Senza futuro e senza memoria: la doppia frattura generazionale

Quando i giovani non sperano più e gli anziani non vengono più ascoltati, una società ha già cominciato a seppellire sé stessa.

Senza futuro e senza memoria: la doppia frattura generazionale

Di Hakan Illatiksi

Una società che abbandona simultaneamente i propri giovani e i propri anziani non attraversa soltanto una crisi amministrativa, economica o di bilancio, correggibile con qualche riforma. Vive una decomposizione simbolica. Il progetto Occidenciale - quella costellazione di valori, promesse di progresso e narrazioni del futuro che per secoli ha dato coesione all'Occidente - si trova ormai in una fase terminale. Uno dei suoi sintomi più evidenti è la rottura dei due legami fondamentali che sostengono ogni civiltà: la proiezione in avanti e la memoria del passato.

La gioventù incarna l'apertura dell'avvenire. La vecchiaia incarna la densità del vissuto. Quando una società cancella i propri giovani, rinuncia al futuro. Quando scarta i propri anziani, rinuncia alla memoria. Quando fa entrambe le cose nello stesso tempo, non siamo più davanti a una semplice disfunzione sociale: siamo davanti a una civiltà che ha perduto il senso della continuità.

1. L'abbandono dei giovani: futuro cancellato

La gioventù non fallisce da sola: fallisce dentro una società che le ha chiuso l'orizzonte e poi l'ha colpevolizzata per non avanzare.

Quando una società tratta i propri giovani come un intralcio, non sta semplicemente tagliando i bilanci dell'istruzione, precarizzando il lavoro o rendendo più difficile l'accesso alla casa. Sta compiendo un atto simbolico molto più profondo: dichiara di non aspettarsi più nulla dal domani.

La gioventù non è soltanto una fascia d'età. È l'incarnazione dell'apertura, della forza non ancora disciplinata, della capacità di immaginare un altro mondo possibile. Cancellandone le traiettorie - condannandola all'incertezza lavorativa, al debito perpetuo, alla casa inaccessibile e, soprattutto, all'eredità di un pianeta in collasso - l'Occidenciale tardivo le dice: "Non avrai posto nel racconto che verrà, perché non c'è più alcun racconto".

Il sintomo più crudo dello Spodoceno è che il futuro smette di essere una promessa e diventa una minaccia. E i giovani lo percepiscono prima ancora di poterlo formulare pienamente. La loro presunta "mancanza di impegno", la loro "fragilità" o la loro "impulsività" non sono semplici difetti morali: sono risposte adattive a un orizzonte ormai chiuso.

Se non esiste un progetto collettivo, perché rinviare il desiderio? Se non esiste una promessa di integrazione, perché accettare disciplinatamente l'attesa? Il cinismo, l'attivismo disperato, l'apatia o l'edonismo di sopravvivenza non sono fallimenti isolati di una generazione: sono lo specchio esatto di una civiltà che non sa più che cosa fare della forza che essa stessa ha prodotto.

La gioventù, abbandonata a sé stessa, diventa energia senza alveo. Il sistema la stimola, la sfrutta, la misura, la indebita e la espone, ma non la orienta. Le offre connessione senza comunità, consumo senza appartenenza, visibilità senza destino, rendimento senza mondo comune. La integra come mercato, ma la espelle come soggetto storico.

2. L'abbandono degli anziani: memoria scartata

Una società che non ascolta i propri vecchi è condannata a ripetere come novità i suoi errori più antichi.

Simmetricamente, trattare gli anziani come residuo - come obsolescenza umana, peso previdenziale, corpo lento, presenza scomoda o semplice problema di cura - equivale a dichiarare che il passato non insegna più nulla. Una società che disprezza i propri anziani sta dicendo: "La nostra storia è un archivio morto, non una fonte di orientamento".

L'Occidenciale tardivo, ossessionato dalla novità come merce, ha interiorizzato l'idea che ciò che è vecchio sia sinonimo di inutile. La velocità tecnologica rafforza questa illusione: il recente sembra vero per il solo fatto di essere recente; l'antico sembra scartabile per il solo fatto di non aggiornarsi. Ma la trasmissione intergenerazionale non è un lusso romantico. È il meccanismo attraverso il quale una cultura evita di ripetere le proprie catastrofi, conserva i propri avvertimenti e mantiene vive le chiavi della propria sopravvivenza.

Quando questa trasmissione si spezza, ogni generazione resta condannata a ricominciare da zero. E lo zero, in materia di memoria, non è innocenza: è stupidità organizzata.

Gli anziani possono essere lenti, sì, ma la loro lentezza è spesso il ritmo della riflessione. Possono essere prigionieri delle proprie certezze, ma quelle certezze contengono sconfitte passate che non dovrebbero essere dimenticate. Possono non comprendere del tutto le nuove forme del mondo, ma hanno attraversato abbastanza mutazioni da riconoscere certi inganni che ritornano con un altro nome.

Scartarli come "fuori epoca" o "fuori sintonia" significa condannarsi a imparare nel modo peggiore ciò che era già stato appreso. Significa perdere la possibilità che l'esperienza diventi parola, la parola consiglio, e il consiglio limite di fronte all'impulso cieco del presente.

Ma non si tratta nemmeno di idealizzare la vecchiaia. L'età, da sola, non garantisce saggezza. La vecchiaia può essere memoria viva, ma anche ripetizione vuota; può essere autorità simbolica, ma anche risentimento; può essere governo di sé, ma anche mera sopravvivenza biologica. La sua legittimità non deriva dal semplice fatto di aver vissuto di più, ma dalla capacità di trasformare il vissuto in orientamento significativo per gli altri.

3. La doppia frattura: decomposizione simbolica

Una società senza giovani riconosciuti né anziani ascoltati non sta invecchiando: si sta svuotando.

La vera soglia critica viene raggiunta quando entrambe le forme di abbandono operano simultaneamente. Allora la società non è più soltanto disfunzionale: è necrofila in vita.

Lo Spodoceno non seppellisce soltanto i suoi morti. Seppellisce in anticipo i suoi vivi. I giovani, sotto la lastra del "non c'è futuro". Gli anziani, sotto la lastra del "non servi più".

Questa doppia cancellazione produce un presente infinito e vuoto. Senza l'energia giovanile, non c'è innovazione, ribellione creatrice né apertura verso il possibile. Senza la memoria degli anziani, non c'è prospettiva, limite né continuità. Ciò che resta è una ripetizione automatizzata di gesti senza senso: un capitalismo tardivo che sa soltanto estrarre valore dal presente immediato, divorando risorse umane e naturali senza restituire nulla.

Il sistema ha bisogno dei giovani come consumatori, utenti, lavoratori flessibili, corpi desideranti, dati circolanti. Ma non ne ha bisogno come portatori di futuro. Ha bisogno degli anziani come pazienti, beneficiari, pratiche amministrative, oggetti di cura o di calcolo fiscale. Ma non ne ha bisogno come portatori di memoria.

Per questo la doppia frattura generazionale è più grave di una crisi delle politiche pubbliche. È il segnale che la civiltà ha perso la propria grammatica temporale. Non sa più collegare ciò che nasce con ciò che permane. Non sa più trasformare l'esperienza in orientamento né la potenza in creazione.

Il sintomo più evidente di questa decomposizione è la guerra generazionale indotta. Discorsi che oppongono i pensionati ai giovani; che presentano la spesa pensionistica come un furto ai danni dell'istruzione; che contrappongono la lotta climatica al "realismo" degli anziani; che accusano i giovani di irresponsabilità e gli anziani di privilegio. Questa frattura è artificiale, ma funziona perfettamente: nasconde il vero responsabile.

Il conflitto reale non è tra giovani e vecchi. Il conflitto reale è tra una civiltà che non può più garantire né il pane dei vecchi né il sogno dei giovani, e una comunità possibile che potrebbe ancora riunire memoria e avvenire.

4. Il compito: ricomporre la trasmissione

Riunire potenza e memoria significa impedire che il potere trasformi le generazioni in nemiche.

Di fronte a questo esaurimento, non si tratta di proporre nostalgia né ingenua utopia. Non si tratta di idealizzare il passato né di romanticizzare il futuro. Si tratta di un compito più modesto e più difficile: tornare a tessere il filo spezzato.

Questo lavoro esige almeno tre movimenti.

Primo, depatologizzare la gioventù. Il suo straripamento non deve essere letto automaticamente come immaturità da addomesticare. È anche energia che necessita di canali. Ascoltare la sua indignazione senza ridicolizzarla come estremismo è un gesto politico elementare. Non ogni intensità giovanile è verità, ma nessuna società sopravvive se trasforma ogni intensità giovanile in minaccia.

Secondo, desfeticizzare la vecchiaia. Il suo deterioramento non deve essere letto automaticamente come inutilità, ma nemmeno la sua età deve essere trasformata in autorità indiscutibile. Ciò che importa è recuperare la funzione simbolica dell'anziano: fare in modo che la sua parola torni a essere udibile, non come comando, ma come trasmissione elaborata dell'esperienza. Non si tratta di venerare l'anziano, ma di impedire che la sua memoria venga gettata nella discarica dell'obsolescenza.

Terzo, costruire spazi reali di incontro intergenerazionale. Spazi in cui la potenza di chi nasce e l'esperienza di chi permane non si annullino, ma si fecondino reciprocamente. Laboratori intergenerazionali, tutoraggi reciproci, comunità di cura condivisa, scuole aperte alla memoria del quartiere, progetti produttivi in cui convivano apprendimento ed esperienza: istituzioni fragili, sì, ma reali. Piccole forme di resistenza contro l'astrazione necrofila dello Spodoceno.

La trasmissione non è imposizione del passato sul futuro. Non è nemmeno obbedienza cieca dei giovani davanti ai vecchi. È il lavoro simbolico attraverso il quale una società trasforma l'esperienza in orientamento e la potenza in creazione.

• Senza trasmissione, la gioventù resta sola davanti al proprio eccesso. • Senza trasmissione, la vecchiaia resta sola davanti al proprio deterioramento. • Senza trasmissione, l'adulto resta solo davanti all'obbligo impossibile di sostenere tutto.

Conclusione: senza trasmissione non c'è civiltà

Senza trasmissione, la cultura smette di essere eredità e diventa rumore.

Il progetto Occidenciale si esaurisce non perché abbia nemici esterni più potenti, ma perché ha dimenticato la grammatica più elementare dell'umano: la cultura è un dialogo tra coloro che se ne vanno e coloro che arrivano.

Quando questo dialogo si rompe, la società non collassa necessariamente con fragore. Si svuota lentamente, come un orologio le cui ruote dentate non combaciano più. I giovani vagano senza mappa. Gli anziani tacciono senza eco. E nel mezzo una macchina continua a funzionare - consuma, produce, amministra, scarta -, ma non sa più a quale scopo.

Questo è il vero esaurimento: non la mancanza di risorse, ma la perdita del senso della continuità.

Una civiltà non vive soltanto perché produce. Vive perché trasmette. Vive perché può dire ai propri giovani: "C'è un mondo da trasformare", e ai propri anziani: "C'è una memoria che abbiamo bisogno di ascoltare".

Quando non può più dire nessuna delle due cose, entra in fase terminale.

Ritessere il filo tra gioventù e vecchiaia non è un compito sentimentale. È, forse, l'unico compito politico che meriti ancora di essere chiamato civilizzatorio.

Di Hakan Illatiksi

23.05.2026

Commenti (13)

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Mostra commenti 13 caricati
    1. Hakan 25 maggio 2026

      La domanda decisiva non è che cosa cadrà —questo lo sappiamo già— né quale umanità sarà capace di attraversare la caduta senza altare —perché nessuna vi è riuscita. La domanda è un’altra: quale forma assumerà la sopravvivenza dopo l’esaurimento?

      La storia dell’Impero Romano offre due immagini possibili. In Occidente, il crollo aprì una discontinuità: frammentazione territoriale, ruralizzazione, indebolimento urbano, ricomposizione del potere attorno a vincoli personali, terra, vassallaggio e protezione. Da quella rovina emerse lentamente il feudalesimo: non come continuazione ordinata dell’Impero, ma come forma nuova nata dai suoi resti.

      In Oriente, invece, non vi fu una caduta immediata, ma un lungo adattamento. L’Impero sopravvisse trasformandosi: ridusse, adattò, riorganizzò e riconfigurò le proprie strutture fino a diventare qualcos’altro, senza smettere di presentarsi come continuità romana. Lì non prevalse la rottura assoluta, ma la metamorfosi imperiale.

      Per questo, davanti allo Spodoceno, la domanda non è solo se il sistema cadrà, ma se il suo esaurimento aprirà una discontinuità simile al feudalesimo —un mondo frammentato, locale, difensivo, nato tra le macerie— oppure se produrrà un adattamento simile a quello dell’Impero d’Oriente: una macchina più austera, più concentrata, più tecnica e più capace di sopravvivere al prezzo di modificare la propria forma.

      In entrambi i casi, il sacrificio non scompare. Cambia soltanto regime. Nella discontinuità, le vittime possono apparire come popolazioni abbandonate al gelo della frammentazione. Nell’adattamento, possono apparire come corpi amministrati da una continuità imperiale più efficiente. La rovina libera forze; l’adattamento le disciplina.

      Dunque, la domanda ultima sarebbe: il collasso spodocenico darà luogo a una rottura che disperda il sacrificio in piccoli ordini di sopravvivenza, oppure a una mutazione che lo concentri in una nuova forma di amministrazione imperiale?

      Perché lo Spodoceno non è la fine del sacrificio. È il momento in cui non si può più fingere di non vederlo. E forse il suo esito non sarà semplicemente caduta o salvezza, ma una biforcazione più inquietante: feudalizzazione della rovina o adattamento imperiale della macchina.

    1. Hakan 25 maggio 2026

      Il commento di Oriundó 2006 amplia la prospettiva dell’articolo perché sposta il problema dalla semplice frattura generazionale verso una questione più profonda: la perdita del fondamento stesso della civiltà.

      L’articolo sosteneva che una società che abbandona i propri giovani perde il futuro, e che una società che scarta i propri anziani perde la memoria. Il suo intervento aggiunge qualcosa di decisivo: questa perdita non avviene nel vuoto, ma all’interno di una più ampia mutazione civilizzazionale, nella quale non solo si interrompe la trasmissione tra generazioni, ma si dissolve il contenuto stesso di ciò che dovrebbe essere trasmesso.

      In questo senso, il commento introduce diversi aspetti importanti.

      In primo luogo, segnala che non ci troviamo soltanto di fronte a una decadenza dell’Occidente, ma davanti all’emergere di una nuova forma di civiltà che ha bisogno di cancellare i propri precedenti per imporsi. Questa idea approfondisce il nucleo dell’articolo: se la trasmissione tra giovani e anziani si spezza, non è solo per negligenza sociale o economica, ma perché il nuovo sistema ha bisogno di individui slegati da ogni continuità storica. La memoria diventa un ostacolo; il futuro, una merce amministrata.

      In secondo luogo, introduce la questione religiosa e spirituale. Questa nuova civiltà non sarebbe semplicemente post-cristiana, né islamica, né buddista, né induista, né veramente atea. Piuttosto, opererebbe appropriandosi di frammenti di queste tradizioni, svuotandoli di senso e riutilizzandoli come strumenti funzionali: dal cristianesimo conserverebbe certe forme pastorali di conduzione; dell’islam potrebbe utilizzare elementi di urto o di disciplinamento; dalle spiritualità orientali prenderebbe vocabolari privati di profondità; dell’ateismo conserverebbe appena un alibi per chiudere ogni domanda sui fini ultimi.

      In terzo luogo, segnala che la presunta liberazione moderna non elimina il gregge, ma cambia la forma del pastore. Questa osservazione risulta particolarmente potente, perché permette di pensare che il problema non sia solo che le società attuali abbiano abbandonato le vecchie autorità, ma che le abbiano sostituite con forme più impersonali, tecniche e subliminali di conduzione. La libertà contemporanea appare così come una libertà amministrata: l’individuo si crede emancipato dagli antichi oscurantismi, ma resta sottomesso a nuove forme di programmazione del desiderio, del corpo, del consumo e dell’opinione.

      In quarto luogo, incorpora la dimensione del corpo, della sessualità e della riproduzione. Questo punto apre una linea che l’articolo suggeriva appena: se la gioventù rappresenta il futuro, allora la crisi della riproduzione, della differenza sessuale, della famiglia e della continuità biologica fa anch’essa parte della crisi civilizzazionale. Il futuro non viene cancellato solo precarizzando i giovani; viene cancellato anche disorganizzando i quadri simbolici attraverso i quali una società comprende la generazione, la cura, la filiazione e la continuità della vita.

      In quinto luogo, propone una critica al materialismo volgare contemporaneo. La figura dell’individuo ridotto a consumatore, lavoratore, corpo sessuale o unità di rendimento coincide con la logica dello Spodoceno: un’umanità che non si pensa più come comunità storica, ma come aggregato di corpi gestibili, desideri sfruttabili e dati utilizzabili. In questo mondo, le grandi tragedie collettive restano lontane, trasformate in rumore informativo, mentre il soggetto si limita a sopravvivere, consumare, produrre e distrarsi.

      Il punto centrale, dunque, è che il commento obbliga a formulare una domanda che l’articolo lasciava aperta: se non c’è più trasmissione, che cosa esattamente è andato perduto?

      Qui appare il vero problema. Non si tratta soltanto del fatto che l’Occidente non trasmetta più. Si tratta di qualcosa di più grave: l’Occidente ha perduto il contenuto stesso del trasmissibile.

      Non sa più che cosa debba consegnare ai propri giovani, perché non possiede un’immagine chiara del futuro. Non sa più che cosa debba ascoltare dai propri anziani, perché non riconosce nel passato una fonte viva di orientamento. Non sa più che cosa fare delle proprie religioni, perché le trasforma in residui culturali, dispositivi di controllo o merci spirituali. Non sa più che cosa fare della libertà, perché la riduce a consumo, scelta individuale e disponibilità permanente. Non sa più che cosa fare del corpo, perché lo fa oscillare tra merce, rendimento, identità, laboratorio e oggetto di amministrazione. Non sa più che cosa fare della comunità, perché la sostituisce con il mercato, la rete, la massa o il gregge.

      Per questo, la crisi non è semplicemente pedagogica, generazionale o politica. È una crisi di contenuto civilizzazionale.

      Una civiltà vive finché può trasmettere qualcosa di più che tecniche, norme o procedure. Vive finché può lasciare in eredità un’idea del bene, un’immagine dell’umanità, una memoria condivisa, un orientamento di fronte alla sofferenza, un modo di comprendere la morte, una relazione significativa con il corpo, una nozione di giustizia, un’esperienza del sacro o, almeno, una domanda onesta sul senso.

      Quando tutto questo evapora, la trasmissione si riduce a formazione, informazione, intrattenimento o amministrazione. I giovani non ricevono più un’eredità, ma istruzioni per l’uso. Gli anziani non consegnano più saggezza, ma aneddoti senza luogo. La cultura non opera più come ponte tra generazioni, ma come deposito di residui simbolici riutilizzati dal mercato e dal potere.

      Questo è forse il nucleo più profondo dello Spodoceno: non solo l’accumulazione di scarti materiali, ma la conversione delle antiche forme di senso in macerie funzionali. Religioni senza trascendenza, libertà senza finalità, corpo senza anima, sessualità senza generazione, comunità senza appartenenza, memoria senza autorità, gioventù senza promessa e vecchiaia senza ascolto.

      Per questo, il compito non può limitarsi a “tornare a trasmettere”. Prima bisognerebbe domandarsi: che cosa merita di essere trasmesso? Quali resti contengono ancora una potenza di orientamento? Quali tradizioni possono essere riattivate senza trasformarsi in nostalgia? Quali esperienze degli anziani possono diventare guida senza farsi imposizione? Quale energia dei giovani può diventare creazione senza essere assorbita dal mercato o dal nichilismo?

      La vera trasmissione non consiste nel ripetere il passato, ma nel salvare da esso ciò che può ancora fecondare il futuro. E il futuro non consiste nel distruggere ogni eredità, ma nel selezionare, trasformare ed elevare ciò che è stato ricevuto.

      In questo senso, il commento funziona come una chiusura necessaria dell’articolo: la doppia frattura generazionale non è solo la separazione tra giovani e anziani. È il sintomo di una civiltà che ha spezzato la catena del senso perché non sa più quali valori, quale memoria, quale visione dell’essere umano né quale orizzonte spirituale possa consegnare a coloro che verranno dopo.

      Senza trasmissione non c’è civiltà. Ma, senza contenuto trasmissibile, la trasmissione diventa un guscio vuoto. Ed è questo che definisce la fase terminale dell’Occidente: non solo ha smesso di parlare tra generazioni; ha dimenticato che cosa doveva dire.

    2. oriundo2006 25 maggio 2026

      L’Occidente ha perduto il contenuto stesso del trasmissibile: in una parola Lei sintetizza tutta la nostra situazione ( e la ringrazio del suo apprezzamento ).
      La barriera precedente era ed è quella degli studi 'classici', 'umanistici': latino e greco, filosofia e letteratura.
      Ampie vedute intellettuali, ruoli fissi certificati dalla tradizione, pathos sull'individuo 'creatore' di sè stesso, sulla sua 'paideia' individuale: religiosa perchè cristiana ma in realtà pagana nei valori supremi del 'logos'.
      In particolare un valore fondamentale: la certezza della propria assoluta identità personale come monade individuale regina di sè stessa ( il femminile è a ragione...).
      L'ontologia personale era assoluta.
      Intangibile.
      Fondava tra l'altro il diritto di proprietà anch'esso come assoluto.
      E le relazioni individuali, che oggi vediamo come rigide anche nell'abbigliamento nei dagherrotipi dell epoca passata.
      Questa ontologia era fondata sulla reiezione dell' 'altro' se non altrimento che nel discorso, nel confronto, nel dialogo ma anche e sopratutto nella violenza del 'superiore': sempre a 'distanza'.
      Anche fra marito e moglie.
      Questo era l' unico modo in cui le monadi si aprivano alla reciprocità, intersecando i loro destini, ad esempio sessualmente, nella comunità dei valori condivisi, il cui fondamento si voleva essere 'religioso', dunque presente ad un certo punto della storia, ma considerato 'assoluto' proprio da un atto di volontà considerato 'supremo' ( e proprio perciò almeno nel cattolicesimo non revocabile con il 'divorzio' ) perchè connesso con la fonte stessa della propria 'persona'.
      La storia del cristianesimo lo dimostra, avendo recepito tante categorie pagane, tramutandole di significato e di genere, da collettivo, perchè l' individualità pagana era collettiva, ad individuale, perchè il cristianesimo con la sua teologia dell' 'anima' lo imponeva.
      Queste basi oggi sono crollate.
      L'individuo come 'assoluto' non esiste più se non nell'opera di Max Stirner.
      I valori fondati su questa proiezione diretta ed antropomorfa del 'corpo' in 'spiritu', lo stesso ( qui si potrebbe indicare lo stesso nell'induismo VS buddismo, almeno delle origini ).
      Scienza e tecnica hanno preso posto del discorso 'umanistico', oramai desueto a regolare l'interazione individuale e sociale.
      Perchè l' individuo si è scoperto manipolabile sin dalle sue categorie più intime: è crollato sulla percezione di questa sovraderminazione della volontà stessa.
      Si è scoperto 'costruito' da regole e pensieri che qui valgono ma altrove no. Dove sono io dunque ?
      Dove il mio 'io' ?
      Decostruito e sostituito.
      L'individuo è stato colonizzato da un superpotere che gli si è imposto e che detta le sue regole sovrane, sia nell' individuo semplice sia nelle collettività, e si sostituisce nel vuoto 'spodocenico' da esso stesso creato.
      Questo 'potere' un tempo era religioso o almeno ambiva ad avere una fondazione valoriale.
      Oggi questo superpotere è differente: è 'oggettivo'. Ne prescinde completamente.
      E' completamente differente per natura, efficacia ed effetto.
      Si àncora alla psiche e la modella.
      Dirige non visto e non percepito la parte frontale cosciente.
      E' subliminale e connesso con tutta la persona.
      E' divino e diabolico ad un tempo stesso.
      Costringe ad atti inconsulti, deviando la volizione con delle 'voci' che si impongono, mentre potenzia in modo incredibile l' intelligenza nelle conquiste scientifiche del mondo.
      Si impadronisce delle connessioni encefaliche come di quelle materiali terrene, sottomettendole e ricreandole come proprio dominio assoluto, impersonale e nel contempo reale.
      Senza mediazioni intellettuali di sorta. Non tollerate perchè non previste dal software.
      Senza discussioni filosofiche. Inesistenti. Un rumore di fondo soggettivista da eliminare: un residuo spodocenico inutile.
      E' dunque ancora una potere 'umano', completamente umano a guidarci ?
      Un potere dunque riconducibile a noi stessi nell'evoluzione della nostra specie ?
      E' possibile delinearne la traettoria futura per renderlo compatibile con 'noi', animali sì ma 'razionali' ?
      Domande senza risposta. Il sistema va in loop. E si spegne da sè. La Ai dell' alveare umano 'comunista', il 'telos' politico che emerge, consuma troppa energia per rispondere.
      In fondo lo spodocene come atto ancora provvisoramente incompiuto è determinato proprio da questa carenza energetica che necessita la continua produzione di 'residui' da utilizzarsi.
      Ed il metodo per sopperirvi è ancora sempre lo stesso del mondo Atzeco: sacrifici umani continui per compensarlo.

    1. akel 24 maggio 2026

      Una bella favoletta che come sempre si dimentica della realtà.
      Lei parla di «filo spezzato», ma quando e dove negli ultimi 2500 anni le «civiltà» fondate sui «valori eterni occidentali» hanno realmente (e non nella fantasia dei suoi zelosi difensori) riconosciuto alla gioventù il diritto di essere «la proiezione in avanti» e agli anziani «la memoria del passato»?

    2. Giacomo 24 maggio 2026

      fin quando esisteva una religione, ora è rimasta solo idolatria e relativismo

    3. akel 24 maggio 2026

      Lei parla di quella religione i cui fedeli massacrano da duemila anni chi non è della loro fede? Che dice chiaramente che bisogna amare dio - e non l'umanità, la vita - prima e più di ogni cosa?

    4. akel 24 maggio 2026

      Le ricordo la parola di dio:
      «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo» (luca 14:26)
      Vede è solo l'odio che nella religione ci può permettere avvicinare dio.

    1. oriundo2006 24 maggio 2026

      Sta emergendo una nuova 'civiltà'.
      Tutto qui.
      Emerge dal subconscio storico come nuovo 'sistema-mondo' che, come i precedenti, per imporsi deve fare 'tabula rasa' dei precedenti.
      Questa nuova civiltà non è più cristiana.
      Recepisce questa religione al suo tramonto storico come struttura sempiterna di potere sulle anime e sui corpi e connessa violenza sociale sui singoli, falsamente 'liberi' perchè 'liberati' oggi da oscurantismi passati ma di certo non dai moderni e presenti. Il senso del gregge permane immutato. Cambia solo il 'buon pastore', adesso subliminale.
      Non è 'islamica'.
      Si serve dell' islamismo come grimaldello per rompere la coesione delle società in cui viene inoculato con maestria. Se ne serve anche ideologicamente come modello antifemminile da un lato ed antisessuale da un altro: la femmina come tabù consegnata a ruoli ininfluenti socialmente ma interiormente molto 'proud', una gabbia dogmatica e mentale assoluta 'a prescindere', mentre agisce la correlativa ed inversa spinta verso la femminilizzazione del maschio, succedanea di un sesso a-riproduttivo. Utile anche qui per creare una barriera alla riproduzione fondata e garantita dall' unione semplice e naturale: termini oggi proscritti nella loro valenza erotica ma conservati provvisoriamente all' interno del paradigma in attesa della riproduzione 'scientifica' per via industriale.
      Non è neppure buddista od induista.
      Ne recepisce alcuni termini-chiave e li snatura in senso edonista e ridicolo, privandoli del senso antico e spirituale: tipo l'hata yoga per rammodellare i glutei. La ricerca spirituale, cosa immensa e grandissima, come sola ricerca della felicità, ovvero del benessere fisico prima di tutto. Il 'corpore sano' è tutto, mentre la 'mens sana' significa solo non farsi problemi. Zero.
      E non è neppure atea.
      L'ateismo è qui semplicemente una veste pre-discorsiva, un alibi che interrompe ogni discussione. Serve a chiudere il discorso sulle finalità ultime del mondo umano rimanendo all'interno di una materialismo volgare e semplicissimo, fondato sull' utile individuale e assolutamente lontano da ogni possibile indagine critica sulla realtà che ci circonda. L'uomo-bestia sessuale o lavorativa, che è poi in fondo lo stesso, impermeabile ad ogni notizia su cosa succeda nel mondo, le sue immense tragedie. Basta arrivare al '27. Che problemi ti fai ?
      Eccetera eccetera.
      Risultato finale: di quale 'civiltà' fondata su quali 'valori' stiamo parlando ?

    1. AlbertoConti 23 maggio 2026

      Per "Ritessere il filo tra gioventù e vecchiaia" il primo ingrediente è l'amore reciproco, che va a braccetto col rispetto reciproco, a cominciare dal nucleo famigliare.
      Al contrario l'odio generazionale, nel senso tra generazioni, recide il filo tra gioventù e vecchiaia. Un vecchio rancoroso o un giovane invidioso che disprezza la generazione precedente è sempre uno spettacolo triste e disarmante, a prescindere dalle motivazioni.
      In questa fase storica sono cambiate troppo rapidamente e radicalmente le condizioni di vita e le opportunità, in peggio, con una repentina inversione di tendenza, che mette a dura prova il rapporto tra gioventù e vecchiaia. Cioè le condizioni ideali per distinguere l'esistenza virtuosa da quella fallimentare, che coesistono a tutte le età, basta guardarsi intorno.
      Anche tra noi commentatori c'è un esempio eclatante, che non cito per discrezione (al quale non risponderò anche se provocato).

    2. maghi 23 maggio 2026

      mi ricordo bene del suo odio per i pensionati, ma in fondo non ha tutti i torti. Quasi sicuramente ha sofferto per aver avuto una famiglia, che non l'ha amato e così trasferisce il suo odio a tutti gli anziani. Purtroppo conosco anch'io casi simili e normalmente hanno per conseguenza figli con esistenze distrutte. Ci sono pure figli, che poi da grandi si rivalgono sui genitori per le mancanze ricevute, ma anche su altri in una catena perversa di vendette immotivate. Insomma è un macello, quando si incontrano questi disastri umani, sia in famiglia, che fuori. L'educazione all'amore è un dovere dei genitori, quando i figli sono infanti, poi tocca al maestro, da bambini e adolescenti, infine di nuovo ai genitori nella maturità. Se questi delicati meccanismi entrano in corto circuito, causano dei problemi esistenziali gravissimi, che possono aprire la porta a dei comportamenti sbagliati dai meno ai più gravi fino all'annichilimento totale della persona. Quindi la colpa non è mai univoca e nemmeno il merito, che è spesso una casuale convergenza di incastri positivi. Come delle volte diceva mio padre, nella vita ci vuole anche un pò di fortuna, perchè spesso la prudenza non basta.

    3. AlbertoConti 23 maggio 2026

      Sottoscrivo tutto.
      Aggiungo che ho visto più di un caso di odio viscerale per un genitore durare a lungo, per poi svanire dopo la morte del genitore, sostituito da un ricordo affettuoso, o quasi.
      Non so cosa dimostri questo, ma mi sembra un segnale positivo.

    4. maghi 24 maggio 2026

      si cerca di dimenticare per non soffrire più, ma le piccole o grandi, volute o accidentali sofferenze rimangono nell'inconscio e anche nel conscio, insieme alle gioie e ai ricordi più belli. Purtroppo non tutti i genitori hanno lo spessore per poter recuperare i loro figli. L'amore porta sofferenza.

    5. ric 24 maggio 2026

      la quercia caduta ?

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