Marcello Veneziani - La Verità - 16 luglio 2023
Sole che sorgi libero e giocondo… Com’era bello l’Inno a Roma di Giacomo Puccini e come è bello ancora, a risentirlo adesso. L’altro giorno, dopo l’ennesimo linciaggio subito da Beatrice Venezi per aver osato suonare con l’orchestra nella sua Lucca, all’apertura del festival pucciniano, l’Inno a Roma, una giovane amica è rimasta incuriosita e non conoscendo l’inno, ha voluto sentirlo col suo smartphone. Riascoltandolo con lei, sono tornato a più di cinquant’anni fa, e mi è parso di tornare ragazzo con le ali sotto i piedi. Ho ritrovato le parole, che ricordavo tutte, e anche l’aura di quel canto e di quel tempo e quelli che come me lo cantavano e nasceva tra noi un’intesa più forte del fuoco.
L’Inno a Roma è del 1918, quando il fascismo ancora non era nato, nessuna frase dell’Inno evoca il fascismo, anche se le sue parole, nella loro semplicità compongono una coerente visione della vita e di una civiltà. E’ una composizione tarda e maestosa di Puccini, che pochi anni dopo morirà; risente del fervore patriottico della prima guerra mondiale, ma venata di tenerezza. Fu suonato ai tempi del fascismo, anche se altri canti prettamente fascisti caratterizzarono il repertorio musicale del regime: da Faccetta nera a Giovinezza, che era un canto prefascista e goliardico, adattato poi nelle parole al fascismo. Ma l’Inno a Roma diventò il blasone, la bandiera, la colonna sonora, il richiamo magico dei comizi del Movimento Sociale Italiano; in particolare di quelli di Giorgio Almirante che erano spettacoli oratori di teatro politico e passione ideale. Ne eravamo ammaliati, anzi infiammati. E quell’Inno ne era il mito, il rito, la liturgia.
L’Inno a Roma a volte fungeva da richiamo per trovare la piazza tricolore dove ci sarebbe stato il comizio della fiamma; noi ragazzi, nei nostri pellegrinaggi militanti, quando sbarcavamo in città non conosciute, seguivamo questo navigatore musicale, andavamo a orecchio, come i topi del pifferaio di Hamelin. Una volta l’udito c’ingannò, o forse il vento ne deviò il percorso; e a Matera, o forse a Brindisi, finimmo con le nostre bandiere tricolori nella piazza antagonista dove puntualmente c’era la contro-manifestazione antifascista. Ma il fattore sorpresa fu tale che passammo tra due ali di folla incredula, tra pugni chiusi e bandiere rosse, si aprì un varco per farci passare, noi del reggimento nemico bardati a tricolore. Passammo indenni mentre si apriva davanti a noi come per miracolo il Mar Rosso… Ma al sud c’erano talvolta queste indulgenze.
Nell’Inno a Roma voi ci vedete il fascismo, la dittatura, la guerra, e magari pure i campi di sterminio; noi ci vedevamo la nostra giovinezza, la nostra comunità, il canto di libertà, a viso aperto, in faccia al mondo; l’ebbrezza di dirsi italiani, romani, latini, la gioia di una festa politica e il sogno di appartenere a una storia antica da rinnovare, “il sol che nasce sulla nuova storia” e che ricorda il socialista Sol dell’Avvenire. L’Inno pucciniano era il canto di una civiltà e di una società armoniosa, in cui “il tricolore canta sul cantiere e sull’officina”, sui campi di grano e sulle greggi, sui reggimenti e sulle “pensose scuole”. Era bello quell’universo corale, in cui operai e contadini, soldati e studenti, si sentivano parte organica di un tutto, nel solco di una civiltà e di una storia. “Per tutto il cielo è un volo di bandiere” e noi le vedevamo in quella piazza, le bandiere inneggiate, sventolare per la nostra festa politica.
Voi ci vedete l’odio, in quella piazza e in quell’Inno; noi ci vedevamo amore, amor patrio, amor di civiltà, amore di comunità e di politica; sì, all’epoca ci si poteva pure innamorare di politica, e si dava tutto senza aspettarsi nulla in cambio sul piano personale, perché come ripeteva Almirante, citando Gabriele d’Annunzio: “Io ho quel che ho donato”; anzi andava oltre il Poeta e diceva: “Io ho quel che mi avete donato”, e il popolo tricolore si commuoveva. Voi ci vedete il nero e l’orbace, noi ci vedevamo il sole e la luce, la gioia sorgiva, che s’irraggia libera e gioconda; il magnifico sole di Roma, nell’azzurro italiano, latino e mediterraneo. Dal Campidoglio “tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma” (la Roma di Puccini non è quella di Gualtieri).
Ecco, dovessi confessare la mia indole nostalgica, direi che ho nostalgia di quella Roma pucciniana, di quell’Italia pucciniana, in equilibrio tra giustizia sociale e amor patrio, natura lussureggiante e civiltà gloriosa. Ma ho nostalgia soprattutto dei nostri occhi di ragazzi, che “vedevano” in quel canto, in quelle parole, un’alba di vita, un risorgimento di passione, un popolo che si raccoglieva intorno a un mito antico.
Poi, certo, sono bastati i cinquant’anni seguenti per disincantarci, la nostra età avanzata per capire che erano sogni di un’età appena svegliata che aveva ancora in testa il sogno della notte. Venne l’età degli incubi, poi delle insonnie, quindi della melatonina per dormire, tra risvegli angosciosi e visioni del vuoto davanti a noi. Solitudini e deserti.
Ma furono veri quei sogni, e veraci quelle passioni ideali; furono condivisi, quei sogni, non erano fantasie oniriche di solitari. Fu bello avere sedici anni in quel tempo. Ed è bello ricordarlo nel nostro. E quelli che vissero con noi, come noi, io li sento ancora fratelli, non mi vergogno di averli considerati camerati e non mi indignerebbe affatto chiamarli compagni, perché l’espressione – almeno – è bella, vuol dire che dividi con loro il pane della vita (cum-panis). Sono convinto che quelle passioni univano negli intenti anche i fronti più divisi; certo, noi eravamo più inclini ai “valori dello spirito”, o se preferite, alla retorica. Ma non c’è da vergognarsi di quelle passioni e delle sue “belle bandiere”. Beatrice Venezi con l’Inno a Roma ha reso onore a Puccini; altri invece lo hanno stuprato, portando in scena una Bohème comunistoide e sessantottarda.
Quella dell’Inno a Roma era un’Italia migliore.
Marcello Veneziani
Link: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/non-sparate-sullinno-a-roma/
(Grazie alla gentile lettrice Charlie per avercelo segnalato)
BrunoWald 26 luglio 2023
Eh sì, bei tempi quelli in cui esisteva ancora il calore della passione politica: beato chi ha avuto la possibilità di vivere anche solo gli ultimi scampoli di quella stagione, di respirarne l'atmosfera.
Ci si sentiva come in un clan, fuori del quale c'era il nemico, e non soltanto una deprimente massa di coglioni...
Dice bene, Veneziani: ragazzi che si raccoglievano intorno a un Mito antico, e al sangue di coloro che lo avevano servito, solo pochi decenni prima. Eppure, è bastata una faccia da schiaffi come kippà Fini per spezzare l'incantesimo, e si è barattato il mito con un posticino al ministero, o un seggio al consiglio regionale.
La spiegazione è semplice: i piccoli compromessi conducono a quelli grandi, e questi ultimi al tradimento. Per un esempio del contrario, si ricordino quegli ottantenni che ancora si ritrovavano col basco della Decima, o della Tagliamento, e avevano lo stesso sguardo dei loro vent'anni.
C'è chi può permettersi di cantare Me Ne Frego!
Fantine 27 luglio 2023
Mi hai fatto tornare in mente una storia, Bruno.
"Non lasciare entrare un gatto nella tua vita".
La condivido. Eccola:
Al di là del fatto che il gatto non c'entra nulla ;)
absitiniuriaverbis 27 luglio 2023
Mi intrometto... siamo in qualche modo 'liberi' di scegliere ma non siamo affatto liberi delle conseguenze delle scelte. Si chiama responsabilità, ritengo.
Non ricordo chi diceva 'chi, per timore di commettere sbagli, non fa nulla, forse non commette sbagli ma tutta la sua vita è uno sbaglio'.
Il gatto, tutto può essere 'gatto' religione inclusa. Anche se, al riguardo, forse 'tigre' sarebbe più adeguato.
Al monaco e' servita una famiglia per aprirgli gli occhi e per, finalmente, smettere di essere un parassita e mettersi a lavorare. Meglio tardi che mai.
Fantine 27 luglio 2023
Io ci ho visto altro, Abs.
E non ritengo i monaci o gli uomini che si dedicano anche o solo alla vita ascetica dei parassiti.
Comunque credo che il messaggio della storia sia un altro, che peraltro condivido.
Ne riparleremo, Abs.
absitiniuriaverbis 28 luglio 2023
Si c'è dell' altro, vado a braccio.
Un monaco: uno che sentendosi chiamato ha scelto di sua volontà una certa vita e certi obblighi.Ok.
Ha un problema? Chiede ad altri di risolverlo, lui non sa, non può, non vuole... meglio chiedere. La provvidenza che ci sta a fare?
Uccidere topi, invece che tenerli lontano che costa fatica ed altro. è una soluzione accettabile, mentre i gatti non si uccidono,per ora. Poi si vedrà e si sono, per così dire, fatti prendere la mano, le mani ed anche i piedi. E meno male che gli arti sono solo 4.Uccidere va bene. Per dubbi consultare i testi detti sacri.
Sfruttare una mucca (ah, la provvidenza) che ha latte per il suo vitello va invece benissimo. Lo sfruttamento, un capisaldo religioso.
Ovviamente , chiedere aiuto (reiterativamente) ancora per il fieno.
Tanto quelli che hanno scelto una vita dura e responsabile sono sempre pronti ad aiutare perché conoscono la vita.
Ovviamente, accettare una donna (procurata da altri, ovviamente) e poi, tradire i voti che aveva liberamente preso, per mettere su famiglia.
Altro brillante esempio di religione elastica per gli amici. Alla faccia della responsabilità e della coerenza.
Ma chi ha mai visto la coerenza nella religione?
Dimenticavo, poi c'è il perdono.
Altrimenti bruci in eterno.
Però, Il vecchio monaco, in punto di morte aveva capito. Poi bisogna chiedersi che cosa avesse capito. E la risposta è a multi variabile.
La mia è diversa dalla tua, e forse la ingloba.
absitiniuriaverbis 28 luglio 2023
Ooppps, dimenticavo il particolare della vedova... vado di corsa e il testo è stato troncato.
Di asceti, sui quali ho opinione diversa, non se ne parla nella storiella.
Si ne riparleremo e volentieri.
Fantine 28 luglio 2023
Caro Abs, credo che tu abbia applicato le tue opinioni su monaci e religioni a una storiella che, in tutta evidenza, riguarda altro e che voleva essere uno spunto di riflessione su altro.
Per intenderci i personaggi avrebbero potuto rivestire altri ruoli, il vecchio monaco amato e benvoluto che dice di non fa entrare un gatto nella tua vita (che non è il monaco della storia del gatto) avrebbe potuto essere un vecchio saggio amato e benvoluto e il giovane monaco un nipote o un giovane e basta. E così per il monaco che aveva scelto di ritirarsi a vita solitaria, avrebbe potuto essere un uomo buono, onesto e benvoluto.
È il senso della storia che è altro.
E da quel senso si possono trarre le considerazioni che ciascuno ritiene in merito.
Poi i discorsi si possono sempre dilatare e ci entra l'universo mondo, ma in questo caso era una storia semplice che invita a riflettere sul fatto che le scelte che noi compiamo, dalle piccole, alle banali, a quelle più importanti o difficili (e le sottocategorie, le variabili etc potrebbero essere tante, come le connesse considerazioni su libertà, significato, limiti, contesto, ma non è quello il punto ora) non restano mai monadi isolate nella nostra vita ed in quella degli altri.
E poi c'è altro. E sta a noi. E quell'altro riguarda ciascuno.
Ma quella storia lo dice meglio e in maniera semplice.
E si coglie bene dalla sua semplicità.
absitiniuriaverbis 28 luglio 2023
Rispetto questo tuo approccio, anche se non è il mio. Ognuno per sé e 'sta a noi' come scrivi e bene.
Per me, la soria é così come è, e non parla né di potrebbe né di avrebbe potuto. Il modo di veicolare i messaggi è importante.
Se il messaggio 'semplice' da veicolare (lo spunto di riflessione) era 'attenzione alle conseguenza delle azioni' la storia poteva essere scritta meglio (ovvero ancora più semplicemente) ed avulsa da un contesto inopportuno che ne altera il contenuto fornendo una scenografia inappropriata e contraria al messaggio da veicolare.