Pakistan: report di viaggio e crisi tra Islamabad e Kabul

Pakistan: report di viaggio e crisi tra Islamabad e Kabul
Cerimonia di ammaina-bandiera al Wagah-Attari border

Di Maria Morigi per ComeDonChisciotte.org

Sono andata in Pakistan per un viaggio di visita a siti archeologici indo-buddhisti dell’antico Gandhara nella provincia del nord-ovest Khyber Pakhtunkhwa. Dopo Islamabad e Peshawar siamo scesi a Lahore, poi verso Multan, la città dei santi Sufi. In un precedente viaggio ero stata costretta - causa COVID - a rientrare senza poter visitare i luoghi delle missioni italiane ISMEO (50 anni di lavoro sul buddhismo del Gandhara avviato dal grande orientalista ed esploratore Giuseppe Tucci). Questa volta non solo ho visitato Valle dello Swat, città di Taxila (1) e monasteri buddhisti (2) ma ho potuto anche rendere omaggio alla tomba del poeta, filosofo e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877 - 1938) sepolto a Lahore nel giardino Hazuri Bagh presso la moschea imperiale Badshahi.

Archeologia a parte, in Pakistan sono molto “istruttive” le visite ai bazar dove si incontra un mosaico di etnie, ben individuabili per costumi e comportamenti. A Peshawar -vicina al famoso passo Khyber di frontiera con l’Afghanistan e passaggio per tutti gli eserciti invasori della storia - si possono vedere l’etnia indo-pakistana dei Punjabi, una maggioranza di severi e barbuti Pashtun, molti Tajiki e Kirghizi; ci sono, in minore numero, etnie montane dai capelli biondi e occhi azzurri, come i Kalash delle valli dell'Hindu Kush, e gli Hunza delle valli di Hunza, Nagar e Yasin. I venditori sono cordiali, ma quasi tutti gli uomini hanno un atteggiamento di riserbo e, se non devono venderti qualcosa, ti trapassano con lo sguardo con una sorta di orgoglio a marcare la loro estraneità rispetto al mondo occidentale. Più impertinenti, i ragazzini fanno il verso alle spalle degli uomini occidentali, specie di chi ha un aspetto anche vagamente anglosassone. Le signore occidentali vengono guardate con un misto di curiosità e interesse, purché non esagerino in disinvoltura.

[caption id="attachment_232934" align="aligncenter" width="640"] Etnia Hunza[/caption]

Le donne pakistane sono un mondo variegato: col velo, senza velo, con hijab o burqa , vestite con sari indiani oppure in jeans e abbigliamento sportivo. Le ragazze, anche quelle che portano l’hijab, stanno sempre in gruppo, truccate e spontanee, ridono, chiacchierano e mai, per educazione e tradizione, rivolgerebbero la parola ad un uomo straniero e del posto. In molte mi hanno chiesto con gentilezza di fare foto ricordo (che spero non vadano sui social, ma pazienza!).

Altra presenza femminile è quella delle donne che indossano il burqa integrale. E sono rimasta sorpresa nel vedere burqa di tanti colori oltre al tipico azzurro delle donne talebane afghane. Al bazar di Peshawar infatti ce n’è per tutti i gusti: burqa rosa, gialli, verde chiaro, color oro e argento… la spiegazione è che i Talebani sono tanti, appartenenti a diversi clan tribali, oltre che al gruppo Deoband e al gruppo Barelvi (semplificando afghani e pakistani) che sono le due principali Scuole coraniche (Università) di prima fondazione risalenti al XIX secolo in epoca coloniale e che hanno inventato il burqa per proteggere le donne dagli sguardi dei britannici invasori e colonizzatori.

Colpisce vedere l’atteggiamento sottomesso di molte donne indossanti il burqa, sedute a terra in gruppo e trattate in modo umiliante come mendicanti in attesa di un tozzo di pane. Mi è stato detto che si trattava di profughe afghane, ora rifiutate dal Pakistan che sta facendo una politica di non-accoglienza diversamente da quanto succedeva nel 2021 dopo lo sgombero degli USA dall’Afghanistan: si tratta delle povere vittime di una politica che segue il nuovo corso di isolamento dell’Afghanistan per assecondare l’alleato americano. Infatti dal 2021 la relazione tra Talebani afghani e il Pakistan si è deteriorata passando dalla cooperazione alla palese diffidenza. I Talebani, una volta sostenuti da Islamabad, oggi rivendicano autonomia, mentre il Pakistan li accusa di alimentare il terrorismo transfrontaliero. Il contesto è fatto di tensioni regionali che si intrecciano con rivalità tra le grandi potenze di India e Cina.

Nel viaggio precedente in Sindh e Punjab il nostro gruppo aveva avuto scorta armata, anche nei bazar, per ragioni di sicurezza. Stavolta a Peshawar e per tutta la Valle dello Swat si è ripetuto il copione, infatti, fin dai primi giorni c’erano segnali allarmanti: continue interruzioni di corrente con blocco di ascensori e buio pesto, stop improvvisi mentre facevi la doccia… Chi conosce la situazione energetica del Pakistan, garantita dalle linee intermodali che fanno capo al China-Pakistan economic corridor CPEC (diramazione della BRI cinese che da Kashgar arriva al porto di Gwadar), capisce subito che ci sono guai, cioè attentati terroristici anti-cinesi condotti dal gruppo BLA (Beluchistan Liberation Army), scontri di confine per accesi nazionalismi e grossi pericoli per la sicurezza in generale provocati da una vasta galassia di gruppi militanti islamisti fuori controllo, anche Talebani dissidenti da quelli che ora governano l’Afghanistan, come la Rete Haqqani o Tehrik-i-Taliban Pakistan –TTP.

A 20 km da Lahore si può assistere con prenotazione ad un evento immancabile: la cerimonia di smaccato nazionalismo e direi di “legittimazione dell’odio” tra Nazioni che si svolge giornalmente al calare del sole all’unico posto di confine con l’India, Wagah-Attari border. Si tratta di una tradizione inaugurata nel 1959 tra i due paesi rivali - India e Pakistan - dopo la “Partizione” del 1947. La cerimonia spettacolare dura circa 45 minuti e inizia con l’arrivo di folle di indiani e pakistani sugli spalti separati da un cancello: teleschermi proiettano eventi storici, immagini di forze armate e potenzialità belliche ed esaltazione dei rispettivi Padri fondatori.

Tra canti, grida, slogan e musica patriottica ad altissimo volume, il tutto è gestito da un “direttore-regista”. Ma il vero spettacolo inizia quando i militari (giganti alti più di due metri dai copricapi impennacchiati) marciano verso il cancello del confine con movimenti in sincronia e volutamente esagerati, cioè gambe spinte fino all’altezza del viso, sguardi fieri e pugni serrati. Il culmine della tensione si raggiunge nel momento in cui simultaneamente le bandiere vengono abbassate poiché si deve evitare che uno dei due vessilli stia più in alto dell’altro. Subito dopo i cancelli si aprono per pochi secondi: i comandanti si stringono rigidamente la mano e poi richiudono di colpo i cancelli. La sera in cui noi assistevamo i cancelli non sono stati aperti e pare che i militari giganti abbiano pronunciato ingiurie oltre il normale, digrignando i denti: brutto segno che doveva farci immaginare che c’erano problemi.

Era proprio così: alla mattina dopo ci troviamo confinati in albergo, mentre il nostro Malik, ottima guida pakistana, era bloccato al posto di polizia con tutti i nostri passaporti… Notizie rubate durante qualche intervallo di connessione confermavano un attentato ad una centrale elettrica e scontri di confine: questa volta non con l’India, che rimane il nemico permanente, ma con l’Afghanistan. Grazie a vari santi protettori dopo circa sei ore sono arrivate scorte di polizia, esercito con i corpi speciali armati fino ai denti e dotati di quegli aggeggi per individuare le mine e gli esplosivi. Il viaggio è proseguito senza modifiche di itinerario ma con un po’ d’inquietudine perché i militari in Pakistan sono una categoria con cui è bene non entrare in discussione. Rientro aereo tutto normale.

Arrivata a casa scopro che il cessate il fuoco raggiunto tra Pakistan e Afghanistan il 15 ottobre è il tentativo di raggiungere un equilibrio di forze precario lungo una frontiera instabile e contestata: la Linea Durand, 2.640 km, decisa e imposta dai britannici nel 1893 per ridurre l’Afghanistan a funzione di “stato cuscinetto” quando ormai stava esaurendosi il Grande Gioco coloniale in Asia centrale. Il cessate il fuoco appena concluso segue attacchi aerei, scontri di terra nella zona di Spin Boldak e Chaman e accuse reciproche di aggressione. Islamabad accusa i Talebani di ospitare militanti e terroristi che colpiscono il territorio pakistano; Kabul accusa Islamabad di destabilizzare la regione proteggendo gruppi legati a IS- Khorasan e denuncia bombardamenti su aree residenziali e vittime civili. Inoltre La chiusura dei valichi commerciali con decine e decine di camion bloccati ha avuto conseguenze gravi per l’Afghanistan, già isolato internazionalmente, che dipende dal Pakistan per tutto il sistema di approvvigionamento di cibo e beni essenziali. Una dipendenza economica che è già ormai strumento di pressione politica.

Eppure è chiaro che la tregua, chiesta dalla parte afghana e concessa da Islamabad per evitare l’escalation, non è una soluzione duratura ed evidenzia che la linea di confine non è solo un problema geografico, ma un complesso problema politico, storico e strategico. La crisi infatti non è solo militare ma geo-economica ed è esplosa nel momento in cui gli equilibri dell’Asia meridionale stanno cambiando.

Proprio lo stesso 15 ottobre l’Afghanistan si compiaceva dell’accoglienza senza precedenti da parte di Nuova Delhi al ministro degli esteri dei Talebani, Amir Khan Muttaqi, mentre l’India annunciava di voler potenziare la propria presenza diplomatica a Kabul al livello di Ambasciata. Fatti che aggiungono un ulteriore livello strategico alla crisi, poiché l’India - storico rivale del Pakistan - nel momento in cui rafforza i contatti con l’Afghanistan, crea nuovi rapporti di influenza. Di fatto l’interesse dell’India per l’Afghanistan è visto da Islamabad come una minaccia al suo confine occidentale, quella “porosa” Linea Durand che non è mai riuscita ad arginare gruppi terroristi, signori della guerra e traffico di droga.

Di Maria Morigi per ComeDonChisciotte.org

30.10.2025

Maria Morigi. Nata a Ravenna, laureata in archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Trieste, è stata docente in Istituti e Licei artistici a Udine e a Trieste. Si è dedicata allo studio di storia delle religioni orientali, ricerca archeologica, tutela di beni culturali e patrimonio, specie per l’Afghanistan e per le regioni autonome cinesi del Tibet e dello Xinjiang, con attenzione ai caratteri storici, politici, culturali ed etnico-sociali di quelle aree. Ha svolto catalogazione presso il Museo Archeologico di Aquileja e seguito missioni di scavo in vari paesi (Turchia, Pakistan, Iran, Cina e regione dello Xinjiang).

NOTE

(1) Taxila fu distrutta dagli Unni Bianchi intorno al 470 d.C. Dopo essere stata occupata da Alessandro Magno, la città passò sotto il controllo dell’Impero indiano Maurya, con Ashoka il Grande (304 – 232 a.C.) la città divenne una importante Università buddista in una posizione strategica lungo l'antica "strada reale" che collegava la capitale Maurya di Pataliputra con l'antica Peshawar e in seguito verso l'Asia centrale attraverso il Kashmir, la Battria e Kapisa – Begram (Alessandria del Caucaso) in Afghanistan. Nel II secolo a.C., Taxila fu annessa dal regno indo-greco di Battria che costruì una nuova capitale, Sirkap. Nel primo secolo dopo C. la città passò sotto il dominio dei Kushan con Il sovrano Kushan Kanishka che fondò Sirsukh, il più recente degli antichi insediamenti di Taxila

(2) Takht-i-Bahi (“Trono della fonte”) nel distretto di Mardan della provincia di Khyber Pakhtunkhwa è un famoso monastero buddista risalente al primo secolo d.C. tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.

Commenti (2)

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    1. oriundo2006 2 novembre 2025

      Grazie !

    2. absitiniuriaverbis 2 novembre 2025

      ...mille!

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