Perché i Vichinghi abbandonarono la Groenlandia?

Recenti ricerche di geologia glaciale e di geochimica organica dimostrano che il cambiamento climatico non fu l'unica causa dell'abbandono delle colonie vichinghe in Groenlandia.

Perché i Vichinghi abbandonarono la Groenlandia?
Rovine vichinghe presso Igaliku Fjord. Foto: Jette Arneborg

Di Piero Rivoira per ComeDonChisciotte.org

Erik il Rosso

Anno del Signore 982. Il pluriomicida Erik il Rosso viene condannato ad un esilio di tre anni per i suoi delitti; dovendo lasciare l'Islanda, insieme ad un piccolo gruppo di ardimentosi compagni affronta il mare verso l'ignoto. Non sappiamo quali argomenti abbia usato per persuadere quegli uomini ad unirsi a lui, ma nelle culture barbariche dell'Europa medievale il prestigio e l'onore erano i valori più importanti, e sarebbe stato difficile ottenerli restando a casa a coltivare orzo e ad allevare vacche e maiali. Oppure si trattava di una banda di manigoldi inseguiti dai creditori; in ogni caso, misero la testa di drago a prua del loro vascello nella direzione opposta a quella della natia Norvegia. Davvero coraggio e carisma non dovevano mancare, a quell'uomo violento ed irascibile.

Dopo quindici giorni di navigazione attraverso l'oceano, sulla nave vichinga iniziava a tirare una brutta aria: aria di ammutinamento. Tali erano la delusione e lo sconforto che, come un'ombra oscura, si erano insinuati nell'animo degli esuli. Dove stavano andando? Dove li stava portando, quell'incosciente di Erik? Era il loro comandante, e l'avrebbero seguito anche all'inferno, ma le scorte d'acqua stavano per finire e c'era chi voleva invertire la rotta e tornare indietro.

Ma, improvvisamente:

«Terra, terra!» urlò la vedetta.

All'orizzonte, la foschia lasciava intravedere il profilo di un'altura. Una costa rocciosa, aspra, frastagliata, incisa da profondi fiordi e insenature ma priva di approdi, il confine di una terra sconosciuta.

Dovettero puntare verso nord, e seguire la costa per centinaia di miglia prima di trovare un punto di sbarco. Una piccola spiaggia li accolse in un'isola che oggi è chiamata Disko Bay. Situata sulla costa occidentale della Groenlandia, Disko Bay si trova al centro di quello che sarebbe diventato il principale territorio di caccia al tricheco per i coloni Vichinghi, il Norðrsetur (territori settentrionali). Poco più a nord sono stati trovati i resti di una costruzione in pietra a pianta quadrata (impropriamente chiamata «Trappola dell'Orso», Bjørnefælden), forse adibita allo stoccaggio di zanne di tricheco.

[caption id="attachment_237285" align="aligncenter" width="573"] La «Trappola dell'Orso» nella Penisola Nuugssuaq, poco più a nord di Disko Bay. Da Ljungqvist, 2005[/caption]

Sembrava di essere in Islanda ma non c'era anima viva. Solo foche, trichechi e uccelli marini, in quel paradiso artico in cui il verde intenso dei prati sferzati da un vento gelido contrastava con il cielo plumbeo, che si confondeva con il mare.

Alla sera ci fu un consiglio, nella tenda del capo.

«Allora, che si fa? Che cosa proponi, Erik?», chiese uno dei veterani del gruppo.

«Giusto, che facciamo, qui? Non c'è un cane, solo foche e freddo!», disse un altro, un gigante baffuto che si chiamava Bjørn, il cui nome significa orso, suscitando schiamazzi di approvazione.

«Sì, è vero. Torniamo in Ísland. Qui non c'è niente da razziare. Non ci sono donne, né villaggi, niente!».

Fu allora che Erik si alzò in piedi, con una flemma che strideva con l'indole impetuosa di quell'uomo audace e carismatico:

«Silenzio! Fratelli, sapete bene cosa ci abbia spinto a navigare per acque sconosciute in cerca di una nuova terra... Siamo stati banditi da Ísland. Resteremo qui per tutto il tempo necessario».

E così fecero. I nuovi arrivati costruirono case di cui solo le fondamenta sono rimaste, essendo in pietra; i muri, spessi quasi due metri, erano fatti di zolle d'erba. Jared Diamond, autore del famoso libro «Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere», ci informa che per una tipica «casa lunga», costruzione a pianta rettangolare in cui un settore era adibito a ricovero invernale per il bestiame, ci voleva qualcosa come 10 acri (4 ha) di prato, e da ciò si può desumere l'impatto della colonizzazione vichinga sul fragile ecosistema artico.

Andarono a caccia di foche e trichechi e, per scaldarsi, raccolsero i tronchi degli scarsi abeti che le tempeste scaraventavano sulla riva del Mare del Labrador.

Tornato in Islanda con i suoi al termine dell'esilio, Erik descrisse il territorio roccioso, inospitale e ricoperto da immensi ghiacciai, che aveva scoperto, come una sorta di Terra Promessa, chiamandola Grænland (Terra Verde).

«Venite con me, amici! A occidente, dall'altra parte del grande mare, c'è una terra verde di pascoli, vi sono ruscelli e torrenti e boschi di salici e betulle. Orsi bianchi e foche, tantissime foche, diverse dalle nostre: tipi di foche che io non avevo mai visto prima e più trichechi di quanti voi possiate immaginare». (In Islanda la popolazione locale di tricheco era stata sterminata a causa dell'eccessivo prelievo venatorio).

Inizia la colonizzazione della Terra Verde

Molti Islandesi si lasciarono convincere e lo seguirono, portando con sé mogli, figli, vacche, pecore, capre, maiali e tutti i loro averi. Quella che salpò dall'Islanda fu una piccola flotta di 25 barche, solo 14 delle quali, però, giunsero a destinazione.

I Víkingar imboccarono un lungo braccio di mare che si apriva un varco in quella landa desolata, e lo risalirono per miglia e miglia. Sembrava non finire mai. Secoli dopo, Ari Þorgilsson, autore del Libro degli Islandesi - Íslendingabók, in cui è riportata una cronaca dell'impresa di Erik il Rosso, avrebbe chiamato quel luogo Eiriksfjord.

L'archeologo Joel Berglund identifica il landnam, la località del primo insediamento vichingo in Groenlandia, con la zona di Narsaq, nel sud dell'isola, dove sono state trovate numerose punte di freccia intagliate in palco di caribù, il mammifero terrestre di grossa taglia più comune in quell'area.

I landnámsmenn si inoltrarono in una terra vergine, incontaminata, incontrando fiordi e montagne senza nome. I fitti boschi di betulle, ontani, salici e ginepri nelle valli più riparate offrivano legna da ardere in abbondanza, mentre le zone aperte, più esposte al vento, dove solo l'erba riusciva a crescere, erano ottimi pascoli per il bestiame oltre che per i caribù.

Costruirono chiese e case lunghe, trasformando quella wilderness in un paesaggio culturale simile a quello che avevano abbandonato per sempre, o almeno così credevano, in Islanda.

Furono fondate due colonie: l'insediamento orientale (Eystribygð), all'estremità meridionale della Groenlandia, e quello occidentale (Vestribygð), 500 km più a nord lungo la costa del Mare del Labrador, dove le condizioni climatiche erano un po' meno proibitive. Le due colonie comprendevano 250 fattorie sparse in un territorio vastissimo, circondate da prati, suddivisi in appezzamenti di proprietà dei singoli allevatori; ogni podere ospitava circa venti persone.

A Vatnahverfi, nell'insediamento orientale, sono stati trovati i resti di circa 50 di questi poderi. I pascoli risalivano i versanti di basse montagne, formando una fascia larga alcune miglia; oltre c'era soltanto ghiaccio.

Un precario equilibrio, minacciato dal deterioramento climatico

Dal fatto che dai fondi poderali si dovesse ricavare il fieno per l'alimentazione invernale degli animali possiamo arguire che i coloni groenlandesi avessero sviluppato un sofisticato sistema di gestione dei prati, il quale prevedeva che solo una parte della superficie disponibile venisse pascolata, mentre la frazione restante sarebbe stata sottoposta a sfalcio.

GEN

FEB

MAR

APR

MAG

GIU

LUG

AGO

SET

OTT

NOV

DIC

Caccia primaverile alla foca

Caccia al caribù

Pascolamento

Fienagione

Mungitura delle capre

Mungitura delle vacche

Lavori di costruzione

Caccia nel Norðrsetur

Viaggi nel Markland

Distribuzione stagionale delle attività svolte nell'insediamento occidentale.

Nella bella stagione gli ovini, e forse anche alcuni caprini e bovini, venivano condotti in alpeggio sui pascoli di montagna, come dimostra la presenza di piccoli edifici chiamati shieling, in cui sarebbe stata praticata la trasformazione del latte appena munto in vari prodotti caseari, come lo skyr (una sorta di yogurt). Le attività di questi mini-caseifici avrebbero contribuito alla distruzione della vegetazione arbustiva naturale a causa della grande quantità di legna richiesta per la cottura del latte e per le operazioni di lavaggio con acqua bollente dei mastelli utilizzati per il suo stoccaggio temporaneo.

Poiché la produzione di foraggio è il fattore determinante del sistema di sfruttamento del territorio basato sull'allevamento del bestiame, «una sequenza di stagioni estive caratterizzate da condizioni meteorologiche avverse può avere effetti catastrofici», affermano Andrew Dugmore e i suoi collaboratori Christian Keller, dell'Università di Oslo, e l'antropologo Thomas McGovern, della City University di New York.

Ma in che modo nel XIV secolo l'inizio della Piccola Era Glaciale (Little Ice Age, LIA: 1350÷1850 d.C.) avrebbe alterato irreversibilmente l'equilibrio che l'economia groenlandese aveva raggiunto fra raccolta e produzione alimentare, ossia fra la caccia e l'allevamento, minando le basi stesse della sopravvivenza della società norrena? Tale equilibrio doveva già essere piuttosto precario se si considera che erano necessarie diverse settimane di navigazione per raggiungere le zone di caccia di Disko Bay dall'insediamento orientale con le tipiche barche a sei remi (sexæringr). Come se ciò non bastasse, l'attività venatoria rischiava di sottrarre alle comunità pastorali del sud manodopera per lo svolgimento dei lavori nei campi proprio nella stagione dell'anno in cui essa sarebbe stata più necessaria, la breve estate artica.

Per cacciare i trichechi e gli orsi polari bisognava spostarsi per centinaia di miglia verso nord e rientrare nel proprio podere entro la metà di agosto, all'inizio della stagione del fieno, la cui produzione e raccolta richiedevano la mobilitazione di tutte le forze disponibili.

«La caccia nei territori settentrionali era una corsa contro il tempo», sostiene Ljungqvist e, per via della limitata capacità di carico dei natanti utilizzati per il trasporto, era necessario lasciare gran parte delle carcasse sul posto, portando con sé solo pelli e zanne o, al massimo, qualche coscia disossata. Nei siti archeologici delle fattorie vichinghe, infatti, sono stati trovati solo i crani dei trichechi, in particolare nell'insediamento occidentale.

[caption id="attachment_237286" align="aligncenter" width="743"] Ricostruzione, basata su reperti archeologici, di un vascello utilizzato dai Vichinghi di Groenlandia per la navigazione oceanica. A causa della penuria di legname da opera, questi vascelli erano molto più piccoli di quelli analoghi costruiti in Norvegia. Da Ljungqvist, 2005.[/caption]

Oltre ad andare a caccia di orsi e trichechi, i coloni groenlandesi dovevano anche procurarsi del legname da opera di buona qualità per la costruzione di vascelli idonei alla navigazione in mare aperto: le saghe parlano di viaggi nel Markland (il Labrador), ma la penisola canadese ricoperta da immense foreste di abeti e larici era raggiungibile solo negli anni in cui il ghiaccio marino non rendeva troppo pericolosa o impossibile la navigazione.

Durante il viaggio verso il Markland i Vichinghi raccoglievano legname alla deriva (forse di provenienza siberiana), necessario per forgiare vari utensili in ferro come punte di lance, coltelli, forbici, aghi per cucire, chiodi, rivetti e le lame delle falci. Per la lavorazione del ferro il legno doveva prima essere trasformato in carbone dal momento che dalla sua combustione non si libera una quantità di calore sufficiente a provocare la fusione del metallo.

Manufatti in ferro, pietre utilizzate come incudini, edifici dedicati alla metallurgia, fornaci (hellegyter) e, soprattutto, materiale di risulta della fusione del ferro di palude, sono comuni in diversi siti nordeuropei, come quello di Mosstrond in Norvegia. Sebbene in Groenlandia ogni fattoria avesse la propria fucina, il ferro vi veniva solo lavorato e non estratto, dal momento che la poca legna da ardere lì disponibile era necessaria per scaldarsi e per cuocere il cibo. Di conseguenza il metallo doveva essere importato dall'Islanda o dalla Norvegia, dove barre di ferro grezzo venivano prodotte su larga scala nelle Iron Farms, complessi destinati alla metallurgia come quello islandese di Háls.

I fabbri scandinavi dovevano accontentarsi di minerali molto poveri, che spesso contenevano poco più dell'1% di metallo; quindi, per ottenere il ferro di cui avevano bisogno, era necessario processare enormi quantità di minerale ed anche ciò implicava un ingente consumo di legna.

[caption id="" align="aligncenter" width="758"] La figura illustra una fase della lavorazione del ferro nel I secolo d.C. presso il sito di Swandro nell'isola di Rousay (arcipelago delle Orcadi), minacciato dall'erosione marina conseguente all'innalzamento del livello del mare. Fonte: Swandro-Orkney Coastal Archaeology Trust.[/caption]

Cosa spingeva i Vichinghi ad impegnarsi in settimane di crociera, fra fitte nebbie e blocchi di ghiaccio alla deriva, con il rischio di essere sorpresi da qualche tempesta improvvisa? La necessità di procurarsi carne, grasso e beni da esportazione, certo, ma anche la smania di coprirsi di gloria e onore intraprendendo una spedizione così pericolosa per conquistare quel prestigio sociale che, in un contesto europeo, sarebbe derivato dall'uso della spada.

La disponibilità di risorse per la costruzione dei vascelli era appannaggio dell'élite, che poteva così esercitare un controllo sia sullo sfruttamento dei territori di caccia artici di Disko Bay sia sugli scambi commerciali con l'Europa, consolidando il proprio potere attraverso la distribuzione dei beni d'importazione agli altri membri della comunità.

Gli effetti del cambiamento climatico sono facili da immaginare: le estati sarebbero diventate sempre più fredde ed umide rendendo, di fatto, impossibile la fienagione. I coloni si sarebbero trovati, così, nelle condizioni di dover fare un sempre maggiore affidamento sulla caccia a trichechi, foche e caribù.

Studiando i rapporti isotopici del carbonio nel collagene del tessuto osseo di 27 Norreni vissuti tra il X e il XV secolo, l'archeologa Jette Arneborg del Museo Nazionale di Danimarca ha potuto accertare che la dipendenza dei Vichinghi groenlandesi dall'allevamento degli animali domestici si ridusse dall'80 al 20% durante i 500 anni di storia della colonizzazione; parallelamente, aumentò l'estrazione di risorse marine.

La preparazione dell'avorio di tricheco per la vendita era una tipica attività invernale molto diffusa nelle fattorie vichinghe, un po' come nelle campagne del Norditalia dove, fino ai primi decenni del Novecento, l'allevamento del baco da seta contribuiva in modo significativo al reddito famigliare. Alcuni geografi ed antropologi, come Andrew Dugmore, sottolineano l'importanza che il commercio rivestiva per l'economia delle colonie groenlandesi, essendo l'avorio di tricheco molto ricercato in Europa da quando le incursioni dei pirati Saraceni avevano interrotto l'importazione di zanne di elefante dall'Africa. Avorio e pelli venivano scambiati con materie prime come il ferro e il catrame vegetale, oltre che con beni di lusso destinati alla chiesa, come le campane in bronzo e il vino per la comunione. Negli ultimi secoli della colonizzazione anche i cereali sarebbero stati oggetto di scambio, assumendo che l'importazione di cibo dall'Europa fosse essenziale per compensare lo squilibrio fra una popolazione in crescita e risorse disponibili in quantità limitata, come ipotizza Berglund. Al contrario, Jared Diamond tende ad escluderlo per la limitata capacità di carico delle navi dell'epoca, comprese quelle che salpavano dalla ricca Norvegia.

Secondo Andrew Dugmore i Vichinghi avrebbero abbandonato la Groenlandia soprattutto a causa del cambiamento climatico e della loro incapacità di adattarsi alle nuove condizioni ambientali. Le difficoltà della navigazione nello Stretto di Danimarca, tra Groenlandia ed Islanda, per la crescente estensione e persistenza della banchisa, avrebbero reso impraticabile la rotta che collegava le due grandi isole, interrompendo gli scambi commerciali fra la Terra Verde e l'Europa; per lo stesso motivo, anche i territori di caccia settentrionali del Norðrsetur sarebbero diventati sempre più difficili da raggiungere. Tutto ciò avrebbe inflitto un duro colpo alla già fragile economia groenlandese, che non si sarebbe più ripresa.

Ma le cose andarono veramente così?

I raggi cosmici e i sedimenti marini raccontano una storia molto diversa

I raggi cosmici sono particelle ad alta energia - prevalentemente protoni (H+), atomi di idrogeno che hanno perso il loro elettrone - accelerati a velocità prossime a quella della luce dal materiale residuo di una supernova, una gigantesca esplosione di una stella. Quando incontrano la superficie terrestre, i raggi cosmici provocano l'espulsione di un neutrone da un atomo, producendo un isotopo diverso, detto nuclide cosmogenico, dell'elemento originario nelle rocce esposte all'irraggiamento. È così che si formano gli isotopi stabili, non radioattivi, del litio, del berillio e del boro. Assumendo che la velocità con cui questi nuclidi vengono prodotti sia costante nel tempo e non dipenda, quindi, dall'intensità del campo magnetico terrestre, misurandone la concentrazione (in n° di atomi / grammo) presente in una roccia è possibile stimare da quanto tempo il substrato è esposto e non si trova più, per esempio, sepolto sotto un ghiacciaio. Occorrerà tenere conto degli elementi topografici del sito che possano schermare i raggi, modificandone la quantità che incide sulla superficie, oltre che dello spessore e della densità del campione di roccia, della quota (altezza sul livello del mare) e del tasso di erosione (in cm all'anno). Il metodo deve essere calibrato, misurando la concentrazione, in questo caso, di berillio 10 (10Be) in un masso che faccia parte di una morena già sottoposta a datazione con un metodo indipendente, come quello del carbonio 14.

I ghiacciai, durante il loro lento movimento, trascinano massi, pietre ed altri detriti verso valle, accumulandoli, lateralmente o davanti al fronte di avanzamento, sotto forma di rilievi morenici. In Val Veny, nel massiccio del Monte Bianco, si può ammirare una spettacolare morena alla base della quale le acque di fusione del Ghiacciaio del Miage si sono raccolte formando un lago effimero a forma di cuore.

[caption id="attachment_237287" align="aligncenter" width="1064"] Il lago e la morena laterale del ghiacciaio del Miage in Val Veny. Foto P. Rivoira[/caption]

Nicolás Young, Avriel Schweinsberg, Jason Briner e Joerg Schaefer della Columbia University hanno misurato la concentrazione di 10Be nei detriti trasportati dai ghiacciai, raccolti in Groenlandia occidentale e nell'Isola di Baffin. Dal momento che le morene formatesi prima della LIA sono state distrutte dalla successiva espansione dei ghiacciai, e il periodo oggetto di studio era quello dell'insediamento dei Vichinghi in Groenlandia, non era facile trovare dei siti in cui le caratteristiche topografiche locali avessero preservato le morene pre-LIA, ma i geologi americani ci sono riusciti, in particolare nella valle di Naqsaq nell'Isola di Baffin. I risultati furono sorprendenti: le morene non si erano formate in concomitanza con l'abbandono degli insediamenti norreni ma almeno due secoli prima, durante il Periodo Caldo Medievale (Medieval Warm Period, MWP), fra il 1100 e il 1250 d.C.

«Il principale fattore che influisce sulla dinamica glaciale nella regione della Baia di Baffin è la temperatura estiva... e l'espansione dei ghiacciai fra il 975 e il 1275 d.C. si avvicinò a quella massima che essi avrebbero raggiunto durante la Piccola Era Glaciale», dice Nicolás Young.

Un'altra conferma del fatto che la colonizzazione della Groenlandia occidentale da parte dei Vichinghi non fu favorita da un clima particolarmente mite proviene dallo studio dei biolipidi alchenonici. Si tratta di composti organici formati da lunghe catene di 35÷41 atomi di carbonio, che possiedono da uno a quattro doppi legami. Tali sostanze vengono prodotte da varie specie di fitoplancton che vivono nelle acque superficiali e sono sensibili alle variazioni di temperatura dell'acqua: se quest'ultima è più calda, le microscopiche alghe sintetizzano alchenoni più saturi, ossia con un numero minore di doppi legami.

Il rapporto tra la concentrazione di alchenoni a 37 atomi di carbonio con due doppi legami (C37:2) e quella degli stessi composti a due e tre doppi legami (C37:2 + C37:3), detto indice di insaturazione, può così essere usato per stimare la temperatura dell'acqua in cui vivevano queste creature all'epoca della sedimentazione, applicando la formula:

UK′37 = 0.033T [°C] + 0.044.

Dopo aver concluso il proprio ciclo vitale, le alghe precipitano sul fondo del mare. Per calcolare l'indice di insaturazione e, da questo, risalire alla temperatura che l'acqua aveva secoli o millenni fa, bisogna prelevare un campione di sedimenti marini e sottoporli a datazione, per esempio usando come marker le polveri emesse nel corso di eruzioni vulcaniche di tipo esplosivo le quali, disperdendosi istantaneamente su aree vastissime, sono molto utili per datare i sedimenti marini o le rocce. Si è così scoperto che all'epoca della colonizzazione della Groenlandia, tra il 1000 e il 1350 d.C, le acque superficiali al largo di Terranova erano molto fredde, a differenza di quelle a nord dell'Islanda.

Il raffreddamento del XII secolo è confermato anche dalla ricostruzione delle variazioni dell'indice NAO (North Atlantic Oscillation), la differenza tra la pressione atmosferica alle isole Azzorre e in Islanda: l'indice divenne positivo, a causa della persistenza di aree di bassa pressione nell'Atlantico settentrionale.

La ricostruzione dell'Oscillazione del Nord Atlantico (North Atlantic Oscillation - NAO) nell'ultimo millennio evidenzia l'esistenza di una correlazione climatica negativa fra Europa e Groenlandia occidentale. Da Ortega et al., 2015.

Una correlazione climatica negativa fra Europa e Groenlandia occidentale era già stata notata dal missionario danese Hans Egede Saabye che, come riporta il Prof. Marit-Solveig Seidenkrantz dell'Università di Aarhus in Danimarca, intorno al 1770 scrisse sul proprio diario:

«In Groenlandia tutti gli inverni sono rigidi, ma non in egual misura... quando l'inverno in Danimarca è freddo, in Groenlandia è mite, e viceversa». L'esistenza di una sorta di altalena climatica fra queste due regioni sembrerebbe legata anche a modificazioni delle correnti oceaniche: nei periodi in cui il clima in Europa è più freddo, come durante la Piccola Era Glaciale, una maggiore quantità di acqua proveniente dall'Oceano Atlantico affluisce nel Mare del Labrador; viceversa, quando nel vecchio continente il clima è più mite, come nel Periodo Caldo Romano e nel Periodo Caldo Medievale, questa corrente atlantica si indebolisce.

Alla fine del X secolo Erik il Rosso, dopo aver attraversato con relativa facilità lo Stretto di Danimarca grazie al fatto che le acque al largo dell'Islanda erano libere dai ghiacci, approdò in una nuova terra in cui ad essere verde era solo una stretta fascia costiera; il territorio restante della Groenlandia era ricoperto da estesi ghiacciai, la cui successiva, ulteriore espansione sarebbe stata favorita dalla fase fredda che caratterizzò la parte occidentale del Nord Atlantico nei primi secoli del secondo millennio quando l'indice NAO fu costantemente positivo.

«Un forte raffreddamento si verificò tra il 1000 e il 1075, subito dopo l'insediamento iniziale dei Vichinghi», dice ancora Nicolás Young. D'altronde, sottolinea lo scienziato americano, il drastico deterioramento climatico legato alla Piccola Era Glaciale non sarebbe arrivato in Groenlandia prima del 1600, quando ormai le colonie vichinghe erano state abbandonate da almeno un secolo e mezzo.

Nonostante in Groenlandia il clima fosse peggiorato, per quasi trecento anni le comunità dei landnámsmenn continuarono a prosperare grazie alla caccia e all'allevamento del bestiame. Dovettero affrontare inverni più rigidi: l'innevamento più prolungato protraeva la permanenza degli animali nelle stalle. É improbabile che una maggiore richiesta di foraggio potesse ancora essere soddisfatta con estati più fredde: in ambiente subartico le basse temperature nella stagione di crescita dell'erba possono essere solo in parte compensate dall'elevato numero di ore di luce e, alla lunga, dovettero rappresentare un fattore sempre più limitante per la produzione di foraggio.

La vita era dura, a Grænland. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile produrre fieno a quelle latitudini, con una temperatura media che nel mese di luglio non arrivava a 10°C; tuttavia non solo il clima, asciutto e ventilato, agevolava l'essiccazione dell'erba, ma si poneva addirittura il problema opposto, la siccità estiva, tanto che gli archeologi hanno rinvenuto tracce di canali di irrigazione, per esempio nella proprietà episcopale di Gardar nell'insediamento orientale. Il versante ovest della grande isola artica, infatti, è esposto a venti di föhn, caldi e secchi, provenienti dalle montagne.

Nelle isole dell'Atlantico settentrionale, invece, la pratica della fienagione è sconosciuta, probabilmente perché con estati molto più umide sarebbe comunque impossibile da effettuare.

Le cause del definitivo abbandono degli insediamenti groenlandesi potrebbero, dunque, essere riconducibili soprattutto a fattori storici, come la crescente concorrenza dell'avorio di importazione africana, prima che in Europa imperversasse la Morte Nera, che sterminò un terzo della popolazione del vecchio continente facendone collassare l'economia e crollare la domanda di avorio e di pelli di tricheco, ma la richiesta di queste ultime per la fabbricazione di corde era già diminuita a causa dell'affermarsi della coltivazione della canapa. Quindi i Groenlandesi non poterono più rifornirsi del ferro necessario per la fabbricazione delle falci e di altri utensili non perché la navigazione nello Stretto di Danimarca fosse ostacolata da una maggiore estensione e persistenza della banchisa polare ma per la mancanza di beni di valore con cui scambiare il prezioso metallo in Islanda prima e in Norvegia poi. Infatti, nonostante la maggiore presenza di ghiaccio dovuta al peggioramento climatico, iniziato, come abbiamo visto, subito dopo l'arrivo dei Vichinghi in Groenlandia, gli scambi commerciali con l'Europa erano continuati per almeno tre secoli.

Alghe al posto del fieno

Il «Vårknipa» è un'antica usanza ancora praticata fino a tempi recenti nell'estremo nord della Norvegia e nelle isole atlantiche e britanniche più settentrionali, in base alla quale, durante i lunghi mesi invernali, gli ovini venivano alimentati con cuoio, arbusti, letame equino, alghe marine e persino avanzi di pesce.

Il consumo di alghe marine da parte degli animali d'allevamento può essere dedotto analizzando la composizione isotopica del carbonio nello smalto dei loro denti: Marie Balasse del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi ed i suoi collaboratori hanno misurato valori di carbonio 13 in pecore alimentate con alghe marine nelle Isole Orcadi, a nord della Scozia, molto diversi da quelli tipici di ovini che si nutrano di erba. Tale differenza è dovuta al fatto che le alghe marine e le piante terrestri utilizzano fonti diverse di carbonio: carbonio inorganico in soluzione nell'acqua dell'oceano e, rispettivamente, anidride carbonica.

Gli archeologici ipotizzarono che anche gli allevatori groenlandesi utilizzassero le alghe come alimento invernale per i loro armenti ma, inaspettatamente, l'analisi chimica di ossa di vacche, pecore e capre, recuperate negli insediamenti norreni, non rivelò alcuna traccia di consumo di alghe o di altre risorse di origine marina.

Perché i landnámsmenn non praticarono il Vårknipa, con cui avrebbero potuto far superare l'inverno al bestiame anche senza disporre di scorte di foraggio?

Le navi norvegesi dirette in Groenlandia salpavano da Bergen e Trondheim, due «porti di mare» in cui si potevano incontrare marinai e mercanti provenienti dagli avamposti più sperduti del landnám: l'estremo nord della Norvegia, l'Islanda, la Scozia, le Shetland, le Orcadi, le Ebridi, le Lofoten fino alle remote Fær Øer. Insieme a pelli e avorio di tricheco, pelli di foche, vacche e capre, crani di narvalo, lana di pecora, catrame vegetale, sale, pesce, ferro, beni di lusso come vino, argento, seta, lino e girfalchi vivi, venivano scambiate informazioni ed esperienze, circolavano notizie. È quindi impossibile che i coloni della Terra Verde non avessero mai sentito parlare di questa antica usanza.

Se il deterioramento climatico fosse stato la causa dell'interruzione delle relazioni commerciali con l'Europa, e del conseguente isolamento culturale delle comunità groenlandesi, si potrebbe ipotizzare che, non essendoci più contatti con il resto del mondo vichingo, a distanza di due o tre generazioni nessuno ricordasse più il Vårknipa. Ma un sensibile raffreddamento si verificò quasi trecento anni prima che il crollo del prezzo delle pelli e dell'avorio di tricheco nel XIV secolo interrompesse la rotta commerciale che attraversava lo Stretto di Danimarca, spezzando il cordone ombelicale che ancora univa gli insediamenti groenlandesi alla madrepatria.

Un orso bianco in cambio di un vescovo

«Il commercio con l'Europa era una necessità per i Norreni per conservare la loro identità culturale ed uno stile di vita europeo», sostiene Fredrik Charpentier Ljungqvist.

L'esigenza di mantenere stretti legami culturali e religiosi con l'Europa è testimoniata da un episodio riferito da Jared Diamond: nel 1118 un notabile locale di nome Einar Sokkason va in Norvegia per convincere il re, Sigurd Jorsalfar, ad inviare un vescovo nella Terra Verde. Oltre ad una ricca fornitura di avorio e di pelli di tricheco, Einar ha con sé, come asso nella manica, nientemeno che un orso polare vivo. Sei anni dopo la Groenlandia ha il suo primo vescovo, un sacerdote norvegese di nome Arnald. Non fu, quello, l'unico orso bianco giunto in Europa nel Medio Evo: nel 1251, infatti, il re di Norvegia Haakon IV donò al re d'Inghilterra Enrico III un orso polare che suscitò grande impressione nei sudditi di Sua Maestà, che lo tenne rinchiuso nella Torre di Londra. Da dove proveniva il plantigrado? Considerando che non ci sono orsi bianchi in Norvegia e che la presenza della specie in Islanda è occasionale, essendo legata all'attraversamento a nuoto dello Stretto di Danimarca da parte di singoli esemplari, è probabile che l'animale fosse stato catturato proprio in Groenlandia.

Lo stesso Haakon dieci anni dopo promise di inviare in Groenlandia due navi all'anno, dietro pagamento di un tributo: non solo il regno di Norvegia avrebbe, così, esteso la propria sovranità sulla Terra Verde, ma avrebbe anche monopolizzato il commercio con l'isola.

Forse inizialmente il ricorso al Vårknipa non era necessario: nonostante il clima fosse peggiorato si riusciva comunque a produrre una certa quantità di fieno, anche se nel corso di almeno quattro secoli i landnámsmenn furono costretti a ridurre drasticamente la consistenza numerica delle loro mandrie di bovini. Infine, nel XIV secolo i due insediamenti rimasero isolati dall'Europa e il Vårknipa cadde nell'oblio, proprio quando si sarebbe potuto rivelare più utile.

Una materia prima sempre più scarsa: il ferro

Prima di andarsene, i Vichinghi dismisero l'allevamento dei bovini per concentrarsi solo più su capre e pecore, meno esigenti dal punto di vista trofico, e su questo gli archeologi sono tutti d'accordo. Ma quale fu la causa della minor produzione di fieno? Soltanto il peggioramento climatico o anche la carenza di ferro, senza il quale non si potevano fabbricare le lame delle falci?

Estati più fredde non significa, necessariamente, più umide. Durante i periodi glaciali pleistocenici, argomenta il geofisico russo Sergey Aphanasievich Zimov, il clima continentale faceva sì che in Eurasia le estati fossero secche ed assolate. La scarsità di precipitazioni e la forte evapotraspirazione mantenevano asciutto il suolo favorendo la circolazione dell'aria nei suoi pori, la degradazione della sostanza organica da parte dei batteri decompositori aerobi, e il riciclo dei nutrienti essenziali per la crescita delle piante erbacee, che sono molto più esigenti dei muschi e dei licheni tipici della tundra. Allora a sud dell'inlandsis, la calotta polare artica, si formò una sterminata steppa periglaciale, estesa in tutta la parte settentrionale dell'Eurasia, dalla costa atlantica all'estremo oriente russo: era il paradiso di grandi pascolatori come i cavalli selvatici, i mammut e i rinoceronti lanosi. Il fatto che in Groenlandia occidentale i prati non siano stati sostituiti dalla tundra in seguito al raffreddamento successivo all'anno Mille dimostra che le estati continuarono ad essere relativamente siccitose. Nella Terra Verde ancora oggi una steppa, dominata dalla ciperacea Kobresia myosuroides (un'erba simile al carice), si alterna a macchie di erica.

Nel XIV secolo, dunque, ad impedire la fienagione non fu il peggioramento climatico ma, come sottolinea Jared Diamond, la penuria di ferro.

Un altro indizio a sostegno di questa ipotesi è la scoperta, in siti archeologici dell'insediamento occidentale, di resti di barche in cui le assi in legno dello scafo erano tenute insieme da tendini. Ciò può significare una cosa sola: in Groenlandia il ferro era diventato così scarso da non essere più disponibile nella «cantieristica navale» dei Vichinghi, inducendo i loro carpentieri ad optare per soluzioni tecniche molto più primitive. Inoltre, i landnámsmenn sostituirono il ferro con il palco dei caribù come materia prima per la fabbricazione delle punte delle frecce. Si tratta di un caso, forse unico nella storia umana recente, di regresso tecnologico: dall'età del ferro all'utilizzo di tecnologie tipiche della tarda età della pietra, risalente a migliaia di anni prima.

Siamo al punto di partenza: nel XIV secolo, durante l'inverno, gli animali d'allevamento in Groenlandia non mangiavano né fieno né alghe. Ma, allora, di cosa si nutrivano?

La risposta a tale domanda può arrivare dall'osservazione del comportamento alimentare del bue muschiato, un bovide adattato a condizioni artiche diffuso in Groenlandia nord-orientale, dove in inverno sopravvive scavando nella neve per raggiungere le erbe e gli arbusti di cui si nutre, e bruciando il grasso accumulato in estate e in autunno.

[caption id="" align="alignnone" width="1620"] Un esemplare di bue muschiato[/caption]

Probabilmente, nella fase che precedette il definitivo abbandono degli insediamenti, i pastori vichinghi tenevano le pecore al pascolo per tutto l'anno, rischiando così non solo di perdere un elevato numero di capi durante gli inverni più lunghi e nevosi ma anche di rovinare l'ambiente naturale. Gli effetti nefasti dell'insostenibile sfruttamento dei pascoli non tardarono, infatti, a manifestarsi: il calpestio degli animali e l'eccessivo consumo dell'erba resero discontinua la copertura vegetale, esponendo il suolo all'erosione.

Gli scienziati dell'Università di Stirling, in Scozia, in collaborazione con Garðar Guðmundsson, dell'istituto islandese di archeologia, hanno scoperto che il pascolamento invernale degli ovini praticato per quasi tre secoli ha contribuito al degrado del suolo in alcune zone dell'Islanda. Oggigiorno l'erosione interessa oltre il 70% del territorio dell'isola, e si stima che dall'inizio della colonizzazione vichinga nel IX secolo almeno il 40% dello strato più superficiale, e fertile, del suolo islandese sia andato perso.

Qualcosa di simile dev'essere successo anche in Groenlandia. L'erosione provocata dal pascolo degli erbivori domestici ha lasciato una traccia nei sedimenti lacustri, sotto forma di aumento della concentrazione di minerali magnetici, come la magnetite, in seguito al trasporto degli stessi dallo strato più superficiale del suolo ad opera del vento o dell'acqua, spiega Bent Fredskild, dell'Università di Copenhagen.

Il degrado ambientale conseguente all'erosione e il deterioramento climatico concorsero a ridurre la produzione di foraggio; tuttavia, non diversamente dall'espansione dei ghiacciai artici anche l'erosione del suolo era già iniziata da secoli e il pascolamento invernale degli ovini non fece altro che aggravare la situazione. Subito dopo il loro arrivo in Groenlandia, per fare spazio ai pascoli i Vichinghi distrussero la vegetazione naturale tagliando e bruciando i boschi che ricoprivano le valli più riparate. Si formò, così, uno strato di carbone sulla superficie del suolo che, presso il lago di Igaliko nell'insediamento orientale, è sepolto sotto mezzo metro di loess, un sedimento finissimo di origine eolica sollevato dalle raffiche di vento sul terreno nudo.

Senza più ferro per fabbricare le falci e, quindi, fieno per l'alimentazione invernale degli ovini, con i pascoli degradati e senza poter più sfruttare il calore corporeo del bestiame mediante la condivisione invernale degli spazi abitativi fra uomini ed animali domestici, come nelle Wohnstallhäuser degli antichi Germani, che avrebbe consentito di risparmiare combustibile, dopo quasi mezzo millennio i discendenti di Erik il Rosso dovettero abbandonare i propri insediamenti in Groenlandia, forse anche perché il legno raccolto in mare o sulla riva non bastava più a riscaldare l'ambiente domestico durante il sempre più lungo e gelido inverno nella grande isola artica.

Di Piero Rivoira per ComeDonChisciotte.org

15.03.2026

BIBLIOGRAFIA

Ackermann, M., Ajello, M., Allafort, A., Baldini, L., Ballet, J., Barbiellini, G., ... & Thompson, D. J. (2013). Detection of the characteristic pion-decay signature in supernova remnants. Science, 339(6121), 807-811.

Arneborg, J., Heinemeier, J., Lynnerup, N., Nielsen, H. L., Rud, N., & Sveinbjörnsdóttir, Á. E. (1999). Change of diet of the Greenland Vikings determined from stable carbon isotope analysis and 14 C dating of their bones. Radiocarbon, 41(2), 157-168.

Arneborg, J., Lynnerup, N., & Heinemeier, J. (2012). Human diet and subsistence patterns in Norse Greenland AD c. 980-AD c. 1450: Archaeological interpretations. Journal of the North Atlantic, 2012(sp3), 119-133.

Balasse, M., Mainland, I., & Richards, M. P. (2009). Stable isotope evidence for seasonal consumption of marine seaweed by modern and archaeological sheep in the Orkney archipelago (Scotland). Environmental Archaeology, 14(1), 1-14.

Balco, G., Stone, J. O., Lifton, N. A., & Dunai, T. J. (2008). A simple, internally consistent, and easily accessible means of calculating surface exposure ages or erosion rates from 10 Be and 26 Al measurements. Quat. Geochronol, 3(3).

Berglund, J. (1986). The decline of the Norse settlements in Greenland. Arctic Anthropology, 109-135.

Brassell, S. C., Eglinton, G., Marlowe, I. T., Pflaumann, U., & Sarnthein, M. (1986). Molecular stratigraphy: a new tool for climatic assessment. Nature, 320(6058), 129-133.

Charpentier Ljungqvist, F. (2005). The significance of remote resource regions for Norse Greenland. Scripta Islandica, 56, 13-54.

Diamond, J. (2011) Collapse. Penguin Books Ltd., 608 pag.

Dugmore, A. J., Keller, C., & McGovern, T. H. (2007). Norse Greenland settlement: reflections on climate change, trade, and the contrasting fates of human settlements in the North Atlantic islands. Arctic anthropology, 44(1), 12-36.

Franz, A. (2013). Reicher Bauer, großer Stall. Der Spiegel Geschichte 2, 30-39.

Fredskild, B. (1992). Erosion and vegetational changes in South Greenland caused by agriculture. Geografisk Tidsskrift-Danish Journal of Geography, 92(1), 14-21.

Kyle, P. R., Ponomareva, V. V., & Rourke Schluep, R. (2011). Geochemical characterization of marker tephra layers from major Holocene eruptions, Kamchatka Peninsula, Russia. International Geology Review, 53(9), 1059-1097.

Ledger, P. M., Edwards, K. J., & Schofield, J. E. (2013). Shieling activity in the Norse eastern settlement: Palaeoenvironment of the 'Mountain farm', Vatnahverfi, Greenland. The Holocene, 23(6), 810-822.

Ortega, P., Lehner, F., Swingedouw, D., Masson-Delmotte, V., Raible, C. C., Casado, M., & Yiou, P. (2015). A model-tested North Atlantic Oscillation reconstruction for the past millennium. Nature, 523(7558), 71-74.

Schmidt, N. M., Mosbacher, J. B., Vesterinen, E. J., Roslin, T., & Michelsen, A. (2018). Limited dietary overlap amongst resident Arctic herbivores in winter: complementary insights from complementary methods. Oecologia, 187(3), 689-699.

Seidenkrantz, M. S., Roncaglia, L., Fischel, A., Heilmann-Clausen, C., Kuijpers, A., & Moros, M. (2008). Variable North Atlantic climate seesaw patterns documented by a late Holocene marine record from Disko Bugt, West Greenland. Marine Micropaleontology, 68(1-2), 66-83.

Sicre, M. A., Hall, I. R., Mignot, J., Khodri, M., Ezat, U., Truong, M. X., ... & Knudsen, K. L. (2011). Sea surface temperature variability in the subpolar Atlantic over the last two millennia. Paleoceanography, 26(4).

Sicre, M. A., Weckström, K., Seidenkrantz, M. S., Kuijpers, A., Benetti, M., Massé, G., ... & Mignot, J. (2014). Labrador current variability over the last 2000 years. Earth and Planetary Science Letters, 400, 26-32.

Simpson, I. A., Guðmundsson, G., Thomson, A. M., & Cluett, J. (2004). Assessing the role of winter grazing in historic land degradation, Mývatnssveit, northeast Iceland. Geoarchaeology: An International Journal, 19(5), 471-502.

Smith, K. P. (2017). Ore, fire, hammer, sickle: iron production in Viking Age and Early Medieval Iceland. In De Re Metallica (pp. 183-206). Routledge.

Young, N. E., Schaefer, J. M., Briner, J. P., & Goehring, B. M. (2013). A 10 B e production‐rate calibration for the Arctic. Journal of Quaternary Science, 28(5), 515-526.

Young, N. E., Schweinsberg, A. D., Briner, J. P., & Schaefer, J. M. (2015). Glacier maxima in Baffin Bay during the Medieval Warm Period coeval with Norse settlement. Science advances, 1(11), e1500806.

Zimov, S. A., Chuprynin, V. I., Oreshko, A. P., Chapin Iii, F. S., Reynolds, J. F., & Chapin, M. C. (1995). Steppe-tundra transition: a herbivore-driven biome shift at the end of the Pleistocene. The American Naturalist, 146(5), 765-794.

Commenti (1)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.

Mostra commenti 1 caricati
    1. oriundo2006 16 marzo 2026

      Ci prepara per l' inverno prossimo venturo ?
      Cmq molto interessante...grazie !

Visualizzati 1 di 1 commenti approvati.