Pina Picierno abbandona il PD perché non è più un partito riformista (sic!). Dalla Pina a Renzi, passando per Calenda, la stagione del “Riformismo” neoliberista, in salsa nostrana, non conosce tregua, sopratutto quando si prospetta la tornata elettorale.
Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org
La definizione di "Pulpitismo", più che mai azzeccata, ce la offre Guido Cavalli con un – quasi- divertente editoriale su LaNotizia. D’altronde in quale altro modo si potrebbe definire questa presupponente, e ossessiva, presenza di certi personaggi che, come scrive l’autore dell'articolo, sono:
un piccolo gruppo che si percepisce come aristocrazia e che predica da un pulpito su cui non l’ha messa nessuno, autoproclamata competente, sicura di meritare la guida. Il fenomeno è più largo di Picierno: è l’intera area che si dice riformista, un centro affollato di dirigenti e povero di elettori, dove gli sparuti partiti si fanno la guerra.
Il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda si è sciolto nel 2023 dopo mesi di liti, e da allora Azione, Italia Viva e +Europa corrono separati, tutti intorno alla soglia di sbarramento. Competenti per autocertificazione, condannati dall’aritmetica sporca e cattiva (e populista).
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Picierno, Renzi, Calenda[/caption]
Comunque la si pensi, non si può che salutare con piacere l’abbandono della Picierno: indubbiamente gradito da molti elettori di sinistra, i quali apprezzerebbero che altri “riformisti de’ noialtri” la seguissero.
La questione riguarda proprio questo uso delle parole, consumate da intellettualismi privi di sostanza, e di progetto. Come scrive ancora Cavalli:
[...] resta il riformismo come il vestito nuovo dell’imperatore: tutti chiamati ad ammirare il taglio sopraffino di un abito che non c’è, e guai a dire che il re è nudo. Le riforme, quelle, si vedono quando arrivano. Qualcuno, prima o poi, dovrà mostrarcele.
Ma qui l’autore afferma una mezza verità: dipende da cosa intendiamo per riforme. Nella realtà il Riformismo ha avuto in Italia un indirizzo e un progetto ben preciso e condiviso – ahinoi- anche, e forse sopratutto, dalle forze di “sinistra”.
Riformismo che, nei sottotitoli, riporta nomi precisi: Mario Monti, Mario Draghi, Romano Prodi, Giancarlo Giorgetti, Unione Europea, Euro: tutto l’armamentario neoliberista, oppure ordoliberista, che dir si voglia. Ovvero quando l’Economia sale sul “pradellino” della storia e autoproclama la propria – necessaria o presunta- superiorità rispetto alla Politica.
Il “vuoto” giustamente rilevato da Guido Cavalli è, in realtà, una finzione; piuttosto è un mantello dell’invisibilità che nasconde il progetto di egemonia liberista, del quale abbiamo visto l’opera negli ultimi 40 anni. Le parole celano la sostanza: produttività, competizione, mercato, finanza, concorrenza, efficienza, competenza, europeismo... debito... Austerità!
Il risultato finale è davanti ai nostri occhi, ma solo per coloro che hanno gettato via le lenti offuscanti dell’informazione compiacente di questo “regime” economico-politico.
Le disuguaglianze sociali (sempre più marcate), la povertà crescente, la precarietà naturalizzata, la marginalizzazione della classe media, il blocco dell’ascensore sociale (tanto caro ai Liberal), la fuga dei “cervelli”, l'accumulo di ricchezze nelle mani di pochi, lo strapotere delle banche (grazie alla cessione della sovranità monetaria), il disastro della Sanità, dell’Istruzione, del Welfare in generale... non sono sciagure occasionali.
Sono il portato di un progetto elitario liberista, di fede, cieca e assoluta, nelle tre divinità cui i liberisti si prostrano: Mercato, Finanza, Profitto. Talebani compiacenti o, come li ha definiti recentemente Emilio Brancaccio: Stalinisti veri e propri.
Non fanno prigionieri: il loro nemico numero uno è il Populismo. Anche qui si gioca sulle parole sfalsando i contenuti originali. Populismo ha un significato "nobile", indicante "l'andare verso il popolo". E non c'è peggior nemico, per il Liberista contemporaneo, di qualcuno che osi pensare al, e prendere le parti del, Popolo.
Proprio quest'ultima è una definizione su cui riflettere. La "sovranità appartiene al popolo", cita la nostra Costituzione. Ma chi è il Popolo? Chi sono le classi, gli individui, che ne fanno parte?
Ovviamente "popolo", nell'uso della Costituzione, è un generico temine (una finzione letteraria) per comprendere l'eterogenea composizione di una comunità. Quindi occuparsi di politica dovrebbe significare, in primo luogo, non solo occuparsi di una parte specifica della comunità da cui si proviene, bensì del benessere della comunità nel suo complesso, tenendo presenti le differenze sociali, le aspettative, i sentimenti, i bisogni dei singoli gruppi.
Le decisioni dovrebbero essere assunte attraverso il "metodo democratico": metodo appunto! come ricorda Norberto Bobbio attraverso la lezione sui Sei Universali Procedurali che identificano una democrazia liberale. Ma proprio esaminando queste procedure possiamo constatare come le nostre democrazie siano in chiara sofferenza.
A metterle in crisi, diversamente dalla narrazione che attribuisce la degenerazione delle democrazie occidentali ai populismi e ai nazionalismi, è proprio la filosofia neoliberista: la competizione come presupposto in ogni ambito della vita, il consumismo compulsivo, la subordinazione di ogni logica politica al profitto (privato).
La marginalizzazione dello Stato, supposto sempre sprecone e cattivo gestore, la difesa a oltranza dei propri privilegi, la costruzione di vie di fuga per evitare di rispondere dei reati commessi: sono questi gli aspetti che trasportano la Democrazia dall'essere un "bene" comunitario, a "strumento" manipolatorio di una élite.
Parlando di queste, il discorso di infittisce, sino da diventare una selva oscura nella quale diventa difficile distinguere quelle "democratiche" da quelle "aristocratiche", per usare la distinzione che fa Gioele Magaldi parlando delle differenti Massonerie, associazioni sempre presenti dietro le quinte della gestione del Potere.
Eppure possiamo intravedere, nell'uso fatto del potere conquistato oggi da queste élite, la chiara distinzione tra Isotimia e Megalotimia, che descrive Francis Fukuyama: con la prima si indica la visione dell'uguaglianza tra le persone (che conduce alla realizzazione delle Democrazie), mentre la seconda è il parto di élite che vogliono la supremazia sugli altri, in quanto qualificano sé stesse come "specie superiore".
La Megalotimia può condurre a due esiti opposti: può regalare grandi leader (es Mandela), oppure sfociare in tirannie (es Hitler). Proprio la democrazia liberare è riuscita a "domare", storicamente, la Megalotimia di alcuni, incanalandola verso una competizione sana e non distruttiva, secondo il pensiero di Fukuyama. Questo ha permesso lo sviluppo delle democrazie moderne.
Ma quando le élite non sono sotto controllo, il popolo si ribella in qualche modo, sentendosi offeso nella propria dignità, oltreché oppresso nella sua vita quotidiana. Così possono fiorire i populismi degli "agitatori di popolo" i quali, a ben guardare, non si dirigono "verso" il popolo, ma lo soggiogano per mantenere il controllo delle élite sotto altre spoglie.
Ribadiva Indro Montanelli (non proprio un comunista), di fronte alle crescenti e dilaganti élite berlusconiane (e non solo), negli anni '90, come ci fosse un problema grave - in Italia- con queste "borghesie ignoranti" (così da lui definite), dedite all'affarismo, interessate al profitto immediato, ma prive di visioni strategiche, nonché di senso civico e di cultura.
Sembrano lontani anni luce i nomi degli uomini e delle donne che hanno ricostruito il paese dopo due guerre mondiali: i Mattei, gli Olivetti, i Calamandrei, le Nilde Iotti, le Tina Anselmi, gli Aldo Moro, i Federico Caffè... nomi illustri che bisogna tornare a studiare per capire che un altro mondo è possibile.
Loro lo hanno immaginato, e in parte costruito. Noi siamo vittime della sottrazione di quella "immaginazione sociologica", come spiegava C. Wrigth Mills (nel libro omonimo): perché attraverso essa si può comprendere come le nostre vite sono influenzate da fattori storici, culturali, e istituzionali. Proprio ciò che queste élite paventano: la nostra capacità di comprendere il mondo attorno a noi, e immaginarne uno differente, non imbrigliato in un eterno presente.
Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org
11.06.2026
PietroGE 11 giugno 2026
L'eterno sogno di una nuova DC, che dura ormai da più di 25 anni e che non diventerà realtà neanche alle prossime elezioni. Quale era l'appeal democristiano? Quello di un partito che stabilizzava la poltrona perché dal centro poteva allearsi con destra e sinistra: la cosiddetta politica dei due forni. Quale è il tallone d'Achille del centro, ieri e oggi? Il narcisismo dei capi e capetti che vogliono essere tutti leader e nessuno ha voglia di fare il porta acqua per qualcun altro.
Quanto alla analisi sul disastro attuale che sta sotto i nostri occhi, dire che è colpa solo dei liberisti significa semplificare troppo e rendere la cosa incomprensibile. È tutta una classe politica prigioniera di una ideologia da 'fine inpero romano' e incapace di fare semplicemente gli interessi del popolo che li elegge. Le 'divinità' che dirigono questi sviluppi sociali non sono solo : Mercato, Finanza e Profitto, come dice l'articolo, sono la abolizione del popolo per far posto all'individualismo, l'antirazzismo che diventa razzismo contro gli italiani, il disprezzo per un fondamento morale e di struttura sociale senza i quali il futuro di pace e prosperità rimarrà un pio desiderio senza possibilità di realizzazione.
A.P. 11 giugno 2026
Ragioniamo (almeno ci provo...).
Abolizione del popolo per far posto all'individualismo? Bene, ma quale è la causa? Quale meccanismo sociale ha distrutto il concetto di collettività a favore di un individualismo senza individuo? A mio avviso quando il valore di scambio ha sostituito il mero valore d'uso. Mi spiego: ho bisogno di una automobile, compro una cinquecento perché mi serve per andare al lavoro; poi non mi basta più perché l'automobile non deve servire solo per un uso concreto, ma serve per stabilire uno status sociale ben definito, cioè quello puramente edonistico, quindi per qualcosa di "pseudo-concreto".
L'antirazzismo diventa razzismo contro gli italiani? Bene, ma quali sono le cause? Anche qui il razzismo è solo un espediente creato ( pseudo-concretezza) per mascherare una concretezza più dirimente: l'abbassamento del costo del lavoro. Quindi ecco che "dagli al negro e all'islamico" che toglie il lavoro ai nostri figli diventa il mantra di una precisa classe politica. Per contro, coloro i quali negli anni settanta erano in piazza per contrastare la deflazione salariale, oggi sono in piazza per rivendicare i diritti agli immigrati senza sapere che agli immigrati dei loro schiamazzi non glie ne può totalmente fregare di meno; essi vogliono un lavoro, quale esso sia per tirare a campare.
Il disprezzo per il fondamento morale e di struttura sociale è una logica conseguenza delle questioni sopra riportate. Il consumismo è diventato il Totem supremo della nostra società non perché qualcuno lo ha imposto per legge, ma semplicemente perché è il sistema sociale attuale che non può che funzionare così e produrre le perversità che tutti conosciamo. Soluzioni? Al momento le "elites" provano a fare le guerre per tentare di serrare le fila e rimediare all'interruzione dei flussi di capitali per invertirne la tendenza e fare in modo che si ritorni ad avere il dollaro come valuta di riferimento; sappiamo tutti che se crolla il dollaro come valuta di riferimento crolla tutto il sistema e possiamo dire addio al capitalismo così come lo conosciamo.Dobbiamo essere severi nei giudizi: le cause della decadenza dell'occidente e il riflusso in una società smaccatamente edonistica è innescata dal fatto di avere il dollaro come valuta di riferimento che non consente politiche indipendenti da parte degli stati per attuare riforme utili ai rimedi contro le deflazioni salariali; perché sappiamo che le deflazioni salariali portano inevitabilmente al tutti contro tutti, ad un individualismo senza individuo, ad un razzismo indiretto, ad un antirazzismo strumentale e alla distruzione dei valori etici di una società politica.
Torniamo a leggere Marx, senza interpretazione, senza fare la solita e idiota, puerile equazione Marx=gulag; forse potremmo trovare delle risposte utili. Invece se qualcuno crede che per rimediare a questa situazione invoca leggi restrittive lo creda pure; ma spero che in cuor suo sappia che sta facendo il lavoro sporco per conto dei padroni del vapore. Diciamola tutta: di un altro "ventennio" non ne sentiamo giusto la mancanza; certo, certo nemmeno di una risoluzione del soviet supremo del 31 gennaio 1931; sono passati 100 anni, qualche passettino in avanti lo possiamo fare no?
maghi 11 giugno 2026
penso che la società marxista più vicino al "Capitale" di Marx sia quella cinese. C'è chi la chiama capitalismo di stato, ma chi conosce Marx sa benissimo che l'odio tra classi non era roba del marxismo. L'odio tra classi è stato introdotto dalle plutocrazie per dividere gli avversari, cioè il popolo, e tutti i decerebrati ci sono cascati come degli allocchi. Loro sanno benissimo che il "pueblo unido amazerà Vensido", ma sono i decerebrati che non lo sanno. Col popolo unito contro le plutocrazie, queste non avrebbero nessun potere. Ma sanno anche come fare per mantenere i decerebrati divisi nei classici due schieramenti: dx vs sx. E sono pure così sicuri del fatto loro, che dicono anche apertamente i loro progetti per il futuro: agenda 2030, tanto sanno che hanno a che fare con dei minorati mentali.
PietroGE 11 giugno 2026
Il declino del nostro Paese non può essere ricondotto solo a cause economiche, e spiegato con categorie marxiste, è più profondo. Implica derive antropologiche come il declino demografico, la crisi della struttura familiare e l'individualismo esasperato prodotto non solo dal consumismo economico ma anche da comportamenti indotti , una falsa idea di progresso sociale e mode sub-culturali. Io li ho riassunti nel 'fondamento morale e di struttura sociale' perché l'analisi sarebbe molto lunga e impossibile in una sede di commenti, specie se si vuole ricostruire anche l'evoluzione storica di questa decadenza. E tuttavia se non si fa una diagnosi accurata e completa le proposte politiche di superamento della situazione saranno sempre inadeguate. Il lavoro fondamentale di una società è il trasferimento del patrimonio culturale, economico e scientifico alla prossima generazione. SI deve partire da questo e non da riletture 'in chiave o no' di classici che alla prova dei fatti hanno fallito miseramente. Per implementare questo compito, per prima cosa, ci deve essere una 'prossima generazione' altrimenti nulla ha più senso e questa non si può importare dall'estero, come il fallimento dell'integrazione dimostra più che ampiamente. Poi, in tutta umiltà, uno deve copiare (quello che si può copiare) da chi ha dimostrato di saper sviluppare l'economia in modo stupefacente ( ad esempio i cinesi) e non da chi si è deindustrializzato fino alla decadenza come gli americani. Purtroppo la nostra società italiana assomiglia sempre più a quella fallita americana e nessuno dei politici nostrani è in grado di farlo notare.
A.P. 11 giugno 2026
Le categorie "marxiste" non hanno il carattere di verità assolute; partono da fatti e giungono a conclusioni ovviamente provvisorie. Per il momento non ne vedo altre di migliori, ma nel futuro non si può mai sapere. Diciamo che può essere, secondo me, un buon punto di partenza; altri lo hanno fatto e per cause diverse hanno deviato producendo catastrofi. Insomma, la scoperta del fuoco è stata utile ma se usata male produce distruzione: capisco che è una metafora piuttosto semplice ma forse rende l'idea.