Schiavi della libertà

Schiavi della libertà

Di Livio Cadè, ereticamente.net

Ad libitum, come pare e piace. Ritroviamo questa radice lib, che indica piacere e desiderio, nella libidine e nella libertà. Esser liberi significherebbe dunque aver la possibilità di soddisfare un desiderio, ovvero di evitare una frustrazione. Quando quello che inibisce o vieta la realizzazione dei nostri propositi viene rimosso ci sentiamo liberi. Da qui una tradizionale e ingannevole associazione tra libertà e felicità. Perciò l’uomo “libertà va cercando, ch’è sì cara”. Ma non si creda per questo che la gente, come Catone, ami la libertà tanto da sacrificarle la vita. Anzi, di solito l’associa al peso della responsabilità e la baratta volentieri in cambio della sicurezza. E la nostra società vive nell’ossessione della sicurezza, dell’assicurazione che copre ogni rischio. D’altro lato tuttavia assistiamo a una paradossale inflazione di nuove libertà, a un’incapacità di porre freni al desiderio. Incontinenza generale che pone in pericolo l’umanità stessa e aumenta il ”disagio della civiltà” con angosce prima sconosciute.

In genere non pensiamo alla libertà finché non viene compromessa, come non pensiamo alla salute quando stiam bene. Quindi è lecito credere che più se ne parla e meno ve ne sia. Ma cos’è la libertà? Io penso anzitutto il potere di fare qualcosa (sono libero d’aver figli perché dotato di capacità generativa). Poi l’assenza di impedimenti alla volontà (niente mi impedisce d’aver figli) e la mancanza di coercizioni (niente mi obbliga ad aver figli). Chi non ha mezzi e talenti efficaci non è libero. E non è libero chi è intralciato da limitazioni di natura fisica e psichica o da proibizioni e costrizioni sociali. Vi sono costumi, pregiudizi e leggi che regolano e inibiscono la libertà delle persone. Ma le norme umane, diversamente da quelle naturali, non possono impedire a priori che qualcuno le violi. Perciò ricorrono a intimidazioni, minacciano punizioni.

Il riflettere sul senso della libertà coincide di fatto con l’evoluzione della società occidentale e della sua filosofia. A forza di discuterne l’abbiamo resa sottile come un capello, fragile come un fiore appassito. Nell’Antico Testamento non esiste una definizione di libertà. L’uomo giusto non si preoccupava d’esser libero. “Ubbidisco ai tuoi decreti. Sto attento ai tuoi ordini. Ho sempre presenti i tuoi comandamenti” dice il salmista, che in questo amore della Legge trova la sua gioia. La sommissione al Divino risuona come un maestoso corale in tutte le religioni. Non negazione della libertà ma amorosa servitù, quella liberazione che viene dal servire un Ideale più grande di noi. La Grecia presocratica è dominata invece dall’idea della Necessità, del Fato, o del Logos, cui uomini e Dei devono sottostare. E fu forse quando la libertà divenne antitesi della necessità che cominciò un fatale declino. Quante lezioni di libertà ha dovuto sopportare l’uomo, condotte a fil di spada o di ghigliottina, al suono dei cannoni e delle bombe?

Un aspetto cruciale che facilmente dimentichiamo è che la libertà presuppone sempre, per necessità dialettica, l’esistenza della schiavitù. Così era nell’antica Roma, nella sua distinzione tra schiavi e cittadini liberi, e così è oggi. Chi debba essere servo e chi padrone è un problema complesso e controverso. La nostra società l’ha risolto stabilendo un’equazione tra libertà e denaro. In quanto sincretismo di poteri, e per la sua efficacia nel rimuover gli impedimenti, il denaro è misura della libertà di un individuo. Più ne ha, più è libero. Questa filosofia – detta appunto liberista – permette ad alcuni di accumulare immense quote di libertà privandone gli altri, ma almeno ha il pregio di render chiaro un concetto oscuro per natura.

I cinesi, meno idealisti di noi, hanno resistito per millenni alla tentazione della libertà. Non ne avevano né la parola né il concetto. Verso la metà del XIX secolo, quando si intensificarono gli scambi e le contaminazioni con l’Occidente, tentarono di tradurre quell’idea a loro estranea con perifrasi come: “ciò che procede da sé stesso”, ossia qualcosa che ha in sé la propria ragion d’essere, senza nulla fuori di sé che lo determini. Espressione che la Cina probabilmente usò senza intenzioni filosofiche ma per rivendicare un’autonomia culturale e politica, e difendersi da ingerenze straniere.

In fondo, si può dire della libertà quello che Agostino diceva del tempo: quando non ci penso so cos’è, quando ci penso non lo so più. Ma il nostro sistema sociale pare non poter sopravvivere senza farsene un’opinione. Che libertà profonda e sconosciuta è quella di non avere opinioni! Il nostro tipico vizio è “dare un senso alle cose”, dimenticando che le cose hanno già un senso e noi possiamo solo scoprirlo. La libertà pone in tal senso cruciali domande, anche di ordine metafisico. Per noi, infatti, nulla avviene senza causa. Hume si provò a dimostrare che la causa non esiste. Disse che era solo un concetto causato dall’abitudine, e forse non si accorse del lapsus. Dunque, ammesso che cause e condizioni siano reali, come si può pensare che sia libero ciò che è causato da altro? La libertà richiederebbe un essere causa sui che non dipende da nulla, assolutamente libero. Ma un essere simile sarebbe un Dio, una Trascendenza. E l’uomo sarebbe libero solo se partecipasse di questo Assoluto, condividendone le prerogative di natura autonoma e increata. Sulla libertà della creatura, infatti, pesa sempre l’ombra del suo creatore.

Dio è il prototipo del liberatore, colui che nella Bibbia riscatta l’uomo dalla sua condizione di servitù. Ma questa libertà non è propria dell’uomo, visto che gli può essere tolta in qualsiasi momento. Se “tutto ciò che ho viene da Dio”, non ho nulla di mio, neanche una mia libertà. La libertà, nel suo senso radicale, non può essere qualcosa che ci viene data, né da un regime politico o da un Demiurgo che ci crea dotati, per sua decisione, di libero arbitrio. Una libertà concessa da altri non ci rende soggetti liberi, anzi, rimarca la nostra dipendenza.

In fondo la posizione del pensiero contemporaneo, che pure si professa liberale, è proprio questa idea – forse di matrice protestante – che vede nell’uomo il risultato di molteplici predestinazioni: leggi fisiche ed economiche, pulsioni inconsce, meccanismi evolutivi. Non v’è spazio per un’anima che vive secondo quella “legge della libertà” di cui parla l’apostolo Giacomo. Così, mentre cerca di liberarsi da vincoli etici e religiosi, la modernità presuppone un mondo deterministico che la incatena. La libertà sopravvive come feticcio retorico, contrappeso alle coazioni postulate dalla scienza.

La nostra stessa pretesa di compiere un libero esame della realtà si scontra con l’idea che tale indagine sia decisa da involontari fenomeni neurologici. Anche l’enorme spazio conquistato dalla tecnologia contribuisce a rafforzare l’idea che l’uomo dipenda da necessità meccaniche e preternaturali. E l’universo in espansione della Rete ci intrappola non più nel moto casuale degli atomi ma in quello dei segni e dei messaggi. Il nuovo e più potente determinismo è la nuova fatalità legata alle forme della comunicazione di massa.

Ho nostalgia di quel pensiero antico in cui la libertà ancora vibrava inespressa, senza nome e forma, prima che la modernità la rendesse tanto greve. Penso al Tao Te Ching, poema misterioso e sublime dove la libertà è solo un profumo, tanto ovvia da essere impensabile, coessenziale all’essere. Laozi dice di custodire tre tesori: la compassione, la frugalità, l’umiltà. Come il salmista, non intende dar libero sfogo alle pulsioni e ai desideri dell’uomo ma, come direbbe Emerson, ci invita ad attaccare il nostro carro a una stella, alla conoscenza e alla prassi della Via. Venendo dal Tao, l’uomo ne condivide la natura incoercibile e indicibile. A che discutere di libertà? Si può ben vivere senza tale concetto.

Neppure Confucio traduce in parole l’idea di libertà, né sente il bisogno di trovare un termine per definire l’esperienza umana che vi corrisponde. Importante per lui è che l’uomo si intoni ai decreti del Cielo che assicurano regolarità e continuità alla vita. Il moto degli astri e la vita umana appartengono allo stesso ordine immutabile. Così la società umana deve reggersi su comportamenti uniformi e rituali, obbedire alla Legge che governa i rapporti del singolo con la famiglia, la comunità, lo Stato.

Per Laozi seguire il Tao significa ritrovare quella semplicità e spontaneità naturale che sarà la linfa della poesia zen. Il ciliegio fiorisce, un uccello canta, la neve scende, la rana si tuffa nello stagno. Non è libertà di un io ma libertà dall’io, ovvero da un centro psicologico e dalle sue manie di appropriazione e controllo. Per Confucio è invece frutto di disciplina etica, rispetto preciso di ruoli e di doveri. Il confucianesimo ha di mira la buona organizzazione della società, il taoismo incoraggia un certo individualismo anarchico. Ma entrambi seguono una logica dello scambio, non del dominio. La Via è una rete a larghe maglie cui nulla sfugge, che lega l’uomo agli altri e all’universo. È la capacità di creare interazioni armoniose e reciproci benefici, perché il Tao agisce per il bene di tutti, senza preferenze. Una personalità armoniosa genera una famiglia armoniosa che genera una società armoniosa.

Non si tratta di chiedere “sono libero?” ma “come devo vivere?”, “come devo comportarmi in questa circostanza?”, domanda che presuppone necessariamente l’esser libero ma lo subordina a un’intuizione di sé e del proprio ruolo nell’universo. La felicità nasce dall’adeguarsi a un’Armonia universale, da un adempimento di doveri spirituali. Non è ricerca di un bene gelosamente conservato per sé ma una concertazione tra le aspirazioni di tutti e le leggi della vita. Utopia che la nostra sconcertante società ha sempre frustrato.

Dice Confucio: “a settant’anni agivo seguendo il mio cuore senza per questo trasgredire alcuna norma”, ossia ubbidivo ai miei desideri restando in sintonia con il Tao. Questa matura serenità non dipende da un indebolirsi delle passioni ma dalla capacità di ascoltare un’intelligenza profonda o, come diremmo noi, di seguire il Logos, fare la volontà di Dio. Questo fare è in realtà un non-fare, non è un produrre ma un lasciar essere, seguire la Via e ubbidirle con fiducioso abbandono. È un ordine che esce direttamente dal cuore, specchio fedele delle cose. Non si tratta di porre in conflitto libertà e necessità, come noi facciamo, ma di vederne l’intima coesione.

Ne abbiamo un esempio nell’antico voto di ubbidienza del monaco. Nel procedere ritmico della sua esistenza, scandito da riti e uffici obbligatori, egli si sentiva parte di un Ordine metafisico. Il premio all’ubbidire era la liberazione dalla volontà propria. ‘Ordine’ vale infatti tanto per sistema rettamente organizzato quanto per comando. Il cinese si inchinava al Tao. Il monaco, di fronte a Dio, pronunciava il suo amen, parola che rinvia a un’idea di solida, rocciosa stabilità. Così sia, così deve essere.

In fondo, tutti hanno bisogno di ritualizzare e dare un ordine alla vita. E l’uomo moderno, che pretende d’esser libero, è schiavo di ritualità e formalismi più d’ogni altro, ubbidisce con una passività che lo esime dal prender decisioni e dal riflettere. Basti ricordare la tragica pantomima della pandemia. Alla radice della massiccia obbedienza non v’era la semplice paura ma quel senso quasi mistico di elevazione che deriva dal partecipare a un grande rito collettivo. Compiere il cerimoniale sanitario nella più scrupolosa osservanza dei gesti prescritti rappresentava un tentativo di riparare al caos e riportare l’ordine nel mondo. Chi non ricorda quei ‘decreti celesti’ che stabilivano regole e protocolli, il loro carattere oscuro e misterico? Non atti politici ma liturgie cui la gente partecipava con zelo religioso e fanatico.

Ubbidienza intrisa non di fede ma di inerzia, e di una superstizione legata a un eccesso di istruzione più che all’ignoranza. L’informazione e la scuola rappresentano oggi non un’educazione al sapere ma un vasto sistema di condizionamenti del pensiero e della volontà. Così, più la gente studia meno sa, meno sa più crede di sapere e più crede di sapere più si sente libera. Non si conforma a una Via eterna ma all’opinione effimera di esperti, dà valore apodittico alla cultura dominante, si sente sicura solo se protetta dai pregiudizi della ‘maggioranza’, questa entità ripugnante che fa anche della vita e della verità dati statistici.

Gli antichi cinesi erano per lo più contadini, meno istruiti e quindi più saggi di noi. Sapevano che per vivere dovevano capire e assecondare la natura. Vivevano “secondo antiche leggi alle quali presiedeva il Sole. Erano tutti servitori obbedienti e operosi, e ogni nube in cielo aveva più potere della loro volontà. Ma sapevano che la terra era di buona volontà più degli uomini”. Evadere dall’ordine naturale non sarebbe parso loro un’espressione di libertà ma di follia. Il risultato di una tale ribellione non poteva essere che il caos e la distruzione.

Questo non implicava un conflitto con le forze naturali, perché il pensiero cinese non conosceva l’antitesi tra Spirito e Natura che assilla l’Occidente, dualista per vocazione. Anche oggi, che la fisica quantistica ci ha edotti sull’irrealtà dell’oggetto, siamo lontani dal credere nell’irrealtà dell’io. Sentiamo ancora d’essere una monade, entità misteriosa opposta al mondo che si immagina distinta persino dalle sue strutture biologiche, dai suoi istinti. È proprio questa idea di un sé contrapposto al non-sé a chiuderci in un sistema di determinazioni che è contraddizione di ogni libertà. Nel nascere, nell’ammalarsi, soffrire, invecchiare, morire, vediamo sempre l’invadenza di un Non-sé che ci costringe. Esser liberi è allora sentirsi responsabili di tutto quanto ci accade, anche di ciò che sembra non dipendere dalla nostra volontà. Il destino è ciò che ci appartiene intimamente, maturazione di semi che noi stessi abbiamo gettato.

Noi pensiamo sempre a libertà – politiche, economiche o sociali – poste fuori di noi. Ma la vera libertà è “sedersi nell’oblio”, dimenticando sé stessi e tutto ciò che chiude l’essere nel contingente, nell’immanenza del limite. Libertà che trascende ogni concetto e quindi non può farsi oggetto di riflessione. Tuttavia, come dice Nagarjuna, “l’insegnamento si svolge in base a due verità: la verità relativa del mondo e la verità assoluta. La realtà assoluta non può essere insegnata senza prima appoggiarsi sull’ordine pratico delle cose”. Così, possiamo concepire una libertà relativa, che si manifesta nelle ordinarie forme umane, e una assoluta, prerogativa di Dio e dell’uomo divinizzato. E la prima tende all’altra come al suo orizzonte.

Camminando sulla Via, superati i sentieri di rovi, lo sguardo si allarga e si fa più semplice, il desiderio si affina, si fa quiete purificata dal dolore, distacco di un cuore che ha conosciuto la vanità delle cose. Guardiamoci però dall’attribuire al cuore i nostri stereotipi sentimentali. Cuore è lo spazio che accoglie l’essere. Essendo vuoto, è libero, niente lo lega. Ma è un vuoto creativo, da cui tutto nasce. La sua libertà non dipende dall’avere o essere qualcosa. Un cuore libero non vuole appropriarsi di nulla. Meno ha, più è libero. Perfetta libertà è la povertà del non avere, non sapere, non volere, non essere. Per questo ci fa paura e le preferiamo i nostri ‘diritti’, i nostri possessi.

È la solitudine adamantina dell’Uno. Libertà immacolata di vette su cui lo sguardo non può indugiare senza restarne offeso, come per un eccesso di luce. Possiamo averne l’intuizione in certi momenti crepuscolari dell’anima, o prima di addormentarci, quando niente più importa, l’io e il mondo diventano ombre lontane, e la mente non è più incatenata a pensieri ed emozioni. Ma una vetta non è fatta per viverci. La nostra vita si appaga di libertà maculate e relative: semplici aspirazioni, un amore devoto, qualche oziosa bellezza. Così, nell’immaginario incontro con Confucio, il brigante Zhi descrive i sentimenti naturali: “l’occhio vuol vedere, l’orecchio vuol sentire, la bocca vuol gustare i sapori, l’energia vitale vuol manifestarsi pienamente”. La vita è breve, “un cavallo in corsa che salta un fossato”. Ecco una buona immagine della libertà.

Ma davanti a noi si apre la palude degli idoli e delle false libertà: il denaro e lo status sociale; il nostro libero sistema politico, il nostro libero stile di vita, le leggi che liberamente ci opprimono; un libero mercato che è solo disprezzo dell’uomo e dei suoi reali bisogni, la libera circolazione di merci che riduce l’uomo e la stessa libertà a merce; una libertà di stampa asservita ai grandi capitali; libera sessualità, liberi modelli familiari, ribelli a un ordine cosmico; un’arte libera di esaltare la bruttezza; una tecnologia che pretende liberarci dalla natura e dalla nostra stessa umanità. Siamo ogni giorno chiamati a liberazioni illusorie. Depressi quando l’orizzonte dei nostri desideri si restringe, eccitati quando sembra dilatarsi. Obbligati a emanciparci, costretti a esser liberi. Che epoca tremenda è quella in cui anche la libertà diventa schiavitù!

Gli antichi intuirono forse che parlare di libertà avrebbe portato l’uomo alla rovina. Perciò non le diedero un nome. A noi, meno saggi, tocca oggi liberarci della libertà. Come dice Nietschze: “bisogna ora ridurre al silenzio eterno tutta la rumorosa pseudo-cultura del nostro tempo”. Così noi, per la prima volta nella storia, dovremo fare una rivoluzione per esser meno liberi. Condannare le nostre pseudo-libertà all’esilio perpetuo, guarire dalle nostre psicosi libertarie e forse dai nostri stessi discorsi sulla libertà. Perché definirla, chiuderla in un concetto, è in sé contraddittorio. La libertà è un silenzioso invincibile nulla. Ma anche una cosa assurda come la vita.

Di Livio Cadè, ereticamente.net

02.04.2023

Fonte: https://www.ereticamente.net/2023/04/schiavi-della-liberta-livio-cade.html

Commenti (36)

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    1. Giovanni01 6 aprile 2023

      Non ho letto tutto l'articolo (un pippone) ed ho sfogliato un poco i commenti, ma se tutti piangono se non hanno un padrone....

    2. BrunoWald 6 aprile 2023

      Mica tutti...

    1. ignorans 6 aprile 2023

      Ieri sera grande programma di Borgonovo (il giornalista della Verità) su Byoblu. Il programma era 1984 e due grandi ospiti. Bello, profondo, intrigante

    1. ignorans 6 aprile 2023

      Macché libertà. Non c'è nessuna libertà. Qui regna la legge di causa/effetto. Ieri ho mangiato troppo e oggi ho il mal di testa e fame zero. Tutto qua. Bisogna indagare la "natura" delle cose, della vita, altro che libertà.

    1. SupernovaX 6 aprile 2023

      Che cos'è la libertà?
      Immaginiamo una persona che voglia imparare a suonare uno strumento, uno qualsiasi. La prima volta che proverà a metterci le mani sopra sarà presa da un grande entusiasmo e farà mille progetti ma, ahimè, presto arriverà la frustrazione di non essere in grado di produrre nemmeno una piccola frazione di quanto immaginava; il nostro principiante non è libero di realizzare praticamente nulla.
      La cosa più semplice da fare, a questo punto, sarà quella di trovarsi un maestro e di prendere lezioni.
      Dopo mesi se non anni di duro lavoro, acquisita la tecnica, il gusto musicale ed una certa padronanza, finalmente l'allievo riuscirà a suonare qualcosa.
      Quindi, arrivando alle consuete conclusioni affrettate, si può dire che ora il nostro musicista ha ottenuto la libertà di poter fare o di esprimere qualcosa?
      No, purtroppo non è così.
      Adesso suonerà ciò che una certa tecnica gli consentirà di suonare, entro i vincoli di un determinato contesto linguistico e stilistico ossia ha ottenuto la libertà di essere schiavo di una tecnica e di un linguaggio.
      Ecco un bel paradosso: chi non sa suonare non è libero ma se impara perde la libertà.
      Però, se dopo gli anni di studio matto e disperato l'allievo arriva a trascendere tecnica, stile e linguaggio allora otterrà la libertà; potrà suonare i romantici come se fossero moderni o il barocco in stile romantico con piena consapevolezza e non sarà un errore ma semplicemente una scelta.

      Gli orientali non avranno una parola che significhi libertà però sono stati in grado di definirla meglio di noi.
      Si narra che il giovane principe Siddharta, frustrato da anni di durissima ascesi, dopo aver abbandonato i compagni incontrò una fanciulla che traeva suoni meravigliosi da uno strumento a corde molto rozzo e rudimentale. Richiesto alla fanciulla quale fosse il segreto di cotale bellezza ottenne come risposta che "occorre saper tendere le corde... se sono troppo tese si spezzano ma quando sono troppo lente non suonano"
      Folgorato da questa semplice risposta il principe ottenne l'illuminazione e divenne il Buddha ossia l'uomo completamente libero.
      Ecco, forse la libertà è il suono che si ottiene quando le corde hanno la giusta tensione ma è un equilibrio che si realizza camminando sopra alla corda tesa...

    2. LuxIgnis 6 aprile 2023

      La libertà è interiore non è mai esteriore, almeno su questo piano materiale.
      La vera libertà è di essere quello che senti, non di fare quello che senti. Non tutto puoi manifestarlo esternamente, vi sono limiti materiali impossibili da sormontare.
      Quindi anche un musicista è comunque schiavo del suo strumento anche se lo padroneggia. E anche se imparasse tutti gli strumenti del mondo sarebbe sempre schiavo di essi (ma molto bravo!).
      Ma un musicista può essere libero, ed è quella libertà che fa un vero musicista rispetto a un mero esecutore. Un creatore. Ma per creare bisogna essere liberi.

    3. sbregaverse 6 aprile 2023

      Bravo ma poi anche il Buddha comprese che è un :
      DONO.

    4. logos 7 aprile 2023

      Se non altro (e vi è tanto... tanto altro) poichè il semplice fatto di "nascere" non è dipendente da "autodeterminazione". La famosa acqua calda. È tutto ovvio. Solo che l'uomo non ha il tempo (80+anni di aspettativa di vita) di elaborarlo. l.

    1. mago 6 aprile 2023

      Direi che la falsa pandemia ha messo tutti daccordo,ogni festa o ponte è occasione per prendere un aereo e volare altrove per ingozzarsi ed avere la parvenza di sentirsi piuliberi e vivi. ecco chi sono gli schiavi moderni.

    1. sbregaverse 6 aprile 2023

      Pulissie par pasqua .
      Deghe na' bona spolverada ae credense de casa;
      tirè i casseti e versè le ante , po' vardeghe drento e co' avè ben vardà :BRUCIATELE.

    1. IlContadino 5 aprile 2023

      Non immagino come poteva essere un tempo, ma oggi chi schiavizza ha bisogno del consenso, non so perché, ma sembra proprio funzioni così, boh, sarà per via di qualche legge esoterica che mi sfugge. Ci tengono così tanto che tu dia il tuo benestare.
      Questa è l'era del consenso informato, del voto politico, del canone tv, della firma su ogni dove, dell'adesione a questa o quell'altra fazione, tutto funzionale a farti partecipe volontario della tua condizione di schiavo (un po' esagerato come termine, ma rende bene l'idea).
      Quindi associo la libertà all'assenza di adesione, semplice.

    2. BrunoWald 5 aprile 2023

      Perché una volta gli schiavisti si attribuivano un'investitura trascendente, e l'ordine terreno (schiavistico) da essi imposto era considerato la manifestazione di un superiore ordine celeste.
      L'ordine attuale invece può essere venduto al massimo come una manifestazione della "ragione", priva di ogni fondamento metafisico, per cui hanno bisogno del benestare degli schiavi. Se questo venisse meno, chiaramente, cadrebbero le legnate, ma non sarebbe nel loro interesse.
      Inoltre, gli schiavisti di un tempo si mostravano in tutto lo splendore della loro Maestà, quelli attuali invece si nascondono giustamente nell'ombra come i vampiri che sono.
      Rifiutare la nostra adesione, in tutti i modi possibili, è essenziale.

    3. absitiniuriaverbis 6 aprile 2023

      Scrivi 'chi schiavizza ha bisogno del consenso'.
      Forse un paio di elementi a corredo sono necessari.
      Primo, non sono pochi gli esempi di personaggi che hanno dichiarato apertamente che '... il consenso o meno delle genti non era né richiesto né necessario'.
      Secondo, il bisogno del consenso, non è un bisogno quanto piuttosto un modo per ottenere non il consenso in sé e per sé quanto il controllo. Potremmo dire che il cercare di usare le buone maniere è il modo ipocrita per nascondere, ma nemmeno troppo velatamente, anzi... il bastone.

      Assenza di adesione, perfetto.
      Ma cosa significa? E ritorno al Tao.

    4. sbregaverse 6 aprile 2023

      Uguale uguale per la RATIO( domina: nostra signora e padrona) , e non ce ne accorgiamo, schiavi, succubi nonchè da ESSA colonizzati accecati anche.
      LA PRIMA LIBERTA :
      È DA SE STESSI.

    5. sbregaverse 6 aprile 2023

      OUROBÒROS.
      (si ritorna ,sempre, LÌ )

    6. BrunoWald 6 aprile 2023

      Hai ragione: non hanno bisogno del nostro consenso, ma fino al 1992 trovarono conveniente mettere in atto un'elaborata finzione chiamata "democrazia". Poi il paradigma è cambiato, e si preoccupano sempre meno di fingere.
      Circa il secondo punto, il bastone è sempre implicito: l'arte di governo consiste nel farlo diventare esplicito il meno possibile.

      Cosa significa assenza di adesione?
      Non pensare ed agire come vorrebbero loro. Non avere paura. Non lasciarci ricattare. Dipendere da loro il meno possibile, perché altrimenti ci terranno per le palle.

      È un brutto momento, siamo dispersi, e ognuno deve trovare da solo la sua via. In linea di massima, non sarebbe una cattiva idea trasferirsi in una zona rurale, in qualche paese dove sia possibile armarsi legalmente, e imparare a sopperire almeno in parte alle necessità primarie.
      Anche questo è Tao.

    7. IlContadino 6 aprile 2023

      Pensa alla questione del "consenso informato". In Italia hanno fatto impazzire la gente pur di far assumere a quasi tutta la popolazione quella diavoleria. Hanno organizzato, in Italia come nel mondo intero, un evento fittizio che entrasse per davvero nella vita delle persone, finzione per realtà, sconvolgente, talmente tanto che ancora oggi non riusciamo a farcene una ragione: e giù coi laboratori militari, l'arma biologica, americani di qua, russi di là, Wuhan, morti di Bergamo ecc. ecc. Sto divagando, voglio dire, quei truffaldini hanno la capacità di rivoltare il mondo a testa in giù, potrebbero farti assumere la diavoleria anche senza dirtelo, ma non possono, hanno bisogno della tua adesione.
      Mannaggia, mi accorgo che non mi riesce di esprimermi troppo chiaramente, è una questione sottile.
      È la stessa cosa col voto. Se ci pensi il sistema politico è una totale finzione, ci impongono dinamiche su cui non abbiamo il minimo potere decisionale, ma tutto parte dal voto, da tu (generico) che a cadenza regolare vai a dare il tuo benestare al sistema, senza quella adesione, nessun sistema. Ho l'impressione che funzioni così in ogni campo, tanto meno acconsenti tanto più ti smarchi, tanto meglio vivi.
      Vivi meglio perché senza adesione, la sofferenza del vivere diventa sofferenza utile, la puoi usare per crescere, con adesione è sofferenza gratuita, fine a se stessa. Se aderisci non evolvi, per questo credo sia una questione esoterica, l'adesione ti blocca lì dove sei, e quelli godono, chissà, forse si nutrono dell'energia potenziale che noi dissipiamo...mah

    8. sbregaverse 6 aprile 2023

      Certo molte analogie ( α privativo = non logiche) col velo di Maja( desnuda majetta e majon)

    9. SupernovaX 6 aprile 2023

      è come in quei racconti nei quali il Diavolo (oppure, fa lo stesso, Il Gatto e la Volpe) ti offre fama, potere e ricchezza in cambio di una firmetta, se manca l'assenso il contratto non è valido.

      Bennato lo cantava già una cinquantina d'anni fa:

      "Avanti, non perder tempo, firma qua
      È un normale contratto, è una formalità
      Tu ci cedi tutti i diritti e noi faremo di te
      Un divo da hit parade"

    10. sbregaverse 6 aprile 2023

      Grande Bennato grandissimo e per fortuna che non s'è messo a fare l'architetto.
      ~~~IN FILA PER TRE~~~

    11. logos 6 aprile 2023

      Gli uomini forti dominano con la forza. Gli uomini deboli ingannano con le parole. Gli uomini giusti muoiono per amore. La battaglia di oggi non si combatte per la vita spicciola o per i beni materiali come è stato in passato. L'unica cosa che oggi ha un valore sono le "scintille". Vendetta di crudeltà inenarrabile, mista a miseria interiore. Un miserabile schiavo rimarrà sempre e per sempre un miserabile schiavo, anche da "libero". Un vero uomo libero non può, in nessun caso, sopravvivere alla schiavitù. Su questo argomento non aggiungerò altro per il momento, se non questo: Se convinto che la più grande ricchezza di un UOMO è espressa attraverso i suoi "figli", desiderando il suo male, essi corromperò. Si narra, secondo alcune credenze popolari antiche, che senza il consenso non si può "terminare" la cosa più preziosa di cui la vita fisica è estensione. Ovviamente queste sono solo chiacchiere da bar. l. Ps: il male è banale. La nostra Tradizione nazionale lo esprime come un "numero". Oggi i numeri parlano. Sono tempi oscuri. Ma come spesso mi trovo a pensare, mentre guido da solo in autostrada o passeggio all'alba: A quell'albero non importa nulla di tutto ciò. Ne a quel fiore, o al cane randagio che incontro...poi sorrido.

    1. uparishutrachoal 5 aprile 2023

      La libertà è solo una parola con mille significati a seconda delle persone che la indagano, e quindi si può definire in mille modi diversi.
      Ma cosa hanno in comune tutti questi modi?
      Trascendersi! Tendere al superare la meccanicità che subiamo dal potere sociale o da noi stessi.
      Se la politica mi vieta di uscire da casa, ha lo stesso risultato della pigrizia che mi immobilizza..l'unica differenza è l'origine, sociale la prima e personale la seconda, ma ambedue ci schiavizzano.
      Trascendere la pigrizia dandosi una mossa, oppure violare gli arresti domiciliari, sono atti di libertà che implicano un'uscita da leggi meccaniche, e ci vuole energia per trasgredirle, perché l'inerzia ci ostacola assieme al rischio di uscire dal campo e noi siamo il seme.
      La vita è un enorme partita a scacchi dove a ogni mossa il nemico ne fa una contraria..e bisogna saper muovere i pezzi..
      Il finale sarebbe imprigionare il re cattivo e raggiungere la sicurezza di non venir mangiati..e in questo, libertà e sicurezza si identificano perché dove non c'è l'altro da sé, cosa potrà mangiarci o schiavizzarci?
      Il bello, o il brutto, è che dopo una partita se ne ricomincia un'altra dopo un doveroso e noioso riposo, oltre al fatto che bisogna saper giocare a scacchi o almeno vedere che c'è una scacchiera.

    2. indipendente 5 aprile 2023

      Nooo, il gatto è saltato sulla scacchiera! E adesso chi si ricorda più!? )))

    3. uparishutrachoal 5 aprile 2023

      Gli animali non devono entrare nella Sala..e neppure i telefonini non silenziati: le mosse non vogliono distrazioni.

    1. LuxIgnis 5 aprile 2023

      In Cinese libertà si dice ZiYou. Zi vuol dire sé stesso. You vuol dire causa, a causa di, da, seguire, ubbidire. Quindi sarebbe un seguire sé stesso.
      Il DaoDeJing non usa la parola libertà, forse è vero come dice l'articolo che non esisteva, ma spesso riporta frasi che hanno come base il sé stesso da seguire inteso come propria natura o come spontaneità, o come cose che sorgono da sole senza intervento ulteriore.
      Il DaoDeJing è in realtà un grande inno alla libertà, ma quella libertà che ha un unico confine: il Dao. Il Dao non è un Dio e non da leggi morali o etiche. Il Dao è tutto ciò che c'è. È la natura. E come tale ha le sue regole e manifestazioni che vanno rispettate.
      Non c'è un Dio che impone cose, tutto è spontaneo, o dovrebbe essere lasciato alla spontaneità.
      La libertà del Taoismo è libertà completa persino da sé stessi. Non è quindi il concetto di dar libero sfogo ai propri piaceri. Ma questi non sono regolati, non è imposto il questo sì e questo no. Nell'onda del Dao è tutto permesso ma nel rispetto della natura, di tutta la natura quindi compreso anche gli altri uomini.
      D'altra pasta è invece il confucianesimo. Accostarli non è corretto poiché sono all'antitesi. Il confucianesimo rispetta il Dao ma è pieno di regole, di morali, di giusti comportamenti. Non è un'espressione di libertà. Nello ZhuangZi, uno dei testi fondamentali del Taoismo, vi sono numerosi dialoghi immaginari dove Confucio viene sbeffeggiato continuamente. Per le sue regole e morali.
      Per condensare il Taoismo è vivi la tua vita come ti pare, rispettando la tua natura interiore e quella di tutto il creato, libero anche e soprattutto da sé stesso.

      Grazie e disgrazie (o piaceri e dispiaceri) sono un trauma.
      Le cose preziose e i grandi affanni appartengono all'Io.
      Che cosa significa che grazie e disgrazie sono un trauma?
      La grazia è inferiore,
      ottenerla è un trauma,
      perderla è un trauma.
      Per questo si dice che la grazia e la disgrazia sono un trauma.
      Che cosa significa che le cose d’alto valore e i grandi affanni appartengono all'Io?
      Io ho, dunque, grandi affanni proprio poiché ho un Io.
      Se non avessi un Io che problemi avrei?
      Perciò,
      chi rende prezioso sé stesso e il mondo in eguale misura, è come se si affidasse al mondo,
      chi ama sé stesso e il mondo in eguale misura, è come se tenesse il mondo in un palmo di mano.

      Cap. 13

    2. indipendente 5 aprile 2023

      Il libero arbitrio di cui siamo dotati è il Dao e Confucio è la Chiesa.
      Interpretazione in salsa nostrana.

    3. sbregaverse 5 aprile 2023

      Per il DAO*, in sè, ne sono convito, per gli altri due, e per molti altri ancora, è:
      INTRUMENTUM REGNI.
      * Lux illuminaci, che si dice del libero arbitr(i)o(non supportato dai guardalinee, dal terzo uomo e dal var) ¿?
      Il DAO(DIO) è l'unico che ha il libero arbitrio.
      Si veda la defininizione* che ne dà Spinoza
      *( mia doxa la migliore)

    4. LuxIgnis 6 aprile 2023

      Il Dao non è Dio. Anche Dio è parte del Dao.
      E' il ParaBraham o ParaShiva non è né Braham né Shiva.
      O detto alla Castaneda. Il Dao è il Nagual, Dio è ancora il Tonal.
      Il fatto che vi siano delle regole che anche Dio è tenuto a rispettare non vuol dire che in quell'ambito di regole non vi sia libertà di movimento, cioè libero arbitrio.
      Quindi o anche Dio non ha libero arbitrio o ce l'hanno tutti.

    5. LuxIgnis 6 aprile 2023

      Confucio è la Chiesa, è lo stato, è l'organizzazione sociale. L'ideologia dominante in Cina è il confucianesimo. Il Taoismo è poco considerato.
      Una volta un mio amico cinese mi disse che leggiamo di più il DaoDeJing noi europei che loro cinesi.
      Oltre al fatto che il Daoismo, da quello che ho visto, è diventato una macchietta di sé stesso, con i suoi rituali, templi e monaci.

    6. sbregaverse 6 aprile 2023

      EH SI' le cose SEMPLICI a molti non piacciono:
      PIACCIONO invece le complicanze delle
      COMPLICAZIONI, proposte trasversalmente, dai PARA-CUL, nei saecula saeculorum.
      E il nocciolo della VERITA' resta sempre più acroamaticamente astruso e cryptonitico.

    7. LuxIgnis 6 aprile 2023

      La verità è complessa, la semplicità è per pedissequanti.

    8. sbregaverse 6 aprile 2023

      LUX , te lo dice un (mona) trascrittore di Mandrake:
      "Guarda! neanche ADESSO ti vogliono abbandonare.... le tue carte !
      E sarai sepolto.... da esse !"
      N.108 del 22-3-1969*
      *notati i magnifici ultimi due numeri ?!?

    1. sbregaverse 5 aprile 2023

      E bravo il Cadè che è venuto, arschhhhhhh aschhhhhhhh
      aaaaaaassssßhhhhhh^ ,al :
      NULLA*
      * Ma per favore maiuscolato( molto bene anche SILENZIOSO che rima con LICENZIOSO°)
      ° Che possiede TUTTE le licenze del CASO.
      ^ Del doman non c'è certezza
      ( potrebbe essere l'ultima venutezza)
      Firmato ♡《 poliziotto spirituale》♡

    2. ettorefieramosca 6 aprile 2023

      Aber Goethe wer? der Pädophile?

    3. sbregaverse 6 aprile 2023

      Io sono sbregassi e Goethe non arriva nemmanco a farmi i sofegassi

    4. ettorefieramosca 6 aprile 2023

      traspare eclatante.mente

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