Paolo suicida a 14 anni: il bullismo a scuola, quando il silenzio degli adulti diventa complicità

Paolo suicida a 14 anni: il bullismo a scuola, quando il silenzio degli adulti diventa complicità
Paolo Mendico, si è tolto la vita a 14 anni

Paolo Mendico, 14 anni, si è tolto la vita in provincia di Latina, il padre lo ha trovato impiccato nella sua stanza, con la corda di una trottola. la Procura ha aperto un'indagine per "istigazione al suicidio". La famiglia ha denunciato che il ragazzo era vittima di "bullismo" e "cyberbullismo". Amedeo, il fratello, ha consegnato agli inquirenti il telefono di Paolo, contenente chat e registrazioni vocali che sono diventate le prove principali per l'inchiesta.

La vicenda ha scatenato un'ondata di reazioni a livello nazionale, la famiglia accusa la scuola di negligenze. E' intervenuto il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara, e ha inviato gli ispettori. Una tragedia, l'ennesima, che travolge la Scuola italiana.


Bullismo a scuola: quando il silenzio degli adulti diventa complicità
Di Luisa Paratore, betapress.it

Paolo aveva quindici anni, e a quindici anni si dovrebbe pensare alle prime amicizie importanti, alla musica da ascoltare in cuffia, al futuro che comincia a intravedersi.

Paolo invece ha scelto il silenzio definitivo, lasciando un vuoto che la sua famiglia e la comunità di Santi Cosma e Damiano non colmeranno mai.

Le indagini lo stanno dimostrando: non si è trattato di un malessere improvviso, ma di anni di prese in giro, chat infami, umiliazioni sistematiche.

Un bullismo che non si è fermato alle mura di casa o ai corridoi della scuola, ma che è entrato nel suo telefono, nella sua quotidianità, nella sua percezione di sé.

Decine di messaggi, screenshot, note firmate persino da insegnanti, raccontano di un ragazzo messo all’angolo, oggetto di ironie sul fisico, sui capelli, sulla statura.

Quel sarcasmo tagliente che molti considerano “educativo” o “un modo per stimolare” ma che, quando diventa costante e crudele, non educa: uccide.

Il nostro primo dovere è il cordoglio.

Non il cordoglio sterile di circostanza, non le frasi già pronte — “non ci aspettavamo”, “era un bravo ragazzo”, “nessuno si era accorto” — ma quello vero, che brucia, che mette in discussione un sistema intero.

A Paolo e alla sua famiglia va il pensiero più sincero, e la promessa che il loro dolore non venga insabbiato con l’ennesima commissione d’inchiesta destinata a finire in archivio.

Il bullismo tra studenti è noto, monitorato, studiato.

Ma guai a toccare l’argomento “insegnanti che bullizzano”: eppure esistono.

La letteratura scientifica lo documenta: uno studio pubblicato sull’International Journal of Bullying Prevention (Springer, 2022) definisce il teacher bullying un fenomeno diffuso, spesso mascherato da rigore o disciplina, ma in realtà capace di lasciare cicatrici psicologiche profonde.

Chi dovrebbe educare alla fiducia e al rispetto, talvolta diventa complice, o peggio, carnefice.

Non sempre con urla o aggressioni dirette: basta un continuo accanimento, un’evidente disparità di trattamento, il piacere malcelato di “mettere in ridicolo” lo studente davanti ai compagni. È bullismo, solo con la cattedra come scudo.

Ed è qui che la scuola italiana mostra la sua debolezza strutturale: troppa protezione corporativa, troppa paura di “sporcare l’immagine” dell’istituto.

Nel caso di Paolo, il fratello ha consegnato agli inquirenti chat e testimonianze che puntano non solo ai compagni, ma anche a responsabilità adulte.

Non sarà facile stabilire chi sapeva, chi vedeva e taceva, chi si è voltato dall’altra parte. Ma una cosa è certa: se esistono note firmate da insegnanti usate come arma di scherno, qualcuno ha sbagliato gravemente.

Non ci sono tragedie senza segnali.

Paolo, come tanti ragazzi in situazioni simili, aveva mandato messaggi silenziosi: cali nel rendimento, ansia mattutina, mal di testa ricorrenti, l’apatia di chi non vuole più entrare in classe.

Sono sintomi ben noti: l’Anti-Bullying Alliance nel Regno Unito li elenca da anni come indicatori inequivocabili. L’Osservatorio Nazionale Adolescenza in Italia ha confermato con dati recenti (2023) che oltre il 40% degli adolescenti dichiara di aver subito episodi di bullismo, e una parte significativa li vive in un clima di indifferenza adulta.

I genitori spesso vedono, ma non vogliono credere.

Non per cattiveria, ma per paura, per speranza che passi, per illusione che “sia solo una fase”.

Intanto, giorno dopo giorno, il ragazzo si convince di valere meno, di non contare nulla.

E quando arriva a pensare che il mondo stia meglio senza di lui, significa che la società intera ha fallito.

Non mancano leggi né protocolli.

La legge 71/2017 sul cyberbullismo obbliga le scuole a individuare un referente e a predisporre percorsi di educazione e prevenzione.

Nel 2023 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha diffuso linee guida aggiornate (nota 4274/2023) con procedure precise.

Ma quante scuole le applicano davvero?

Spesso i protocolli restano carta nei cassetti, e il referente anti-bullismo è un nome su un foglio, sconosciuto agli studenti e ai genitori.

Il problema non è la mancanza di strumenti, ma la volontà di usarli.

Perché denunciare un compagno è già difficile, ma denunciare un insegnante è quasi impossibile.

Si teme la rappresaglia, la bocciatura, l’isolamento.

Così il sistema resta blindato, e chi soffre deve scegliere tra subire o esporsi a nuove ferite.

E qui sta il nodo più amaro: il silenzio.

Gli adulti che non ascoltano, i dirigenti che minimizzano, i colleghi che vedono e non parlano, i genitori che sperano che il figlio “diventi più forte”.

Questo silenzio è benzina versata sulle fiamme del bullismo.

Chi dice “sono solo ragazzi, cresceranno” ignora la verità: sì, cresceranno, ma alcuni da vittime, con cicatrici che dureranno tutta la vita.

Altri da carnefici, convinti che il potere stia nell’umiliare.

E qualcuno, come Paolo, non crescerà affatto.

Serve coraggio. Coraggio dei genitori, che devono credere ai figli quando raccontano di umiliazioni.

Coraggio degli insegnanti onesti, che devono denunciare i colleghi che sbagliano.

Coraggio delle istituzioni, che devono vigilare con rigore e punire con fermezza.

E coraggio dei ragazzi stessi, che devono sapere che non sono soli, che esistono adulti pronti a proteggerli.

La scuola non è un’arena, né una caserma, né il palcoscenico per insegnanti frustrati.

È — o dovrebbe essere — il luogo in cui imparare a diventare adulti liberi, rispettosi e consapevoli.

Ogni volta che un ragazzo sceglie di morire, la scuola ha perso la sua ragion d’essere.

Di Luisa Paratore, betapress.it

18.09.2025

Fonte: https://betapress.it/bullismo-a-scuola-quando-il-silenzio-degli-adulti-diventa-complicita/

Commenti (16)

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    1. absitiniuriaverbis 22 settembre 2025

      Mi viene in mente 'Libertà va cercando, ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta.'

      Paolo, che la terra ti sia lieve!

      Invece, in attesa della giustizia degli uomini...specie in serva italia, per gli ancora vivi ci saranno pronti gli sguardi pietosi e complici e le messe in chiesa.

      Non dimentichiamo la comoda dottrina che dice: “dio ti dà la vita e solo lui può toglierla” – ma poi guarda caso, quando muori di fame o in guerra, è sempre “volontà divina”.
      Se invece ti ammazzi tu, diventi un peccatore egoista che ha osato sfidare il piano cosmico.
      Forse il piano cosmico includeva proprio la tua sofferenza estrema, e tu hai rovinato tutto con un gesto impulsivo! Che bestia!

      In fondo, perché dovresti avere il diritto di decidere quando smettere di soffrire, quando puoi invece continuare a pregare perché smetta la sofferenza e nel frattempo donare soldi alla chiesa?

    2. vaisarger 22 settembre 2025

      Certo, come no... dopo una tragedia umana come quella del suicidio di un bambino, che giustamente l'Autrice del pezzo identifica tout court come "fallimento della società", la prima cosa da fare è prendersela con la Chiesa cristiana e l'insegnamento di Gesù... Che amarezza.

      Ma ad alcune cose voglio rispondere da credente e cristiano.
      1) Se l'umanità avesse seguito la Via delineata da Nostro Signore Gesù, non solo questa tragedia non si sarebbe verificata, ma noi saremmo giunti a vivere in un quasi-Paradiso in Terra. Infatti Gesù ha appunto insegnato ad amare il prossimo (non amare solo noi stessi, ma amare il prossimo, e amarlo come noi stessi quindi mettendoci nei suoi panni ) e amare significa: rispettare, incoraggiare, mettersi nei panni dell'altro, difendere, aiutare. Succederebbe una tragedia come quella del povero bambino che si è suicidato, se tutti avessimo seguito l'invito all'amore di Gesù? (Non serve dire altro )

      2) "Dio ti dà la vita e solo Lui può toglierla": ciò è per un credente una ovvia considerazione e un punto di rispetto per il Creatore. Tutto ciò ha un nome e si chiama: "Fede".

      3) E arriviamo al terzo punto, logica conseguenza:
      >
      E qui si arriva al dunque. Ora, il senso della sofferenza (e, in definitiva, della vita stessa ) è l'argomento principale della riflessione di migliaia di anni di generazioni e generazioni di esseri umani pensanti, di filosofia umana e ricerca teologica. Non starò certo ora a spiegare il senso della sofferenza dal punto di vista cristiano (anche perchè ci vorrebbero pagine e non è questo il luogo ). Mi limito a dire la promessa che ha fatto Gesù, che si potrebbe riassumere in poche parole, in questo modo: "Non finisce tutto con questa vita, ma chi segue Me dopo la morte corporale avrà la Vita eterna. Saranno consolate le vittime della cattiveria umana ed eternamente castigati i carnefici". Questo è tutto. Davvero, questo è tutto (in estrema sintesi). Ci credi? Sulla parola, sulla Sua parola, ciò significa: senza evidenze? Beh, se scegli di crederGli sulla parola, sei un cristiano, cioè un seguace di Gesù Cristo. E questa virtù teologale della Fede implica anche la Speranza (la virtù della Speranza cristiana non è il semplice "speriamo che vada tutto bene", ma è appunto la Speranza che la sofferenza abbia un senso, nei piani imperscrutabili di Dio). Non ci credi? Ne hai libertà di farlo, è il libero arbitrio.

      Questo è il mio punto di vista di cristiano.

    3. absitiniuriaverbis 23 settembre 2025

      Grazie del tuo commento,
      a braccio tocco solamente alcuni punti per restare in tema e cercare di capirci.

      Scrivi 'la prima cosa da fare è prendersela con la Chiesa cristiana e l’insegnamento di Gesù… Che amarezza. "

      Il primo suggerimento che potresti considerare è di non confondere chiesa/religione con fede. Che amarezza (!) constatare come uno come te che si professa credente possa mischiare capre e cavoli.
      Io sono stato caustico sulla chiesa mentre non ho affatto toccato il tema fede.
      La chiesa è parte integrante della società ovviamente. Non è aliena alla società anzi ha avuto la pretesa di modellarla con le buone e con le cattive.

      L'insegnamento di cui parli (ammesso e non concesso che il tuo insegnante sia esistito) non è stato impartito per fondare una religione (dovresti per questo ringraziare tale Paolo che sicuramente non aveva un nome italiano, e non è l'unico.. .anzi) che risulta piuttosto uno strumento di controllo imposto anche con il sangue.
      Il silenzio e la connivenza della chiesa sono lampanti anche ai nostri giorni.
      Io ritengo che il suddetto insegnante che hai citato farebbe delle attuali istituzioni religiose/chiese un cumulo di macerie alla luce dei risultati nella società che fa di lui una bandiera.

      Non dovrei essere io a ricordarti "la purificazione del Tempio" o "la cacciata dei mercanti dal Tempio".
      In sintesi, la cacciata dei mercanti dal Tempio non fu, scrivono i libri detti sacri, un semplice scatto d'ira, ma un atto deliberato e profetico con cui denunciò la corruzione religiosa, rivendicò la sua autorità messianica e annunciò l'inizio di una nuova era nel rapporto tra dio e l'umanità.È improbabile che avesse in mente un piano dettagliato per una "chiesa/religione" con dogmi, gerarchie e rituali come la intendiamo noi oggi.
      Tuttavia, le sue azioni e parole indicano che voleva radunare una comunità di discepoli.
      Faceva il predicatore, scrivono, mica lavorava.

      Non è cambiato nulla in duemila e passa anni.
      Nei 'piani imperscrutabili' che citi possono anche rientrare coloro che come me hanno dubbi o mancano di fede,
      sono appunto imperscrutabili.
      Magari è grazie a me che tu ti senti rafforzato nella tua fede. 😃!

      Perché amareggiarti? In fondo ritieni che il libero arbitrio esista. Vedi tu.

      PS: Ho apprezzato l'evidenza che tu abbia criticato, confutato le mie opinioni sulla chiesa/religione e non espresso giudizi sulla persona.
      È un ottimo inizio.

    1. BrunoWald 21 settembre 2025

      Hai voglia a parlare di responsabilità, che sicuramente esistono. I problemi iniziano a casa. La vera domanda è: dov'era il padre? L'adolescenza è un momento critico, ma per arrivare a certi estremi ce ne vuole. I problemi con i compagni a scuola, o con le ragazze, sono prevedibili, e la figura paterna è fondamentale per un ragazzino. Come non accorgersi che tuo figlio sta soffrendo?

    1. ignorans 21 settembre 2025

      pensare Bullismo=suicidio è indice di follia
      pensare di essere capaci di "sistemare" le cose è un altro sintomo di malattia

    1. oliver 21 settembre 2025

      ..non c’è solo bullismo a scuola ma anche nella ns società e nel mondo del lavoro spesso ancor più pesante se si cade malauguratamente in un nido di vipere (dove credi di essere al sicuro) e dove la cultura mafiosa prevale, ti isola finché non butti la spugna…

    1. uomospeciale 21 settembre 2025

      Tragedie come queste sono difficili da accettare anche se va sempre tenuto presente che la scuola e la società odierne, sono comunque ben più inclusive e soft di quelle di 40/50 anni fa dove c'erano dinamiche di nonnismo & bullismo di "branco" che quasi tutti di noi abbiamo ben conosciuto a volte come bersagli, a volte come membri del branco che prendeva di mira qalcun'altro.

      La mia impressione è che i giovani d'oggi siano molto più fragili e impreparati ad affrontare certi fenomeni odiosi di quanto lo fossimo noi ai nostri tempi.

      Nel '60 e 70 quando eri costantemente temprato e allenato dal bullo peggiore che avevi in casa sotto forma di padre, quelli che potevi trovare a scuola o in caserma, ti facevano solo ridere.
      Ricordo in particolare un occasione in cui c'era un gruppetto di ragazzi che mi prese di mira alle elementari per chissà quale motivo...A un certo punto persi la pazienza, presi per il collo il capobranco, il "boss" della classe, e dopo averlo sollevato sopra la testa come un fuscello* tentai ucciderlo cercando di buttarlo da una terrazza di 30 metri...
      Fortunatamente per lui, riuscì a scappare per un soffio appena in tempo.
      Da allora mi feci la fama di ragazzo violento e pericoloso,
      e si decisero a lasciarmi in pace.

      *Lavoravo duro nell azienda agricola di famiglia ed ero il ragazzo più muscoloso e forte della mia classe.... Non serve affatto essere gracili o sembrare indifesi per essere presi di mira, basta essere diversi dagli altri o non volersi mescolare con loro, per diventare un bersaglio...

    2. Ligeti 22 settembre 2025

      Esemplare. Se sei grosso e forte e magari hai pure avuto un buon padre manesco, decisivo per la sana crescita spartana dei virili maschi degli anni '60, sei stato fortunato perchè puoi difenderti dai bulli, se no è un tuo problema. Complimenti.

    3. uomospeciale 22 settembre 2025

      Dico quello che penso e quello che è stato il mio passato, non so che farci se non ti piace.
      Di che dovrei sentirmi colpevole?
      E' un'evidenza sotto gli occhi di tutti, che i giovani d'oggi crescano spesso fragili come cristalli.
      Quando avevo i dipendenti mi è capitato più di una volta che i genitori accompagnassero i figli già più che maggiorenni ai colloqui di assunzione timorosi di chissà che cosa...

      ( bella manifestazione di maturità, carattere, e indipendenza, vero?)

      E si, mio padre era un gigante severo e duro come la pietra.
      Poche smancerie tanto, tantissimo lavoro e severità...
      Un gigante che a suo tempo ero arrivato anche a odiare e che ho rivalutato solo molti anni dopo, quando ero ormai adulto.
      Nella sua ottica doveva prepararci alla vita, e anche se non è stato divertente l'ha saputo fare benissimo.

    4. CptHook 22 settembre 2025

      > allenato dal bullo peggiore che avevi in casa sotto forma di padre

      Non posso dire che mia padre sia stato un "bullo" come tu descrivi il tuo ma, per certo, anche il mio, che rimane la persona più importante della mia vita dopo mia moglie, da adolescente mi ha fatto parecchio disperare, almeno tanto quanto io lo deludevo con il mio fancazzismo scolastico, causa prima dei nostri sconti. Il vero "bullo" in casa mia è stata mia madre, prima campionessa di scherma col piumino della polvere in giunco, con i figli, e poi insigne psicologa con i nipoti..., :-)))
      Mia madre che con i nipoti ci metteva in guardia sul fatto che se li stressavamo troppo potevano darsi alla droga ma che non ha mai saputo che uno dei miei fratelli ed io, in tempi diversi, abbiamo entrambi tentato il suicidio (per nostra fortuna sbagliando la dose) per disperazione dei cazziatoni, a volte ingiusti, che ci facevano.
      Il bullismo l'ho sperimentato come ragazzino cicciobomba, ad opera di zii e cugini, un po' anche i fratelli, minori per di più; sono stato messo in croce, mi hanno avvelenato la pre-adolescenza e, sicuramente, una mia certa insicurezza di fondo non ne ha giovato.
      Il liceo e la società di canottaggio invece mi hanno fatto assaggiare un certo nonnismo, ma alla lunga è stato lì che ho imparato ad usare il cervello per difendermi e, comunque, non è che io non me le andassi a cercare..., ero un presuntuoso di prim'ordine e lo sono stato per troppo tempo, ci ha pensato mia moglie a "mettermi a massa", come diceva lei...
      Il dramma di questo ragazzo io lo intuisco, mi ci rivedo tantissimo, posso immaginare che sia stato vaso di coccio tra vasi di ferro, un'anima buona e sensibile, come per tante cose ero anche io che però, evidentemente, non sono stato soggetto alla stessa pressione cui è stato soggetto lui, o forse comunque ho avuto la fortuna di qualche risorsa in più..., non lo sapremo mai, temo.
      Il fatto è che, come recita un vecchio detto: "Si dice che il negro senta il dolore meno del bianco, ma che quello che sente gli basta."
      Che la terra ti sia lieve, Paolo, questa sera ascolterò per te "Preghiera di gennaio".

    5. CptHook 22 settembre 2025

      E' un’evidenza sotto gli occhi di tutti, che i giovani d’oggi crescano spesso fragili come cristalli.

      In questo non mi sento di contraddirti, sono cresciuti in contesti totalmente diversi da quello in cui siamo cresciuti noi, io sono nato nel' '49, i segni delle bombe si vedevano ancora, ancora esisteva il mito della caccia grossa, dell'avventura, dell'Africa nera ecc. e, conseguentemente, siamo cresciuti ancora con un po' del mito di "vivere pericolosamente" e, soprattutto, del doverci conquistare il diritto a tante cose.
      Fino ai 14 anni durante le vacanze dovevo restare a dormire dopo pranzo e potevo uscire solo dopo verso le 17.
      16/17enne, d'estate uscivo con una ragazza di 20 ma alle 23 avevo l'umiliazione di dover essere a casa a scanso di cazziatoni; attualmente ragazzine di 13 anni escono con giovani ultra ventenni e tornano quando gli pare.
      La nostra c.d. "libertà" ce la siamo dovuta sudare, la "paghetta" non era mica una cosa scontata (a casa mia arrivava da mio nonno materno, non dai miei genitori, almeno fino ai miei 18 anni).
      Siamo cresciuti in un contesto più difficile, abbiamo avuto una vita più difficile ma anche più facile, perché avevamo desideri più semplici e meno costosi da soddisfare e questo, credo, ci ha temprati un po' di più.

    6. uomospeciale 23 settembre 2025

      Certo dispiace molto per il povero Paolo ma andando oltre l'episodio in questione e facendo un discorso sociologico più generale come fa notare anche qualcun'altro qui sopra, forse è il padre inteso non solo come presenza familiare ma proprio come autorità paterna e figura di riferimento maschile nelle famiglie che è venuta a mancare nell'educazione di troppi giovani.

      Sia i quella delle vittime, che in quella dei bulli..

      Perché chi viene educato come si deve, non se la va a pigliare con i più deboli.

      in troppi casi i padri di oggi sono figure sempre più marginali e insignificanti nelle famiglie, sono quelli che pagano i conti, portano fuori la spazzatura e il cane a fare la cacca... Sempre pronti a uniformarsi alle aspettative e desideri di moglie e figli:

      Li vedo spesso comportarsi da "amiconi", da supporter o da semplici sponsor dei loro figli spesso trattati come dei piccoli principi,ma non c'è niente di più sbagliato e dannoso, a mio avviso:

      Per dei figli maschi cresciuti in certi contesti la vedo molto dura riuscire forgiarsi un carattere equilibrato, autonomo, consapevole di sé stesso e degli altri e tenuto conto che quasi tutti ormai vengono educati così prepariamoci al peggio...

      Quando ero ragazzo ti bastava parlare con un 20/25enne per cominciare a sentire ogni tanto qualche ragionamento da uomo, oggi ti tocca parlare con dei 50enni per sentire qualche discorso almeno un pò serio.

      La mancanza di disciplina e severità nell'educazione ha prolungato la fase adolescenziale con le sue insicurezze, pulsioni, passioni irrazionali e intemperanze, molto oltre la soglia della maggiore età:

      Alcuni li vedo passare dall'adolescenza alla demenza senile, senza mai attraversare la maturità.

    7. Ligeti 23 settembre 2025

      Non è che debba piacere a me, se a te è piaciuto, buon per te, ma non prenderei il padre manesco e severo come esempio di buona pedagogia. Non voglio nemmeno improvvisarmi psicologo, ma forse avevi già di tuo un carattere forte e sei riuscito a sopportare un padre del genere arrivando anche a rivalutarlo da adulto, altri al tuo posto magari ne sarebbero usciti con qualche trauma e con quello stesso padre non avrebbero mai voluto averci a che fare una volta emancipati. Un discorso che si può applicare alla vittima innocente, magari aveva un carattere fragile e non sarebbero servite a niente delle ipotetiche educazioni spartane paterne, anzi.

    1. AlbertoConti 21 settembre 2025

      Quanto accaduto a Paolo e alla sua famiglia è un fatto estremo, raro, e speriamo che tale rimanga. Ma questo non significa che ai milioni di adolescenti che hanno superato la condizione di discriminato anche, o soprattutto a causa dell'atteggiamento altrui nei loro confronti, se la siano cavata bene, senza conseguenze. La sensibilità di un bambino o di un adolescente viene sempre sottovalutata, sia dagli adulti che dai suoi coetanei. A questo si aggiunge il vizio di fondo della nostra cultura capitalistica che premia i peggiori, gli insensibili e gli irrispettosi dell'altro, visto come fosse un avversario da battere, per consolidare il proprio presunto privilegio. Il bullismo poi è diventato un fenomeno geopolitico, con gli anglofoni in testa a questo incivile movimento.
      "Homo homini lupus" è la regola di questa società malata, che non sa stare al passo coi tempi, che richiedono invece di massimizzare il rispetto reciproco, soprattutto nella diversità di condizioni socioculturali che caratterizza il nuovo globalismo economico. Questo povero ragazzo, dal volto che prometteva un futuro più che normale, è stato vittima di un bullismo figlio della nostra epoca, che porta al suicidio l'umanità intera. Dal suo limitato punto di vista non poteva rendersene conto, comprendere che il suo caso era l'incarnazione non di un personalismo estremo, bensì di un andazzo generale motivato da forze soverchianti la sua fragile esistenza. Il suo gesto è emblematico della possibile sconfitta nella lotta presente tra il bene e il male.

    2. Martin 21 settembre 2025

      Ma cosa c'entra la cultura capitalistica, era un ragazzino debole ed esposto perchè sembrava una femminuccia, e che è stato bullizzato ferocemente, e che al tempo stesso si è trovato non protetto adeguatamente da famiglia e istituzioni - per quello che possono fare.

      Si sa benissimo che bambini e adolescenti possono essere molto cattivi ed abusivi con chi percepiscono come debole e esposto, a meno che non si sia passata infanzia e adolescenza su un altra galassia.

    1. maghi 21 settembre 2025

      mi successe a 17 anni al liceo un episodio simile con una professoressa calabrese piccina, brutta e cattiva. Si divertiva ad umiliare me e un altro, perchè eravamo cicciotti. Finchè mi ruppi i cabbasisi e andai alla cattedra a urlarle sul muso, che io, che già ero oltre 1,80 cm, avrei potuto agguantarla con una sola mano e buttarla dalla finestra al secondo piano, se non avesse cessato colle sue umiliazioni. Si mise in malattia fino alla fine dell'anno e lasciò al sostituto una nota negativa raccomandando la mia bocciatura. Questo mi fu detto da lui stesso, perchè rilevava in me uno studente corretto, che studiava e cercava di fare del suo meglio. Non l'ho più vista e l'anno successivo cambiò istituto. Sarà andata a cercarsi da altre parti obiettivi più facili per sfogare il suo sadismo. Mi dispiace per questo ragazzo, ma sarebbe l'ora, che in questo paese arrivasse il momento che l'autorità tutelasse i più deboli, invece dei delinquenti nostrani e di tutto il mondo, che vengono qui ben sapendo della situazione della nostra giustizia. Proprio ieri ho visto spacciatori che si scambiavano banconote da 500 e 200 euro dopo decenni che vengono ritirate. Ancora circolano nelle mani della criminalità. Tanto per dire che loro sono al di sopra dello stato, che esiste solo per imporre regole assurde agli onesti. Come disse un farabutto: le leggi ci sono solo per i cretini.

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