QUARESIMA LAICA, INCONTRANDO IL DESERTO

Il silenzio, il digiuno, la carità. E un profondo riesame di coscienza. È quanto propone in questo periodo il cristianesimo. Può essere un’idea per tutti, atei e credenti?

QUARESIMA LAICA, INCONTRANDO IL DESERTO

Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org

Quaranta giorni nel deserto. Quaranta giorni dedicati alla “pazienza del nulla”, com’ebbe a definirla Arturo Paoli nel saggio ad essa dedicato. Paoli il deserto lo conosceva bene, tanto nella sua concretezza quanto nella sua essenza di categoria spirituale. Lo aveva percorso nel suo noviziato presso i Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld, scelto a quarant’anni proprio perché chiedeva l’attraversamento della vasta distesa algerina, composta di sabbia, roccia, altopiani pietrosi e canyon. Progressiva kenosi,cioè “svuotamento dell’Io”, parallela a quella del Cristo, e come per Lui volta e rinvenire nell’abisso vuoto di sé, così come di ogni senso e significato, l’essenziale.

Gesù rimase in quell’abisso per incontrare le tentazioni, poi per scoprire “che Figlio essere”. Come a dire che l’identità si consegue non solo nelle prove “iniziatiche”, ma anche in quello sguardo sul Nulla che solo fa scorgere cosa sia la morte, ciò da cui veniamo e ciò cui ritorneremo. Non a caso, il Figlio dell’Uomo avrebbe dovuto attraversarla anche per capire cosa significhi essere uomini.

Secondo la psicoanalisi di Donald Winnicott, grande pediatra che osservava in profondità la diade madre-bambino, ciascuno di noi reca in sé un nucleo dell’essere inaccessibile, che egli chiama “solitudine essenziale”. È uno stato per sempre separato dal mondo degli altri, irraggiungibile alla relazione, in cui si rinviene una profonda autenticità del Sé, in quanto in esso il Sé è inviolato.

Si tratta, esistenzialmente parlando, dell’esigua dimensione che custodisce una sorta di memoria di quella fase iniziale della vita in cui si sperimenta cosa significhi passare dalla non vita all’essere, cioè lo stato dell’individuo umano in cui l’essere emerge dal non essere. Nelle parole di Winnicott, “la maggior parte di ciò che si dice e si pensa comunemente a proposito della morte è in realtà relativo a questo primo stato che precede l’essere vivi, dove la solitudine è un dato di fatto ed è molto antecedente all’incontro con la dipendenza. La vita di un individuo è un intervallo tra questi due stati di non-vita. Il primo di questi, dal quale emerge l’essere vivi, ispira le idee che la gente si fa circa la nostra seconda morte”.

Il nulla è dunque qualcosa che abbiamo, in qualche misura, sperimentato, così come l’assoluta solitudine. È il luogo dove la pura esistenza non è disturbata dalla fame, dal sonno, dalla relazione, dal traffico del mondo. Al fine di garantirci “un nuovo inizio”, molte antiche tradizioni impongono di tornare lì, in quell’esiguo lembo tra la vita e la morte, privandoci di tutto, lavorando “in levare” per ritrovare la purezza di un essere non ancora segnato dall’esistenza.

Per il cristiano durante la Quaresima o per tutti noi, il deserto è una “tappa indispensabile” in certi tornanti dell’anima. Lo è, asserisce lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nell’introduzione al saggio di Paoli (Chiarelettere editore, 2012) per “ogni esistenza cosciente della propria individualità. Chi è umano non nasce soltanto nel corpo. Per la seconda nascita, quella dell’anima (che le lingue moderne chiamano “psiche”), all’uomo serve l’opposto di un utero che circonda. Il deserto è una controfaccia e un completamento del ventre materno, assolutamente aperto e vuoto. È la tabula rasa delle presenze e delle conoscenze. Solo lì, lontanissimi dalla mandria, si può rinascere come esseri coraggiosamente e personalmente pensanti. L’uomo che non incontra il deserto, fisicamente e mentalmente, non sa di esser nato nudo come ogni animale, solo e ignorante come ogni umano”.

La Quaresima, dunque, ci fa rinunciare all’utero perenne, artificiale, dato dalla costante immersione nel consumo, nei social, nella ridondanza vuota di un’acqua che non disseta, di un latte che non nutre. Ci invita a spogliarci delle nostre dipendenze, a incontrare l’essenziale. Il digiuno mostra la forza della rinuncia, la lontananza di quel piacere che sembra farci vivere, ma quando è assunto “fuori di sé” (lo stato dissociato in cui oramai perennemente trascorriamo le nostre vite), smarrendo le esigenze dell’essere originario, intossica. Astenersi per avere la mente più lucida, togliersi dal traffico del mondo ci permette poi di vagare, in assenza di altri stimoli, tra passato e futuro, sostando in una seconda terra non sempre comoda: quella del bilancio. Mentre accettiamo di rimanervi, assaporando e patendo i frutti del passato, avviene la filatura più preziosa per l’uomo, il metabolismo più misterioso: l’elaborazione della propria esistenza. È solo lì, lontani dalla sazietà, nel vuoto e nella “penitenza”, che possiamo farcene davvero qualcosa, della nostra vita passata. Trovarci un senso, in vista di una nuova narrazione. Unico preludio possibile a una metanoia.

Mi verrebbe da dire, facendo un parallelismo con una delle età della vita, che la Quaresima è l’età che va dai cinquanta ai sessant’anni. Una prima età della sofferenza, in cui ai bilanci relativi al passato, ai “pentimenti”, alle inevitabili “conversioni”, si sommano le preoccupazioni per il futuro dei propri cari che invecchiano o si ammalano, o per noi stessi, travolti dall’inattesa fragilità dei nostri stessi corpi. Tuttavia un’età unica, in cui il primo vero contatto con la possibilità della morte ci fa avvertire nel profondo l’assoluta bellezza della vita, la forza dell’amore, lo struggimento per i luoghi, e le persone che si stanno per perdere. Allora sarà gioia piena anche chiacchierare con il barista della densità della crema di latte del caffè, suo piccolo capolavoro, perché sappiamo per certo che, domani o tra qualche anno, questo incontro potrebbe proprio non accadere. Anche quello, è deserto.

Paradossalmente, solo chi accetti di attraversarne la sofferenza può giungere a un’esistenza più piena. Una vita che accoglie e “pensa” la sofferenza anziché denegarla sarà più pesante, più difficile, ma anche infinitamente più ricca, vibrante, intensa, “sofferta e goduta”, poiché in essa potrà emergere l’unica cosa che renda la vita degna d’essere vissuta, la forza dell’amore per se stessi e per gli altri. Amore non come sacrificio di sé, ma come intensità del “sentirsi amore”, d’essere “uomini e donne d’amore”, potenze invincibili all’annichilimento della malattia, della povertà, delle umiliazioni di un corpo che si disfa.

La simbolica del deserto ci porta a un primo grande esame della realtà, in cui ci tocca fermarci, finalmente. A che serve, la nostra corsa impazzita? Verso cosa andiamo?

Come dice Paoli, “ci vuole maggior coraggio a riposare su un prato in fiore che a stare in arcioni su un cavallo focoso”.

La simbolica del deserto fa piazza pulita delle nostre identificazioni false, quelle scorciatoie identitarie e narcisistiche dietro cui ci nascondiamo per non dire a noi stessi di quanta vacuità son fatti i nostri abiti da imperatori. In essa, ci troviamo nel luogo della verità, nella caduta delle illusioni. Emerge ciò che davvero ci interessa: potere, controllo, sicurezza, visibilità, dipendenza? Brama d’aver tutto, d’esser tutto, quando sentiamo di non valere niente?

La Quaresima è il tempo in cui le pulsioni non vengono anestetizzate o denegate nella loro esistenza, ma guardate.

Essa smaschera l’ideologia della prestazione, pura vanità. Non sei ciò che produci, non sei ciò che mostri, non sei ciò che controlli.

È un tempo ontologico, in cui può accedere un ri-orientamento dell’essere. Paradossalmente, dopo lo sprofondamento in noi stessi, possiamo aprirci all’ultima opera che connota il periodo liturgico, la carità. Ci identifichiamo nell’altro debole, ultimi come quest’ultimo, e finalmente consideriamo la fragilità preziosa, poiché costitutiva dell’esserci. E troviamo che l’amore sia, ad essa, unica cura necessaria.

L’autenticità è il lascito di un periodo trascorso nel deserto, lascito che Paoli non smise mai di ringraziare.

In essa, fare il bene come chiede la Quaresima è possibile, senza alcuna visibilità e senza chiedere alcunché in cambio, perché il bello è donare.

Pregare, per il fedele, è altrettanto sperimentabile senza attendersi consolazioni. La presenza cui ci rivolgiamo ci lascia soli nel nostro destino, pur accompagnandoci nel suo abbraccio invisibile: uno dei tanti paradossi dell’esistenza.

Digiunare diventa sentire di esistere nell’essenziale, senza eroismi né onnipotenze, sperimentando la fame del corpo e la sua resilienza, capendo cosa vuol dire “rinunciare”.

Di questo “punto zero” abbiamo raccontato, come fa Paoli narrando di sé: di un uomo che “aveva tutto, che perse tutto, che nel deserto ha incontrato il nulla e infine è approdato all’essenziale”.

Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org

08.03.2026

Commenti (3)

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    1. absitiniuriaverbis 10 marzo 2026

      Signora Psi, anzi 3Psi, ovviamente la quaresima laica e' un ossimoro. Quisquilie, a cui aggiungo qualche pinzillacchera.

      La religione ed i suoi protagonisti, entrambi inventati dagli uomini, ha preso a prestito a piene mani da storie pregresse per costruire ed instaurare uno schema di controllo.
      Partiamo ...dalla partenza!

      Ecco i miti e i simboli principali di cui la quaresima si è appropriata:
      1. Il Mito del Numero 40: Un Tempo di Transizione e Prova. Il numero 40 è un numero sacro e archetipico in molte culture del Vicino Oriente antico. Non indica un periodo cronologico preciso, ma un tempo qualitativo, un periodo generazionale sufficientemente lungo per rappresentare una trasformazione completa, una prova, una purificazione o un'attesa.· Nelle culture pre-cristiane: · Mesopotamia: I 40 giorni di assenza della dea Ishtar negli inferi, che portavano alla sterilità della terra. · Egitto: I 40 giorni di assenza di Osiride, ucciso e smembrato, prima della sua ricomposizione e rinascita. · Tradizioni indo-iraniche: Periodi di 40 giorni di ritiro spirituale o preparazione.· Nell'Antico Testamento (eredità ebraica): La quaresima cristiana si innesta direttamente su questa simbologia ebraica, che a sua volta attingeva a miti più antichi. Qui mi fermo per evitare l'orticaria.

      2. Il Mito della Morte e Rinascita della Natura. La quaresima cade in un periodo cruciale dell'anno: la fine dell'inverno e l'inizio della primavera nell'emisfero boreale. Questa collocazione non è casuale.· Miti pre-cristiani: Innumerevoli culture celebravano miti di dei morenti e risorgenti legati al ciclo agricolo (Attis, Adone, Osiride). L'inverno era il tempo della morte della vegetazione; la primavera, il tempo del suo ritorno trionfante. Erano riti di passaggio, di lutto e di gioia, che miravano a propiziare e accompagnare il rinnovamento della vita.·
      3. Simboli di Purificazione e Rinnovamento. Molti rituali quaresimali hanno radici in antiche pratiche di purificazione.· Il Digiuno e l'Astinenza: In tutte le culture antiche, il digiuno precedeva i riti sacri. Era un modo per purificare il corpo, renderlo più ricettivo allo spirito e dimostrare la propria dedizione agli dei.·Nel mondo antico, cospargersi il capo di cenere era un gesto universale di lutto, penitenza e umiliazione. Presso i Romani, la cenere era legata al culto dei morti e a pratiche espiatorie.

      Conclusione: Non ha inventato nulla di nuovo, ma ha "battezzato"questi miti, riempiendo forme antiche con un contenuto nuovo ad hoc. Ha preso il tempo della prova (40 giorni), il ciclo della morte e rinascita (inverno/primavera) e i gesti di purificazione (digiuno, cenere) e li ha unificati in un unico, potente percorso di controllo.

      PS e NB: I pagani, gli atei, coloro che non sanno...insomma i non religiosi non vanno in chiesa/moschea/... per predicare contro le religioni. Questa e,' ritengo, una forma di rispetto verso costoro che credono e che a casa propria possono comportarsi come meglio credono. Non vedo quindi perche' i cristiani e dintorni debbano fare e scrivere sermoni ad ogni pie' sospinto e dovunque.
      Un po' di rispetto reciproco non guasterebbe.

    2. absitiniuriaverbis 10 marzo 2026

      Aprofitto per ricordare alla @amministrazione che, in occasione di un articolo/sermone a stessa firma relativo all'epifania, avevo inviato un commento .
      Questo commento era sparito... fino a ieri quando ho ricevuto una mail che mi informava che il mio commento vecchio di due mesi era stato approvato.
      Sara' l'effetto della quaresima...

    1. maghi 9 marzo 2026

      mi sono fermato all'anima, che le lingue moderne chiamano psiche. La Vignali forse non ha fatto il catechismo dalle suore, sennò saprebbe che l'anima è spirituale ed immortale. La psiche è umana e mortale. E sarebbe buffa se ci si portasse anche in Paradiso le frustrazioni della vita umana. Forse questa è una visione da filosofie orientali. Non me ne intendo più di tanto, ma non è certo una visione cristiana. Già il fatto di ricostituire la famiglia nell'aldilà con mammina, babbino e nonnini mi sembra un'aberrazione mutuata dal culto degli antenati di religioni scomparse e sepolte. In Paradiso c'è di meglio dei parenti defunti. Provate a pensarci un secondo.

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