Perché, prima o poi, il capitalismo ha bisogno della guerra

Il professor Zhok espone la sua tesi: per sopravvivere, il libero mercato deve crescere. E, quando si ferma, l’ultima risorsa è il conflitto.

Articolo Andrea Khok 04-04-2025
Il docente di Filosofia morale alla Statale di Milano si inserisce nel dibattito su guerra e riarmo con una lettura molto critica del capitalismo. Secondo l’analisi di Andrea Zhok, il libero mercato, per sopravvivere, richiede una continua crescita. Quando la crescita si arresta, il sistema entra in crisi. E le soluzioni tradizionali – innovazione tecnologica, sfruttamento della forza lavoro, espansione dei mercati – non bastano più. In questa prospettiva, sostiene Zhok, la guerra diventa l’extrema ratio, offrendo al sistema economico un meccanismo di distruzione, ricostruzione e controllo sociale.

Di Andrea Zhok, krisis.info

1. L’essenza del capitalismo

Il nesso tra capitalismo e guerra è non accidentale, ma strutturale, stringente. Nonostante la letteratura autopromozionale del liberalismo abbia sempre cercato di spiegare che il capitalismo, tradotto come «dolce commercio», era una via preferenziale verso la pacificazione internazionale, in realtà questo è sempre stata una conclamata falsità. E questo non perché il commercio non possa essere viatico di pace – può esserlo – ma perché l’essenza del capitalismo NON è il commercio, che ne è solo uno dei possibili aspetti.

L’essenza del capitalismo consiste in uno e un solo punto. Si tratta di un sistema sociale idealmente acefalo, cioè idealmente privo di guida politica, ma guidato da un unico imperativo categorico: l’incremento del capitale a ogni ciclo produttivo. Il cuore ideale del capitalismo è la necessità che i capitali rendano, cioè incrementino il capitale stesso. La guida di questo processo è affidata non alla politica – tantomeno alla politica democratica – ma ai detentori di capitale, ai soggetti che incarnano le esigenze della finanza.

È importante capire che il punto cruciale per il sistema non è che «vi sia sempre più capitale» in senso oggettivo, cioè che il monte di denari aumenti sempre più; momentaneamente esso può anche contrarsi. Il punto è che deve esistere sempre la prospettiva generale di un accrescimento del capitale a disposizione. In assenza di questa prospettiva – ad esempio in una perdurante condizione di «stato stazionario» dell’economia – il capitalismo cessa di esistere come sistema sociale, perché viene meno il «pilota automatico» rappresentato dalla ricerca di sbocchi agli investimenti.

Il punto va inteso squisitamente in termini di POTERE. Nel capitalismo, un determinato ceto detiene il potere e lo detiene in quanto affidatario della conduzione del capitale all’accrescimento. Se viene meno la prospettiva di accrescimento, l’esito è tecnicamente RIVOLUZIONARIO, nel senso specifico in cui il ceto che detiene il potere deve cederlo ad altri – ad esempio a una guida politica mossa da principi o idee guida, come è stato più o meno sempre nella storia (prospettive religiose, prospettive nazionali, visioni storiche). Il capitalismo è il primo e unico sistema di vita nella storia umana che non cerca di incarnare alcun ideale e che non tende ad andare in nessuna direzione specifica. Si aprirebbe qui un’interessante discussione sul nesso tra capitalismo e nichilismo, ma vogliamo concentrarci su di un altro punto.

La scritta "Capitalismo = guerra" su un muro di Bergen, in Norvegia. Foto di Jill. Licenza CC BY-NC 2.0.
La scritta “Capitalismo = guerra” su un muro di Bergen, in Norvegia. Foto di Jill. Licenza CC BY-NC 2.0.

2. La «caduta tendenziale del saggio di profitto»

Nella natura del sistema è implicita una tendenza esaminata per la prima volta da Karl Marx sotto il nome di «caduta tendenziale del saggio di profitto». Si tratta di un processo intuitivo. Da un lato, come abbiamo visto, il sistema esige di ricercare costantemente la crescita, trasformando il capitale in investimento generatore di altro capitale. Dall’altro, la competizione interna al sistema tende a saturare tutte le opzioni per accrescere il capitale, realizzandole. Tanto più la competizione è efficiente, tanto più veloce è la saturazione dei luoghi dove fare margine. Questo significa che con l’andare del tempo il sistema capitalistico genera strutturalmente un problema di sopravvivenza per il sistema medesimo.

Il capitale disponibile si accresce costantemente e cerca impieghi «produttivi», cioè capaci di generare interessi. La crescita del capitale è legata alla crescita delle prospettive di crescita futura del capitale, in un meccanismo che si autoalimenta. È sulla base di questo meccanismo che ci si ritrova in situazioni come quella prima della crisi subprime, quando la capitalizzazione sui mercati finanziari globali era di 14 volte il PIL mondiale. Questo meccanismo produce la costante tendenza alle «bolle speculative». E questo stesso meccanismo produce la tendenza alle cosiddette «crisi di sovrapproduzione», espressione comune ma impropria, in quanto dà l’impressione che ci sia un eccesso di prodotto a disposizione, mentre il problema è che c’è troppo prodotto solo rispetto alla capacità media di acquistarlo.

Costantemente, fatalmente, il sistema capitalistico si trova ad affrontare crisi generate da questa tendenza: masse crescenti di capitale premono per essere messe a frutto, in un processo esponenziale, mentre le capacità di crescita sono sempre limitate. Perché una crisi si faccia sentire non è necessario che la crescita si arresti, basta che non sia all’altezza della montante richiesta di margini. Quando ciò accade, il capitale – cioè i detentori del capitale o i loro gestori – iniziano ad agitarsi in maniera crescente, perché la propria stessa sopravvivenza come detentori di potere è messa a repentaglio.

3. La ricerca frenetica di soluzioni

Quando la compressione dei margini si approssima si apre la frenetica ricerca di soluzioni. Nella versione autopromozionale del capitalismo, la soluzione principe sarebbe la «rivoluzione tecnologica», cioè la creazione di una nuova prospettiva promettente di generazione di profitto attraverso un’innovazione tecnologica. La tecnologia è realmente un fattore che accresce la produzione e la produttività. Se accresca anche i margini di profitto è questione più complessa, perché non basta che vi sia più prodotto affinché il capitale si accresca, ma deve esservi più prodotto ACQUISTATO.

Questo significa che i margini possono crescere davvero in presenza di una rivoluzione tecnologica solo se l’aumento di produttività si ripercuote anche in aumento generale del potere d’acquisto (salari), il che non è così scontato. Ma anche laddove ciò accada, le «rivoluzioni tecnologiche» capaci di aumentare produttività e margini non sono così comuni. Spesso ciò che si presenta come una «rivoluzione tecnologica» è ampiamente sopravvalutato nella sua capacità di produrre ricchezza e finisce per essere solo un riorientamento degli investimenti che genera una bolla speculativa.

In attesa di eventuali rivoluzioni tecnologiche che riaprano la sfera dei margini, la seconda direzione in cui viene ricercata una soluzione per riguadagnare margini di profitto è la pressione sulla forza lavoro. Questa pressione si può manifestare in compressione salariale e in molte altre modalità che incrementano l’area di sfruttamento del lavoro. Il diretto abbassamento dei salari nominali è una forma percorsa solo in casi eccezionali; più frequenti e facili da gestire sono i mancati recuperi dell’inflazione, la «flessibilizzazione» del lavoro in maniera da ridurre i «tempi morti», la «rigorizzazione» delle condizioni di lavoro, la dismissione di forza lavoro, eccetera.

“Il meccanico e la pompa a vapore”, fotografia di Lewis Hine. Foto Public Domain.
“Il meccanico e la pompa a vapore”, fotografia di Lewis Hine. Foto Public Domain.

Questo orizzonte di pressione presenta due problemi. Da un lato diffonde il malcontento, con la possibilità che questo sfoci in proteste, rivolte, eccetera. Dall’altro lato, la pressione sulla forza lavoro, in particolare nella dimensione salariale, riduce il potere d’acquisto medio, e corre così il pericolo di avviare una spirale recessiva (minori vendite, minori profitti, maggiore pressione sul monte salari per recuperare margini, conseguente riduzione delle vendite di prodotti, e così avanti).

Una forma collaterale di conquista di margini si ha con le «razionalizzazioni» del sistema produttivo, che sta concettualmente a metà strada tra innovazione tecnologica e sfruttamento della forza lavoro. Le «razionalizzazioni» sono riorganizzazioni che, per così dire, limano le relative «inefficienze» del sistema. Questa dimensione riorganizzativa di fatto si ripercuote quasi sempre in un peggioramento delle condizioni di lavoro, che diviene in sempre maggior misura dipendente dalle esigenze impersonali dei meccanismi di capitale.

Un ultimo orizzonte di soluzioni si presenta quando nell’equazione entra la sfera del commercio estero. Per quanto di principio i punti precedenti esauriscano i luoghi dove i margini di profitto possono crescere, di fatto prendendo in considerazione la sfera estera, le medesime occasioni di profitto si moltiplicano per le diversità tra Paesi. Invece di un incremento tecnologico interno si può avere accesso a un incremento tecnologico estero attraverso il commercio. Invece di una compressione della forza lavoro interna si può ottenere accesso a manodopera estera a buon mercato, eccetera.

4. Il declino del profitto

La fase attuale nella breve e cruenta storia del capitalismo che stiamo vivendo è caratterizzata dal venir meno progressivo di tutte le prospettive di profitto maggiori. Ci sarà sempre spazio per «rivoluzioni tecnologiche», ma non con una frequenza che possa star dietro a masse infinitamente crescenti di capitale che premono per essere messe a profitto. Ci sarà sempre spazio per ulteriori compressioni della forza lavoro, ma il rischio di creare condizioni di rivolta o di ridurre il potere d’acquisto diffuso pone limiti evidenti. Quanto al processo di globalizzazione, esso ha raggiunto i suoi limiti e ha iniziato un processo di relativo arretramento; la possibilità di trovare occasioni estere toto coelo differenti e migliorative rispetto a quelle interne si è drasticamente ridotta (bisogna pensare che quanto più le catene di produzione si estendono, tanto più sono fragili e tanto più possono comparire addizionali costi di transazione).

La crisi subprime (2007-2008) ha segnato un primo momento di svolta, portando l’intero sistema finanziario mondiale a un passo dal collasso. Per uscire da quella crisi si è ricorso a due leve. Da un lato a una pressione elevata sulla sfera del lavoro, con perdita di potere d’acquisto e peggioramento delle condizioni di lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato a un incremento dei debiti pubblici – che a sua volta sono un vincolo indiretto imposto alle cittadinanze e alla forza lavoro, e vengono presentati come un onere da compensare.

La manifestazione Occupy Wall Street l’8 ottobre 2011 a Washington Square Park, a New York. Foto di David Shankbone. Licenza CC BY 3.0.
La manifestazione Occupy Wall Street l’8 ottobre 2011 a Washington Square Park, a New York. Foto di David Shankbone. Licenza CC BY 3.0.

La crisi Covid (2020-2021) ha segnato un secondo momento di svolta, con caratteristiche non dissimili dalla crisi subprime. Anche qui gli esiti della crisi sono stati una perdita media di potere economico dei ceti lavoratori e un incremento dei debiti pubblici.

Tanto nella crisi subprime che nella crisi Covid, il sistema ha accettato una momentanea riduzione generale delle capitalizzazioni complessive, pur di riaprire nuove aree di profitto. Nell’insieme il sistema finanziario è uscito da entrambe le crisi con una posizione comparativamente più forte rispetto alla popolazione che vive del proprio lavoro. L’incremento dei debiti pubblici è di fatto un trasferimento di denaro dalla disponibilità della cittadinanza media alle cedole dei detentori di capitale.

Va notato che, per disinnescare gli spazi di contestazione e contrapposizione tra lavoro e capitale, il capitalismo contemporaneo ha spinto con tutte le sue forze per creare una cointeressenza in alcuni strati di popolazione, benestanti ma ben lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico. Forzando le persone ad acquisire pensioni private, polizze assicurative fruttifere, spingendole a utilizzare i risparmi in qualche forma di titolo di Stato, si tenta (e riesce) a creare uno strato di popolazione che si sente «parte in causa» nelle sorti del grande capitale. Questi strati di popolazione fungono da «buffer zone», riducendo la disponibilità media a rivoltarsi contro i meccanismi di capitale.

La situazione attuale, in particolare nel mondo occidentale, è dunque la presente. Il grande capitale ha bisogno, per sopravvivere, di accedere a ulteriori continuative aree di profitto. Le popolazioni dei Paesi occidentali hanno visto erodersi le proprie condizioni di vita, sia strettamente in termini di potere d’acquisto, sia in termini di capacità di autodeterminazione, trovandosi sempre più vincolate a una molteplicità di vincoli finanziari, lavorativi, legislativi, tutti motivati dalle esigenze di «razionalizzazione» del sistema.

Le possibilità di trovare nuove aree di profitto all’estero si sono drasticamente ridotte, con il raggiungimento dei suoi limiti da parte del processo di globalizzazione. Questa è la situazione di fronte a cui i grandi detentori di capitale si trovano oggi. Nella loro ottica urge trovare una soluzione. Ma quale?

5. «Una parola paurosa e fascinatrice: guerra!»

Quando, nel canone occidentale, si presentano le guerre mondiali, cioè i due massimi eventi di distruzione bellica della storia umana, si presentano di solito all’insegna di alcuni colpevoli ben definiti: il «nazionalismo» (in particolare tedesco) per la Prima Guerra Mondiale, le «dittature» per la Seconda guerra mondiale. Raramente si riflette sul fatto che questi eventi hanno come epicentro il punto di sviluppo più avanzato del capitalismo mondiale e che la Prima guerra mondiale avviene al picco del primo processo di «globalizzazione capitalistica» della storia.

Senza entrare qui in un’esegesi delle origini della Prima guerra mondiale, è comunque utile ricordare come la fase che la precede e prepara è perfettamente inquadrabile in una cornice che siamo in grado di riconoscere. Dal 1872 circa inizia una fase di stagnazione dell’economia europea. Questa fase dà una spinta decisiva alla ricerca di risorse e forza lavoro all’estero, principalmente nelle forme dell’imperialismo e colonialismo.

Tutti i principali momenti di crisi internazionale che preparano la Prima Guerra Mondiale, come l’incidente di Fashoda (1898), sono tensioni nel confronto internazionale per l’accaparramento di aree di sfruttamento. La prima grande spinta al riarmo nella Germania guglielmina avviene per creare una flotta capace di contestare il dominio dei mari (che è dominio commerciale) dell’Inghilterra.

"Strada di Praga", dipinto di Otto Dix del 1920 che descrive i soldati rimasti mutilati durante la Prima guerra mondiale. Foto di Fred Romero. Licenza CC BY 2.0.
“Strada di Praga”, dipinto di Otto Dix del 1920 che descrive i soldati rimasti mutilati durante la Prima guerra mondiale. Foto di Fred Romero. Licenza CC BY 2.0.

Ma perché mai la guerra dovrebbe rappresentare un orizzonte di soluzione delle crisi generate dal capitale? La risposta è, a questo punto, abbastanza semplice. La guerra rappresenta una soluzione ideale per le crisi da «caduta del tasso di profitto» sotto quattro profili principali.

In primo luogo, la guerra si presenta come una spinta non negoziabile a investimenti massivi, che possono rilanciare un’industria esangue. Grandi commesse pubbliche nel nome del «sacro dovere della difesa» possono riuscire a estrarre le ultime risorse pubblicamente disponibili per riversarle in commesse private.

In secondo luogo, la guerra rappresenta una grande distruzione di risorse materiali, di infrastrutture, di esseri umani. Tutto ciò, che dal punto di vista del comune intelletto umano è una disgrazia, dal punto di vista dell’orizzonte di investimenti è una magnifica prospettiva. Infatti si tratta di un evento che «ricarica l’orologio della storia economica», eliminando quella saturazione delle prospettive di investimento che minaccia l’esistenza stessa del capitalismo. Dopo una grande distruzione si riaprono praterie per investimenti facili, che non hanno bisogno di alcuna innovazione tecnologica: strade, ferrovie, acquedotti, case, e tutto l’indotto di servizi. Non è un caso che da tempo oramai, mentre una guerra è in corso, dall’Iraq all’Ucraina, si assiste a una corsa preliminare all’accaparramento delle commesse per la futura ricostruzione. La più grande distruzione di risorse di tutti i tempi – la Seconda guerra mondiale – fu seguita dal più grande boom economico dalla Rivoluzione industriale.

In terzo luogo, i grandi detentori di capitale, che è capitale finanziario, consolidano comparativamente il loro potere sul resto della società. Il denaro, avendo natura virtuale, rimane intoccato da qualunque grande distruzione materiale (purché non sia un annichilimento planetario).

In quarto e ultimo luogo, la guerra congela e arresta tutti i processi di potenziale rivolta, tutte le manifestazioni di scontento dal basso. La guerra è il meccanismo definitivo, il più potente di tutti, per «disciplinare le masse», ponendole in una condizione di subordinazione da cui non possono uscire, pena l’essere identificati come complici del «nemico».Per tutte queste ragioni l’orizzonte bellico, per quanto al momento lontano dagli umori predominanti nelle popolazioni europee, è una prospettiva da prendere estremamente sul serio. Quando oggi alcuni dicono – ragionevolmente – che non ci sono le premesse culturali e antropologiche perché la società europea si disponga seriamente alla guerra, mi piace ricordare quando – annusando gli umori della massa – Benito Mussolini passò in pochi anni dal pacifismo socialista alla celebre chiusa del suo articolo sul Popolo d’Italia, il 15 novembre del 1914: «Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!».

Di Andrea Zhok, krisis.info

04.04.2025

FONTE: https://krisis.info/it/2025/04/temi/guerra-e-pace/perche-prima-o-poi-il-capitalismo-ha-bisogno-della-guerra/

Commenti (23)

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    1. Martin 6 aprile 2025

      La polemica astratta contro il capitalismo e’ un perdurante by product di marxismo e post marxismo o marxismo culturale stile “scuola” di Francoforte. Non se ne puo’ più, perchè non ha nessun senso, non serve a nulla e non porta a nulla.
      Il capitalismo è il sistema scelto perfino da Russi e Cinesi, dopo l’esponenziale fallimento epocale del socialismo.
      Primo, e’ l’unico sistema possibile e secondo, e’ stato e continua ad essere declinato in versioni profondamente diverse: vedasi, ad esempio, la versione ad altissima tassazione dei profitti ed altissima redistribuzione di GB e Paesi nordici negli anni 60 e 70. Era capitalismo, e ben diverso dalle versioni ultraliberista alla Pinochet, Reagan e Thatcher.
      Oggi qui in Europa siamo in balia di una versione imperiale di capitalismo gestita dalla Commissione UE. Il capitalismo ad alta tassazione e redistribuzione attraverso il welfare che molti vorrebbero – e che resta capitalismo – è stato distrutto dall’invasione migratoria (che lo ha reso insostenibile, vedasi la Francia) e dalle politiche imperiali della Commissione UE: confronto con la Russia per espandersi nell”Est, trasferimenti di centinaia di miliardi all’ Est Europa dal 2004, delirante agenda verde, sottomissione dei Governi nazionali, ormai sotto un regime di autorizzazione preventiva, perfino per spendere i propri soldi.

      La guerra alla Russia cercata e voluta dai Dem USA e dalla Commissione UE non è un “destino immanente del capitalismo” ma una precisa scelta della lobby neoglobalista che continua a governare l’UE e la maggior parte dei Paesi europei. L'UE vuole espandersi nelle ex repubblche sovietiche e in Russia, e la GB sogna apertamente la distruzione della Russia in vari staterelli da sottomettere e sfruttare.

      La novità e’ che a Washington ha vinto un altra scuola di pensiero, non più fondata sul neoglobalismo ma sul bieco unilateralismo, e più che alla Russia si pensa al confronto di lungo termine con la Cina - giustamente .

      Si è quindi aperto un chiaro conflitto anche all’interno dell’ Occidente.
      Francamente non penso che l’attuale Europa e UE orfana di Obama e Biden sia minimamente in grado ne’ di riportare sviluppo e prosperità, nè di difendersi da Trump, perche’ quello su cui punta è la GUERRA ALLA RUSSIA.

      Si tratta di un pericolo enorme e ben presente, rispetto al quale la polemica astratta e ideologica contro il capitalismo vale quanto la “caccia alle farfalle”, ossia una attività tanto oziosa quanto inutile.

      PS Andatevi a fare un giretto in Cina, Giappone, Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore - e tra un po' perfino Kuala Lumpur - e calcolate di quanti decenni qui in Europa siamo indietro a livello tecnologico. Secondo me almeno tre decenni.
      Eh ma noi abbiamo la Commissione UE e il Parlamento Europeo....eh ma la Germania è la patria di Beethoven, Holderlin e Schiller, l'Italia di Dante, Leonardo e Michelangelo....

    1. DrCaligari 5 aprile 2025

      "Il capitalismo ha bisogno della guerra. La guerra ha bisogno di Scurati (e Vito Mancuso, meglio di Lemon Matthau). A Scurati occorrono i guerrieri. I guerrieri dovranno avere culo. Il bisogno del culo sono le feci. Quindi come al solito andrà tutto in M." (cit. I Racconti della KolyKa, o della Kolyma non mi ricordo).In nome del Progresso stiamo fermando il Tempo.

    2. Martin 6 aprile 2025

      Che la maggior parte degli Italiani ormai "conosca" il fascismo più dai pietosi libercoli di Scurati che dai volumi dello storico Renzo De Felice, il maggiore storcio mondiale del fascismo, la dice lunga sul livello infimo nel quale è sprofondata la sinistra italiana.
      Da lancio delle noccioline allo zoo.

    1. sbregaverse 5 aprile 2025

      Quasi tutto buono, caro frate Andrea, ma oggi si respira aria di malignazza atomicuccia tatticuccia (anche tascabiluccia)*.
      PURTROPPO !
      *E non si saprà chi l'avrà tirata (come certe puteolenti in ascensore)

    2. Dario Lampa 5 aprile 2025

      E' probabile con la paranoia che aleggia tra gli infami...

    1. Dario Lampa 5 aprile 2025

      Toh... Qualcun altro se n'è accorto...
      Mi fa piacere....

    1. Martin 5 aprile 2025

      Siamo nel 2025 e marxisti e postmarxisti ancora ragliano al vento. Prima che esistesse il capitalismo, per caso non c'erano guerre? Cerchiamo di non far ridere i polli! Gengis Khan era un capitalista? L'Islam che invase la penisola iberica era capitalista?Aztechi, Incas e Mapuches che schiavizzavano le popolazioni vicine erano capitalisti?
      Ma basta, no?
      L'unica misura che può non eliminare le guerre - che spesso sono state cercate e volute dai popoli che le hanno scatenate, per sopravvivenza o pura brama di potere - ma almeno limitare le guerre e' il controllo sulle elites dominanti al potere. E' esattamente quello che anche in Occidente abbiamo rinunciato a fare, visto che gli USA hanno di fatto tolto al Congresso e conferito al Presidente il potere di dichiararle, e in Europa abbiamo creato un mostro come la Commissione UE, che non risponde a nessuno.
      E dobbiamo ogni giorno anche sentire i beoti che parlano di "superamento dell'unanimità nell UE", in modo da trovarci in una guerra alla Russia su una votazione a maggioranza semplice a Bruxelles, con tanti saluti alle costituzioni ed alle sovranità nazionali.
      E' questo il pericolo reale, non le assurde disquisizioni sul capitalismo.

    2. danone 5 aprile 2025

      Volevo fare un mio commento ma leggendo la tua caxxata rispondo direttamente a te.
      Non hai nemmeno la capacità di accorgerti che ti sei contraddetto.
      Prima scrivi che sono i popoli che scatenano le guerre per sopravvivenza (si certo secoli fa, forse ma forse, non c'eravamo nessuno dei due per poterlo dimostrare con certezza) o per brama di potere (?)..mai vista la brama di potere di un popolo se me la illustri ti ringrazio.
      Poi scrivi giustamente che bisognerebbe riuscire a controllare le elites al potere, senza accorgerti nemmeno che le elites al potere negli ultimi 4 secoli hanno usato le banche e il modello capitalistico per farle le guerre e soprattutto per giustificarle, creando un nemico esterno (il male assoluto) che si incolpa della crisi del capitalismo stesso.
      Zhok ha sostanzialmente fatto una giusta analisi, l'unico punto poco chiaro, ma te lo chiarisco io, è non aver chiarito che ad un certo punto il debito generato strutturalmente nel sistema capitalistico e gli interessi composti sul medesimo, crescono talmente tanto da drenare troppo capitale verso l'estinzione del debito stesso, lasciando poco capitale a disposizione per gli investimenti, capitali insufficienti per alimentare nuovamente la macchina stessa del profitto.
      Il fatto che il capitalismo abbia in se una dinamica che porta alla guerra è lampante come il sole.
      Ad un certo punto per riemergere dalla saturazione dei mercati e dal debito eccessivo, il capitalismo porta alla guerra, che è una distruzione creativa, la chiamano, necessaria per far ripartire gli investimenti e le produzioni.
      Ovviamente per realizzare ciò il capitalismo, ogni volta che collassa, deve avere margini di espansione, per rendere utile la distruzione creativa a cui giunge periodicamente per rigenerarsi dalle sue ceneri e deve inglobare nuovi territori da sfruttare e nuovi schiavi da far lavorare e consumare.
      Oggi però, secondo me, il quadro è diverso dai tempi passati, perchè oggi questa espansione è impossibile, perchè il sistema ha già toccato la sua massima espansione, ovvero la globalizzazione.
      Non esiste una seconda terra per poter espandere il sistema, quindi siamo arrivati al punto critico in cui il capitalismo non può più rigenerarsi in modo utile per chi lo gestisce, anche in presenza di una guerra, o meglio, ci vorrebbe una grande guerra totale globale, ma questo scenario rischia di essere quello definitivo e non quello utile per il capitale, quindi oggi siamo ad un punto in cui le elites al potere sanno che devono cambiare il modello economico.
      Ed ecco che, proposto da altri attori non sospettabili di fare gli stessi interessi dei banchieri occidentali, arriva in soccorso il muti-polarismo, presentato come modello voluto dai Russi e dai Cinesi per fare gli interessi dei popoli del terzo mondo sfruttati fino ad oggi dagli egemoni capitalisti occidentali, ma in realtà, anche dietro al modello multi-polare, è molto probabile che ci sia lo stesso centro di potere occulto che si è giovato negli ultimi secoli del capitalismo e che in futuro non lo può più rigenerare senza arrecare troppo danno anche a loro stessi.
      Ecco perchè secondo me sono tutti burattini in mano ad un unica volontà di potenza, sia i vecchi brutti e cattivi capitalisti occidentali, sia i nuovi eroi senza macchia a favore della sovranità dei popoli, si certo a parole, ma nei fatti è evidente che non è così e sono tutti facce diverse della stessa medaglia infame che schiavizza e degrada le condizioni di vita dei popoli.

    3. sbregaverse 5 aprile 2025

      In chiave ontologica , caro frate, non hai preso in considerazione che l'occulto potente possa essere:
      Shiva di volta in volta costruttore e distruttore oltre ad essere divinità dell'estatica immortalità?!?

    4. sbregaverse 5 aprile 2025

      Il solo modo per eliminare la guerra è eliminare :
      L' EGO.

    5. maghi 5 aprile 2025

      bel sermone. Però la guerra, come diceva Von Clausewitz, è la continuazione della politica con altri mezzi. Il capitalismo non c'entra nulla colla guerra, perchè in politica non ci sono amici o nemici, ma solo interessi. Quindi le guerre sono sempre state fatte e verranno fatte solo, perchè scatenate da interessi e non da sistemi economici. Poi il pressappochismo di questo Zhok è lapalissiano, quando cita i subprime: fare un'analisi senza cercare di analizzare la causa scatenante di una crisi è non dico troppo semplicistico, ma direi da semplicione. Possiamo ringraziare lo scisto americano se il consumismo è potuto andare avanti un'altra decina d'anni, ma il mondo fisico, quello degli interessi, per intenderci, presenta sempre il conto. Era meglio non ci fosse stato, perchè la situazione sociale è peggiorata e ci siamo trovati con più di un altro mld di locuste da soddisfare e qui da noi con qualche altro mln di migranti, che scappano da guerre inesistenti, da accontentare, sennò son guai grossi, ma questi guai più si ingrossano e molto, ma molto probabilmente peggio saranno. Per me questo è un articolo senza senso, perchè non tiene conto della realtà fisica, ma economia e politica sono chiamate scienze senza esserlo, perchè basate su ideologie e le ideologie applicate al mondo fisico possono solo distruggerlo.

    6. danone 5 aprile 2025

      Secondo me hai ancora un pò di confusione, te lo scrivo senza offesa maghi.
      Sostieni che le guerre sono scatenate da precisi interessi, vero, e quale modello economico meglio del capitalismo realizza e ristora al meglio i soliti interessi?
      Non ho scritto il mio commento per difendere zhok e il suo articolo, ma per esprimere quella che ritengo una lettura più lucida di tutte quelle che vedo in giro.
      Se non condividi la mia versione nessun problema, sei libero di farlo.

    7. maghi 5 aprile 2025

      non ho nessuna confusione. Puoi starne certo. Ho solo i piedi per terra. I voli pindarici delle ideologie li lascio agli altri. Capisco che se non ci fosse la fantasia a salvarci, diventeremo tutti dei folli. Quindi comprendo e non condanno certo qualcuno. Il rispetto prima di tutto, come giustamente fai intendere anche tu.

    8. Martin 5 aprile 2025

      Rileggiti la storia delle guerre nel genere umano dal 700 AC ad oggi, incluse quelle su cui la cd "storia" è molto carente, ossia quelle verificatesi nel mondo prima del 700 AC e quelle veriticatesi in Africa e nelle Americhe prima che arrivassero gli Europei. O come Aztechi, Incas, Mapuches e Pellirossa trattavano le tribù conquistate. Dov'era il capitalismo?
      Ma fammi capire, perchè l'Islam invase la penisola iberica? Per estrarre plusvalore?

      O sei di quelli che per esempio fanno finta che lo schiavismo dei Neri sia stato una invenzione di noi Europei? Nell'epoca della spedizione di Leopoldo nel Congo, oltre un terzo del territorio era ancora controllato dalle organizzazioni schiaviste arabo-africane, con decine di migliaia di schiavi, e lo stesso circa la metà dell' Etiopia prima della invasione fascista (che almeno rese la schiavitù illegale).

      Solo qualche esempio per dimostrare che "la storia" falsificata dall'ideologia delle teorie della cd scuola di Francoforte, alla quale l'autore e tu fate riferimento, fa solo ridere i polli.
      E' una totale perdita di tempo cercare di avere un dialogo sensato con chi crede a tali baggianate ideologiche, ed infatti i guardo bene dall'imbarcarmici.

    9. oriundo2006 5 aprile 2025

      Il capitalismo attuale è un sistema votato in sè e per sè e diretto coscientemente all' instabilità: attraverso questa e pilotandola, si arriva al dominio globale.
      Ovvero all' unificazione economica, politica, mentale degli esseri umani su questo povero Pianeta che ci ospita ( e che non ne può più ) attraverso un sistema coattivo senza alternative.
      Il dominio di un sistema satanico sui singoli e sulle formazioni sociali naturali persino prescindendo dall'esistenza del demone maligno.
      In altri segmenti storici passati, altri fattori erano in gioco, tenuto conto che la guerra è sempre piaciuta enormemente sia ai subordinati che ai primi attori, fossero essi condottieri, preti, invasati folli o ciurmatori dei mari.
      Era ed è un modo di nascondere un ampio fallimento esistenziale sia nei singoli che nelle società.
      Una modalità per dimenticare tutto ed il contrario di tutto e prima di tutto per estinguere la propria miserabile vita, nell'avventura militare che si concludeva nel pathos omicida.
      Non era la lotta per la vita a motivare gli eccidi, era il nichilismo verso la propria, la sua inutilità, la sua mancanza di prospettive agibili e buone, l' assenza di amore e di gioia, quell'amore e quella gioia che sono inscritti nel nostro patrimonio genetico da sempre: in sua assenza semplicemente non possiamo vivere.
      E' il legame fondativo della nostra presenza sulla terra: amore e gioia e chiarezza intellettuale e amicizia e bene in tutte le sue forme: in una parola, in un concetto, il riconoscimento del nostro valore come uomini ed il valore dei legami che riusciamo ad instaurare fra di noi: non c'è 'lotta per il riconoscimento' in una società 'naturale' ma solo in una disumana e satanica.
      Dunque ci diamo la morte vicendevolmente e disperatamente e 'onorevolmente' perchè viviamo male, assai male, senza speranza di poter cambiare alcunchè con le nostre forze, impotenti e negletti e disprezzati da un sistema oramai 'automatico', guidato da istanze distruttive che non conosciamo di persona ma che sappiamo benissimo votate ad escluderci progressivamente da tutto.
      Ad eliminarci.
      Oggi e non ieri questa disperazione ha assunto APPOSTA dimensioni totalizzanti e la guerra viene subdolamente proposta come sempiterno antidoto alla disperazione sociale ed individuale: un lavoro sporco che ci viene chiesto nel nostro mendace ed abietto 'interesse'.
      Una via di fuga accetta in un sistema TINA nel cui nome tutto viene a consentirsi, tutto quello che in tempo di pace queste nostre società assurde castigano e vietano persino nelle cose più innocenti.
      L' abbiamo visto nel Covid, lo vediamo ogni giorno sempre di più: sorvegliano, castigano, puniscono e così governano distruggendo ogni significato alla vita individuale libera ( nella ragionevolezza ) e felice ( nei suoi limiti ).
      No alla guerra significa NO a questo sistema.

    10. danone 5 aprile 2025

      Sei fuori come un balcone se pensi che tutto quello che hai scritto sia stato voluto e deciso dai popoli in questione e non dalle elites al potere che li controllavano, sei messo male male caro mio.
      La scuola di francoforte? ah ah
      ma fammi il piacere, sono abituato ad usare i neuroni in mia dotazione non quelli di altri.

    11. danone 5 aprile 2025

      vedi maghi, a me interessa essere smentito da chi la pensa diversamente da me, il problema però è che non è smentibile quello che ho scritto ne su questo articolo ne su quello precedente.
      Se vuoi smentirmi fallo, così che io possa ribattere nuovamente nel confronto, ma se mi rispondete che avete i piedi per terra e che non fate voli pindarici ve la cantate e suonate da soli a parer mio.
      Smentisci ciò che ho scritto con una tesi diversa, se no le chiacchiere di fantasia le fai tu non io.

    12. maghi 5 aprile 2025

      ognuno vive nel suo mondo. Basta che stiamo bene entrambi ognuno nel suo. Buonanotte.

    13. DrCaligari 5 aprile 2025

      E' chiaro come il sole che siamo tutti governati da un nucleo egemone che si auto-definisce nuovo ordine mondiale (più che dircelo _e ce l'han detto_ che cosa possono fare, ripetercelo?) su questo concordo con te. Quello che dice maghi non è sbagliato perché è vero che storicamente ci sono state molte guerre scatenate da meri interessi contrapposti. Ma da trenta o quaranta anni a questa parte assistiamo a una centralizzazione direttiva pressoché totale delle guerre in corso, in linea con quanto sopra del resto. L'economia invece è come il clima: troppo importante per essere lasciata a se stessa con le sue infinite variabili, quindi viene in realtà prestidigitizzata e anche se possiede principi intrinseci suoi possono essere gestiti a piacimento. Qualcun altro diceva la violenza insita nel genere umano in senso fullmetaljacckettiano, si anche questo è un fattore certo. Poi c'è sbregaverse che tira in ballo niente di meno che shiva e allora io lo accompagno con Dioniso. Chè quei due li oh, culo e camicia quando c'è da far baldoria "in senso propedeutico" alla futura nuova creazione. Però non dimentichiamoci che chi contribuisce oggi a guerrafondare lo porterà poi per sempre il marchio di avere guerrafondato.

    14. Moderatore 6 aprile 2025

      La invitiamo ad usare toni consoni nei confronti del suo interlocutore.
      La ringraziamo della collaborazione.

    15. Moderatore 6 aprile 2025

      La invitiamo a mantenere toni consoni nei confronti del suo interlocutore.
      La ringraziamo della collaborazione.

    16. Martin 6 aprile 2025

      La polemica astratta contro il capitalismo e' un perdurante by product di marxismo e post marxismo o marxismo culturale stile "scuola" di Francoforte. Non se ne puo' più, perchè non ha nessun senso, non serve a nulla e non porta a nulla.
      Il capitalismo è il sistema scelto perfino da Russi e Cinesi, dopo l'esponenziale fallimento epocale del socialismo.
      Primo, e' l'unico sistema possibile e secondo, e' stato e continua ad essere declinato in versioni profondamente diverse: vedasi, ad esempio, la versione ad altissima tassazione dei profitti ed altissima redistribuzione di GB e Paesi nordici negli anni 60 e 70, Era capitalismo, e ben diverso dalle versioni ultraliberista alla Pinochet, Reagan e Thatcher.

      Oggi qui in Europa siamo in balia di una versione imperiale di capitalismo gestita dalla Commissione UE. Il capitalismo ad alta tassazione e redistribuzione attraverso il welfare che molti vorrebbero - e che resta capitalismo - è stato distrutto dall'invasione migratoria e dalle politiche imperiali della Commissione UE: confronto con la Russia per espandersi nell''Est, trasferimenti di miliardi all' Est Europa dal 2004, delirante agenda verde, sottomissione dei Governi nazionali, ormai sotto un regime di autorizzazione preventiva, perfino per spendere i propri soldi.

      La guerra alla Russia cercata e voluta dai Dem USA e dalla Commissione UE non è un "destino immanente del capitalismo" ma una precisa scelta della lobby neoglobalista che continua a governare l'UE e la maggior parte dei Paesi europei.

      La novità e' che a Washington ha vinto un altra scuola di pensiero, non più fondata sul neoglobalismo ma sul bieco unilateralismo. Si è quindi aperto un chiaro conflitto anche all'interno dell' Occidente.
      Francamente non penso che l'attuale Europa e UE orfana di Obama e Biden sia minimamente in grado ne' di riportare sviluppo e prosperità, nè di difendersi da Trump, perche' quello su cui punta è la GUERRA ALLA RUSSIA.

      Si tratta di un pericolo enorme e ben presente, rispetto al quale la polemica contro il capitalismo vale quanto la "caccia alle farfalle", ossia una attività tanto oziosa quanto inutile.

    17. absitiniuriaverbis 7 aprile 2025

      Le farfalle sentitamente ringraziano.

      Resta comunque almeno una considerazione in merito alla distribuzione disuniforme delle risorse da cui la necessità di disporne per utilizzarle o controllarle.
      E gli umani sono quelli che sono.
      Intanto le giornate si allungano e le famose 24 ore trumpiane appaiono lunghe come mesi...ma non è l'effetto del cambiamento climatico.
      Mi sembra che, tuttavia, se la Russia volesse attaccare la malconcia EU lo potrebbe fare prima che la malconcia possa riarmarsi. Elementare direi anche se c'è chi abbocca e propaganda la storiella della Russia rapace.

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