Aidan J. Simardone – The Cradle - 11 novembre 2025
La guerra con il Venezuela sembra ormai imminente. Al largo delle sue coste, gli Stati Uniti hanno dispiegato il più grande contingente militare nella regione dal 1994. Da quando è iniziata l'ostilità di Washington nel 2002, quando il defunto presidente venezuelano Hugo Chavez entrò in carica, la domanda non è “perché”, ma “perché [proprio] adesso?”.
Con l'unipolarità ormai in frantumi e la resistenza eurasiatica in forte aumento, l'ultimo progetto realizzabile di Washington è il consolidamento del suo cosiddetto “cortile di casa”. Anche le istituzioni più bellicose si rendono conto che gli Stati Uniti non possono più competere con Cina e Russia. Fallito il dominio globale, il piano B è quello di controllare l'emisfero occidentale. Questa grande strategia ha subito un'accelerazione solo durante il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Per consolidare il proprio controllo, gli Stati Uniti hanno bisogno del Venezuela, che possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. A ostacolarli c'è un governo antimperialista. Poiché la coercizione economica non è riuscita a rovesciarlo, l'unica opzione è la forza militare. Ma questo potrebbe ritorcersi contro gli Stati Uniti, con gli alleati regionali che si rivoltano contro di loro e il Venezuela che ottiene aiuto da Pechino, Mosca e Teheran. Trump dovrà quindi cercare altrove per assicurarsi le risorse.
L'ascesa e la caduta dell'unipolarità
Il collasso dell'Unione Sovietica aveva consegnato agli Stati Uniti un dominio globale senza precedenti. Nel pieno del suo primato unipolare, Washington aveva lanciato campagne militari per affermare la propria supremazia cacciando l'Iraq dal Kuwait, frammentando la Jugoslavia è stata frammentata e re-insediando il governo filo-occidentale di Haiti.
Fiducioso, il presidente George W. Bush aveva avviato la “guerra al terrorismo” per consolidare il controllo sull'Asia occidentale e centrale. Però, invece di una rapida vittoria, la resistenza indigena aveva tenuto gli Stati Uniti impantanati in Iraq e Afghanistan per oltre un decennio. [Alla fine] nel 2018 si è compreso che il sogno di controllare le riserve energetiche mondiali era fallito.
Nel frattempo, la Cina ha sfruttato la delocalizzazione delle aziende statunitensi per potenziare la propria economia. La Russia ha represso una rivolta sostenuta dall'estero in Cecenia, ha riaffermato la propria influenza nei paesi limitrofi e ha ostacolato l'espansione della NATO in Georgia, Moldavia e Ucraina.
Anziché adeguarsi alla multipolarità, Washington ha raddoppiato la posta in gioco. Ha ampliato la NATO verso i confini della Russia, ha sostenuto le rivoluzioni colorate nell'Europa orientale e nel Caucaso, ha inviato navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale, ha sanzionato gli avversari e ha sostenuto i suoi alleati in Asia occidentale, appoggiando Israele, imponendo l'embargo all'Iran e occupando parti della Siria e dell'Iraq.
Rimodellare la grande strategia
Questi sforzi sono in gran parte falliti. La Russia ha ampliato il proprio controllo sull'Ucraina ed è sopravvissuta alle sanzioni. La guerra commerciale con la Cina ha avuto un impatto minimo; al contrario, le sanzioni statunitensi hanno portato i paesi ad abbandonare il dollaro. In Asia occidentale, il presidente siriano Bashar al-Assad è stato rovesciato, ma il genocidio a Gaza ha creato una reazione globale contro Israele (anche in Occidente) e ha aumentato la popolarità e il sostegno alla resistenza.
Come ha scritto Fadi Lama, Consulente Internazionale della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), su The Cradle nel 2022:
“In considerazione della crescente influenza globale dei RIC [Russia, Iran, Cina], l'unica strategia praticabile per l'Occidente sarebbe quella di ‘porre fine alla concorrenza’ dividendo il mondo”.
Da allora, questa politica ha subito un'accelerazione sotto Trump. Anziché garantire la sicurezza dell'Europa, gli Stati Uniti l'hanno esternalizzata all'UE e ai singoli membri della NATO (e recentemente hanno annunciato il ritiro [di parte] delle truppe statunitensi dalla Romania).
Certo, l'amministrazione Trump include ancora falchi neoconservatori. Trump ha inviato miliardi in aiuti militari a Israele e Ucraina, ha imposto ulteriori sanzioni alla Russia e ha intensificato le operazioni nel Mar Rosso, compresi attacchi con droni in Somalia, ma non ha mai seguito il piano neoconservatore standard.
Inizialmente, il suo secondo mandato è iniziato con una svolta verso l'Asia-Pacifico. Trump sperava che la fine della guerra in Ucraina avrebbe riportato la Russia nell'orbita occidentale, creando una frattura con la Cina. Ma la Russia, che continua ad avanzare in Ucraina, non vede alcun motivo per porre fine alla guerra e, di fronte alle sanzioni, la ha aumentato la cooperazione con Pechino.
La guerra commerciale di Trump si è intensificata, con dazi sui prodotti cinesi che hanno raggiunto il 145%. Pechino ha reagito con un controllo più stretto sui minerali critici. Il risultato? Washington ha silenziosamente abbassato i dazi al 47%. Persino Taiwan, un tempo questione scottante, è scomparsa dall'agenda della Casa Bianca.
Una nuova Dottrina Monroe
La politica estera di Trump è stata erroneamente definita “isolazionista” o “pacifista”. Non è né l'una né l'altra. Non riuscendo a contrastare Cina e Russia, il vero obiettivo è quello di trasformare le Americhe, dalla Patagonia alla Groenlandia, nella sfera di influenza di Washington.
Si tratta di una continuazione della Dottrina Monroe, che da 200 anni sancisce che l'emisfero occidentale è di pertinenza degli Stati Uniti. Ciò che è diverso è la palese richiesta di Trump di annessione e accelerazione della forza militare. Trump ha iniziato il suo secondo mandato chiedendo l'annessione del Canada, della Groenlandia e di Panama. Liquidate come follia dagli opinionisti liberali, le proposte hanno comunque dato risultati.
Il Canada ha aumentato la militarizzazione delle frontiere. La Danimarca, sotto pressione, ha rafforzato la presenza di proprie truppe in Groenlandia, impedendo di fatto alla Cina l'accesso a risorse fondamentali. Panama ha annullato i suoi contratti con la Cina nell'ambito della Belt and Road Initiative (BRI) e ha revocato un accordo sul canale con la CK Hutchinson di Hong Kong.
Dopo molte pressioni, il Messico ha accettato di aumentare i dazi doganali sui prodotti provenienti dalla Cina. I 40 miliardi di dollari ricevuti dall'Argentina hanno aiutato il governo filo-occidentale di Javier Milei a vincere le recenti elezioni. Allo stesso modo, Costa Rica e Guatemala hanno accettato di accogliere i [migranti di altri paesi] deportati in cambio di una riduzione dei dazi doganali.
Uno dopo l'altro, gli Stati della regione vengono riportati nell'orbita imperiale attraverso la corruzione, il ricatto e le minacce [di azioni] belliche.
Il Venezuela contro l'egemonia
Il Venezuela però è l'eccezione: sin dal 2002 Caracas ha continuato a resistere alle operazioni di cambio di regime, alle sanzioni e ai tentativi di colpo di Stato.
Inizialmente, queste misure sembravano funzionare. I paesi non potevano commerciare con il Venezuela poiché gli Stati Uniti avrebbero sospeso l'accesso alle istituzioni finanziarie. Di conseguenza, il PIL si è contratto del 74%, l'inflazione ha [quasi] raggiunto il 200% e 7,9 milioni di persone sono fuggite dal Venezuela. Sembrava che gli Stati Uniti dovessero solo aspettare il crollo del governo, ma così non è stato.
L'economia sta ora mostrando una crescita tra le più rapide, le persone stanno tornando e l'inflazione è in qualche modo sotto controllo. Ciò è dovuto in gran parte alla resilienza del popolo venezuelano ma è anche merito della Cina, che ha investito 60 miliardi di dollari, più della metà del valore dell'economia venezuelana. Attraverso questo investimento, la Cina aiuta il Venezuela a esportare merci aggirando le sanzioni. Anche la Russia ha contribuito, con miliardi di dollari in attrezzature militari e cooperazione in materia di intelligence. Anche l'Iran ha sostenuto Caracas, fornendo al paese sudamericano assediato diversi milioni di barili di petrolio greggio.
Ciò pone due problemi agli Stati Uniti. In primo luogo, la resilienza del Venezuela potrebbe ispirare altri paesi. Già ora sono stati eletti governi di sinistra in Brasile, Cile, Colombia, Honduras, Messico e Nicaragua. Le proteste di massa in Ecuador e Perù potrebbero portare questi paesi ad allinearsi attraverso le urne o le armi. In secondo luogo, le sanzioni contro il Venezuela hanno sortito l'effetto contrario, fornendo a Cina e Russia un punto d'appoggio nel “cortile di casa” degli Stati Uniti.
La logica dell'escalation
Esaurita la guerra economica, ora sono sul tavolo le opzioni militari. Gli Stati Uniti hanno spostato importanti risorse navali nei Caraibi: si tratta del dispiegamento più aggressivo dal 1994. Come previsto dalla nuova grande strategia, alcune risorse militari sono state spostate dall'Asia occidentale e dal Pacifico alla costa del Venezuela. Come atto di intimidazione, gli Stati Uniti hanno colpito varie imbarcazioni con l’accusa (peraltro mai dimostrata, N.d.T.) di traffico di droga.
Il Venezuela non sta abboccando all'esca. Ha invitato la Russia a schierare sistemi di difesa aerea e a fornire istruttori militari [della] Wagner. Ci sono notizie di discussioni sui missili ipersonici. Anche la resistenza regionale si sta rafforzando. Il Movimento dei Lavoratori Rurali senza Terra del Brasile, forte di 1,5 milioni di membri, ha promesso brigate di solidarietà. Il Messico e la Colombia hanno condannato le azioni degli Stati Uniti. Caracas ha armato milizie locali in preparazione alla guerra urbana.
Anche se l'esercito venezuelano fosse sopraffatto, sono state fornite armi alle milizie cittadine per continuare la lotta. Nella migliore delle ipotesi, l'intervento sarebbe come la guerra in Iraq: prolungata, impopolare e, alla fine, impossibile da vincere.
L'ultima fase dell'impero
Trump ha ridotto la grande strategia americana, passando dal dominio globale al pivot verso l'Asia-Pacifico, fino all'attuale obiettivo di garantire la sicurezza dell'emisfero occidentale. Ma con il Venezuela di mezzo, anche questo progetto sta vacillando. Se il Venezuela sopravvivrà – militarmente ed economicamente – allora l'ultima illusione del dominio statunitense andrà in frantumi.
L'impero, quindi, potrebbe accontentarsi di un controllo coloniale parziale: limitato ad alcune zone offshore ricche di risorse, con guerre costanti per estrarre materie prime.
Ci sono già segnali che indicano che gli Stati Uniti potrebbero rivolgere l’attenzione altrove. Trump ha accusato la Nigeria di “genocidio contro i cristiani”, un pretesto familiare per intervenire. La Nigeria, lacerata da divisioni etniche e religiose, potrebbe essere balcanizzata, con il sud ricco di petrolio separato dal nord a maggioranza musulmana.
Ma la Nigeria non è un obiettivo facile. Richiederebbe risorse e costi enormi e il bilancio umanitario sarebbe spaventoso. Tuttavia, agli occhi di un impero disperato, potrebbe valere la pena rischiare.
Strategia in evoluzione
L'attuale grande strategia degli Stati Uniti è in fase di transizione. I neoconservatori stanno cercando di mantenere lo status quo, incoraggiando Trump a rimanere in Asia occidentale, a sostenere l'Europa contro la Russia e a contrastare la Cina. Ci vorrà del tempo prima che l'America si ritiri completamente. Ma Trump sta dando i primi segnali.
Questa traiettoria non finirà con la sua presidenza. L'establishment statunitense in senso lato sta lentamente riconoscendo i limiti dell'unipolarità. Se non può dominare il globo, dominerà la regione.
Ma anche questo potrebbe fallire.
Se il Venezuela resiste, se il Sud del mondo si allinea e se le forze popolari in America Latina si schierano a favore della sovranità piuttosto che della sottomissione, allora nemmeno l'emisfero sarà sicuro per l'impero.
Ciò che verrà dopo potrebbe non essere isolazionismo. Potrebbe essere una ritirata – mascherata, armata e comunque pericolosa. Ma non sarà più “egemonia”.
Aidan J. Simardone è un avvocato specializzato in immigrazione e scrittore, con un master in Affari internazionali.
Link: https://thecradle.co/articles/empire-repurposed-washingtons-final-frontier-is-venezuela
Scelto e tradotto (IMC) da CptHook per ComeDonChisciotte
emilyever 13 novembre 2025
Seguo con interesse da anni Tulsi Gabbard, da quando era la pacifista del partito democratico, da quando ne uscì proprio per il coinvolgimento degli Usa nella guerra in ucraina, fino ad oggi, messa a capo dell'Intelligence da Trump. Quindi mi chiedo: non devo crederle quando giorni fa ha detto che per gli Usa è finito il tempo del regime change?
CptHook 13 novembre 2025
Anche io l'ho seguita per molto tempo, però ultimamente mi sono convinto che anche lei "tiene famiglia"...
emilyever 13 novembre 2025
Quindi mentirebbe, o deve adeguarsi suo malgrado?
CptHook 13 novembre 2025
E' in politica e credo che abbia grandi ambizioni..., tu che pensi?
emilyever 14 novembre 2025
A candidarsi presidente ci aveva già provato nel 2016, e fu subito accusata di essere putiniana sia dalla Clinton sia da Mentana (ricordo ancora con quale sprezzo lui chiese se non si fosse ancora ritirata quella putiniana). Governatrice della Hawai lo è già stata, ora penso che per lei sia al suo massimo... Che dire? quello che dicevo l'anno scorso" finchè c'è Tulsi c'è speranza". Mi sembra una che ci crede ancora. Ma io sono fondamentalmente un'idealista, o un'ingenua se preferisci