«Di morale si muore» afferma giustamente Alain de Benoist (Diorama Letterario, n. 365, gennaio-febbraio 2022, p. 4). La sfrenata moralizzazione di ogni situazione ed evento -rapporti sociali, passioni amorose, guerre, commerci, religioni, cultura- sta conducendo la vita individuale e collettiva a sprofondare nella censura, nella superficialità, nella violenza. Sì, la violenza dei moralisti, che è sempre stata tra le peggiori sue forme. Un’aggressività che trova nel politicamente corretto il proprio luogo di elezione. Sino a instillare e instaurare l’obbligo di credere alle più fantasiose, astratte, superstiziose e grottesche «verità morali». Tra queste, singolare e insieme emblematico è il rifiuto pressoché assoluto della corporeità, della sua forza, del suo fondamento per ogni ulteriore elaborazione dell’umano. Si nega, in poche parole, che il maschio abbia un pene e la femmina una vulva. ‘Costruzioni culturali’ vengono definiti questi truismi, queste evidenze che nessuna percezione sensata dell’umano può mai negare. I corpi vanno sostituiti con un fantasma; anche i corpi come tutto il resto, in modo da «prendere congedo dalla realtà, giocare col proprio corpo e vivere in un mondo di simulacri, di apparenze» (Giuseppe Giaccio, ivi, p. 16).
Per chi coltiva tali prospettive, il radicamento dell’Europa nell’ontologia greca deve essere dissolto. In modo che una cultura del tutto iconica come quella nordamericana possa sostituirsi allo spessore materiale e tangibile della cultura europea. Poiché ancora oggi è vero che «chi controlla l’Europa controlla il mondo intero», ancora oggi è questo uno dei principi di fondo della geopolitica (Marco Iacona, ivi, p. 39). Un continente le cui radici stanno nella grande sintesi platonica dell’esperire e del pensare. Sintesi talmente pervasiva e fondante da aver generato i saperi e le esperienze estetiche, politiche, religiose, scientifiche. Ha ragione Aleksandr Dugin (per altri versi filosofo un poco bizzarro) a ritenere che «chi non conosce o non capisce Platone non può sapere o capire nulla. Platone è il creatore del terreno fondamentale della filosofia. La filosofia, a sua volta, è lo sfondo della teologia, della scienza e della politica. Platone, quindi, è alla base della teologia, della scienza e della politica» (Platonismo politico, trad. di D. Mancuso, Edizioni AGA, 2020, p. 81) e ha ragione Carlo Galli a pensare che sia necessario «fare irrompere nuovamente Platone nel moderno, proprio perché critico della demagogia imperante nella città» (Eduardo Zarelli, DL 365, p. 36).
Perché con Platone la morale sta al posto che le spetta, senza allagare l’intero territorio della vita che è molto più vasto, profondo, ricco e labirintico rispetto a ogni norma, regola, imposizione, censura, valore.
di Alberto Giovanni Biuso
Articolo originale: https://www.grece-it.com/2022/07/01/platone-e-la-morale/
Biografia Autore: (fonte Wikipedia, link qui)
Biuso ha studiato filosofia all'Università degli Studi di Catania, dove si è laureato, nel 1983, con una tesi su Husserl e Heidegger. Tra il 1985 e il 2001 ha insegnato nei Licei. Nel 2006, ha conseguito il Dottorato di Ricerca sempre presso l'Università di Catania, dove ha poi svolto incarichi di ricerca e di docenza. È professore ordinario di filosofia teoretica al Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Catania.
AlbertoConti 1 dicembre 2022
«Di morale si muore»
Che scoperta! La morale nasce dalla vita ed il suo luogo è la vita pienamente vissuta, cioè al momento, mentre non è quella che si rifà acriticamente alle prescrizioni morali del secolo prima, non avendo di meglio da fare nella propria epoca.
Per “moralisti”, nell’accezione negativa del termine, s’intendono quegli zombi che si aggrappano ai ricordi, snaturandoli da morti viventi qual sono (es. i piddini).
Cionondimeno i contenuti morali godono di una loro relativa continuità sociale e culturale che si basa su un substrato intuitivo comune, essendo frutto di una percezione soggettiva che è anche oggettiva se autentica, di persona integra e integrata. E’ il giudizio contestualizzato che cambia di contenuto nei tempi medio-lunghi, cambiando il contesto, non lo spirito del giudizio.
Dire che «Di morale si muore» è come dire «Di pane si muore», per il semplice fatto che «Di vita si muore», cioè il suo scorrere (della vita) ci avvicina progressivamente alla morte.
Quindi il contenuto morale è come una merce a scadenza, ottimo da fresco, tossico se conservato troppo a lungo senza rinnovarlo, senza (ri)viverlo, come il pane quotidiano o un debito da progetto di vita.
Fermarsi al «Di morale si muore», senza intendere altro, vuol dire demonizzare il pane, l’aria che si respira, la vita in sé. Allora sì che si muore male, come quei puritani di m. che ci stanno opprimendo spacciandosi per benefattori (es. “alleati” anglofoni). Fabbriche d’ipocrisia che a guardarle fanno vomitare anche un buon pane appena gustato, come giusta reazione morale. La morale non si nega in quanto principio come non si fissa per sempre senza viverla pienamente. Chi fa l’una o l’altra cosa “vive la sua morte con un anticipo tremendo”, e fa soffrire e morire anche il prossimo suo.