Di Roberto Concu per ComeDonChisciotte.org
Nel caos programmato (ma fino a che punto?) da cui siamo circondati continuano a risuonare voci che invitano ad andare avanti, senza nostalgia, a procedere oltre lo smarrimento e la tragedia per tentare, ad ogni costo, di riparare il mondo. Questo riprende uno dei concetti più affascinanti e profondi della cultura ebraica, quello del Tiqqun 'olam. Non a caso ispiratore dell’arte di uno dei più controversi e misteriosi pittori del Novecento: Mark Rothko (2).
Refrattario ad ogni classificazione, Rothko era un artista puro, incessantemente impegnato nella ricerca dell’essenza dell’arte e nell’arte. Ma anche preoccupato degli aspetti etici della stessa fino al punto di rifiutare l’esposizione delle proprie opere in luoghi elitari (come il ristorante di lusso The Four Season al Seagram Building di New York), sempre critico nei confronti di musei rinomati perché non davano spazio alla sperimentazione e all’underground artistico in nome della mercificazione dell’arte.
In lui, si realizza spontaneamente quella rara coerenza tra vita vissuta e creazione artistica che lo porta a scegliere e curare con ossessione i luoghi di esposizione delle sue opere in modo che possano sempre accogliere il pubblico, abbracciarlo piuttosto che allontanarlo. Per questo dipingeva su tele grandi come pareti. Quando le sue opere raggiunsero quotazioni rilevanti, ciò lo rese ancor più inquieto e fuori posto in un ambiente in cui non si sentì mai veramente a casa.
Le creazioni di Rothko restano un mistero per i critici d’allora come di oggi perché sfuggono a qualsiasi canone interpretativo, tanto più accademico. Mistica del colore e della luce, invitano lo spettatore ad abbandonare ogni pregiudizio, a spogliarsi dei propri condizionamenti per accedere al territorio dell’essenziale, e ri-scoprire il silenzio originario in cui si può percepire il mistero primordiale, proprio e del mondo. In questo senso, osservare i dipinti di Rothko è un’esperienza mistica. Il suo gesto pittorico non ha bisogno di rappresentare, di riprodurre volti e alberi, ma di togliere materia, di mostrare la luce autentica che è dentro ma anche oltre la dimensione umana. Non a caso in questo modo Rothko riesce a riparare i traumi di una vita errante, strappata a undici anni dalla terra d’origine, la Russia zarista, una vita sottoposta all’umiliazione del diverso sia in patria che negli Stati Uniti, nell’impervio compito di ri-costruire continuamente una propria identità.
La riparazione del mondo può avvenire in direzioni diverse, assumere forme differenziate. Così, a Mark Rothko fa eco Ghiannis Ritsos, poeta egeo che fece esperienza della dura detenzione all’epoca del regime dei colonelli.
Accendo versi per esorcizzare il male che opprime il paese
è uno dei 336 monocordi, poesie di un solo verso in cui il poeta cerca di illuminare la via per non smarrirsi nel caos del mondo come un lampo squarcia il buio della notte. Ma mentre Rothko sembra passare attraverso una rottura rispetto alla tradizione pittorica, Ritsos rivisita il mito e l’epica, sa che la terra non è solo un luogo geografico. E ci dice quanto curare e rinnovare la memoria sia essenziale per non soccombere alle sirene, e, anzi, per squarciare la cappa asfissiante che opprime lo spirito e il mondo. Ho scritto che forse Rothko passa attraverso una rottura rispetto alla pittura precedente. In realtà, a ben pensarci, questa osservazione non mi pare ora più corretta. Neppure dal punto di vista tecnico e formale. E non solo perché Rothko ammirava gli artisti italiani come Giotto, Michelangelo, Beato Angelico. Forse perché, al fondo, la luce che s’incontra non è quella del sole o della raffinata luna, ma quella vera che illumina ogni cosa.
Ecco, questa riflessione mi permette di spiegare perché all’inizio ho sottolineato che siamo circondati dal caos esteriore. Circondati non o non più sommersi e travolti. Qualche tempo fa avrei detto annichiliti. Ma proprio l’esperienza di questi ultimi anni, anche dello smarrimento iniziale, ha reso possibile la ricerca di una nuova geografia possibile.
Una geografia possibile: il Medioccidente
Finito il Novecento e bruciate le aspettative del passaggio al nuovo millennio, sentiamo il bisogno di cercare un’altra maniera di essere occidentali, consapevoli che qualcosa è andato storto, che l’Occidente ha smarrito la sua identità e ha commesso errori sino al punto di essere messo sotto accusa e considerato un continente non più vivibile.
Così scrive Giuseppe Lupo nell’introduzione al suo testo Medioccidente. Un vero e proprio viaggio che intreccia letteratura e storia, filosofia e antropologia, urbanistica ed economia per cercare risposta all’interrogativo imprescindibile: è possibile ridefinire un modello umano e sociale alternativo all'attuale? Ritrovare, se non creare, un luogo in cui realizzare un nuovo patto tra gli uomini? Luogo, questo, che è anzittutto una mappa interiore ma che, secondo l'autore, può trovare riscontro in un topos geografico che chiama Medioccidente (3) . Un territorio tra un Occidente non iniziato e un Oriente non finito. Quindi, un luogo di confine dove culture diverse possono incontrarsi e contaminarsi, dove non tutto delle tradizioni e dei valori che sino a ieri hanno ispirato le nostre azioni sono da buttare via, anche perché la memoria è un fatto di responsabilità.
Direi che la memoria, sopratutto, è una questione di responsabilità nei confronti di qualcosa di cui spesso non si è l'autore. D'altronde credo che non si diventi veramente uomini se non nella misura in cui si è capaci di rispondere di ciò di cui non si è direttamente gli autori, e di colui con cui, apparentemente, non si ha nulla in comune. Achille Mbembe
Con Lupo ci si addentra in un percorso complesso che ci conduce nel campo aperto del dubbio. Ad iniziare dalla messa in discussione di definizioni e concetti di cui oggi si coglie pienamente la relatività. Ad es. Oriente ed Occidente non sono altro che convenzioni, se non invenzioni concettuali per aiutarci a capire quell'immensa tessitura di vite ed esperienze (non solo umane) che è il mondo. Ma non vanno contrapposte, al contrario. Per poter cercare il Medioccidente occorre liberarsi dai dualismi, dalle contrapposizioni storiche e culturali. Un mondo nuovo non conosce né Oriente né Occidente (4).
A guidarci in questo viaggio, l'autore propone alcune parole chiave: persona, comunità, responsabilità, solidarietà, epica, sacralità, memoria, dialogo, contaminazione, terza via. Non c'è un ordine di importanza ma sottolineo il valore della parola comunità. Il Medioccidente presuppone il recupero di alcuni principi relativi al bene comune, alla dimensione relazionale, il valore del dialogo e del sentirsi parte di un cammino comune. Allontanandosi dagli estremi opposti: quello del primato dell'individuo-monade e quello dello scivolamento verso una massa informe e passiva.
Non mancano esempi storici come la comunità creata da Adriano Olivetti attorno alla fabbrica omonima. Una vera e propria eresia rispetto ai paradigmi del capitalismo occidentale basata su una visione filosofica ispirata al personalismo cristiano di Mounier e Maritain ma con esiti pragmatici che fecero dell'Olivetti un unicum al mondo. La sfida per Olivetti era tentare una terza via mediana tra cattolicesimo e marxismo, fra il libero mercato del capitalismo occidentale e l'economia pianificata del modello sovietico. Così la fabbrica olivettiana divenne il centro di una comunità autosufficiente dove il lavoro era il mezzo per uscire dall'antica situazione di subalternità e non lo strumento di sfruttamento dell'essere umano.
La riflessione su come concretizzare queste parole chiave resta aperta, e ne riparleremo in questo luogo di confronto che è comedonchisciotte. Intanto, un primo passo importante è stato fatto.
Il Medioccidente da qualche parte esiste, nella quotidianità di chi lo abita o nell'orizzonte di chi lo immagina. Quel che bisogna fare è cominciare a cercarlo
Di Roberto Concu per ComeDonChisciotte.org
17.04.2026
NOTE
(1) Tra i libri più interessanti cito: Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, ed. LUISS University Press, 2019; M. Veneziani, La Cappa, ed. Marsilio Nodi, 2022; Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi editore 2024; F. Furedi, La guerra contro il passato, Fazi editore 2025; D. Di Cesare, Tecnofascismo, Einaudi 2025; Jianwei Xun, Ipnocrazia, Edizioni TLON, 2025. È appena il caso di ricordare che già Günther Anders, Nietzsche ed Heidegger avevano preconizzato lo scivolamento dell’Occidente verso una società sempre più nichilista e dominata dalla tecnica.
(2) Sino al 23 agosto 2026 Palazzo Strozzi a Firenze ospita una delle mostre più complete e importanti su Mark Rothko, con dipinti mai esposti in Italia. Sulla vita di Rothko illuminante la biografia dal titolo Mark Rothko – Riparare il mondo di Annie Cohen-Solal, Einaudi 2026
(3) Giuseppe Lupo, Medioccidente. Un'alternativa geografica, politica culturale. Marsilio Nodi, 2026
(4) Renata Pepicelli, Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo. Il Mulino, 2025
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Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.
Roberto Concu 20 aprile 2026
Grazie dei vostri commenti. Ciascuno arricchisce l'articolo che, appunto, intende essere spunto per un dialogo che vada oltre la situazione contingente. Anche dalle vostre considerazioni emergono alcuni aspetti chiave: ritorno alle radici culturali (senza mitizzazioni), integrazione armoniosa con la natura, ma anche la complessità di questo mondo. Secondo me, è necessario riflettere insieme su tutto ciò per cercare poi di mettere in pratica nella vita quotidiana ciò a cui quella riflessione porta. Ma, anche alla luce del commento di GioCo, mi e vi chiedo: se il mondo verso cui il potere spinge sempre più velocemente è radicalmente incompatibile con il vivere secondo quegli aspetti chiave prima indicati, allora un'alternativa (passatemi il termine) non può che essere pensata e realizzata separandosi da quel mondo?