Riforma della magistratura: tra terzietà, indipendenza e il rischio delle bandiere

Riforma della magistratura: tra terzietà, indipendenza e il rischio delle bandiere

Di Cinzia DM per ComeDonChisciotte.org

Il dibattito sulla riforma della magistratura — e in particolare sulla separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti — non è una discussione tecnica per addetti ai lavori. È, piuttosto, uno snodo costituzionale: riguarda l’idea stessa di giurisdizione, l’architettura delle garanzie e l’equilibrio tra i poteri in uno Stato di diritto.

È qui che si misura la capacità di uno Stato di diritto di tenere insieme due valori non fungibili: la terzietà del giudice e l’indipendenza della pubblica accusa[1].

Ogni semplificazione è fuorviante. Non siamo dinanzi a un conflitto tra “garantisti” e “giustizialisti”, né a una contesa puramente corporativa. E tuttavia, non possiamo fingere che il terreno sia neutro: dietro le posizioni si intravedono tradizioni culturali, assetti di potere, diffidenze sedimentate.

Le bandiere non sono, in sé, un male. Diventano un problema quando cessano di essere il segno di una coerenza e si trasformano in paraocchi dell’ingenuo, in disonestà dell’interlocutore in malafede o in autoreferenzialità di chi erige le proprie categorie a criterio esclusivo di legittimità.

La terzietà non è una qualità psicologica; è una posizione ordinamentale. È la distanza strutturale dalle parti che rende il giudice garante e non protagonista del conflitto.

In questa prospettiva, la promiscuità ordinamentale tra giudici e pubblici ministeri — medesimo concorso, comune governo autonomo, permeabilità delle funzioni — è oggetto di critica non per un sospetto morale, ma per un’esigenza sistemica: evitare che la contiguità funzionale si traduca, anche solo simbolicamente, in un deficit di percezione di imparzialità.

È un dato difficilmente contestabile che la prossimità culturale e professionale tra requirenti e giudicanti, soprattutto nella fase delle indagini preliminari, possa incidere sull’immagine di neutralità del giudice.

La fiducia nella giurisdizione si nutre anche di rappresentazioni. E il processo penale — già segnato da una fisiologica asimmetria tra potere punitivo e difesa — ha bisogno di un giudice che appaia e sia realmente distinto dall’accusa.

In questo senso, la proposta di separazione delle carriere risponde a un’esigenza di chiarificazione dei ruoli.

Non si tratta di assimilare il pubblico ministero alla parte privata, ma di rafforzare l’idea che il giudice non appartenga allo stesso corpo professionale del soggetto che esercita l’azione penale.

La questione, tuttavia, non si esaurisce qui. La pubblica accusa non è una parte privata: esercita un potere pubblico, in nome della collettività, con obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione. L’indipendenza del pubblico ministero è presidio contro la soggezione al potere esecutivo.

L’autonomia del pubblico ministero evita – o almeno dovrebbe - che l’accusa si presti ad essere braccio operativo del governo o che l’azione penale sia piegata a logiche di indirizzo politico.

Separare le carriere, allora, pone un interrogativo inevitabile: quale sarà l’assetto di governo della pubblica accusa?

Se il pubblico ministero viene sottratto al medesimo circuito ordinamentale della giurisdizione, quale garanzia lo proteggerà da forme, anche indirette, di controllo politico?

Chi sostiene la riforma risponde evocando modelli comparatistici in cui il pubblico ministero è gerarchizzato ma comunque professionalizzato e sottratto alle interferenze indebite. Chi la avversa teme, invece, il rischio di una torsione verso una figura di “super-poliziotto”, collocato in un’area di maggiore permeabilità rispetto al potere esecutivo.

Il nodo non è ideologico, è istituzionale. La separazione delle carriere non può tradursi in un depotenziamento delle garanzie.

Vi è poi il tema del governo autonomo.

Il Consiglio Superiore della Magistratura non è mai stato un luogo asettico. Le correnti, la rappresentanza, le dinamiche interne hanno mostrato, anche recentemente, un grado di politicizzazione che sarebbe ingenuo negare.

Non si può difendere l’assetto vigente come se fosse immune da interferenze. La politica è già, in forme mediate, dentro i meccanismi di nomina, nelle logiche associative, nei rapporti di forza interni. Sostenere il contrario indebolisce la credibilità di qualunque difesa dello status quo.

Ciò detto, la soluzione non può essere il rovesciamento dell’equilibrio in favore di un controllo più diretto. Se il rimedio alla politicizzazione interna diventasse l’apertura a una maggiore incidenza esterna, il rischio sarebbe quello di trasformare una patologia in una dipendenza strutturale.

La riforma, dunque, dovrebbe interrogarsi non solo sulla separazione delle carriere, ma sulla qualità del governo autonomo: criteri di selezione, trasparenza delle nomine, responsabilità disciplinare, equilibrio tra componente togata e laica.

Autoreferenzialità e soggezione sono due rischi speculari.

È necessario dirlo con chiarezza: tanto la soggezione del pubblico ministero al potere politico quanto la sua autoreferenzialità corporativa sono derive patologiche. La prima minaccia l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge; la seconda incrina il principio di responsabilità in uno Stato di diritto.

L’indipendenza non è irresponsabilità. È autonomia funzionale entro un sistema di regole, di controlli e di responsabilità. Ma la responsabilità non può tradursi in subordinazione.

Un ordinamento deve saper coniugare autonomia e controllo, evitando che l’una degeneri in autoreferenzialità e l’altro in eterodirezione. È qui che si gioca la qualità di ogni riforma: non nella contrapposizione simbolica tra “giudici e PM”, ma nella capacità di disegnare un assetto che preservi la terzietà del giudice e l’indipendenza dell’accusa senza sacrificare l’una sull’altare dell’altra.

Ogni grande dibattito sulla giustizia porta con sé eredità culturali forti.

È comprensibile che chi attribuisce all’azione penale una funzione centrale nell’ordinamento guardi con diffidenza ogni intervento che ne incida sull’assetto.

È altrettanto comprensibile che chi ha difeso per anni il principio del giusto processo diffidi di assetti che attenuino la distanza tra giudice e accusa.

Le bandiere di ieri — quando radicate in scelte coerenti e oneste — non sono un errore. Lo diventano quando impediscono di vedere le criticità dell’assetto che si difende o i rischi di quello che si propone.

Il compito della cultura giuridica non è quello di scegliere una fazione, ma di elevare il livello del discorso. Occorre riconoscere che l’attuale sistema presenta criticità reali e che ogni intervento riformatore porta con sé incognite non eludibili. La riforma della magistratura non può essere il campo di una rivalsa politica, né il fortino di una corporazione.

La giurisdizione vive di equilibrio. La terzietà del giudice è il cuore del processo; l’indipendenza della pubblica accusa è il presidio contro l’arbitrio del potere. Separare le carriere può rafforzare la prima, ma soltanto se si preserva integralmente la seconda.

Il vero discrimine non è tra conservatori e innovatori, ma tra chi concepisce la riforma come strumento di rafforzamento delle garanzie e chi la immagina come leva di redistribuzione del potere.

In una stagione in cui la fiducia nelle istituzioni è fragile e in cui la magistratura è percepita da molti come componente del potere e non soltanto come suo contrappeso, la riforma della magistratura dovrebbe essere affrontata con rigore, misura e onestà intellettuale. Nessuna istituzione è neutra rispetto alle dinamiche del potere; ma la giurisdizione conserva una peculiarità che la distingue: nelle aule, lontano dai grandi assetti di interesse e dalle tensioni mediatiche, si decidono controversie che incidono sulla vita concreta delle persone.

È lì che giudici e avvocati, spesso nel silenzio e nella fatica quotidiana, restituiscono alle norme la loro misura più autentica: quella della tutela dei diritti concreti. È lì che la giustizia cessa di essere un concetto e diventa esperienza.

Qualunque riforma, se vuole dirsi consapevole e davvero al servizio degli ideali che persegue — o afferma di perseguire — dovrebbe misurarsi non sulle dichiarazioni di principio, ma su una domanda essenziale: rafforza o indebolisce la capacità delle aule di restare luogo di garanzia e non di appartenenza?

È su questo terreno — concreto, non simbolico — che si gioca la credibilità della giurisdizione e la sua legittimazione.

Chi considera la magistratura “un potere tra i poteri” non ha torto nel cogliere la sua incidenza sugli equilibri pubblici. Le decisioni giudiziarie orientano destini politici ed economici; sarebbe ingenuo negarlo. Ma ridurre la magistratura a questo significherebbe ignorare la dimensione più autentica della giurisdizione: quella ordinaria e silenziosa, nella quale si compongono conflitti familiari, si tutelano lavoratori, si proteggono vittime e si garantisce il diritto di difesa.

La riforma non può essere pensata solo in funzione delle grandi partite di potere; deve essere valutata anche rispetto a questa fisiologia quotidiana. La qualità di uno Stato di diritto si misura tanto nei casi emblematici, che incidono sugli equilibri pubblici, quanto nella giustizia quotidiana e silenziosa, dove diritti fragili trovano riconoscimento e conflitti ordinari ricevono composizione. Le due dimensioni non si escludono: si specchiano.

Una riforma che rafforzi la terzietà senza comprimere l’indipendenza, che riduca le opacità senza creare nuove dipendenze, non servirà a vincere una battaglia ideologica. Servirà, più semplicemente, a rendere più solido quel patto implicito per cui il cittadino accetta il potere sapendo che esiste un luogo in cui può contestarlo.

Se la riforma oggi proposta — nella versione sottoposta al giudizio referendario — avesse mostrato con chiarezza un disegno compiuto, capace di rafforzare la terzietà del giudice senza esporre l’accusa a nuove vulnerabilità e senza irrigidire ulteriormente le dinamiche corporative, il confronto avrebbe potuto collocarsi su un terreno più lineare.

Ma i punti oscuri non sono marginali. La configurazione del governo della pubblica accusa, le modalità di composizione e funzionamento dell’organo di autogoverno sdoppiato, il rischio di un riequilibrio solo apparente della terzietà — affidato più alla separazione simbolica che alla qualità delle garanzie — pongono interrogativi che non possono essere liquidati come resistenze conservative.

Non si tratta di difendere l’esistente come se fosse immune da criticità; nessuno può seriamente sostenere che il sistema vigente non abbia conosciuto opacità, degenerazioni correntizie, fragilità. Ma una riforma costituzionale o para-costituzionale non si valuta per la suggestione del principio che proclama. Si misura per la precisione con cui governa le conseguenze che produce.

Le riforme che incidono sulla giurisdizione vanno sottratte a slogan e bandiere: esigono lucidità. Perché quando si interviene sull’architettura della giurisdizione non si compie un gesto simbolico: si ridefiniscono equilibri destinati a consolidarsi ben oltre la stagione politica che li ha generati.

La questione non è schierarsi, ma comprendere fino in fondo ciò che si sta modificando. La giurisdizione non è un terreno neutro, ma non è neppure un campo di battaglia permanente: è il luogo in cui il potere incontra il proprio limite e il diritto la propria responsabilità.

Si tratta di pretendere che ogni modifica dell’architettura della giurisdizione sia all’altezza della funzione che essa è chiamata a svolgere: garantire, nel tempo, che la forza del diritto resti distinta dalla forza del potere.

Di Cinzia DM per ComeDonChisciotte.org

15.02.2026

NOTE

(1) L’assetto costituzionale vigente in materia di magistratura trova fondamento negli artt. 101, 104 e 112 Cost., che delineano un equilibrio tra funzione giudicante e funzione requirente. In tale equilibrio, terzietà e indipendenza assumono natura strutturale, in quanto funzionali alla garanzia dei diritti e alla limitazione del potere, mentre la configurazione ordinamentale concreta del loro rapporto resta affidata al legislatore costituzionale, nei limiti dei principi supremi dell’ordinamento.

Commenti (37)

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    1. omega 17 febbraio 2026

      Cinzia DM, in codesto suo lungo e fumoso articolo, non indica MAI in quale parte del testo della riforma i PM rischiano la sottoposizione alla politica o al condizionamento esterno PIU' di quanto accada oggi.
      Oltretutto, la terzietà del giudice in tale riforma viene rafforzata.
      Tale articolo costituisce un chiaro esempio del fatto che i sostenitori del No non hanno alcun argomento valido e vogliono solo la conservazione dell'esistente.

    1. A.P. 17 febbraio 2026

      Una riforma del sistema giudiziario è ormai imprescindibile; la funzione della magistratura inquirente e quella giudicante sono già sostanzialmente divise, manca la conseguenza logica della separazione delle carriere. Tuttavia il dubbio che prevale è quello seguente: una riforma così importante che coinvolge gli interessi di tutti i cittadini di ogni classe e ordine di censo può essere campo di attriti ideologici tra una forza di maggioranza e una di opposizione e financo di una parte della magistratura? Capisco, non scendiamo dal pero dell'ingenuità: le riforme le fa la maggioranza e l'opposizione non sarà mai ideologicamente d'accordo però questa non è più democrazia, ma strumentalizzazione politica ad uso maggioritario.
      Inoltre: abbiamo la certezza che questo governo, nel caso vincesse il SI saprebbe non fare pasticci e l'opposizione opporsi a questi pasticci? Lo dico perché un conto è varare una riforma, una altro è formulare i decreti applicativi che implementano la riforma e qui lo sappiamo, perché non scendiamo dal pero, che si può fare di tutto e di più senza che i cittadini possano mettere becco.
      Quindi, seppur i rilievi del signor Martin siano molto rilevanti i dubbi che la riforma sia esclusivamente ad uso ideologico della attuale, anche se ve ne fosse un altra non sarebbe differente, formazione di governo resta una spada di Damocle molto consistente nella sostanza.
      Per questo è importante votare NO perché nessuno ci da la garanzia che con la riforma il magistrato inquirente non sia sottoposto alle direttive del governo e nemmeno quello giudicante. Per parte mia credo che coloro i quali entrassero in magistratura avrebbero l'obbligo di non avere nessuna parte in organizzazioni di parte politica o circoli chiusi di appartenenza alla magistratura stessa, leggasi correnti della magistratura; il potere giudiziario DEVE essere totalmente indipendente dal potere politico a garanzia dei diritti del cittadino. Però vedo che nei fatti, desumendo da alcuni commenti, c'è gente che vorrebbe che la magistratura sia condizionata dalla politica, questo perché in "tal guisa" il potere politico che discende direttamente dal popolo impedisca al potere giudiziario di perseguire accanitamente un cittadino qualora non rientri nelle simpatie politiche del magistrato inquirente o giudicante. Caso evidentissimo nelle questioni giudiziarie del signor berlusconi s. o nella fattispecie nei processi a carico di esponenti dell'eversione nera o della sovversione rossa, financo ai processi che hanno coinvolto personaggi dello sport nel caso di calciopoli.
      Comunque come la si voglia mettere, ritengo che una riforma di questa portata implichi un ampio consenso istituzionale e quella di oggi non è un buon viatico affinché le garanzie ai cittadini siano il principale scopo; ma sappiamo che le cause di queste ambasce sono da ricercare solo nelle smanie di potere che la politica, sia di dx o sx o di centro, e una parte della magistratura vogliono assicurarsi.
      Concludo dicendo che chi voterà NO come il sottoscritto avrà la responsabilità di non poter vedere cambiate le cose nemmeno in futuro grazie all'ignavia di chi vedrà il NO come un sigillo di garanzia allo status quo; chi voterà SI prenderà il rischio di vedere una situazione in cui avrebbe previsto un miglioramento delle cose, ma invece di essere caduti dalla padella nella brace.

      ad majora.......

    2. casalvento 17 febbraio 2026

      Leggo che ovunque in Europa le carriere sono separate. Quindi chi vota no si ispira al motto ‘famolo strano’. Inoltre mi sorprende che alcuni non capiscano che le sensibilità e gli interessi delle società cambiano nel tempo e che compito del governo sia l aggiornamento della politica giudiziaria, in modo che siano perseguiti particolarmente i reati ritenuti più dannosi. Non essendoci più Dio ad ispirare la retta via, non resta che il governo eletto dai cittadini. Chi sennò?

    3. Arian Van Heisen 17 febbraio 2026

      ...le funzioni della magistratura inquirente e quella giudicante sono già sostanzialmente divise..!

      Certo certo, lei ha capito tutto..!
      vedasi Emiliano presidente della Regione Puglia oltre a magistrato cosa possibile solo in Italy, si legga www.rizzolilibri.it/libri/la-casta/

      di S.A. Stella e S. Rizzo

    4. Arian Van Heisen 17 febbraio 2026

      Anche perchè i Politici sono soggetti ad elezioni e a tempo con la possibilità di essere non confermati, i magistrati non rispondono a nessuno , vedi RESPONSABILITa CIVILE mai applicata monostante un referudum stravinto per inserirla..

    5. omega 17 febbraio 2026

      Ora si procede pure al processo alle intenzioni dei decreti attuativi; siamo al ridicolo, senza tener conto che le norme costituzionali talvolta richiedono semmai leggi ordinarie per la loro attuazione.

    1. absitiniuriaverbis 17 febbraio 2026

      Io sono ignorante in proposito, quindi ho letto e riletto ... e poi mi sono ricordato di alcune cosette spicce:

      chi crea il problema non e' ne' deputato ne' idoneo a risolverloqualsiasi soluzione non puo' prescindere dall'identificazione del problema specificoscrivere i problema specifico in modo chiaro e' meta' della soluzone (legge di Kidlin)Mentre Kidlin e' un personaggio immaginario in un romanzo di James Clavell il problema da risolvere non mi e' affatto chiaro e non e' immaginario (penso, mi auguro) ma...qual'e?

      E mi dico, dai...non basta una buona legge scritta, serve anche un sistema che la applichi in modo imparziale, con procedure che tutelino i diritti di tutti, in tempi ragionevoli e con pene certe che guardino al futuro oltre che al passato...

      e soprattutto penso, tra i tanti troppi esempi, al rumeno che ha cercato di strappare la bimba (1 anno e mezzo scrivono, con ottura del femore della piccola) alla madre, a Bergamo all'uscita di un supermercato, se non ricordo male.
      Immagino che sappiamo gia' come andra' a finire, suvvia una marachella di un nessuno, la madre ha trattenuto la figlia con troppa forza e andra' biasimata a dovere, lui era un disperato etc etc...

      Ed allora mi domando, quali sono i problemi della giustizia? Questo inerente il referendum, ammesso e non concesso di aver capito quale' il problema) e' il piu' urgente?
      L' articolo ad un certo punto dice: ...deve essere valutata anche rispetto a questa fisiologia quotidiana... e continuo a non capire.
      Il quotidiano fa acqua e non poca.

    1. oriundo2006 16 febbraio 2026

      L'articolo è fatto assai bene e ringrazio la SIgn.ra Cinzia.
      Non mi sono ancora deciso in un senso od in un altro.
      Non riesco a capire perchè il problema riguardi principalmente la sola magistratura.
      So di dire qualcosa di bizzarro ma l' interessato vero è l' imputato, dunque l'avvocato che lo difende.
      Scontato il 'favor rei' che è connaturato al nostro ordinamento, c'è da chiedersi se e come la modifica proposta 'sposti' in un senso o nell'altro i diritti della difesa: la migliora ? La peggiora ? La rende più complessa o più agevole, più rapida ?
      Per risolvere questi quesiti non dobbiamo metterci dalla parte dei magistrati, requirenti o giudicanti.
      Dobbiamo guardare il punto di vista delle parti in giudizio, cosa dicono, come prospettano il loro ruolo dopo questo mutamento, perchè è lì che si coagula il giudizio sulla bontà o meno della riforma, sull'arrivare infatti ad un 'giusto processo' in tempi ragionevoli e certi, senza manomissioni o compromissioni dovute ad una certa 'contiguità' fra i ruoli e senza 'accordi' sottobanco fra poteri di uno stato spesso latitante quanto a controllo.
      Non polarizziamoci dunque sul punto di vista 'istituzionale'.
      Questo è solo una parte del problema.
      Noi, come cittadini, dobbiamo chiederci se può migliorare le attese sia di giustizia sia di difesa.
      Detto questo, io ho ascoltato le interviste dell' Avv. Chiesa e mi hanno parzialmente convinto sul 'SI'.
      Parzialmente...sapendo poi che il voto per tantissimi sarà pro o contro il governo attuale.

    2. Arian Van Heisen 16 febbraio 2026

      La riforma dovrà rendere veramente indipendente la Magistratura da quella Giudicante che ora non risponde a nessuno solo ai poteri Forti.
      Articolo pare una dissimulazione con analisi parziali e di parte.

    3. omega 17 febbraio 2026

      Invece l'articolo di Cinzia DM è solo fumo. In esso non viene mai citato o commentato un solo comma della riforma, sia pur per criticarlo.
      Detto questo, non mi aspetto nulla di buono nel campo della giustizia, perchè i 30 tiranni non vogliono veri cambiamenti.

    1. Arian Van Heisen 16 febbraio 2026

      Articolo dissimulante ..!
      Il Giolitti nel secolo scorso asseriva che la Magistratura Italiana interpretava leggi per gli amici e le applicava ai nemici, non è cambiato nulla , anzi è peggiorata la dipendenza verso i poteri forti e l' indipendenza dalle leggi , una Super Casta che si sente superiori alle leggi e non rende conto a nessuno passando dalla Magistratura alla politica come se niente fosse, cosa che nelle Democrazie avanzate è impossibile, dove un Magistrato non puo scendere in Politica una volta scelto la Magistratura, ed i procuratori vengono eletti dal popolo

    1. casalvento 16 febbraio 2026

      A mio modo di vedere mentre il giudice dev’essere ovviamente indipendente, chi decide cosa e come perseguire dovrebbe essere ispirato dai cittadini o da chi li rappresenta. Credo insomma che debba esistere una politica della giustizia e non possono essere certo i magistrati stessi a definirla, non avendo alcun mandato.

    1. mago 16 febbraio 2026

      un magistrato non dovrebbe manco avere la fidelity card del Supermercato e le cronache Italiane ci raccontano di massoneria legami vari,altro che indipendenza e rischio bandiere.

    1. Martin 16 febbraio 2026

      Articolo tipico del benpensantismo ipocrita di scuola PD. Concetti astrusi, richiami altrettanti impalpabili a presunti valori superiori, ditino perennemente alzato e falsamente moralista, visione "da una parte ma dall'altra", sorvolo totale su fatti tanto semplici quanto gravi e inequivocabili.

      La semplicissima realtà che l'autrice si guarda bene come la peste dal menzionare è che in tutto l'Occidente - circa 35 Paesi - solo in Italia giudici e PM fanno parte della stessa carriera.
      Come se ciò non bastasse, tale assetto deriva dai Codici Rocco fascisti (per altro molto avanzati per altri profili).
      Ma non solo: in nessun Paese occidentale esiste un organismo come il CSM, ed in nessun Paese occidentale esistono correnti politiche giudiziarie. In nessun Paese un giudice/PM raggiunge il massimo di carriera e stipendio, automaticamente e indipendentemente dalle funzioni svolte. In nessun Paese per una sentenza definitiva ci vogliono tra i 5 ed i 10 anni.
      La separazione delle carriere è necessaria e indiscutibile. Le circa 160 Procure italiane resteranno peraltro liberissime di perseguire i reati secondo le loro priorità. In altri Paesi, come la Francia, le Procure ricevono direttive dal Governo sui reati da perseguire, ed il sistema comunque funziona meglio che in Italia, perche' i giudici non dipendono da nessuno.
      Il nostro sistema giustizia non è comparable a quello degli altri Paesi dell' UE, fa letteralmente schifo sotto tutti i maggiori profili - a cominciare dai tempi - e va integralmente riformato - la riforma è un primo passo.
      Confido che il referendum per la separazione delle carriere vincerà, lo stato pietoso della nostra giustizia ed i danni inflitti dalla casta dei giudici al Paese sono stranoti alla stragrande maggioranza dei cittadini.

    2. omega 17 febbraio 2026

      Invece io credo che perderà, perchè i catto- comunistoidi spingeranno i loro al voto, mentre la destra non ci riuscirà.

    1. mago 16 febbraio 2026

      La magistratura non e` solo un problema Italiano,basta vedere le sentenze o certi comportamenti in Europa e altrove.
      A chi pensa che votando Si o No possa cambiare qualcosa un mio fraterno abbraccio.

    2. nicolcass 16 febbraio 2026

      intanto il si manda un messaggio...agli arconti e demiurghi intoccabili

    3. mago 16 febbraio 2026

      Bella quella degli arconti..un must.

    1. ws 16 febbraio 2026

      la terzietà del giudice e l’indipendenza della pubblica accusa[

      e gli unicorni dove li avete lasciati ?

      Qui il problema è solo uno: se il potere politico in un qualche modo deve prima o poi rispondere al giudizio popolare , a chi risponde il potere giudiziario ?

    2. nicolcass 16 febbraio 2026

      agli sponsor...e non oso pensare quali siano

    3. Dario Lampa 16 febbraio 2026

      Che sia il popolo a giudicare direttamente allotta, tramite giurie popolari ove la giuria decide esclusivamente sulla colpevolezza o innocenza (verdetto), mentre i giudici togati applicano la legge. Questo almeno per i reati più gravi.
      Un po' di storia non fa male a nessuno:
      "La giuria popolare, nata nel Medioevo inglese come testimoni qualificati e poi evolutasi negli ordinamenti di common law, mira a includere comuni cittadini nel giudizio penale per legittimare la sentenza e garantire giustizia partecipativa.
      La giuria popolare durante la Rivoluzione Francese rappresentò una svolta democratica fondamentale nel sistema giudiziario, concepita per spezzare il potere dell'Ancien Régime e affidare la giustizia alla sovranità popolare. Ispirata al modello inglese e alle idee illuministe, fu introdotta per garantire che i cittadini giudicassero in base al "buon senso" e alla conoscenza diretta dei fatti".
      In Italia la giuria popolare dovrebbe avere più potere nelle decisioni ed estendere il campo di applicazione ad altri reati.

    4. ws 16 febbraio 2026

      Quindi per te sarebbero "le giurie popolari" a decidere chi e come debba essere inquisito e quindi esposto ( oppure no ) alla pubblica esecrazione?

      Ma ci stai prendendo in giro ?

    5. Dario Lampa 16 febbraio 2026

      Non esagerare con il fraintendere...
      I "filtri" ci sono...

    6. Martin 16 febbraio 2026

      Non rispondono a nessuno, vedasi le inchieste pluriennali dei PM di Firenze, o quelle sulla trattativa Stato Mafia, finite nel nulla dopo aver rovinato la vita a centinaia di persone

    7. mago 16 febbraio 2026

      Poi ci sono i prescritti..

    1. nicola 16 febbraio 2026

      Fino a che questo paese non farà i conti con quello che è successo nel triennio covidista e con quello che le sue stesse istituzioni sono state capaci d’imporre, riflessioni come quelle dell’autrice è meglio che rimangano nel cassetto dei buoni propositi per l’avvenire.

    2. nicolcass 16 febbraio 2026

      ti faccio notare che una casta di bramini intoccabili con l'ermellino hanno sentenziato che è giusto licenziare chi non si sottometteva alle punture...ergo....saluti alla famiglia del Bosco...
      https://www.youtube.com/shorts/FCpSah_v3i0

    3. Dario Lampa 16 febbraio 2026

      La riforma che vuole fare questa sciagurata maggioranza è rivolta non contro la "casta" dei magistrati ma contro i "cittadini comuni" ovvero contro il popolo.
      P. S: "Il cittadino comune" è la persona media, priva di cariche pubbliche, privilegi o ruoli di rilievo, rappresentativa della gente normale nella vita quotidiana"

    4. nicolcass 16 febbraio 2026

      che banalità...ma sei un genio...quasi come zagrebelsky che pontifica ogni sera sulla Sette(a)...il tizio che faceva leggere dei libelli antiberlusconiani a dei bambini in TV

    5. Martin 16 febbraio 2026

      Zagrebelsky è sempre stato un estremista di sinistra dei peggiori

    6. nicolcass 16 febbraio 2026

      è sempre stato un estremista

    1. Dario Lampa 16 febbraio 2026

      Bene. Dopo aver letto questo articolo ho fugato tutti i mie dubbi: voterò NO.

    2. nicolcass 16 febbraio 2026

      Voti no perchè sei un analfabeta funzionale al sistema ..sei ..come la volontaria massaia che frigge salamelle al festival dell'Unità credendo di favorire braccianti e metalmeccanici ed invece ingrassi un PD che vota per le multinazionali predatorie e toglie un diritto sociale al giorno...
      Dalema e Prodi voteranno NO...un motivo in più per il si...

    3. nicolcass 16 febbraio 2026

      che fai? cambi nick e ti dai il like? :-))

    4. Moderatore 16 febbraio 2026

      La inivitiamo a non offendere l'interlocutore. In questo commento, come nei successivi rivolti al medesimo utente, viene meno a questa basilare regola. Lasciamo i commenti per via dello scambio intercorso, che risulterebbe altrimenti monco, ma la invitiamo a moderare i termini e a non offendere. La ringraziamo della collaborazione.

    5. nicolcass 16 febbraio 2026

      ho usato il termine analfabeta funzionale, che è un termine tecnico, non ho detto che era un figlio di....

    6. Arian Van Heisen 16 febbraio 2026

      Bene o male che dir si voglia..?
      se ancora ve ne fosse bisogno il Signor Lampa è il classico PIDDINO o Comunista d'antan.

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