Fu lui a massacrare la popolazione di Hispaniola (ora Haiti e Repubblica Dominicana) servendosi di mezzi incredibilmente brutali. I suoi soldati strappavano i bambini dalle braccia delle madri e ne spaccavano la testa contro le rocce. Davano in pasto ai loro cani da guerra bambini vivi. Una volta impiccarono 13 Indiani in onore di Cristo e dei suoi 12 apostoli, «ad un patibolo lungo, ma abbastanza basso da permettere alle dita dei piedi di toccare il terreno evitando lo strangolamento […]. Quando gli indiani furono appesi, ancora vivi, gli spagnoli misero alla prova la loro forza e le loro spade, li squarciarono in un solo colpo facendo fuoriuscire le interiora, e c’era chi faceva di peggio. Poi gettarono intorno della paglia e li bruciarono vivi» [cit. da Bartolomé de Las Casas, History of Indies, trad. e cura di Andree Collard, Harper&Row, New York 1971, p. 94, in: David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri 2001, p. 136 — nota mia].



Colombo ordinò che tutti i nativi consegnassero un certo quantitativo di oro ogni tre mesi: ogni volta che qualcuno non lo faceva, gli venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era passata da 8 milioni a zero: una parte delle perdite era dovuta alle malattie, una parte alle uccisioni, ma la maggioranza era dovuta alla morte per fame.



I conquistadores dispiegarono la loro missione civilizzatrice nell’America centrale e meridionale. Quando non riuscivano a rivelare dove fossero nascosti i loro mitici tesori, gli indigeni venivano frustati, impiccati, affogati, squartati, sbranati dai cani, sepolti vivi o bruciati. I soldati tagliavano i seni delle donne, rimandavano i nativi ai loro villaggi con le mani e i nasi mozzati appesi attorno al collo a mo’ di collana, e cacciavano con gli Indiani con i loro cani per sport. Ma moltissimi vennero uccisi dalla schiavitù e dalle malattie. Gli Spagnoli scoprirono che era più conveniente far lavorare gli Indiani fino alla morte e poi rimpiazzarli, piuttosto che tenerli vivi: l’aspettativa di vita nelle miniere e nelle piantagioni andava dai tre ai quattro mesi. Nel giro di un secolo dal loro arrivo, circa il 95% della popolazione dell’America Centrale e Meridionale era stata annientata.



Nel corso del XVIII secolo, in California, gli Spagnoli sistematizzarono questo sterminio. Il missionario francescano Junipero Serra impiantò una serie di “missioni”: si trattava in realtà di campi di concentramento che utilizzavano il lavoro degli schiavi. I nativi erano raggruppati a forza in squadre e fatti lavorare nei campi, con un quinto delle calorie concesse agli schiavi afro-americani nel XIX secolo. Morivano di stenti, di fame e di malattia con spaventosa rapidità, e venivano continuamente rimpiazzati liquidando così le popolazioni indigene. Junipero Serra, l’Eichmann della California, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988. Adesso gli manca soltanto di aver operato un miracolo per essere fatto santo (2).

Mentre gli Spagnoli erano guidati soprattutto dall’avidità e dalla brama di oro, gli Inglesi che colonizzarono il Nord America volevano la terra. In New England essi accerchiarono i villaggi dei nativi americani e ne massacrarono gli abitanti mentre dormivano. Mentre dilagava verso occidente, il genocidio veniva giustificato e sostenuto ai massimi livelli. George Washington ordinò la totale distruzione degli insediamenti e della terra degli Irochesi. Thomas Jefferson dichiarò ch le guerre della sua nazione contro gli Indiani sarebbero proseguite finché ogni tribù non fosse stata «sterminata o sospinta al di là del Mississippi». In Colorado, nel corso del massacro di Sand Creek, nel 1864, truppe paludate sotto bandiere di pace trucidarono gente disarmata, uccidendo bambini e neonati, mutilando i corpi e strappando alle vittime i genitali per farne borse da tabacco o appenderli come ornamento ai loro cappelli. Theodore Roosevelt definì questo evento «un’azione legittima e giovevole come quelle che accadevano solitamente sulla frontiera».

La mattanza non è finite: il mese scorso il Guardian riportava che in Amazzonia occidentale dei rancheros brasiliani, dopo aver ridotto in schiavitù parte dei membri di una tribù della foresta, avevano tentato di uccidere i superstiti (3). Cionondimeno, i più grandi atti di genocidio della storia difficilmente turbano la nostra coscienza collettiva. Forse è questo che sarebbe accaduto se i Nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale: l’Olocausto sarebbe stato negato, giustificato o minimizzato nello stesso modo, e continuato. Le nazioni responsabili — Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti ed altri — non accetteranno il confronto, ma le soluzioni finali perseguite nelle Americhe sono state di gran lunga più efficaci. Coloro che le commissionarono o le avallarono sono e restano eroi nazionali o religiosi. Coloro che cercano di stimolare la nostra memoria sono ignorati o condannati.

Questo è il motivo per cui la destra odia Avatar. Sul Weekly Standard, di orientamento neocon, John Podhoretz lamenta che questo film assomiglia a uno di quei «western revisionisti» in cui «gli Indiani diventano bravi ragazzi e gli americani teppisti» (4). Dice anche che questo spingerà gli spettatori a «fare il tifo per la disfatta dei soldati americani per mano dei ribelli». Ribelli è una parola interessante per definire il tentativo di resistere a un’invasione: ribelle, come selvaggio, è il termine con cui definiamo qualcuno che ha qualcosa che noi vogliamo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ha già bollato il film come «nient’altro che una parabola anti-imperialistica e anti-militaristica» (5).

Ma perlomeno la destra sa che cosa attacca questo film. Sul New York Times il critico liberal Adam Cohen celebra Avatar perché difende il bisogno di sapere la verità (6). Esso rivela, dice lui, «il ben noto principio del totalitarismo e del genocidio — che è più facile opprimere quelli che non vediamo». Ma con meravigliosa e inconscia ironia egli deforma l’ovvia dirompente metafora, e sostiene che il film prende di mira le atrocità naziste e sovietiche. Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.

Concordo con i critici di destra sul fatto che Avatar è grossolano, stucchevole e banale. Ma esso ci parla di una verità più importante — e più pericolosa — di quelle contenute in mille film indipendenti.

Note:


1. David E Stannard, 1992. American Holocaust. Oxford University Press. Salvo diversa indicazione, tutti gli eventi storici qui menzionati sono tratti dal libro in questione..

2. http://www.latimes.com/news/local/la-me-miracle28-2009aug28,0,2804203.story

3. http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/amazon-man-in-hole-attacked

4. http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/350fozta.asp

5. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2802155/Vatican-hits-out-at-3D-Avatar.html

6. http://www.nytimes.com/2009/12/26/ opinion/26sat4.html

Versione originale:

George Monbiot

Fonte: www.guardian.co.uk

Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2010/jan/11/mawkish-maybe-avatar-profound-important

11.01.2010

Versione italiana:

Fonte: www.alessandracolla.net

Link: http://www.alessandracolla.net/?p=368

19.01.2010

Traduzione a cura di ALESSANDRA COLLA

Commenti (30)

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    1. pasqui 21 gennaio 2010

      Sono letteralmente schifato da tutto questo e noi li trattiamo pure come eroi ai vari Colombo, Washington e Jefferson senza sapere che sono stati i fautori del più grande genocidio che la storia abbia mai conosciuto, peccato che questo non si racconta sui libri di storia, vabbè è facile capire il perché......................

    1. redme 21 gennaio 2010

      ..il primo articolo, di "sinistra", rivendica e se il film nella chiave dell'antimperialismo,....il secondo, di "destra" si riconosce nella visione epica della storia.....manderò il mio avatar democristiano per sentire cosa ne pensa....non vorrei che ci rimanesse male per non essere salito sul tram....

    1. obender71 21 gennaio 2010

      Caro Tonguessy, ci sono cattedre da giustificare.

    1. ADANOS 21 gennaio 2010

      La differenza fondamentale tra la Terra e Pandora è che l'atmosfera terrestre non è tossica per gli imperialisti del czz.
      dannazione!

    1. ADANOS 21 gennaio 2010

      Concordo con te

    1. 21 21 gennaio 2010

      Nessun commento fatto al film da parte di chicchessia,

      o nessuna modalità di richiesta di scuse di un qualsiasi osservatore

      impediranno al boomerang di concludere la sua traiettoria d’inevitabile... Verità ;)

      Ciao ciao

    1. buran 21 gennaio 2010

      Io l'ho visto prevenuto negativamente, sarà per questo che invece mi è piaciuto. Logico che i personaggi sono tagliati con l'accetta, il capo dei marines è lo stereotipo dell'ottusità, il Na'vi sembrano una comunità new age etc. Ma non c'è dubbio alcuno che gli amerikani rappresentati siano proprio loro, e che i Na'vi siano gli indiani (Na'vi-Nativi, si chiamano anche uguale!), questo lo capisce anche un cieco sordomuto con una benda sugli occhi e i tappi nelle orecchie, e i tentativi di dare altre letture sono patetici, oltre che in evidente malafede. Non solo, ma oltre a descrivere metaforicamente il genocidio americano, si colgono espliciti riferimenti alla realtà odierna dell'imperialismo USA (il minerale "energetico" in nome del quale si invade il pianeta è il petrolio dei giorni nostri).

    1. Tonguessy 21 gennaio 2010

      "Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi."
      Altre stime parlano di 250 milioni. Qualunque fosse la cifra iniziale, quella finale non fu che la prova del più grande genocidio nella storia dell'umanità, al cospetto del quale anche la shoah diventa uno scherzo da patronato. Succede così che il "giorno della memoria" si riferisca solo ed esclusivamente ai numeri dello sterminio ebraico (tali numeri non comprendono comunisti, anarchici, dissidenti, zingari etc...cui nessuno deve mai nulla) ma venga allegramente celebrato il 12 ottobre per la dose di gioia e umanità che la rotta di collisione (anche se si tratta di un vero speronamento) "Civiltà Europea" contro "barbari d'oltreoceano" ha causato.

      Tanti bei festeggiamenti a ricordarci la gioia dello sterminio, la felicità della strage pianificata, il fausto evento della depredazione sistematica, l'incommensurabile valore del pensiero unico e del mondo unipolare.


      "Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere."

      Certo che sì: tutta la nostra educazione ha come fine ultimo proprio quello di obbedire e non vedere. A scadenze regolari ci concedono un "bel film", poi tutti a lavorare duro per mantenere il sistema in forma, scambiandoci tanti bei commenti sul film per tenere su il morale......

    1. Tonguessy 21 gennaio 2010

      Patacca illeggibile.

      "Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto". Se il commentatore si limitasse a sparlare di cinema la cosa, pur nella sua gravità, sarebbe finita lì. Ma purtroppo si avventura anche nelle sabbie mobili filosofiche, senza mappa, GPS nè avatar resuscitabile. Cosa ci azzecchi Platone con una descrizione del "reale" inteso come pura descrizione formale e suscettibile di forti virtualità (e quindi di linguistica wittgensteiniana) me lo deve dimostrare. Matrix a mio avviso è solo questo: la denuncia che dietro ai formalismi linguistici (e la programmazione di computer è linguaggio) c'è tutt'altro. Lo diceva Lao Tze ben prima di Baudrillard.

      "a forza di condannare l'indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore."

      L'alternativa quindi è rimanere di stucco per le costosissime produzioni hollywoodiane, anche se hanno contenuti pari a zero. Facciamoci stupire dal nihil, a patto che sia ben vestito. Logica patetica. Perchè non spiega invece i motivi per cui gli americani non sono in grado di produrre filmografie di contenuti?

      Sul fatto che Tarantino trovi deprimenti i nostri film e non il suo splatter ne ho già parlato, e preferisco sorvolare stavolta.

      Infine: se smantellano Cinecittà, dove fu girato Ben Hur (il corrispettivo fine anni '50 del Gladiatore), dove pensa l'acuto critico si possano girare i kolossal? Mah.....

    1. Tao 20 gennaio 2010

      AVATAR, QUANDO I KOLOSSAL SONO STORIE CHE INSEGNANO A PENSARE IN GRANDE

      DI ADRIANO SCIANCA

      secoloditalia.it/

      «Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di religioni, anzi tutte le religioni […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest'immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l'uscita di Avatar, il kolossal di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il Matrix della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico. E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in Avatar il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na'vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l'apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell'immaginario postmoderno.

      E comunque, spiegava Michele Serra su Repubblica, in Avatar «la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un'imbattibile scatola dei sogni, le creature della computer graphic sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in Avatar ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da Balla coi lupi a Mission a Apocalypse Now a Guerre stellari a Soldato blu e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».

      Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell'evento storico. In un'intervista a Xl, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l'aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «Avatar - ha detto - non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria opinion. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse Titanic, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra Avatar e Battle Angel, il film basato su Alita, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: "nella tua vita potrai fare solo un altro film" avrei risposto senza esitare: Avatar!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un'ulteriore conferma che Avatar non è un film come tutti gli altri.
      E pazienza se si tratta di un bell'involucro per una storia mediocre. Anche Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell'arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l'esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato Martin Heidegger: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l'essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c'era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (a-letheia).

      Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo "è proprio come al cinema". L'arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, quindi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in Fight Club. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne L'ultimo bacio. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell'ultimo uomo. Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto. In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come Avatar costituiscono tutto sommato un buon segno.

      Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell'esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati "con i soldi nostri", per dirla con una brutale ma franca frase fatta. Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l'arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell'importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d'altra parte innegabile che un'arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L'arte è avanguardia e l'avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito. Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell'arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è "popolare" e verso il popolo stesso.

      Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l'allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. Nel mio amore, Le conseguenze dell'amore, L'amore ritrovato: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? Una talpa al bioparco: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».

      Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani - spiegò - sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all'epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un'industria per crescere, con i film d'arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall'Italia non arrivano nomi giovani con film d'azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come Old boy o Nightwatch: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c'è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.



      Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l'emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po' snob tra Hollywood e i film d'autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l'Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po' provincialotta verso le "americanate", quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l'impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l'indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.

      Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all'ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell'epopea e dell'immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l'idea di trattare (alla nostra maniera, senz'altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di Et, Jurassic Park, Armageddon o Deep Impact, di Twister o di Titanic?».

      Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante 300, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un Gladiatore di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c'è qualcosa che non va.

      Adriano Scianca

      Fonte: www.secoloditalia.it

      17.01.2010

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