Di Alfredo Jalife Rahme, noticiasholisticas.com.ar
Il libro del 2005 Come i deboli vincono le guerre: teoria del conflitto asimmetrico, dell’accademico dell’Università di Chicago ed ex analista dell’intelligence militare Ivan Arreguin-Toft, sembra costituire il manuale di riferimento del governo iraniano, aggredito dalla superpotenza nucleare USA e dalla media potenza nucleare Israele – che gode della deliberata complicità del filosionista argentino Rafael Grossi, screditato direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, il quale chiude un occhio sugli arsenali clandestini di Netanyahu, che elude l’ispezione dell’ONU e la sua firma del Trattato di Non Proliferazione che gli Stati Uniti esigono in modo asimmetrico e iniquo dall’Iran.
Nel V secolo a.C., gli onnipotenti inviati ateniesi – nel celebre Dialogo dei Meli narrato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso – pretendevano la capitolazione dell’isola di Melos con la formulazione dell’iperrealismo politico: «I forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono».
Netanyahu e Trump, 2.455 anni dopo!, hanno intimato la stessa capitolazione perentoria agli iraniani.
Nel suo notevole libro, Arreguin-Toft sostiene in modo persuasivo che le “guerre asimmetriche” dipendono dall’interazione tra le rispettive strategie del forte e del debole, più che dal potere materiale crudo e brutale.
A giudizio di Arreguin-Toft, quando il forte e il debole utilizzano strategie simili, di solito vince il primo, mentre quando utilizzano strategie opposte aumentano le probabilità di una vittoria del debole, poiché il debole vince quando ribalta la superiorità del forte a suo svantaggio politico, cosa che la Repubblica Islamica dell’Iran ha attuato alla lettera: «La probabilità di vittoria o sconfitta nei conflitti asimmetrici dipende dall’interazione delle strategie utilizzate dagli attori deboli e forti», poiché «quando gli attori impiegano approcci strategici opposti, i deboli hanno molte più probabilità di vincere».
Arreguin-Toft analizza 197 conflitti asimmetrici e sostiene che i forti vincono fino al 75% dei casi in generale (quando i deboli combattono frontalmente contro i forti), mentre, dalla Seconda Guerra Mondiale, i deboli ottengono vittorie superiori al 50% quando optano per tattiche opposte.
Si concentra su vari esempi dal 1800 che avvalorano la sua tesi e che vanno dalla guerra del Vietnam all’Afghanistan, ma che, a mio giudizio, oggi non sono più applicabili.
Il debole vince le guerre non perché sia più potente, ma perché riesce a rendere il potere del forte politicamente disfunzionale, strategicamente costoso e vulnerabile al logoramento.
In altre parole, la metastasi dell’impatto geoeconomico/geofinanziario della chiusura dello Stretto di Hormuz ha intrappolato gli Stati Uniti e, per estensione, l’Occidente nella sua fase di declino – secondo il notevole libro La sconfitta dell’Occidente del francese Emmanuel Todd di due anni fa –, come ha giustamente sottolineato il presidente Xi di fronte al suo ospite Trump, il quale si è limitato ad annuire senza smettere di attribuire la colpa del declino degli Stati Uniti alla coppia Obama/Biden.
Dopo il rovesciamento illegittimo del primo ministro sovranista iraniano Mohammad Mossadegh, 75 anni fa, passando per la rivoluzione islamica nazionalista di 47 anni fa, propongo il teorema più olistico in quattro punti:
1.- La straordinaria capacità di resistenza
2.- I suoi missili ipersonici non rilevabili che né gli Stati Uniti né Israele possiedono;
3.- La geniale mossa strategica della chiusura dello Stretto di Hormuz: giugulare geoeconomica/geofinanziaria di Trump;
4.- La sua prodigiosa istruzione scientifica pubblica con i primi posti nella classifica STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).
Amen.
Di Alfredo Jalife Rahme, noticiasholisticas.com.ar
31.05.2026
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Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org
maghi 5 giugno 2026
mettiamoci pure l'appoggio Cina Russia e avremo una situazione vietcong.