Perché l’hai fatto?

Perché l’hai fatto?

Di Vittoria per ComeDonChisciotte.org

Non c'è nulla di più inquietante di un’azione che non può essere giustificata. Franz Kafka (da Il processo)

Cosa spinge un uomo a compiere atti illeciti o ad adottare comportamenti lesivi anche per sé stesso?

Tutti noi, in un determinato momento dell’esistenza, possiamo trovarci di fronte a decisioni che mettono alla prova la nostra integrità morale. Spesso un atto apparentemente innocente può trasformarsi in una giustificazione capace di rivelare la vulnerabilità dei nostri principi più profondi. La linea di demarcazione tra ciò che è ‘giusto’ e ciò che è ‘sbagliato’ non è sempre netta: la psicologia ci insegna che le ragioni che spingono un individuo a compiere atti devianti sono intrinseche alla natura stessa dell’essere umano. Uno sguardo onesto e privo di pregiudizi potrebbe mostrarci come la devianza non sia un tratto esclusivo di chi è condannato dalla società, ma si nasconda dietro comportamenti quotidiani che tutti, più o meno consapevolmente, mettiamo in atto.

Devianti si nasce o si diventa?

Secondo lo studioso Albert Bandura (Social Learning Theory, 1977), le leggi morali vengono acquisite all’interno del contesto familiare o sociale di appartenenza e gradualmente introiettate diventando quelli che lui chiama standard morali interni, un insieme di principi interiori che la persona utilizza per valutare la propria condotta morale. Anche per Sutherland (Principles of Criminology, 1939) il comportamento immorale viene appreso mediante un’interazione con l’ambiente, attraverso un processo di apprendimento del crimine. Le persone acquisiscono le tecniche, i motivi e le giustificazioni per il crimine attraverso l'associazione con individui che già praticano comportamenti devianti. In concordanza con i due ricercatori, Parson (The Social System, 1951) propone un’interessante lettura: la socializzazione è legata al processo di apprendimento dei ruoli e la devianza è vista come una patologia sociale dovuta a un difetto di apprendimento.

Sembrerebbe che l’ambiente sia il fattore principale nella costruzione di un processo decisionale non etico e che certi individui subiscano una vera e propria “educazione all’immoralità”.

Perché allora ci sono persone più inclini a tradire e a tradirsi di altre che appartengono allo stesso contesto sociale?

Un’ipotesi è che esista una dimensione morale innata, rispetto alla quale gli individui calibrano le proprie azioni. Solo coloro che la possiedono debolmente sono spinti a fare maggior affidamento a leggi esterne che, nel caso del delinquente, derivano strettamente dal contesto a cui è maggiormente legato. Tanto più il contesto è deviante e quanto più il legame con gli altri componenti del gruppo è forte, tanto più la persona priva di forza morale potrà esserne condizionata.

A sostegno dell’idea di una componente genetica determinante nel processo decisionale morale, lo psicologo Martin Hoffman ha elaborato una teoria sulla predisposizione biologica all’empatia. Secondo il teorico, la morale non è un semplice costrutto appreso, ma possiede radici biologiche ed è in stretta correlazione con la capacità di provare empatia, che si sviluppa già dai primi mesi di vita.

Forse una lettura più completa ce la può dare l’epigenetica, suggerendoci che ambiente e predisposizione genetica non sono mutuamente esclusivi, ma lavorano all’unisono: il contesto influenza l’espressione dei nostri geni e, di conseguenza, il nostro comportamento (che a sua volta ha il potenziale di riplasmare il contesto).

Quando è il giudizio a governare

Ogni volta che adottiamo decisioni moralmente ambigue o compiamo atti illeciti, si innesca un processo di valutazione interiore che porta a un giudizio critico sulla nostra condotta. I meccanismi che governano le giustificazioni di comportamenti eticamente discutibili sono gli stessi che operano nella mente di un criminale, sebbene in ciascuno di noi si manifestino con gradazioni e intensità differenti. In questo contesto, la dissonanza cognitiva svolge un ruolo determinante nel generare il bisogno di giustificazioni: la mente è per sua natura costantemente tesa alla ricerca di una coerenza tra i pensieri e le azioni. L’incoerenza crea disagio e confusione. Ecco perché quando due credenze risultano incompatibili, il nostro primo impulso è quello di elaborare una scusa che possa armonizzarle, razionalizzando il nostro comportamento in modo tale da convincerci che esso non solo sia giustificabile, ma addirittura necessario.

Come facciamo del male continuando a vivere bene

Lo dicono tutti: l’uomo è un animale sociale. E così, per vivere in società, talvolta ci viene chiesto di scendere a compromessi con la nostra natura. Fino a che punto siamo disposti a cedere?

Disimpegno Morale, il noto saggio di Bandura del 1967, ci insegna quali meccanismi si attivano quando vogliamo “salvare la faccia” una volta colti sul fatto.

Ci sono espedienti che riguardano la giustificazione delle azioni, come quando un dirigente di una multinazionale approva un progetto con gravi implicazioni ambientali, motivando la sua decisione dicendo che “l’impianto segue politiche green” (quando green in questo caso è un ossimoro). Facendo questo, sposta parte della responsabilità sul comparto tecnico dell’azienda e sugli azionisti che hanno fatto pressione per massimizzare i guadagni, rendendo più facile per lui accettare la decisione. Il politico che approva il progetto, inoltre, potrebbe anch’egli distanziarsi dalla responsabilità, attribuendo il danno ambientale non a sé stesso, ma alla multinazionale. Non solo: la sua decisione potrebbe apparire addirittura virtuosa, considerando l'eventuale impatto positivo dell'opera sull'economia locale.

Un altro meccanismo è quello capace di ridimensionare la gravità dell’azione. Esso si declina spesso edulcorando le parole, chiamando ‘missioni di pace’ gli interventi militari e ‘razionalizzazione del capitale umano’ i licenziamenti, oppure consolandosi dal fatto che “così fan tutti”.

In ultima analisi, il processo di rivalutazione della vittima riduce l'umanità della persona colpita, come nel caso di violenze contro gruppi minoritari, dove gli aggressori giustificano i loro atti dicendo che le vittime sono inferiori o meno meritevoli di rispetto. Altrimenti, attribuisce alla vittima la responsabilità per il danno subito, come nel caso di un bullo che giustifica la propria aggressione dicendo che la vittima "se l’è cercata".

Sarà facile per il lettore trovare altri riferimenti nei fatti di attualità e lascio a lui l’onore di unire i puntini.

Questi meccanismi consentono alle persone di compiere azioni dannose senza compromettere la propria immagine di sé come individui morali. Bandura ha sottolineato che, soprattutto in contesti di gruppo, l’uso di questi meccanismi può rendere più facile l’adozione di comportamenti immorali, facilitando la diffusione di atti dannosi.

Come neutralizziamo le nostre azioni

Diversi sociologi affermano che l’essere umano tende a considerarsi moralmente superiore a quanto non risulti in realtà. La verità è che non ci basta scrollarci di dosso l’etichetta di ‘colpevole’ attribuita dagli altri: abbiamo bisogno anche di autoassolverci. Questo è fondamentale per allontanare potenziali minacce alla nostra autostima e alla nostra integrità psico-fisica.

Per Mazar (2008) le persone si comportano abbastanza disonestamente da trarre profitto, ma tanto onestamente quanto sia necessario per ingannare sé stesse della propria integrità.

I sociologi Matza e Sykes (Techniques of Neutralization: A Theory of Delinquency, 1957) hanno esplorato come i delinquenti giustificano a livello interno i propri comportamenti devianti.

Gli strumenti utilizzati per raggiungere questo scopo sono diversi e riassunti dai due ricercatori nelle cosiddette tecniche di neutralizzazione. La neutralizzazione è il processo mediante il quale un atto deviante risulta accettabile alla propria coscienza perché convertito in semplice azione.

La prima di queste tecniche è la negazione della responsabilità del gesto: l’autore dell’atto può attribuire la colpa ad un altro soggetto (si ricordi il tristemente famoso “Ho solo obbedito agli ordini”) o alla collettività, affermando cioè di aver agito solo per conformarsi a una consuetudine sociale (“Chi non lo fa?”).

Un’altra tecnica consiste nel negare il danno stesso, minimizzando gli effetti negativi dell’azione (“Mica ho ucciso qualcuno!”) o disconoscendoli in toto (“Rubare ai ricchi non è peccato”).

In alcuni casi l’individuo può negare la volontà della vittima (“Diceva no, ma intendeva sì”) o la vittima stessa (“Era un dittatore!”) oppure ancora mettere in discussione il giudizio altrui, accusando colui che lo critica ("Da quale pulpito!") per distogliere l’attenzione dalla propria azione.

Ci si può infine appellare ad un bene superiore, quando ci si pone di fronte a un obiettivo ritenuto tanto importante da legittimare l'azione compiuta, come nel caso di chi afferma "Ho dovuto licenziarli per il futuro dell'azienda" o "L’ho fatto per il suo bene".

I due studiosi hanno sottolineato come il processo di neutralizzazione non sia confinato alla realtà criminale, ma appartenga all’universale dell’umano e possa essere utilizzato ogni qualvolta sia necessario giustificare un comportamento altrimenti visto come inaccettabile. Davis (1961), in aggiunta, ha osservato come gli individui non attuino una vera e propria giustificazione delle proprie azioni (atto che presupporrebbe una certa consapevolezza), bensì delle semplici verbalizzazioni. Per Matza e Sykes esse precedono l’atto deviante e lo autorizzano; per Hirshi (1969) sono piuttosto dei costrutti ex post, utili per autorizzare sé stessi nel compiere azioni nocive successive.

Ci corrompiamo piano piano?

Se la trasgressione delle norme morali comporta un rischio per il suo equilibrio interno e per il suo legame con il contesto sociale, cosa porta una persona a scendere a compromessi con la propria integrità?

Potremmo ipotizzare che il punto di partenza sia una trasgressione di lieve entità, una mancanza di sensibilità poco evidente ma sufficiente a delineare una “linea di fondo” morale. Da quel momento in poi, ogni volta che l’individuo si troverà in contesti simili, l’impulso a tradire sé stesso si farà strada più facilmente, recuperando schemi già adottati.

Il passo successivo, non scontato ma possibile, sarà a quel punto più semplice: il desiderio di ottenere vantaggi personali o sociali potrà diventare predominante sulla sua fermezza interiore, ormai già lievemente intaccata come una tazzina sbeccata, non più tanto preziosa da essere usata solo nelle occasioni speciali. Sarà ormai disposto ad abbassare, seppur impercettibilmente, il suo standard morale, allentando progressivamente i vincoli che fino ad allora lo avevano governato. In questa pericolosa caduta si potrà assistere alla famosa fine della rana bollita, dove il povero animale sacrificato non sarà altro che la sua coscienza.

Logicamente, non per tutti questa forza annichilente porterà al disfacimento dei loro valori etici e all’etichetta di “deviante”. Tuttavia molti, nel loro piccolo, si saranno trovati ad accettare compromessi nel corso della loro vita, fosse solo una bugia a fin di bene o il non rispettare una promessa fatta. Che peso avranno queste mancanze sulle loro azioni future?

Una società schizofrenica

Un interessante contributo che ci aiuta a formulare ipotesi sul perché cediamo a imperativi immorali sono gli studi di Gregory Bateson sul doppio legame (Steps to an Ecology of Mind, 1972). Si verifica un doppio legame quando un individuo si ritrova intrappolato in una comunicazione ambigua e paradossale, in cui vengono dati due messaggi contraddittori, impossibili da soddisfare contemporaneamente (un esempio tipico è l’imperativo “Sii spontaneo!”, dove l’ordine stesso impone una forma di controllo sulla propria azione). Questa dinamica è portatrice di confusione e ansia, perché chi vi si trova coinvolto è costretto a fare una scelta tra opzioni che lo mettono sempre in una posizione di conflitto. Il fenomeno, nella sua origine, è stato utilizzato per spiegare, tra le altre cose, disturbi psicologici come la schizofrenia, dove la alternante esperienza di contraddizione emotiva e cognitiva può avere effetti devastanti sulla psiche di un individuo.

Nell’era contemporanea, così schizofrenica nella sua esteriorizzazione, il doppio legame è un leit motiv: un esempio tipico è il fatto che per goderti la vita hai bisogno di soldi, ma se per guadagnare lavori tutto il giorno non hai tempo per goderti la vita. Le pubblicità, poi, sono maestre nell’innescare doppi legami (si veda il dissacrante “Essere il migliore non è mai stato così facile!”). La società così com’è costruita, con le sue contraddizioni e le sue richieste insoddisfabili, porta strutturalmente a quotidiani cortocircuiti. E se fosse questa forma comunicativa così diffusa ad abituare l’uomo moderno ad abdicare alle richieste della logica, arrendendosi, stremato, di fronte a tante, troppe richieste discordanti?

L’abitudine a gestire doppi legami è anche capace di indebolire i propri cardini morali?

Per Pareto qualsiasi forma di comportamento umano comporta una razionalizzazione. È plausibile supporre allora che il ricorso a continue verbalizzazioni interne possa essere d’ausilio sia per uscire dall’impasse di richieste comunicative paradossali, che per far tacere una voce interiore che può apparire giudicante.

Tutti i meccanismi di difesa dell’Io e di neutralizzazione sono interconnessi e lavorano per proteggere l’individuo, seppur talvolta in modo socialmente disfunzionale, da un mondo troppo complesso. Quando le circostanze creano conflitti interni difficili da risolvere, questi processi fungono da salvavita, porgendo però il fianco a coloro che, da questa confusione, possono trarre grande vantaggio.

Di Vittoria per ComeDonChisciotte.org

31.01.2025

BIBLIOGRAFIA

Albert Bandura - Social Learning Theory (1977)

Edwin H. Sutherland - Principles of Criminology (1939)

Talcott Parsons - The Social System (1951)

Martin Hoffman - Empathy and Moral Development: Implications for Caring and Justice (2000)

Albert Bandura - Disimpegno Morale (1967)

Mazar et al. - The Dishonesty of Honest People: A Theory of Self-Concept Maintenance (2008)

David Matza e Gresham Sykes - Techniques of Neutralization: A Theory of Delinquency (1957)

David Davis - Deviance and Respectability: The Social Construction of Moral Meanings (1961)

Travis Hirschi - Causes of Delinquency (1969)

Gregory Bateson - Steps to an Ecology of Mind (1972)

Vilfredo Pareto - Trattato di Sociologia Generale (1917)

Commenti (39)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 39 caricati
    1. Nonso 1 febbraio 2025

      Ragazzi, ci stiamo girando attorno senza centrare il fulcro:

      sopra la 4^ esistono solo i "Sì, mamma!"

    2. sbregaverse 1 febbraio 2025

      Già sopra la terza , esiste il pericolo che, in effetti, sia affetto, non amore.

    3. Nonso 2 febbraio 2025

      E gli occchi non l'ardiscon di guardare... à Dante, ma vaffan...

    1. emilyever 1 febbraio 2025

      Ma una volta non c'era la coscienza a dirci che cosa fosse bene e male?E non era nè qualcosa di puramente razionale, nè filosofico, ma spirituale. Per me c'è ancora, chiamatela consapevolezza di sè o come volete

    2. Nonso 1 febbraio 2025

      Emily, chi ti mantiene?

    3. sbregaverse 1 febbraio 2025

      Ecco, a caso, una sora con la quale condividerei il camper{ e non solo il camper }.

    4. emilyever 1 febbraio 2025

      l'Inps, sono una pensionata, perchè?

    5. Nonso 1 febbraio 2025

      Potevi dirlo prima che ti garbano le attempate, così da spiegare il perché del tuo indiscutibile successo

    6. Nonso 1 febbraio 2025

      Portati molto bene, mi scuso per aver frainteso il motivo del suo tempo libero strabordante

    7. emilyever 1 febbraio 2025

      Il mio tempo libero strabordante? boh, per qualche post ogni tanto...va beh, brutta deriva in questo sito ultimamente. Proviamo che aria tira in camper

    8. Nonso 1 febbraio 2025

      No dai, ogni scusa è buona per infangare il sito. Nonso è un'entità che combatte da sola, risponde Nonso delle cose che dice Nonso.

      Per esempio: "emilyever è menzogna e si sta suicidando" è una frase di cui Nonso è l'unico responsabile.

    1. Nonso 31 gennaio 2025

      "Sii spontaneo" è un'esortazione ridicola almeno quanto ridicola è l'affermazione "la sincerità non è sempre una virtù".

      https://comedonchisciotte.org/la-sincerita-non-e-sempre-una-virtu/

    2. uomospeciale 31 gennaio 2025

      io sono per la sincerità senza brutalità e accanimento.

    3. Nonso 31 gennaio 2025

      Io sono per la consapevolezza, che è capace di spiegare una verità anche attraverso l'eventuale menzogna.

    4. sbregaverse 31 gennaio 2025

      IO SONO (Cfr.: IO SONO)

    5. Nonso 31 gennaio 2025

      Io no

    1. maghi 31 gennaio 2025

      Perchè l'hai fatto? E' quello che chiese Dio ad Adamo nel Paradiso terrestre. Aristotele, La Bibbia nel libro dei Proverbi e la Chiesa orientale, nella persona di Evagrio Pontico, stesero l'elenco dei sette vizi capitali, che sono le tendenze maligne dell'animo umano. Sono dette appunto capitali, perchè poi causano le azioni malvagie, dette peccati. Le tendenze non sono azioni malvagie e, se vengono combattute dalla buona volontà, spesso l'uomo riesce a evitare di fare azioni maligne, cioè i peccati. Ovviamente, essendo il maligno un essere spirituale, riesce con la tentazione diretta o tramite gli uomini satana, ossia quelli che fanno la volontà satanica, a trarre anche gli uomini più buoni a sbagliare e a commettere azioni cattive o peccati.
      Anche il santo, si dice, che pecchi sette volte al giorno, quindi non c'è da scoraggiarsi. L'importante è non perdere la fiducia in Dio, che, se vede nell'anima, la fede e la capacità di pentimento, corre in aiuto degli uomini di buona volontà per dar loro la pace e una vita degna di essere vissuta. Dio vede e provvede.

    2. A.P. 31 gennaio 2025

      Quindi la perfezione divina ha creato un essere imperfetto dedito anche al peccato. Allora ritengo che la definizione di perfezione è scorretta e dobbiamo trovare un nuovo vocabolo che la definisca. Capisco.
      Secondo Spinoza, Dio è l'essere perfettissimo assolutamente increato e tutto ciò che contamina con la sua esistenza non sono altro che attributi e affezioni. Oltre a questa speculazione umana credo non si riesca ragionevolmente andare, per questo Spinoza ha redatto un etica che tenesse conto di questa difficilmente contestabile riflessione. Dio non vede e non provvede perché semplicemente già tutto è posto; ed per questo che essendo già tutto posto, cioè che noi non possiamo conoscerne escatologicamente le determinazioni (chiamiamole così per semplificare), divine, è necessario che gli umani si pongano eticamente gli uni di fronte agli altri. L'etica è una necessità umana e che già dai tempi di Parmenide se ne era compresa la ragione per una condivisione sociale del bene pubblico prodotto dal lavoro. Parmenide non era ovviamente un marxista ante litteram, ma era consapevole che la ricchezza della società nel suo complesso, nella sua totalità, era basata sull'equilibrio tra la sfera mondana e quella spirituale, cioè in maniera etica come noi diciamo appunto oggi. Dio non c'entra nulla, è totalmente al di fuori dalla disputa; si, sono tutti cazzi nostri, dobbiamo darci una mossa, come sempre d'altronde. Heidegger invoca un Dio per la nostra salvezza, Anders commenta che l'uomo è antiquato, Kosik parla di pseudoconcretezza; sintetizzando tutto ciò possiamo ragionevolmente dire che la salvezza passa attraverso la ragionevole riflessione che: Dio è posto e non può nulla, l'uomo è antiquato in quando ha smesso di credere nella sua potenzialità e che per uscire dalla sordida caverna platonica occorre svelare il mondo della pseudoconcretezza.

    3. sbregaverse 31 gennaio 2025

      Theòs anaìtios.
      Ma mica tutti sono d'accordo con Platone
      { fra i tanti : io per esempio}.

    4. maghi 31 gennaio 2025

      senti, a me non interessano le speculazioni intellettuali, teologiche o filosofiche, tanto i filosofi nel loro insieme dopo aver fuso i loro neuroni a malapena si sono messi d'accordo sull'esistenza di Dio. Il mio è un discorso spirituale. So che piace a pochi, ma l'ho dovuto fare per quei pochi, tra i quali non sei tu, almeno mi pare. Inutile continuare il discorso, tanto abbiamo sentimenti troppo diversi. Ovviamente niente di personale, ma ormai ho più di 70 anni e so che è inutile perdere tempo in discorsi in un argomento come Dio, dove ognuno ha il suo sentire. Letteralmente se non si ha lo stesso sentire, non si può andare d'accordo in un argomento come questo. Ti auguro una buona serata.

    5. maghi 31 gennaio 2025

      parla come mangi. Non era meglio dire semplicemente: grazie a Dio?

    6. sbregaverse 31 gennaio 2025

      GNAM GNAM (onomatopeico) NON faccio prosa la mia è poesia.

    7. Nonso 31 gennaio 2025

      E Po sia

    8. maghi 31 gennaio 2025

      un altro poeta mancato. Peccato. L'Italia avrebbe bisogno di poeti, che non son più.

    9. absitiniuriaverbis 1 febbraio 2025

      Classe 1949:presente.

      La frase "Dio vede e provvede" può essere confutata su più livelli: filosofico, logico, scientifico e morale.
      Se ti va entriamo nel dettaglio.
      Ma devi lasciare da parte, entrando nel dettaglio, la fede: quindi se non lo puoi o vuoi fare non c'è problema.
      As ognuno il suo.

    10. maghi 1 febbraio 2025

      mi pareva di essere stato chiaro sopra.

    11. absitiniuriaverbis 1 febbraio 2025

      Su che cosa sei stato chiaro?
      Io ho commentato solo il tuo ultimo capoverso.
      Avrei dovuto commentare anche il capoverso precedente che parte con 'importante etc' ? Sono sempre in tempo.
      Io ci sono.

    12. sbregaverse 1 febbraio 2025

      Non ti curi di leggere con attenzione gli interventi .
      Nella fattispecie per le tue lacune puoi sempre farti aiutare.

    13. maghi 1 febbraio 2025

      ha parlato il saputello. Mi ricordo che i primi della classe erano i più odiati, bistrattati e spesso anche malmenati, ma si vede che a te questo trattamento non è toccato. Buon per te.

    14. sbregaverse 1 febbraio 2025

      Ci azzuffavamo fin dai tempi del grande Blondet aperto, col quale concordavo al 96% ma quel 4% faticavo digerire.
      Pax frate Pax.

    15. Nonso 1 febbraio 2025

      Gli è toccato, perché appunto meritevole.

    16. BrunoWald 2 febbraio 2025

      A confutarla basterebbe il numero enorme di bambini che soffrono e muoiono in tutto il mondo, vittime di autentici mostri e/o di condizioni di vita subumane.

      L'orrore che ci circonda, e che spesso scegliamo di non vedere, non so se per codardia o per un istinto di legittima difesa del nostro equilibrio mentale, nega perentoriamente l'esistenza di una qualche "Divina Provvidenza": ma poiché anche questa idea consolatoria serve a proteggere quelle coscienze che non riescono a sostenere la vista del caos, in genere mi astengo dalle polemiche.

    17. absitiniuriaverbis 2 febbraio 2025

      A confutarla basterebbe il numero enorme di bambini che soffrono e muoiono in tutto il mondo, vittime di autentici mostri e/o di condizioni di vita subumane.

      ... senza dimenticare quelli che muoiono di malattie quali leucemia e cancro....

    1. uomospeciale 31 gennaio 2025

      Io credo che la tendenza a violare le regole e al crimine sia in tutto o gran parte innata e che solo la disciplina e l'educazione severe nella prima infanzia e nell'adolescenza possano correggere le cose.
      Sono le regole del dovere, del sacrificio e della disciplina, a trasformarci in esseri umani per rendersene conto all'istante basta guardare come si comportano quelli che non ce li hanno, in pratica sono delle scimmie che si tirano la cacca..
      Credo anche che certe etnie siano geneticamente molto più predisposte alla violenza e alla sopraffazione e che l'unica difesa da certe belve sarebbe stato l'evitare per tempo e con qualsiasi mezzo, di mescolarci con loro.
      Se necessario anche blindando con l'esercito tutti i confini della nazione e sparando a vista su chiunque cerchi di entrare non invitato.
      Ma ormai è troppo tardi.

    2. A.P. 31 gennaio 2025

      Quali etnie, di grazia, sarebbero più disposte geneticamente alla violenza e alla sopraffazione? Ho l'impressione che tu sia una persona che provenga dall'america del sud o dall'africa.

    3. danone 31 gennaio 2025

      Ti sbagli della grossa uomospeciale.
      Non ci sono etnie migliori di altre, ma al massimo individui migliori di altri, ma non per nascita, ma perchè hanno fatto un lavoro interiore su loro stessi e gli altri no.
      Possiamo considerare certamente più fortunati quest'ultimi nei confronti di chi non ha nemmeno immaginato che si poteva lavorare con se stessi in un certo modo, ma qui si apre l'eterna domanda, chi si merita la felicità o la serenità in questa vita?
      Ti posso assicurare che nessuno vive di felicità o di serenità indotta da altri, nessuno gode veramente di un armonia che non sa costruirsi e reggere autonomamente, personalmente, individualmente.
      Poi la figata massima è saperla condividere con gli altri, con chi vuoi tu.
      Provare per credere.

    4. casalvento 31 gennaio 2025

      Quanto meno ci sono culture orientate più di altre alla sopraffazione e penso ai semiti, con le loro religioni intolleranti e aggressive.

    1. ws 31 gennaio 2025

      l' Etica è un costrutto sociale , serve a salvaguardare la sopravvivenza della società e quindi indirettamente anche del singolo membro che ne fa parte.
      Ad esempio ci può comportare da " asociali " in una società esposta a gravi pericoli esterni ? No perché o spariscono gli "asociali" o sparisce "la società"
      Se oggi quindi osserviamo nella nostra società contraddizioni "etiche" nel comporatamento dei singoli è perché questa " schizofrenia" è voluta da chi dirige la società ( "il marcio comincia dalla testa" dicevano i vecchi)
      E a questo punto ci potrebbe domandare: perché chi dirige la nostra società la mette così assurdamente a rischio di sopravvivenza ?
      Ci piacerebbe dire "per stupidità" , ma non è così, purtroppo ( e più semplicemente) chi dirige la nostra società non se ne sente più parte e ,peggio ancora, addirittura opera freddamente per la sua fine.

    2. uomospeciale 31 gennaio 2025

      Al pastore non intaressa più salvaguardare la salute e la produttività del gregge.
      Ha capito che in futuro non avra più bisogno nè della lana, nè del latte, nè del gregge.
      Il nuovo negro, si chiama robot.

Visualizzati 39 di 39 commenti approvati.