Paolo Mendico, 14 anni, si è tolto la vita in provincia di Latina, il padre lo ha trovato impiccato nella sua stanza, con la corda di una trottola. la Procura ha aperto un'indagine per "istigazione al suicidio". La famiglia ha denunciato che il ragazzo era vittima di "bullismo" e "cyberbullismo". Amedeo, il fratello, ha consegnato agli inquirenti il telefono di Paolo, contenente chat e registrazioni vocali che sono diventate le prove principali per l'inchiesta.
La vicenda ha scatenato un'ondata di reazioni a livello nazionale, la famiglia accusa la scuola di negligenze. E' intervenuto il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara, e ha inviato gli ispettori. Una tragedia, l'ennesima, che travolge la Scuola italiana.
Bullismo a scuola: quando il silenzio degli adulti diventa complicità
Di Luisa Paratore, betapress.it
Paolo aveva quindici anni, e a quindici anni si dovrebbe pensare alle prime amicizie importanti, alla musica da ascoltare in cuffia, al futuro che comincia a intravedersi.
Paolo invece ha scelto il silenzio definitivo, lasciando un vuoto che la sua famiglia e la comunità di Santi Cosma e Damiano non colmeranno mai.
Le indagini lo stanno dimostrando: non si è trattato di un malessere improvviso, ma di anni di prese in giro, chat infami, umiliazioni sistematiche.
Un bullismo che non si è fermato alle mura di casa o ai corridoi della scuola, ma che è entrato nel suo telefono, nella sua quotidianità, nella sua percezione di sé.
Decine di messaggi, screenshot, note firmate persino da insegnanti, raccontano di un ragazzo messo all’angolo, oggetto di ironie sul fisico, sui capelli, sulla statura.
Quel sarcasmo tagliente che molti considerano “educativo” o “un modo per stimolare” ma che, quando diventa costante e crudele, non educa: uccide.
Il nostro primo dovere è il cordoglio.
Non il cordoglio sterile di circostanza, non le frasi già pronte — “non ci aspettavamo”, “era un bravo ragazzo”, “nessuno si era accorto” — ma quello vero, che brucia, che mette in discussione un sistema intero.
A Paolo e alla sua famiglia va il pensiero più sincero, e la promessa che il loro dolore non venga insabbiato con l’ennesima commissione d’inchiesta destinata a finire in archivio.
Il bullismo tra studenti è noto, monitorato, studiato.
Ma guai a toccare l’argomento “insegnanti che bullizzano”: eppure esistono.
La letteratura scientifica lo documenta: uno studio pubblicato sull’International Journal of Bullying Prevention (Springer, 2022) definisce il teacher bullying un fenomeno diffuso, spesso mascherato da rigore o disciplina, ma in realtà capace di lasciare cicatrici psicologiche profonde.
Chi dovrebbe educare alla fiducia e al rispetto, talvolta diventa complice, o peggio, carnefice.
Non sempre con urla o aggressioni dirette: basta un continuo accanimento, un’evidente disparità di trattamento, il piacere malcelato di “mettere in ridicolo” lo studente davanti ai compagni. È bullismo, solo con la cattedra come scudo.
Ed è qui che la scuola italiana mostra la sua debolezza strutturale: troppa protezione corporativa, troppa paura di “sporcare l’immagine” dell’istituto.
Nel caso di Paolo, il fratello ha consegnato agli inquirenti chat e testimonianze che puntano non solo ai compagni, ma anche a responsabilità adulte.
Non sarà facile stabilire chi sapeva, chi vedeva e taceva, chi si è voltato dall’altra parte. Ma una cosa è certa: se esistono note firmate da insegnanti usate come arma di scherno, qualcuno ha sbagliato gravemente.
Non ci sono tragedie senza segnali.
Paolo, come tanti ragazzi in situazioni simili, aveva mandato messaggi silenziosi: cali nel rendimento, ansia mattutina, mal di testa ricorrenti, l’apatia di chi non vuole più entrare in classe.
Sono sintomi ben noti: l’Anti-Bullying Alliance nel Regno Unito li elenca da anni come indicatori inequivocabili. L’Osservatorio Nazionale Adolescenza in Italia ha confermato con dati recenti (2023) che oltre il 40% degli adolescenti dichiara di aver subito episodi di bullismo, e una parte significativa li vive in un clima di indifferenza adulta.
I genitori spesso vedono, ma non vogliono credere.
Non per cattiveria, ma per paura, per speranza che passi, per illusione che “sia solo una fase”.
Intanto, giorno dopo giorno, il ragazzo si convince di valere meno, di non contare nulla.
E quando arriva a pensare che il mondo stia meglio senza di lui, significa che la società intera ha fallito.
Non mancano leggi né protocolli.
La legge 71/2017 sul cyberbullismo obbliga le scuole a individuare un referente e a predisporre percorsi di educazione e prevenzione.
Nel 2023 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha diffuso linee guida aggiornate (nota 4274/2023) con procedure precise.
Ma quante scuole le applicano davvero?
Spesso i protocolli restano carta nei cassetti, e il referente anti-bullismo è un nome su un foglio, sconosciuto agli studenti e ai genitori.
Il problema non è la mancanza di strumenti, ma la volontà di usarli.
Perché denunciare un compagno è già difficile, ma denunciare un insegnante è quasi impossibile.
Si teme la rappresaglia, la bocciatura, l’isolamento.
Così il sistema resta blindato, e chi soffre deve scegliere tra subire o esporsi a nuove ferite.
E qui sta il nodo più amaro: il silenzio.
Gli adulti che non ascoltano, i dirigenti che minimizzano, i colleghi che vedono e non parlano, i genitori che sperano che il figlio “diventi più forte”.
Questo silenzio è benzina versata sulle fiamme del bullismo.
Chi dice “sono solo ragazzi, cresceranno” ignora la verità: sì, cresceranno, ma alcuni da vittime, con cicatrici che dureranno tutta la vita.
Altri da carnefici, convinti che il potere stia nell’umiliare.
E qualcuno, come Paolo, non crescerà affatto.
Serve coraggio. Coraggio dei genitori, che devono credere ai figli quando raccontano di umiliazioni.
Coraggio degli insegnanti onesti, che devono denunciare i colleghi che sbagliano.
Coraggio delle istituzioni, che devono vigilare con rigore e punire con fermezza.
E coraggio dei ragazzi stessi, che devono sapere che non sono soli, che esistono adulti pronti a proteggerli.
La scuola non è un’arena, né una caserma, né il palcoscenico per insegnanti frustrati.
È — o dovrebbe essere — il luogo in cui imparare a diventare adulti liberi, rispettosi e consapevoli.
Ogni volta che un ragazzo sceglie di morire, la scuola ha perso la sua ragion d’essere.
Di Luisa Paratore, betapress.it
18.09.2025
Fonte: https://betapress.it/bullismo-a-scuola-quando-il-silenzio-degli-adulti-diventa-complicita/
absitiniuriaverbis 22 settembre 2025
Mi viene in mente 'Libertà va cercando, ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta.'
Paolo, che la terra ti sia lieve!
Invece, in attesa della giustizia degli uomini...specie in serva italia, per gli ancora vivi ci saranno pronti gli sguardi pietosi e complici e le messe in chiesa.
Non dimentichiamo la comoda dottrina che dice: “dio ti dà la vita e solo lui può toglierla” – ma poi guarda caso, quando muori di fame o in guerra, è sempre “volontà divina”.
Se invece ti ammazzi tu, diventi un peccatore egoista che ha osato sfidare il piano cosmico.
Forse il piano cosmico includeva proprio la tua sofferenza estrema, e tu hai rovinato tutto con un gesto impulsivo! Che bestia!
In fondo, perché dovresti avere il diritto di decidere quando smettere di soffrire, quando puoi invece continuare a pregare perché smetta la sofferenza e nel frattempo donare soldi alla chiesa?
vaisarger 22 settembre 2025
Certo, come no... dopo una tragedia umana come quella del suicidio di un bambino, che giustamente l'Autrice del pezzo identifica tout court come "fallimento della società", la prima cosa da fare è prendersela con la Chiesa cristiana e l'insegnamento di Gesù... Che amarezza.
Ma ad alcune cose voglio rispondere da credente e cristiano.
1) Se l'umanità avesse seguito la Via delineata da Nostro Signore Gesù, non solo questa tragedia non si sarebbe verificata, ma noi saremmo giunti a vivere in un quasi-Paradiso in Terra. Infatti Gesù ha appunto insegnato ad amare il prossimo (non amare solo noi stessi, ma amare il prossimo, e amarlo come noi stessi quindi mettendoci nei suoi panni ) e amare significa: rispettare, incoraggiare, mettersi nei panni dell'altro, difendere, aiutare. Succederebbe una tragedia come quella del povero bambino che si è suicidato, se tutti avessimo seguito l'invito all'amore di Gesù? (Non serve dire altro )
2) "Dio ti dà la vita e solo Lui può toglierla": ciò è per un credente una ovvia considerazione e un punto di rispetto per il Creatore. Tutto ciò ha un nome e si chiama: "Fede".
3) E arriviamo al terzo punto, logica conseguenza:
>
E qui si arriva al dunque. Ora, il senso della sofferenza (e, in definitiva, della vita stessa ) è l'argomento principale della riflessione di migliaia di anni di generazioni e generazioni di esseri umani pensanti, di filosofia umana e ricerca teologica. Non starò certo ora a spiegare il senso della sofferenza dal punto di vista cristiano (anche perchè ci vorrebbero pagine e non è questo il luogo ). Mi limito a dire la promessa che ha fatto Gesù, che si potrebbe riassumere in poche parole, in questo modo: "Non finisce tutto con questa vita, ma chi segue Me dopo la morte corporale avrà la Vita eterna. Saranno consolate le vittime della cattiveria umana ed eternamente castigati i carnefici". Questo è tutto. Davvero, questo è tutto (in estrema sintesi). Ci credi? Sulla parola, sulla Sua parola, ciò significa: senza evidenze? Beh, se scegli di crederGli sulla parola, sei un cristiano, cioè un seguace di Gesù Cristo. E questa virtù teologale della Fede implica anche la Speranza (la virtù della Speranza cristiana non è il semplice "speriamo che vada tutto bene", ma è appunto la Speranza che la sofferenza abbia un senso, nei piani imperscrutabili di Dio). Non ci credi? Ne hai libertà di farlo, è il libero arbitrio.
Questo è il mio punto di vista di cristiano.
absitiniuriaverbis 23 settembre 2025
Grazie del tuo commento,
a braccio tocco solamente alcuni punti per restare in tema e cercare di capirci.
Scrivi 'la prima cosa da fare è prendersela con la Chiesa cristiana e l’insegnamento di Gesù… Che amarezza. "
Il primo suggerimento che potresti considerare è di non confondere chiesa/religione con fede. Che amarezza (!) constatare come uno come te che si professa credente possa mischiare capre e cavoli.
Io sono stato caustico sulla chiesa mentre non ho affatto toccato il tema fede.
La chiesa è parte integrante della società ovviamente. Non è aliena alla società anzi ha avuto la pretesa di modellarla con le buone e con le cattive.
L'insegnamento di cui parli (ammesso e non concesso che il tuo insegnante sia esistito) non è stato impartito per fondare una religione (dovresti per questo ringraziare tale Paolo che sicuramente non aveva un nome italiano, e non è l'unico.. .anzi) che risulta piuttosto uno strumento di controllo imposto anche con il sangue.
Il silenzio e la connivenza della chiesa sono lampanti anche ai nostri giorni.
Io ritengo che il suddetto insegnante che hai citato farebbe delle attuali istituzioni religiose/chiese un cumulo di macerie alla luce dei risultati nella società che fa di lui una bandiera.
Non dovrei essere io a ricordarti "la purificazione del Tempio" o "la cacciata dei mercanti dal Tempio".
In sintesi, la cacciata dei mercanti dal Tempio non fu, scrivono i libri detti sacri, un semplice scatto d'ira, ma un atto deliberato e profetico con cui denunciò la corruzione religiosa, rivendicò la sua autorità messianica e annunciò l'inizio di una nuova era nel rapporto tra dio e l'umanità.È improbabile che avesse in mente un piano dettagliato per una "chiesa/religione" con dogmi, gerarchie e rituali come la intendiamo noi oggi.
Tuttavia, le sue azioni e parole indicano che voleva radunare una comunità di discepoli.
Faceva il predicatore, scrivono, mica lavorava.
Non è cambiato nulla in duemila e passa anni.
Nei 'piani imperscrutabili' che citi possono anche rientrare coloro che come me hanno dubbi o mancano di fede,
sono appunto imperscrutabili.
Magari è grazie a me che tu ti senti rafforzato nella tua fede. 😃!
Perché amareggiarti? In fondo ritieni che il libero arbitrio esista. Vedi tu.
PS: Ho apprezzato l'evidenza che tu abbia criticato, confutato le mie opinioni sulla chiesa/religione e non espresso giudizi sulla persona.
È un ottimo inizio.