Articolo di Maya per ComeDonChisciotte.org
Il Nord Est della Siria è una distesa arida di sabbia e polvere. Arrivando a Al Raqqa,( الرقة) ,l’unica area in parte lussureggiante che appare lungo la strada sono le sponde del fiume Eufrate, che accolgono i viaggiatori all’ingresso della città. Le strade che collegano le varie località, da AlRaqqa a Al Hasakah , ( الحسكة) , fino a Al Qamishli,( القامشلي), sono lunghe distese dritte, intervallate da posti di controllo ogni dieci chilometri, e attraversano una regione in cui il sole di settembre brucia ancora gli occhi e il caldo si mescola alla polvere.
Il Nord-Est della Siria è stato teatro di scontri intensi durante la Guerra siriana,(1) che ha visto contrapporsi le forze curde e il sedicente Stato Islamico, il quale proprio a Raqqa aveva stabilito nel 2014 la propria capitale politica e ideologica. Oggi la città è in lenta ricostruzione: i segni della guerra restano ben visibili, ma nelle zone centrali i lavori procedono con intensità. Sembrano lontani gli anni dell’occupazione dell’ISIS, delle teste mozzate esposte in piazza Al-Na’im, nota anche come “Rotary of Hell”, delle esecuzioni nello stadio di Raqqa, del terrore e della segregazione che la popolazione “siriana” subì durante gli anni del Califfato. (2)
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Raqqa Al-Na’im Square[/caption]
Camminando per le strade si nota chiaramente che, nonostante la città sia sotto il controllo delle forze curde; la città fu liberata nel 2017 dopo una lunga battaglia che vide protagoniste le formazioni curde con il supporto logistico degli Stati Uniti, la popolazione è in maggioranza araba; molte donne indossano il niqab (3) integrale, probabilmente retaggio della dominazione di Daesh.(4)
La regione del Rojava, infatti, è caratterizzata dalla presenza di diverse comunità etnico-religiose, tra cui numerose tribù arabe; storicamente la valle dell’Eufrate già in epoca romana e bizantina era abitata da tribù arabe, che si consolidarono nel VII secolo dopo la conquista araba della regione. I gruppi tribali arabi erano fondati sulla pastorizia nomade e semi-nomade e la vicinanza con il fiume Eufrate contribuiva allo sviluppo dei pascoli grazie alla vicinanza del corso d’acqua.
Molte di queste comunità sono infatti concentrate nelle aree di Raqqa e Deir EzZor, ( ر ولز ا ردي ), le medesime aree dove la presenza dell’ISIS fu maggiormente attiva durante il controllo territoriale dello Stato Islamico.
Le persone, incontrate in città, evitano di parlare degli anni della guerra e dell’occupazione di Daesh, acronimo di : al-Dawla al-Islāmiyya fī l-ʿIrāq wa l-Shām, limitandosi a dire, quando interpellati, che “erano anni difficili”.
Anche se lo Stato Islamico è stato sconfitto a Raqqa e a Kobané nel 2017 dalle forze curde con il sostegno dalla Coalizione internazionale guidata dagli USA, molti dei suoi membri risultano ancora dispersi, altri arrestati e altri ancora in libertà.

La prigione di Hasakeh, la più grande presente in Rojava, ospita oggi circa cinquemila detenuti, di cui l’80% mercenari. Nel 2022 la prigione fu teatro di un attacco esterno da parte dell’’ISIS, come riferito da alcune fonti curde interpellate in loco, che portò a più di due settimane di combattimenti, con l’uccisione di circa cento militari delle SDF (5), civili e circa trecento miliziani dell’’ISIS. Dopo l’attacco del 2022 vi sono stati altri tentativi di incursioni, ma tutti bloccati dalle forze di sicurezza curde. I detenuti sono quasi tutti in isolamento con la possibilità di uscire, separatamente, solo per un’ora al giorno durante la luce diurna. Non sono previste attività all’interno della prigione, in quanto i detenuti sono in attesa di essere rimpatriati o di essere giudicati da una Corte internazionale.
Nei campi di detenzione di Al-Hol e Roj, invece, sono detenute le donne affiliate all’’ISIS insieme ai loro figli.
È proprio all’’interno di questi campi, che il peso di una ideologia mai del tutto sconfitta , diventa particolarmente evidente. “Mentalità” e “ideologia” sarebbero termini neutri se non fossero inseriti in un contesto preciso ma nel campo di Al-Hol assumono un significato pericoloso e scomodo, retaggio di un passato che non si è concluso e che, anche se spesso dimenticato dalla narrazione ufficiale, continua a riemergere.
Al-Hol è un campo di detenzione per donne affiliate all’’ISIS, situato nel Nord-Est della Siria, nella regione comunemente chiamata Rojava e sotto il controllo delle forze curde. Al suo interno sono detenute circa 6.300 donne “straniere”, provenienti da Francia, Germania, Turchia, Russia, quasi tutte arrestate nel 2019 dopo la battaglia di Baghuz(6) e trasferite nel campo. In totale Al-Hol ospita oggi circa 26.000 persone, di cui il 90% composto da donne e bambini. Negli anni seguenti alla battaglia di Baghuz il campo arrivò ad ospitare fino a 63.000 persone di 55 nazionalità differenti.
Il campo appare come una distesa inospitale delimitata da reti metalliche e filo spinato, che lo separano dalla cittadina adiacente da cui prende il nome. Si trova quasi al confine con l’Iraq, in un’area che storicamente era stata destinata ai profughi della Prima Guerra del Golfo (7) e che, durante il conflitto siriano, è stata trasformata in centro di detenzione.
Nato nel 1991, solo a partire dal 2016 Al-Hol è stato convertito in un campo di detenzione durante la presenza dello Stato Islamico nel Nord-Est della Siria. Oggi ospita le donne ed i bambini che, dopo la sconfitta territoriale dell’’ISIS, sono rimasti sul suolo siriano in attesa che i rispettivi governi decidano sul loro rimpatrio. Un rimpatrio che ,come riferito dalla direttrice del campo Jihan Hanan continua ad essere, anche a distanza di quasi dieci anni dall’’arresto e della detenzione di queste donne, un percorso difficile da intraprendere, poichéé la maggior parte degli stati occidentali latitano nell’’espletare le procedure richieste. (8)
Solo l’Iraq negli ultimi anni ha avviato una politica di rimpatrio che mira a riportare in patria, entro il 2027, i cittadini iracheni attualmente detenuti all’’interno del campo di Al-Hol; questa politica avrebbe però sollevato i timori della comunità yazida (9) in Iraq, preoccupata che il ritorno delle persone affiliate a Daesh possa contribuire alla rinascita dell’’ISIS in territorio iracheno.
La direttrice riferisce che il problema principale all’interno di Al-Hol è il “radical background” (10) delle persone all’interno, compresi i bambini, che rappresentano un pericolo essendo cresciuti all’interno di una mentalità radicalizzata, per cui le madri impediscono loro di frequentare la scuola, preferendo un’educazione islamica all’’interno delle tende.
Nonostante la caduta del Califfato, queste donne continuano a vivere come se il campo stesso fosse territorio di Daesh: un limbo in cui il tempo sembra essersi fermato e dove gli echi di un passato non sconfitto riaffiorano tra la polvere che avvolge le tende.
Il campo si estende per circa tre chilometri ed è diviso in otto sezioni, che ospitano principalmente siriani e iracheni. Poi c’è la sezione Annex, dove lo Stato Islamico non è mai morto e dove sono detenute tutte le combattenti straniere-ex mercenarie (11). È impossibile entrare nella sezione Annex per ragioni di sicurezza: le forze curde che gestiscono il campo non permettono l’accesso, poichéé, ci viene riferito, potremmo essere attaccati persino dai bambini, con lanci di pietre. Gli attacchi verso ONG e personale esterno sono frequenti e anche il personale del campo entra raramente e solo scortato da mezzi blindati. Anche la sezione Annex appare come una distesa sconfinata di tende rattoppate; dalla recinzione esterna è possibile vedere un terreno da calcio ma come nel resto del campo l’immagine dominante è quella di un luogo vuoto e senza speranza.
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Sezione Annex del campo Al-Hol[/caption]
Sembra lontano il 2014, quando nella Grande Moschea AlNuri di Mosul Abu Bakr al-Baghdadi (12) annunciò ufficialmente la creazione del Califfato invitando tutti i musulmani a prestargli giuramento, nella sua prima e unica apparizione pubblica filmata, in cui dichiarò: “L’Islam non può esistere senza la Sharia(13); non vi è onore né dignità per i musulmani se non sotto l’ombra del Califfato”. (14)
Eppure, nel campo di Al-Hol quelle parole sembrano riecheggiare tra le pieghe delle tende, negli sguardi delle donne che, coperte dal niqab integrale, osservano con sospetto e rabbia.
Anche le donne incontrate nella zona del campo riservata alle siriane e alle irachene, si prestano con sospetto e diffidenza a concedere dichiarazioni o a rispondere alle domande. Nella maggior parte dei casi dichiarano di essere arrivate al campo spontaneamente come migranti, in fuga da zone di guerra, ma le forze curde smentiscono tali dichiarazioni, sostenendo che tutte le donne all’interno di Al-Hol sono state poste in detenzione in quanto affiliate alle Stato Islamico. Nel mercato e nelle zone accessibili, si percepisce un’atmosfera di radicalizzazione diffusa, accompagnata da un’ evidente stato di degrado.
Khadija è una cittadina francese originaria di Montpellier, si trova detenuta nel campo di Roj dal 2019, suo marito è morto durante la battaglia di Baghuz e lei afferma di essere arrivata volontariamente al campo, presentandosi come una migrante in fuga da un territorio in guerra. Ha due figli che non frequentano la scuola, perchéé come spiega “preferisco educarli da sola”. Khadija è gentile e cerca di mostrare un certo pentimento quando parla della sua scelta di venire in Siria. Dice di voler tornare in Francia, il suo paese di origine, tuttavia, secondo la responsabile per la sicurezza del campo Shilan, tali dichiarazioni sono spesso strumentali al tentativo di apparire “innocenti”agli occhi del mondo. In prospettiva di un possibile rimpatrio, aggiunge, sono le stesse parole che molte di queste donne pronuncerebbero in un aula di tribunale.
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Campo di Al-Hol[/caption]
Come lei altre donne accettano di parlare, di raccontare la loro versione della storia, e in alcuni casi ribadire il desiderio di vedere rinascere lo Stato Islamico, descrivendo quel periodo come il migliore della loro vita. Dalle loro parole la guerra scompare, e la narrazione diventa un eco di fede e di appartenenza. Dall’intervista ad una delle ragazze italiane all’interno del campo di Roj emerge come la sua scelta di entrare in Siria, sia stata una decisione consapevole, legata alla volontà di vivere all’interno del Califfato islamico e tutt’ora a distanza di quasi dieci anni rimpiange quel periodo, qualificandolo come il migliore della propria vita.
Così, anche i campo di Al-Hol e Roj sembrano diventare un punto di ripartenza, da cui sognano ancora di ricostruire ciò che la storia ha interrotto.
Fu proprio dopo il discorso di al-Baghdadi del 4 luglio 2014 che anche in Europa ebbe inizio una campagna di reclutamento globale, che spinse migliaia di uomini e donne a raggiungere la Siria per unirsi a Daesh.
Dopo l’inizio della guerra in Siria, alimentata da gruppi interni, ma anche da attori esterni, con l’intenzione di rovesciare il governo di Bashar Al-Assad, molti giovani provenienti da diversi paesi europei raggiunsero il territorio siriano con il supporto diretto di agenzie di intelligence occidentali. Il loro ingresso avvenne quasi sempre attraverso la Turchia, che divenne il principale corridoio di transito: un passaggio sicuro e relativamente incontrollato che permise a migliaia di foregin fighters di muoversi dall’’Europa verso le zone di guerra siriane.
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Al-Hol[/caption]
La guerra in Iraq avviata dagli Stati Uniti nel 2003 creò il terreno ideale per l’ascesa dell’’ISIS, come dichiarato dallo stesso ex consigliere militare del generale David Petraus: “non esisterebbe l’Isis se non avessimo invaso l’Iraq”. (15) Un’affermazione pronunciata dieci anni dopo l’occupazione militare americana ma che risulta estremamente esplicativa delle ripercussioni che l’intervento armato americano ebbe su tutta la regione. La nascita dell’’Isis non fu casuale e probabilmente non lo fu nemmeno la sua espansione, ne in Iraq ne in Siria. Al contrario essa finì per inserirsi perfettamente nella logica statunitense, successiva all’’11 settembre 2001, che aveva indicato nella Siria un futuro teatro di conflitto, con l’obbiettivo probabile di indebolire Damasco e isolarla dal suo principale alleato regionale, l’Iran.
La propaganda mediatica del gruppo fu massiccia e altamente strutturata, facendo leva su vulnerabilità sociali presenti in Europa e portando all’adesione di quasi 30.000 persone, tra cui molte donne europee, provenienti da Francia, Germania e anche Italia, che raggiunsero la Siria per diventare le mogli dei jihadisti.
Anche se l’ISIS è stato formalmente sconfitto a Baghuz nel 2019, nella battaglia che segnò la fine del suo controllo territoriale in Siria, esso continua a vivere nei pensieri e nelle azioni delle detenute, in un’atmosfera satura di rabbia e fanatismo, come una miccia pronta a esplodere. La direttrice riporta che dopo la caduta di Bashar al-Assad, le foreign fighters si barricarono all’’interno della sezione per circa due settimane, impedendo l’ingresso di cibo e altri beni essenziali, convinte, come ci riferisce, che Al-Jolani(16) sarebbe venuto a liberarle. Si arresero solo quando la fame ebbe la meglio. Molte di loro hanno dichiarato di non volere lasciare la Siria e il campo sostenendo di voler attendere l’arrivo del nuovo Califfato.
La presa al potere di Al-Jolani, così come riferito sia dalla direttrice di Al-Hol, sia dalla responsabile per la sicurezza del campo di Roj, avrebbe acuito gli attacchi dall’’esterno delle cellule dell’’ISIS ancora attive sul territorio siriano, aumentandone il numero e l’intensità e creando un problema sempre maggiore nella gestione della sicurezza.
La direttrice di Al-Hol Jihan Hanan è una donna calma ma risoluta, svolge questo ruolo da più di tre anni; in Rojava non è anomalo vedere donne ricoprire ruoli dirigenziali all’interno di istituzioni pubbliche o governative, il sistema curdo prevede infatti la quota del 50% di presenza delle donne all’’interno del governo e delle sue istituzioni. “Essere la direttrice di un campo come Al-Hol è una sfida quotidiana” riferisce, sia a livello lavorativo sia a livello umano, ma nonostante le difficoltà la direttrice afferma di essere profondamente legata al suo lavoro.
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Jihan Hanan direttrice di Al-Hol Camp[/caption]
L’altro grande problema riportato dalla dirigente riguarda la gestione dei numerosi bambini e adolescenti all’’interno, molti dei quali sono nati dentro Al-Hol e che rappresentano un problema crescente.
È proprio Hanan a spiegare in maniera chiara come la maggior parte degli adolescenti e dei bambini non risulti scolarizzata secondo modelli occidentali, ovvero non partecipi alle attività proposte dagli operatori del campo, o addirittura in alcuni casi non abbia mai frequentato una scuola, anche prima di essere detenuti ad Al-Hol. Le attività all’interno del campo gestite dalle ONG presenti,come Save The Children, Unicef e altre Ong siriane, ci spiega Hanan, non riescono ad essere sufficienti a creare un ambiente che possa rappresentare un’alternativa reale alla mancanza di istruzione e alla mancanza di servizi, rendendo le giornate di questi adolescenti prive di prospettiva.
Questa situazione alimenta il diffondersi di una maggiore radicalizzazione che trova terreno fertile in un contesto di disagio e marginalizzazione. La direttrice spiega come alla nascita del campo di Al-Hol fossero presenti tre scuole attive, gestite da ONG internazionali e siriane, per cercare di coprire l’istruzione dei bambini all’’interno, mentre ad oggi ne resta solo una e scarsamente frequentata. I bambini parlano della scuola come di un luogo privo di interesse, dove preferiscono non andare perchéé “inutile”, preferendo vivere fra le tende, lavorando nel mercato o semplicemente scorrazzando fra le i vicoli del campo.
Al-Hol e Roj Camp non sono semplicemente due campi del deserto siriano, sono probabilmente il retaggio di un ordine creato e voluto per destabilizzare l’intera regione e che oggi rappresentano un focolaio di un passato che non è mai stato smantellato. l’Isis non è soltanto un fantasma del passato, ma il prodotto di un sistema di alleanze straniere che continuano ad avere un ruolo nella ricostruzione di quella che tutto il mondo chiama la “Nuova Siria”. Nelle tende di Al-Hol, non sopravvive solo l’ideologia, ma la prova vivente degli interessi stranieri in Siria, ricordandoci probabilmente che la “partita” siriana non è ancora chiusa.
La richiesta, più volte avanzata dal governo curdo, di istituire un tribunale internazionale per accertare le responsabilità penali delle persone detenute non è mai stata accolta. Questo rifiuto rivela quanto poco gli Stati Occidentali siano realmente disposti ad assumersi l’onere e la responsabilità di ciò che è accaduto in Siria durante la guerra, inclusa la responsabilità giuridica verso i propri cittadini giunti nel paese per affiliarsi all’’ISIS.
Un tribunale internazionale significherebbe infatti indagare anche sull’’origine dei salari dei miliziani, che più volte hanno dichiarato di aver ricevuto compensi economici, così come sui fondi necessari a finanziare il viaggio verso la Siria di centinaia di persone partite dall’’Europa e che, in molti casi, non disponevano delle risorse per farlo autonomamente. Basti pensare a una delle ragazze italiane oggi detenute a Roj: arrivò in Siria nel 2015, a soli diciassette anni, senza lavoro né mezzi per pagarsi un viaggio che attraversava l’Italia, la Turchia e infine i territori allora controllati dall’’ISIS.
Un simile processo finirebbe inevitabilmente per scoperchiare un vaso di Pandora che i governi occidentali, con ogni probabilità, non hanno alcuna intenzione di aprire.
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Al-Hol Camp[/caption]
Testo e foto di Maya per ComeDonChisciotte.org
07.12.2025
NOTE
1. La guerra siriana cominciò nel 2011 come una rivolta contro il governo di Bashar Al- Assad, sulla scia delle rivolte della “primavera araba”, le rivolte antigovernative che si erano diffuse in molti paesi del Nordafrica e del Medio Oriente, spesso sostenute e alimentate dall’intelligence occidentale, al fine di contribuire indirettamente a cambi di governo funzionali all’occidente. Si fa risalire l’inizio della guerra al 15 marzo 2011, quando migliaia di persone manifestarono a Damasco e Aleppo contro il governo di Bashar al Assad.
2. Il califfato dell'ISIS, proclamato da Abu Bakr al-Baghdadi nel giugno 2014, è stata un'entità statale non riconosciuta che controllava territori tra l'Iraq e la Siria. L'organizzazione terroristica, nota anche come “Stato Islamico” (ISIS), si definiva il califfato di una nuova entità che, secondo i suoi leader, rappresentava un'autorità islamica suprema. Il califfato è stato effettivamente sconfitto militarmente, anche se l'organizzazione continua ad esistere.
3. Il niqāb è un velo presente nella tradizione islamica, che copre l'intero corpo della donna, compreso il volto, lasciando scoperti solo gli occhi.
4. ISIL e la sua variante ISIS sono acronimi di “Islamic State in Iraq and the Levant”, la traduzione inglese dall’arabo di Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, il nome che il gruppo terroristico si è dato dal 2013 al 2014 .”Daesh” è invece l’adattamento di DAIISH, cioè l’acronimo tratto direttamente dall’arabo Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham (داعش)
5. Le Forze Democratiche Siriane, Syrian Democratic Forces, comunemente SDF, sono un'alleanza di milizie curde arabe e armene costituitasi formalmente nell'ottobre 2015, durante la guerra civile siriana come forze armate dell’ Amministrazione Autonoma della Siria e del Nord Est- AANES.
6. La battaglia di Baghuz fu l'offensiva finale delle Forze Democratiche Siriane (SDF) contro lo Stato Islamico (ISIS) per la conquista dell'ultimo territorio controllato dall'organizzazione in Siria, nel villaggio di Al-Baghuz Fawqani, nel sud della Siria verso il confine iracheno. Il combattimento, conclusosi a marzo 2019, portò alla sconfitta territoriale dell'ISIS e alla sua eliminazione come forza di controllo su un territorio. Tra i caduti ci fu anche il volontario italiano Lorenzo Orsetti, che militò all’interno delle YPG (Unità di Protezione Popolare)
7. Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1991 una coalizione a guida statunitense lanciava i bombardamenti su Baghdad. Con l’operazione “Desert Storm” iniziava la Prima Guerra del Golfo intendendo con questo termine un conflitto andato avanti tra il 16 gennaio 1991 e il 28 febbraio 1991 tra l’Iraq di Saddam Hussein e una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.
8. Esperti delle nazioni unite avrebbero invitato tutti i paesi a rimpatriare con urgenza i propri cittadini per reinserirli, reintegrarli o perseguirli penalmente. Attualmente l’unico paese ad aver perseguito una politica efficace di rimpatri è l’Iraq. Molti foregin fighters Europei, provenienti da Belgio, Francia, Germani, Inghilterra, Svizzera e anche Italia, si trovano attualmente detenuti senza possibilità di processo, in quanto l’AANES, non possiede la giurisdizione per poter processare stranieri sul proprio territorio. Attualmente all’interno del campo di Roj si trovano detenute due ragazze italiane, una delle quali già condannata in Italia per terrorismo e un’altra ragazza che invece avrebbe fatto richiesta di rimpatrio, per lei e per i suoi due figli, tramite la famiglia residente in Italia. Nel corso degli anni, l’AANES ha ripetutamente chiesto alla comunità internazionale l’istituzione di un tribunale che giudichi gli affiliati allo Stato islamico, ma nessuno ha mai accolto questa proposta.
9. Diffusi fra Iraq, Siria, Iran, Turchia, Armenia e Georgia, sono una piccola popolazione che, seppur facente parte per lingua e tradizione della storia e del mondo curdo, hanno alcuni tratti specifici. Lo yazidismo è una religione segnata da forti tratti di sincretismo, in cui riveste un ruolo fondamentale la trasmissione orale a dispetto di quella scritta. Yazidi lo si è soltanto di nascita e per eredità famigliare: sono vietati i matrimoni misti così come ogni forma di conversione. Nell’agosto 2014, i combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq, si riversarono fuori dalle loro basi in Siria e in Iraq, e si diressero verso il Sinjar; la regione, situata nel Nord dell’Iraq e a meno di 15 chilometri dal confine con la Siria. Sinjar è la sede della maggioranza degli yazidi nel mondo. Per i miliziani di al-Baghdadi, gli yazidi erano una minoranza che, per la sua stessa natura, non meritavano di vivere, a meno che questi non rinnegassero la fede e abbracciassero l’islam. Per gli uomini della comunità yazida la scelta fu fra la morte e la conversione, mentre per le donne non esistette scelta: furono deportate, violentate, ridotte in schiavitù e vendute come merce. Nei vari episodi di cui si compone l’attacco di quei giorni, si stima che 3.100 yazidi persero la vita, e altri 6.800 ,in maggioranza donne e bambini , vennero rapiti. The Cradle “ Iraq pushes to shut down infamous Al-Hol camp holding Isis families in Syria” 15/09/2025
10. Complesso di influenze, esperienze e appartenenze che formano la base di un pensiero o di un’identità radicale, in senso politico, culturale o ideologico.
11. Durante la guerra siriana e la creazione del Califfato Islamico molti combattenti stranieri, sia donne che uomini si recarono in Siria per combattere nelle file dei jihadisti. Possono essere definiti anche mercenari in quando molti di loro furono stipendiati dall’organizzazione stessa.
12. Abū Bakr al-Baghdādī, secondo alcune fonti nato a Samarra, (Iraq) è stato considerato unanimemente il capo del sedicente Stato islamico dell’Iraq e del Levante organizzazione jihadista attiva in Iraq e Siria.
13. La Sharia è la legge sacra dell'Islam, che significa "via" o "sentiero". Si basa sul Corano e sulla Sunna (i detti e le azioni del profeta Maometto) e include norme che regolano la vita morale, religiosa e giuridica dei musulmani. Non è un testo scritto ma un insieme di principi etici e morali. I contenuti della sharia si dividono in due macrocategorie: quelli che regolano il rapporto fra l’uomo e Dio (ibadat) e quelli che regolano i rapporti fra gli uomini (muamalat). Fra i primi ci sono i cosiddetti cinque pilastri dell’Islam, che hanno a che fare con la fede e la preghiera: la professione della propria fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno nel mese sacro di Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca.
14. Guardian 6 luglio 2014“ Abu Bakr Al Baghdadi emerges from shadows to rally islamist followers”
15. The Cradle “Made in America: the Isis conquest ofMosul” 02/07/2024
16. AḥmadḤusayn al-Sharaʿ, noto anche per il suo nome di battaglia di Abū Muḥammad al-Jawlānī o al-Jūlānī è un politico e militare siriano, autoproclamato presidente della Siria dal 29 gennaio 2025 (de facto dall’8 dicembre 2024). Capo della milizia islamista di Hayat Tahrir Al-Shams.
oriundo2006 8 dicembre 2025
Si conferma, tra l'altro, che Al Jolani è solo un muslim posticcio: il che è un bene sotto certi versi, da valutarsi sopratutto nel futuro, molto male per tutti gli altri, specie per una Siria veramente libera, indipendente e pluralista.
E' solo un asset sionista 'atlantico' e come tale ricevuto, onorato e plaudito dai tanti traditori della causa umana presenti sulla Terra, tra cui anche i russi ( i cinesi lo hanno dichiarato criminale con cui neppure immaginare una qualche forma di 'diplomazia', tantomeno con inviti a cena di gala a Mosca ).
Nel frattempo riempie il suo governo di tagliagole, banditi, assassini di bambini ed altri esponenti di un islam radicale, religione deformata e propagandata come folle rimedio alla disperazione reale di tante masse umane in quei disgraziati Paesi.
Dimenticandosi di queste persone nei campi dimostra di esser stato solo un imbonitore e carnefice della altrui disperazione.
Posso dirlo ?
E' l' alter ego reale di Zelensky.
L' uno massacratore diretto, feroce e sanguinario di suo, l'altro indiretto, per via di interposta persona in doppio petto con buon accento british, di infinite schiere di uomini e donne illuse nella loro disperazione, che hanno creduto alle loro favole.
Alle favole Jewish utili per 'untermenschen' da eliminare, prendendo pretesto di un inesistente islam da ripristinare oppure della tragica passata mitologia nazionalista.
Tutto in una volta o poco a poco col plauso delle centrali finanziarie: anche lì in Siria si parla di ricostruzione, di soldoni che vanno e vengono in certe tasche ben note, di Paesi ridotti a 'bad company' da vendere a saldo e poi ristrutturare a proprio comodo, specie se lontani da occhi indiscreti: allontanarli dal focus pubblico per poi eliminarli senza pietà.
Questo è l' obiettivo. Sono serviti e adesso sono di incomodo.
Assassinare i giornalisti a Gaza e altrove serve a questo, a non far sapere.
Grazie dunque a chi ci permette di capire.