Di Maya per ComeDonChisciotte.org
Per quasi quattro secoli, la Siria non fu uno Stato nel senso moderno del termine, ma un tassello vitale del grande mosaico Imperiale Ottomano (1). Damasco, crocevia delle carovaniere, vibrava al ritmo della “Umma”, vasta comunità islamica che si estendeva da Istanbul alla Mecca e in mille altri luoghi (2). Una comunità politica, dove gli Ottomani furono dei pragmatici e abili gestori della diversità. Durante il loro dominio non imposero un’identità unica ma al contrario, mantennero vivo l’uso dell’arabo per i testi sacri, riconobbero le differenze confessionali e amministrarono la complessità etnica e religiosa, del territorio siriano con una flessibilità, fluidità e probabilmente una capacità inclusiva che oggi farebbe impallidire anche gli attuali governanti europei.
La “Umma” (3), che in arabo significa “nazione”, ma anche “comunità”, era più di un concetto religioso, era un’architettura di appartenenze multiple, che si riferisce alla comunità di fedeli, comprendendo sia sunniti che sciiti (4), un concetto che sottolinea l’unità di tutti i mussulmani.
La Siria, dunque, non era solo una nazione, ma un corpo vivo all’interno di un organismo imperiale. Sunniti, sciiti, cristiani, drusi, curdi, armeni: coesistevano sotto lo sguardo tollerante del sultano-califfo, in un ordine fluido che riconosceva le differenze senza reprimerle. Il sistema di governo che dominava la Siria Ottomana rafforzava l’autonomia di queste differenti comunità etniche e religiose, ciascuna comunità religiosa, conosciuta con il termine di “Millet” aveva un proprio rappresentante ad Istanbul che regolava le controversie interne.

Il termine governatorato (5), usato ancora oggi per indicare le suddivisioni amministrative siriane, è un’eco Ottomana, il retaggio di un tempo in cui la gestione del territorio non passava per l’imposizione esterna, ma per l’adattamento interno. Un tempo in cui l’Impero non si limitava a dominare: assorbiva, amalgamava, coesisteva.
Questa situazione di coesione culturale e anche economica ebbe però battuta di arresto con la dissoluzione dell’Impero Ottomano, la fine della Prima Guerra Mondiale aprì la strada alla grande spartizione del territorio mediorientale da parte delle potenze coloniali: Francia e Inghilterra si spartirono ciò che restava delle province arabe con una penna su una mappa e nessuna consultazione con le popolazioni locali. Così nacquero confini artificiali, linee tracciate a Londra e Parigi che ignoravano deliberatamente le strutture tradizionali e le identità storiche. In Siria, la nuova "nazione" non fu il frutto di un processo interno, ma il risultato di un esperimento coloniale mascherato da mandato internazionale.
La Siria “storica”, baricentro della “Mezzaluna Fertile” era infatti molto più estesa e non legata alla costruzione di confini “artificiali”. Il concetto stesso di “confine” durante il dominio Ottomano era probabilmente più mutevole e fluido e decisamente meno rigido rispetto al significato attribuito in tempi più moderni
Gli accordi segreti fra Francia e Inghilterra, storicamente chiamati “gli accordi di Sykes-Picot” (6), non prevedevano infatti la costruzione di un grande stato arabo, ma al contrario la spartizione tra le due nazioni europee di quello che era l’impero turco, in quello che divenne il collaudato metodo del “dividi et impera”, risalente ancora prima della dominazione francese in Siria. La volontà di dividere il grande impero turco si concretizzo probabilmente nel momento in cui gli stati occidentali si resero conto che se i popoli arabi si fossero uniti avrebbero potuto prendere in mano il proprio destino e potenzialmente separarel’Europa dal resto del mondo. Francia e Inghilterra compresero che l’Impero Ottomano era divenuto il principale stato islamico dal punto di vista geopolitico, culturale e ideologico all’interno della regione. La situazione quindi poteva essere percepita dalle potenze straniere europee come un potenziale fattore di instabilità per l’equilibrio imperialista, suscitando preoccupazioni circa il ruolo crescente dell’impero nello scacchiere internazionale. Le potenze straniere negoziarono così linee di confine per delimitare le loro sfere di influenza nella regione.
Famosa fu la frase del diplomatico inglese Sykes (7) che nel 1915, pronuncio queste parole: “tirare una linea dritta fra Acre e Kirkuk”, parole che sembrano esprimere la volontà precisa che questi luoghi dovessero rappresentare il limite settentrionale di una ipotetica colonia inglese nel medio oriente e che poi stabilì le future zone di influenza e di controllo BritishRaj. Il risultato di questi accordi, siglati ancora prima della fine dell’Impero Ottomano, furono le creazioni di stati disomogenei, instabili e difficili da governare, delimitati in confini predefiniti, nati da una forzatura politica ed egemonica. La politica coloniale del “caos” mirava a mantenere instabili e divise le regioni colonizzate, alimentando rivalità etniche e religiose, in un’ottica di dominio e di disordine “controllato”.
La divisione dell’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale, porto alla dominazione del medio oriente da parte di potenze occidentali come Inghilterra e Francia, dominazione che si estese in Siria fino al 1943 (8) e i cui confini territoriali sono ancora oggi quelli dominanti.
Oggi, quando si osserva la Siria frantumata dalla guerra e dalle interferenze straniere, non è difficile intravedere l’ombra lunga di quel passato spezzato. Un passato, quello del Grande Sultanato, che, seppur criticabile, offriva almeno un equilibrio imperfetto, e allora forse, recandosi verso le zone del nord ovest della Siria, non risulta poi cosi anomalo percepire una connotazione territoriale diversa, una toponomastica differente e anche una volontà differente del popolo siriano che a dispetto delle narrazioni occidentali, forse non è così legato all’immagine dei confini che la politica straniera ha imposto.
Afrin, tra terra rossa e oro bianco
Ecco come si presenta il territorio di Afrin, nel nord-ovest della Siria, a pochi chilometri dal confine turco: una distesa verde lussureggiante, segno di un’agricoltura florida, e una terra rossa fertile, che ospita coltivazioni di albicocche, ulivi e filari di pesche. Il suolo rosso è ben irrigato grazie alla presenza di laghi, corsi d'acqua e alla diga di Maydanki, costruita nei pressi dell’omonima città.
Questa immagine, quasi bucolica, contrasta fortemente con la desolazione delle pianure lungo la strada M5, che collega Damasco ad Aleppo, dove il grigiore della polvere e delle macerie monopolizza la vista.

Afrin era infatti rinomata per la produzione di olio d’oliva: la regione, costellata di uliveti e frantoi, rappresentava una parte importante dell’economia siriana. Fino a pochi anni fa, era una delle poche enclavi rimaste relativamente stabili durante i primi anni della guerra civile. La produzione dell’olio alimentava l’economia locale, insieme all’estrazione e alla lavorazione della pietra calcarea, quella che i siriani definiscono anche “oro bianco”, apprezzata per la sua tonalità beige e la sua uniformità, utilizzata anche nella ricostruzione della Moschea degli Omayyadi di Aleppo. (9)
Un’economia agricola e industriale variegata, che faceva di Afrin un punto strategico per il commercio.
Oggi, questo territorio, ricco di storia e cultura, sta vivendo una trasformazione demografica, politica ed economica. Questi cambiamenti, che a prima vista sembrano una rottura con il passato recente, potrebbero invece essere letti come un ritorno alle radici storiche più profonde dell’area. Questo territorio, fece parte infatti dell’Impero Ottomano, un'entità politica e culturale che ha governato a lungo i suoi equilibri interni e i suoi legami con il mondo circostante. Più che un’alterazione dell’identità, forse, si potrebbe parlare di un riequilibrio storico: un lento riemergere di strutture sociali, influenze culturali e dinamiche geopolitiche che affondano le loro radici in un passato imperiale condiviso. In questo senso, le trasformazioni attuali potrebbero non rappresentare necessariamente un distacco, ma piuttosto un ritorno di un’identità storica che non è mai del tutto scomparsa.
Afrin dista circa 60 chilometri da Aleppo.
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(Afrin- Nord West Syria- Aprile 2025. Piazza Centrale della città)[/caption]
La strada è in buone condizioni, ma il tempo di percorrenza si allunga a causa dei numerosi posti di blocco. Lungo il tragitto si incontrano diversi campi profughi: tende accampate ai margini della strada o tra gli ulivi. Si tratta, perlopiù, di campi siriani abitati da famiglie che hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa della guerra o che le hanno perse nel terremoto del 6 febbraio 2023, (10) e che ancora oggi non dispongono dei mezzi economici per ricostruirle.
Molte famiglie attualmente provengono da quei luoghi che i siriani oggi chiamano le “città fantasma”, ovvero quei villaggi a nord di Aleppo che dapprima furono distrutte durante la guerra, negli scontri tra l’Esercito Siriano Libero (11) e le forze governative, e poi nuovamente colpite dal terremoto e ad oggi sono costrette a vivere in angusti edifici in pietra, dove cucina, camera da letto e soggiorno coincidono in un’unica stanza.

Il problema principale di questi campi non risiede solo nelle strutture, baracche, tende o, nel migliore dei casi, qualche costruzione in pietra, ma nella completa assenza di servizi, di opportunità lavorative e, soprattutto, nell’impossibilità di fare ritorno alle proprie case d’origine.
Jindires, come la città di Afrin, è stata considerata dalla popolazione un rifugio relativamente sicuro rispetto alle battaglie che infuriavano nelle città e nei villaggi circostanti durante la guerra siriana (12). Ma questa diaspora, a oggi, non si è ancora conclusa.
A dispetto dei proclami su una “nuova Siria”, le condizioni sociali restano estremamente difficili. Ciò che si avverte è un senso comune di smarrimento, a volte accompagnato da qualche barlume di speranza, subito spento dalla dura realtà: un territorio frastagliato e complesso, dove l’accesso ai servizi è instabile e precario, e dove il futuro è ancora ostaggio di antichi scontri politici.
Avvicinandosi alla città di Afrin, si avverte chiaramente un cambiamento: l’atmosfera non è più quella tipica di una città siriana. La presenza turca è tangibile ovunque.

La Syria tra i nuovi padroni
I posti di blocco sono presidiati dai miliziani di Hayat Tahrir al-Shams, (13) mentre le bandiere siriane sono affiancate da quelle turche, dipinte sul cemento dei checkpoint e issate sulle torri di controllo.
Il 18 gennaio 2018, la Turchia lanciò l’operazione “Ramoscello di Ulivo”, (14) colpendo duramente la città di Afrin con una serie di bombardamenti che interessarono gran parte del territorio. Il presidente turco Erdoğan definì l’intervento militare necessario per neutralizzare i “terroristi curdi” e, due mesi dopo, il 18 marzo, ne rivendicò la vittoria. Una data, quella del 18 marzo, probabilmente non scelta a caso: proprio in quel giorno del 1915, l’Impero Ottomano riportava una storica vittoria contro la flotta franco-britannica nello stretto dei Dardanelli. Una coincidenza carica di simbolismo che, voluta o meno, richiama l’ideale panturco (15) che segna la visione geopolitica di Erdoğan.
L’operazione fu condotta con il sostegno dell’Esercito Siriano Libero, al cui interno operavano anche milizie islamiste legate all’integralismo religioso, sostenute politicamente ed economicamente da Ankara, che ne ospitava il comando nella città turca di Hatay, al confine con la provincia siriana di Idlib. La battaglia ebbe un esito scontato, data la superiorità militare turca, ma cambiò la demografia del territorio e la sua struttura economica.
Oggi ad Afrin resta solo il 20% della popolazione curda. Quasi 300.000 persone furono costrette ad abbandonare le proprie case e a fuggire verso Aleppo, rifugiandosi nei quartieri curdi di Shaikh Maqsoud e Ashrafiyeh.
A seguito dell’occupazione turca, case e terre furono confiscate e ri-assegnate a famiglie arabe e turkmene vicine ad Ankara. Anche la toponomastica è stata modificata: villaggi e strade non portano più nomi curdi, ma hanno ripreso ad avere nomi arabi o turchi. Oggi, la moneta in circolazione ad Afrin è la lira turca, affiancata dal dollaro statunitense; le insegne stradali sono bilingui, in turco e in arabo, e l’ingresso delle città di Afrin e Jindires è segnato da archi con i nomi in entrambe le lingue.

Il retaggio del cantone curdo è stato progressivamente sostituito dalla presenza culturale e politica turca.
Anche la città Idlib vede la presenza turca nel proprio governatorato, in questo caso la storia della città è però decisamente diversa dalla narrazione sul cantone curdo di Afrin, anche se la connotazione turca echeggia nelle strade e nei posti di blocco. È infatti in questo governatorato che dal 2017, anno della formazione di Hay’at Tahrir Al-Shams, il gruppo divenne de facto la forza dominante, sotto la protezione di Ankara.
La città è carica di simbolismo: all’ingresso, un grande murales con la data dell’8 dicembre 2024 (16) ricorda a viaggiatori e visitatori che in quel giorno l’attuale autoproclamato presidente della Siria, Ahmad Al-Shara’, (17) fece il suo ingresso a Damasco, annunciando al mondo la fine del governo di Bashar al-Assad. (18)

Le strade sono pattugliate da numerosi miliziani, molti di loro sembrano più intenti a bivaccare che a svolgere un’effettiva funzione militare, e numerosi volti non presentano tratti tipicamente siriani: alcuni sembrano provenire dall’Asia Centrale o da regioni in cui i lineamenti degli occhi assumono forme più allungate e ovali.
Nonostante il gruppo politico di Hayat Tahrir al-Shams (HTS) si sia presentato come una forza rivoluzionaria, agli occhi della comunità internazionale e secondo la narrazione occidentale, la città di Idlib appare tutt’altro che distante dalle influenze dell’islamismo radicale che hanno segnato la nascita e la storia del movimento e che, forse, continuano a definirne l’identità ancora oggi.
È proprio all’ingresso della città, accanto al murales, che sventola al cielo la bandiera bianca con la Shahada (19):"Ashhadu an lāilāhaillāAllāh, wa ashhadu anna Muḥammadanrasūl Allāh"
("Testimonio che non c'è altro dio all'infuori di Allah, e testimonio che Maometto è il messaggero di Allah"), la stessa utilizzata anche dal governo Afgano e con lo sfondo nero tristemente nota come la bandiera dell’ISIS.
La città di Idlib si presenta spoglia, quasi desolata, e attraversata da un’atmosfera che a tratti appare cupa. Le regole sociali sono rigide, soprattutto per le donne: è obbligatorio indossare il velo, e fumare in pubblico è severamente vietato, anche per una donna straniera che può rischiare di essere redarguita dai passanti. La maggior parte delle donne indossa il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, di colore nero.

In un contesto così chiuso, la presenza di una straniera non passa inosservata: basta poco per essere riconosciuti, osservati, spesso percepiti come un’anomalia in un tessuto sociale che appare gli occhi fortemente conservatore.
La Siria appare oggi come un territorio estremamente frammentato, non solo dal punto di vista geografico, ma piuttosto dal punto di vista politico. Nella narrazione internazionale la felicità per la caduta di Assad ha imperversato sui canali televisivi, sulle testate giornalistiche, negli approfondimenti editoriali. Ora il nome di Assad compare sempre meno e l’informazione si focalizza sulla capacità dell’autoproclamato presidente siriano di risollevare la Siria dalle difficoltà economiche che l’hanno vista protagonista degli ultimi quattordici anni. Per cui sempre più frequentemente si può vedere Al-Shara’ recarsi in Arabia Saudita, in Qatar, in Francia, stringere la mano a coloro che hanno contribuito negli ultimi quattordici anni a fare della Siria un campo di battaglia. Ciò è avvenuto attraverso l’innesco e la creazione di cellule politiche ribelli e poi attraverso la nascita e l’espansione dei gruppi islamisti legati all’ISIS. Malauguratamente la memoria storica è spesso labile, ma fu proprio in quegli anni che emerse il termine di “foreign fighters” (20), atto a sottolineare i combattenti stranieri nelle file dell’ISIS. Quindi di fronte a questa prospettiva non sembra così strano vedere per la città di Damasco cartelloni pubblicitari che espongono il ritratto di Trump insieme al presidente Al – Shara’ e che elogiano il termine delle sanzioni economiche alla Siria, come un passo per un nuovo futuro. Le stesse sanzioni furono imposte dall’amministrazione americana nel 2019 (Caesar Act) (21) e oggi in cambio del controllo delle risorse naturali del nord-est della Siria la medesima amministrazione si appresta a toglierle. Il passaggio del governo americano da carnefice a benefattore potrebbe non essere poi cosi anomalo, alla fine tale finale forse era ciò che gli americani avrebbero voluto fin dal 2011, fin dal momento in cui hanno finanziato, esacerbato, ma soprattutto costruito una guerra finalizzata alla costruzione di un cambio di potere in Siria.
la Siria é occupata a sud dall’esercito israeliano che rivendica le alture del Golan con il motivo di voler difendere i propri territori e la popolazione Drusa (22), il nord est sotto controllo delle SyrianDemocratic Force, le forze curde finanziate dalla coalizione internazionale a guida USA e il nord ovest sotto controllo turco grazie al quale il governo di Ankara vede possibile l’allargamento dei confini nazionali, in un ritorno verso lo splendore storico dell’Impero Ottomano,(Panturchismo ) nonostante la consapevolezza dell’impossibilità di essere completamente egemone sul territorio siriano.
Lo stesso limite del governo turco, di rappresentare una forza egemone sul territorio siriano, potrebbe valere per Hayat Tahir Al – Shams che senza l’appoggio turco e/o straniero non avrebbe né la capacità militare né la capacità di governare lo stato siriano.
Chiunque potrebbe arrivare alla conclusione che in epoca contemporanea la Siria non è mai stata così divisa, così occupata da forze straniere e che la tanto proclamata libertà non è altro che una parola senza significato, in un paese dove tutti comandano tranne che i siriani.
In un territorio dove l’identità è stata frantumata da confini e guerre, anche definire il popolo siriano è divenuto difficile. Eppure esso esiste nella sua eterogeneità, Sciiti, Armeni, Sunniti, Cristiniani, Palestinesi, Curdi, un mosaico di culture che probabilmente rappresenta la vera essenza della Siria.
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Jindires- Nord West Syria- mercato centrale)[/caption]
Di Maya per ComeDonChisciotte.org
15.06.2025
NOTE
- Stato turco musulmano durato dal 1300 ca. al 1922. «Ottomano» deriva dal turco osmanlï «appartenente a Osman», dal nome di Osman I Ghazi, fondatore della dinastia ottomana e dello Stato. Nel suo momento di massima estensione comprese la Penisola Balcanica, Costantinopoli e due terzi del territorio dell’islam (restarono indipendenti dagli ottomani la Persia, l’Afghanistan, l’India settentrionale, il Turkestan e il Marocco). L’impero Ottomano sottrasse per lungo tempo parte dell’Europa orientale e dell’Africa settentrionale all’influenza della civiltà europea.
- La Mecca è una città dell'Arabia Saudita ed è il luogo più sacro dell'Islam. Questa città è il luogo di nascita del profeta Maometto, il fondatore dell'Islam, e i musulmani credono che il Corano sia stato rivelato per la prima volta a Maometto qui.
- Umma: Il termine, usato anche in epoca preislamica, con vari significati, da quello religioso a quello politico-ideologico, indicò la prima comunità islamica costituitasi ai tempi del Profeta a Medina, da cui il senso più generale di comunità islamica universale (ummat al-islāmiyya), che comprende cioè tutti i paesi in cui vige la legge islamica.
- Gli sciiti sono una delle due principali branche dell'Islam, insieme ai sunniti. Si distinguono principalmente per la loro fede in 'AlīibnAbīTālib, cugino e genero del profeta Maometto, come legittimo successore e primo Imam. La divisione tra sunniti e sciiti risale alla questione della successione di Maometto dopo la sua morte nel 632 d.C. Gli sciiti sostengono che Maometto abbia indicato 'Alī come suo successore, mentre i sunniti accettano la successione dei primi tre califfi (Abu Bakr, 'Umar e 'Uthman). Lo sciismo si suddivide in diverse correnti, tra cui lo sciismo ismailita e lo sciismo duodecimano, il più numeroso in Iran.
- Il termine "governatorato" si riferisce alla suddivisione amministrativa di primo livello del Paese, simili alle province di altri paesi. Ciascun governatorato è composto da distretti e si occupa di amministrare il territorio assegnato.
- L'accordo Sykes-Picot (ufficialmente, accordo sull'Asia Minore) fu un trattato segreto stipulato tra il governo del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e quello della Repubblica francese, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale.
- Sir Mark Sykes, 6° baronetto (Londra, 16 marzo 1879 – Parigi, 16 febbraio 1919), è stato un diplomatico membro del Partito Conservatore britannico. Durante la prima guerra mondiale firmò assieme a François Georges-Picot l'Accordo Sykes-Picot con il quale Francia e Gran Bretagna si spartivano i possedimenti dell'Impero Ottomano in Medio Oriente.
- Il mandato francese della Siria e del Libano fu un mandato della Società delle Nazioni di classe A creato dopo la prima guerra mondiale in seguito alla caduta dell'Impero ottomano. Il sistema del mandato doveva differire dal colonialismo, con il paese al governo destinato a fungere da amministratore fiduciario fino a quando gli abitanti non fossero stati considerati ammissibili all'autogoverno. A quel punto, il mandato sarebbe scaduto e sarebbe nato uno stato indipendente.
- La moschea degli Omayyadi di Aleppo è la più grande e la più antica moschea della città di Aleppo, nel nord della Siria. Si trova nel quartiere al-Jallūm dell'antica città di Aleppo, patrimonio dell'umanità, vicino all'ingresso di al-MadīnaSūq. La moschea viene additata come luogo di conservazione dei resti di Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, entrambi venerati nell'islam e nel cristianesimo. È stata costruita all'inizio dell'VIII secolo d.C. per volere del Califfo omayyade al-Walīd I. Tuttavia, l'attuale edificio risale all'XI secolo. Il minareto fu costruito nel 1090 e fu distrutto durante i combattimenti nella guerra civile siriana nell'aprile 2013.
- Il terremoto in Turchia e Siria del 2023 è stato un evento calamitoso verificatosi nella notte fra il 5 e il 6 febbraio 2023, principalmente per mezzo di due forti scosse che hanno colpito l'area meridionale della Turchia, nonché le regioni settentrionali della Siria.Secondo le stime effettuate dai due Paesi principalmente coinvolti, il terremoto ha provocato in totale oltre 57000 vittime accertate, mentre sono stati registrati più di 121000 feriti.
- L’Esercito Siriano Libero nasce ufficialmente il 4 giugno 2011. Si tratta di una formazione militare e paramilitare che allo scoppio delle proteste in Siria nel 2011 riunisce alcuni combattenti dell’opposizione al governo di Bashar Al Assad. All'inizio delle sue attività era una struttura formata da disertori dell’esercito della Repubblica Araba Siriana, ben presto però al suo interno emersero figure legate al Fratelli Mussulmani e soprattutto all’integralismo islamico.
- La guerra in Siria ebbe inizio nel 2011, evolvendosi sulla scia di diverse rivolte popolari, nate nell’ambito della Primavera Araba. A marzo 2011 scoppiarono le proteste nella città di Dar’a. Ben presto il conflitto si allargò vedendo l’insorgere di gruppi islamisti fra le fila dei ribelli.
- Hayat Tahrir Al-Shams: formazione armata islamista, chiamata anche Organizzazione per la Liberazione del Levante, di orientamento salafita, attiva e coinvolta nella guerra siriana. Nata il 28/01/2017 dalla separazione con il fronte Al-Nusra e attualmente in potere in Siria dal 08/12/2024, il suo leader è l’attuale presidente ad interim siriano Ahmed Al-Shara
- Il 20 gennaio 2018 le Forze armate turche iniziarono un'operazione militare nel cantone a maggioranza curda di Afrin e nell'area di Tel Rifaat del governatorato di Aleppo, nella Siria settentrionale. La Turchia diede all'operazione il nome in codice di "Ramoscello d'Ulivo". L'offensiva aveva come obiettivi il Partito dell'Unione Democratica curdo in Siria (PYD),e la sua ala armata Unità di Protezione Popolare (YPG), oltre che le posizioni delle Forze Democratiche Siriane (SDF) che circondavano la città siriana di Afrin.
- Movimento tendente a promuovere l’unità culturale e politica fra tutti i popoli di lingua turca. Sviluppatosi dai primi del Novecento sia in ambiente ottomano sia in aree soggette all’impero zarista, durante la Prima guerra mondiale fu incoraggiato da Istanbul soprattutto in chiave antirussa.
- Giornata denominata come “La caduta di Damasco”; quando la capitale della Siria è passata sotto il controllo delle forze di Tahrir al-Sham guidate dal terrorista Abu Muhammad al-Jawlani. Nella medesima giornata Al-Shara’ si recò alla Grande Moschea degli Omayyadi per pregare davanti al Mihrab e proclamare la caduta del governo di Bashar Al Assad.
- AḥmadḤusayn al-Sharaʿ, noto anche per il suo nome di battaglia di AbūMuḥammad al-Jawlānī o al-Jūlānī è un politico e militare siriano, autoproclamato presidente della Siria dal 29 gennaio 2025 (de facto dall'8 dicembre 2024). Capo della milizia islamista di Hayat Tahrir Al-Shams.
- Bashar al-Assad è stato il presidente della Repubblica Araba Siriana dal 2000, succeduto al padre Hafez al-Assad, al potere dal 1971.Ha assunto la guida del Paese dopo la morte del fratello maggiore, inizialmente designato come successore. Durante il suo mandato, la Siria ha attraversato la guerra iniziata nel 2011 e conclusasi nel 2018. A seguito della presa al potere di HTS, l’8 dicembre 2024, Assad si è allontanato dalla Siria recandosi a Mosca.
- La shahada è una dichiarazione solenne e fondamentale per ogni musulmano, che attesta la credenza in un unico Dio e nella missione profetica di Maometto. È considerata il primo e più importante dei cinque pilastri dell'Islam, insieme alla preghiera, all'elemosina, al digiuno e al pellegrinaggio alla Mecca.
- Foreign fighter" (combattente straniero) si riferisce a un individuo che lascia il proprio paese di origine o residenza per partecipare a un conflitto armato in un altro paese, spesso in nome di una causa politica, ideologica o religiosa. Sono definiti anche come combattenti stranieri, e il fenomeno è particolarmente evidente in contesti di guerra civile o conflitti con gruppi armati
- Sanzioni economiche promosso dall’amministrazione statunitense di Donald Trump nel 2019. Il Caesar Act include nuove sanzioni sia contro il governo siriano, sia provvedimenti contro singoli individui e società che lo hanno sostenuto economicamente o che intendano farlo.
- Sono un gruppo etno-religioso che vive principalmente in Libano, Siria, Israele e Giordania. Il loro monoteismo è influenzato dall'Ismailismo, dal cristianesimo e dall'ebraismo. In Israele, sono cittadini israeliani e i loro uomini sono soggetti al servizio militare. In alcuni casi, i Drusi del Golan si identificano
oriundo2006 17 giugno 2025
Eccessivamente elogiativo per dei macellai sunniti che nel loro cuore nero hanno, più che Allah, Iblis, il loro vero e nefasto 'dio'.
Lo stesso si potrebbe dire per il califfato della Sublime Porta,violento, sanguinario, imprevedibile nelle sue decisioni sovente criminali a danno dei popoli sottomessi come al suo interno.
Se i paesi dell' Est Europa sono arretrati, lo sono anche e sopratutto per la dominazione ottomana durata cinque secoli: secoli di un medioevo che schiacciò sanguinosamente ogni loro possibile rivendicazione politica anche minima, nonchè la possibilità di istruzione elevata, di conservazione della propria identità linguistica, della propria civilità sovente ben maggiore di quella turca ufficiale, che significò soprattutto 'combatti e taci'.
Meglio lasciar perdere.
Piuttosto, si potrebbe istituire un confronto tra crollo della Sublime Porta e dissoluzione dell' Urss: in entrambi i casi il potere ufficiale aveva dislocato, colonizzandone le province, proprie etnie fedeli, che nel caso istambuliota erano e sono i famosi 'turcomanni', presenti sopratutto a ridosso del confine siriano-turco ma anche in Libia ad esempio a Misurata.
In Ucraina fu lo stesso e non esistendo più ufficialmente 'frontiere' fra 'popoli fratelli' ( in realtà esistettero eccome ) Mosca spostò a proprio piacimento popolazioni intere, specie durante la II GM e dopo, sino a creare quel guazzabuglio di popoli che si odiano vicendevolmente con entusiasmo oggi e che con altrettanto entusiasmo si rinfacciano crudeltà e violenze cui collaborarono entrambi ( più milizie ebraiche sottotraccia, argomento tabù ).
Lo stesso ancora con le popolazioni russofone dei Paesi Baltici. Anche lì lo spostamento fu deciso con un 'ukaze' senza discussioni di nessun genere e fu attuato per ragioni di conservazione del potere colonizzatore, con violenze ed eccidi ben presenti ancora oggi nel sentire collettivo di quei popoli e che drammaticamente viene riproposto oggi, origine di odiosi e folli revanscismi nonostante la dissoluzione dell' Urss.
Anche qui molto da dire, impossibile in un post...