Non essere più colonia: una questione di educazione

Cambiare il paradigma scientifico educazionale. Per contrastare il dominio dell'inglese e per rendere effettivo il calcolatore.

Non essere più colonia: una questione di educazione

Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org

Introduzione

Da tempo l'attività scientifica e tecnica, e in particolare quella elettronica, si basa su due caratteristiche chiave, l'uso della lingua inglese e l'impiego del calcolatore sia per calcolo e simulazioni, che per rappresentare l'informazione. Le comunità tecnico scientifiche riconoscono quelle prassi come fondamento e condizione necessaria per la validazione e la descrizione delle scoperte. L'uso dell'inglese e del calcolatore sono una consuetudine consolidata, diventata ormai un paradigma. Lo studio deve conformarsi a quel paradigma e ciò vale, in particolare, per gli studente che vogliono diventare membri di quella comunità scientifica con la quale più tardi dovranno collaborare. Come insegna Thomas S. Kuhn, i ricercatori e scienziati apprendono i fondamenti della loro disciplina secondo uguali modelli concreti, e la loro attività successiva sarà in accordo con quelle regole fondamentali di tradizione di ricerca. Ci sono punti fermi, descritti in libri e manuali scientifici scritti in inglese che descrivono teorie riconosciute come valide e che illustrano molte o tutte le applicazioni coronate da successo e confrontano queste applicazioni con osservazioni ed esperimenti.

Esistono però limiti fondamentali all'approccio, principalmente dovuti all'uso della lingua inglese. È pur vero che comunicare in inglese è importante, perché collega tra loro realtà distanti, territorialmente e culturalmente. Nelle occasioni di incontro di ricercatori e tecnici provenienti da più parti del mondo, si possono condividere e formulare nuove idee, raffinare soluzioni e migliorare, globalmente, le capacità produttive. La collaborazione in ambito scientifico e tecnologico ha anche effetti benefici sull'innovazione specie se fatta da gruppi eterogenei, dato che le diverse "culture" compensano o annullano vicendevoli i pregiudizi cognitivi.

Il problema comunque è l'inglese. Questo è un grande vantaggio per i madre-lingua ma è un notevole svantaggio per gli altri. L'attività scientifica e tecnica non prescinde dalla propria cultura, identità e, in particolare, la lingua, il cui ruolo influenza da sempre ogni aspetto della vita. Dover usare l'inglese da un lato obbliga a "tradurre" i messaggi ma, ancor più, distorce le sensazioni che vengono scambiate con gli interlocutori madre-lingua. In aggiunta, si corre il rischio di iniziare a pensare in inglese, perdendo in questo modo aspetti culturali specifici della propria identità, senza diventare abili nelle attitudini anglosassoni. Questo secondo aspetto è rilevante, dato che le capacità matematiche e scientifiche degli anglosassoni sono limitate i quali, invece, hanno predisposizione ad aspetti organizzativi. Ne consegue una distinzione gerarchica tra chi produce innovazione e chi viene padroneggiato da chi è esperto in gestione. Questo è, in effetti, quello che succede frequentemente nelle Università americane: il professore non genera idee: queste sono frutto della creatività degli studenti stranieri, ma si occupa del procacciamento di fondi e di questioni di politica universitaria.

Differenze culturali e apprendimento

La cultura è, in senso antropologici ed etnologico, quel patrimonio sociale di una popolazione che viene tramandato di generazione in generazione. Esso comprende il modo di vita, le ideologie, le norme, i valori che si sono sviluppati e che influenzano l'attività entro la società. La loro trasmissione tra le generazioni dipende dall'efficacia dell'apprendimento. Lo studioso Geert Hofstede nel 1991 ha individuato quattro categorie per misurare la tendenza all'apprendimento linguistico. Possiamo usare alcuni degli stessi parametri per misurare la predisposizione all'apprendimento tecnico-scientifico.

I parametri di Hofstede sono: distanza emotiva tra docente e studente, l'individualismo in opposizione al collettivismo, il genere e il rifiuto dell'incertezza. Questi quattro fattori sono influenzati dall'uso di una lingua non madre. La distanza emotiva tra "docente e studente" viene distorta. Nelle culture dove si da molta importanza alle relazioni gerarchiche, e si ha rispetto non solo alla "fonte di sapere" ma anche alla figura che lo trasmette. Si genera un improprio ossequio per che usa solo e in modo fluente la lingua straniera. Laddove c'è un grande rispetto, l'insegnate non solo è considerato fonte di sapere ma anche è un modello di comportamento. Ne consegue che, anche se in modo indiretto, attraverso la lingua straniera vengono impartiti modi di pensare e qualità morali e comportamentali non conformi alla propria cultura e tradizione. Per quanto riguarda il secondo parametro, l'uso di una lingua straniera limita le attività collettive; di conseguenza, spinge verso l'individualismo. Nelle società collettivistiche, dove l'apprendimento è favorito dalla collaborazione e da gruppi di studio, come ad esempio in Cina, la spinta verso l'individualismo porta a una minore efficacia dell'apprendimento. Il livello di incertezza è aumentato dall'uso di una lingua straniera. Si rende più difficile la memorizzazione, non solo quella superficiale ma anche quella che implica la comprensione di quanto appreso.

Colonialismo Linguistico

Pur se non è così evidente, il processo di colonizzazione, che è la tendenza di certe nazioni ad espandersi e dominare altre realtà per il controllo e supremazia economica, non è solo ottenuto con mezzi militari, ma anche con altri strumenti; in particolare, l'esportazione della cultura, dell'organizzazione, dell'architettura delle città, dei modelli educazionali e della lingua. Il risultato lo si può ottenere in modo impositivo, ma molto meglio in forma nascosta. La tecnica è molto antica: venne inizialmente usata dai romani per la sottomissione della Britannia. I conquistatori favorirono la romanizzazione della provincia edificando città conformi allo stile romano, e, come riferisce Tacito, "ammaestrando i figli dei capi nelle arti liberali ... in modo che lo sdegno verso la lingua di Roma si trasformasse in ossequio per la sua eloquenza. ... Anche il modo di vestire dei romani divenne apprezzato ... ". Il progetto era, in definitiva, quello di esportare e imporre la propria cultura e lingua come superiore, in modo che le persone la accettassero in modo positivo e non come lo sradicamento dei propri use e tradizioni.

L'importanza della esportazione della lingua inglese fu ben argomentata da Winston Churchill che in un discorso che fece nel 1943 agli studenti di Harward, disse:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Si deve allora supporre che l'uso dell'inglese, pur per comunicazioni tecnico-scientifiche, abbia alcuni inconvenienti. E questi sono molto più del costo, non trascurabile, che si deve sostenere per imparare la lingua, per pagare l'ausilio necessario a produrre manoscritti in inglese fluente e, sempre più, per scrivere proposte per finanziare la propria attività tecnico-scientifica.

Uno studio fatto su 900 ricercatori ha mostrato che quelli non madre-lingua impiegano un doppio del tempo per leggere, scrivere o revisionare pubblicazioni in inglese. La probabilità di vedere rifiutato un articolo per motivi linguistici è 2,5 volte maggiore dei madre-lingua. Le difficoltà incontrate sono spesso legate a motivi stilistici o sintattici piuttosto che al contenuto scientifico delle pubblicazioni. Ne risulta che a parità di capacità tecnico-scientifica gli studiosi non madre-lingua hanno anche ridotte opportunità di impiego in istituzioni internazionali.

Tra gli altri inconvenienti c'è anche l'estromissione della lingua nazionale da ambienti "di prestigio" come università, centri di ricerca e laboratori scientifici. Come conseguenza c'è la riduzione a un secondo livello dell'importanza della lingua nazionale, che diventa pertanto la lingua parlata da fasce sociali "basse".

L'uso del calcolatore

È innegabile che il calcolatore è ormai indispensabile per ogni attività e, specialmente, nel trasferimento della conoscenza scientifica e tecnica, ovvero per l'educazione a tutti i gradi di formazione. Non serve illustrarne i notevoli vantaggi, è invece opportuno discuterne gli inconvenienti. In particolare, è utile analizzare i limiti che riguardano sia la comunicazione scientifica che l'efficienza educazionale.

Gli studiosi fino a pochi decenni fa usavano carta, penna e la stampa tipografica. La carta e la penna servivano per fermare le idee e sintetizzare i ragionamenti. Sono ben note le pratiche di scienziati che tramettevano i loro pensieri scarabocchiando su tovagliolini di carta o ricevute del ristorante. La carta o solo la penna erano anche importanti per gli studenti che prendevano appunti alle lezioni o sottolineavano e scrivevano note a margine nei libri.

Per la comunicazione scientifica, la stampa tipografica ha fatto da padrona per centinaia di anni. C'erano (e ci sono tuttora) libri di testo, riviste scientifiche, manuali, tutti ben classificati in biblioteche. Il sistema non era ottimale, dato che che l'accesso all'informazione era spazialmente limitato ed era economicamente problematico. Ma chi voleva e aveva risorse, superava gli inconvenienti e, eventualmente, aveva una propria biblioteca personale di piccole o anche grandissime dimensioni. Ci sono molti vantaggi nell'uso della carta stampata. I libri sono di facile uso, richiedono attenzione e concentrazione, emanano sensazioni che vanno oltre al messaggio letto, come l'odore della carta, il tatto e il fruscio delle pagine. I libri consentono pause, la loro lettura è cadenzata dal lettore, rendendo facile la rilettura di particolari già letti. Infine, un aspetto di fondamentale importanza, è la durabilità nel tempo. Pur essendo "fragili" i libri resistono all'usura del tempo per centinaia di anni. Io, ad esempio, ho, tra gli altri, riposti su uno scaffale, un libretto intitolato Teatro Antico Italiano (tomo secondo) stampato a Londra nel 1786, una copia del primo volume della Divina Commedia del 1852 (Tipografia di Pietro Fraticelli) e Gli amori pastorali di Dafne e Cloe, tradotto da Annibal Caro e stampato nel 1800. In biblioteche molto più serie si trovano pubblicazioni ben più remote. Non è forse chiaro a cosa servano queste anticaglie, dato che, se utili, si possono scansionare e metterle in rete. Poi, si possono anche bruciare. Il loro significato, comunque, è che la forma tipografica dell'informazione dura tantissimo e, molto più importante "lascia un segno". E questo, a mio avviso è la cosa più rilevante.

Con l'avvento del calcolatore e con la credenza che la carta danneggi l'ambiente, il modo di comunicare è completamente cambiato. Le scritte e le figure nascono e muoiono in pochi minuti sopra di un monitor o un display, senza dare la possibilità di annotazioni o sottolineature. Le lezioni e le presentazioni sono fatte con schermate che si susseguono velocemente senza avere (tipicamente) il tempo di una reale comprensione. Nel campo scientifico il tradizionale scambio di informazioni tra studiosi che era attraverso pubblicazioni cartacee, la ricerca nei cataloghi delle biblioteche, la discussione nei convegni e seminari, è diventato tutto informatico. I documenti sono quasi esclusivamente digitali, disponibili ovunque e trasferiti direttamente nella casa o nell'ufficio dell'utente. Si dice che, oltre che ridurre i tempi di comunicazione, si ha una diminuzione dei costi. Gli autori possono trasmettere direttamente il contenuto di un articolo, lo aggiornano e interagiscono per il suo miglioramento usando strumenti informatici. Bel vantaggio, la velocità esecutiva! O, ... forse, no.

La circolazione delle idee è resa semplice e immediata, ma il problema è la qualità delle idee. Purtroppo, le società moderne misurano l'innovazione a peso, indipendentemente dalla qualità. Nelle università si avanza in carriera se si pubblica tanto e con certi buoni parametri che, ahimè, hanno una minima relazione con la qualità, quella che dura nel tempo. Il risultato è che di documentazione scientifica ce n'è in abbondanza, e districarsi diventa quasi impossibile.

Un aspetto essenziale riguarda il diritto d'autore (o copyright). Questo, se si vuole pubblicare, viene ceduto alla rivista o all'editore. Una volta, tale cessione mirava alla diffusione reale della conoscenza attraverso la stampa tipografica. Chi acquistava il libro o la rivista aveva la reale disponibilità del prodotto nella forma di scritto su carta. Oggi, invece, il prodotto è disponibile in modo virtuale. Solo se si scarica il testo si ha una reale disponibilità, pur informatica. Frequentemente, i testi sono letti sul monitor e, al massimo, vengono spediti su quella frazione di nuvola che si ha a disposizione. Il risultato è che la cessione del diritto d'autore non è per una effettiva distribuzione della informazione ma per creare, in pratica, un monopolio egemonico di chi prende il possesso dei dati. Una rilettura di un testo, che è gratuita nel caso di carta stampata, invece, dipende dalle regole dell'egemone che verifica se l'abbonamento è ancora valido, può stabilire nuove regole d'uso, decidere di cancellare l'informazione o negarne l'accesso.

La durabilità è un altro fattore critico. I metodi di conservazione dei dati evolvono nel tempo. Negli anni '50 c'erano i nastri magnetici, Poi vennero gli hard-disk. Negli anni '70 si usavano i floppy disk, seguiti poi dai CD-ROM, dai DVD e più recentemente dalle chiavette USB e le memorie flash. Infine, (per il momento) ci sono i servizi di cloud storage. Memorie remote dove l'utente "salva" i propri dati accedendo con una connessione web. A questo punto è lecito chiedersi quanto si sia salvato dei dati che erano, ad esempio, sui floppy disk di tempo fa. Io, personalmente, ricordo di averne buttati in gran quantità, senza avere la possibilità pratica di cernita e di trasferimento su supporti più moderni. Il risultato è che la durabilità dei dati è poco più di una generazione delle unità di "conservazione" dei dati stessi. Al massimo vent'anni.

Una conseguenza "a latere" è che l'uso del computer non "lascia segni". Una civiltà è caratterizzata da "segni" che i posteri ammirano con stupore. Ci sono siti archeologici e grandi realizzazioni che vengono visitate da migliaia di persone. I musei raccolgono oggetti e manufatti prodotti dagli antenati. Nelle università ci sono raccolte di strumenti scientifici e manoscritti di scienziati famosi. L'era attuale, al contrario, non lascia nulla! Non ci sarà nulla di cui ricordarci! C'è solo del software e quel poco di hardware che c'è diventa obsoleto e gettato via poco dopo. E questo, da un punto di vista sociale, non è un gran risultato: saremo considerati una generazione invisibile.

Cambiare il paradigma scientifico educazionale

La conclusione di questa lunga analisi della modernità è che esistono, in aggiunta ai vantaggi, delle negatività significative. Cosa fare, specie per l'educazione tecnico-scientifica, è un argomento di urgente analisi. Solo un dibattito e attente proposte possono trovare la via da seguire.

Di Franco Maloberti per ComeDonChisciotte.org 02.02.2024

Franco Maloberti. Professore Emerito presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica, Informatica e Biomedica dell’Università di Pavia; è Professore Onorario all’Università di Macao, Cina, dove è stato insignito della Laurea Honoris Causa 2023.

Commenti (58)

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Mostra commenti 58 caricati
    1. Cleon XIII 5 febbraio 2024

      Pere non essere più colonia io comincerei con lo sbattere fuori dai confini della Nazione tutti i militari stranieri. Poi, forse, penserei a problemi importanti come il weekend e il fine settimana. E' vero che abbiamo perso la Seconda Guerra Mondiale, ma quanto ancora deve durare la penitenza?

    2. ric 5 febbraio 2024

      la penitenza sarebbe gia' finita , se non ci fossero governi e lecca-culi-yankee a ripropo0rla.

    3. Cleon XIII 8 febbraio 2024

      Mi convinco sempre di più che ogni problema che ha avuto il nostro paese, ogni emergenza che abbiamo dovuto affrontare, inclusi terrorismo e droga, abbiano avuto un solo scopo: distogliere cittadini, intellettuali e forze politiche dalla sola lotta che doveva essere fatta, quella per uscire dalla NATO/UE e cacciare dal paese le potenze nemiche occupanti. Questo era vero negli anni 50 com'è vero oggi.

    1. Martin 3 febbraio 2024

      Mi riesce molto difficile inquadrare la logica della polemica contro l'inglese. Primo, e' accertato da decenni che il bilinguismo aumenta e non riduce le facolta' intellettuali e linguistiche. Secondo, valanghe di opere scientifiche, storiche e filosofiche non sono tradotte in italiano. E terzo, il paragone tra italiano e inglese non e' univocamente a vantaggio dell'italiano. Esistono verbi, aggettivi ed espressioni inglesi non facilmente traducibili in italiano.

    2. FrancoMaloberti 3 febbraio 2024

      A me risulta che il fatto che il bilinguismo aumenti le facoltà intellettuali, lo dicano primariamente quelli che vendono corsi di lingue. Non metto in dubbio che ci siano studi che sostengono l'asserto ma ci sono, come dico nell'articolo, anche svantaggi e non piccoli. Il secondo punto è inessenziale; anzi, sembra indicare una specie di sindrome di Stoccolma linguistica. Per il terzo punto, a me non sembra che l'italiano sia una lingua da imastardire. La mia impressione è che l'inglese sia una lingua di conquista, mentre l'italiano sia una espressione di cultura, che eccelle per le arti figurative, la musica (le opere le cantano in italiano),la scienza e la filosofia.

    3. Fedeledellacroce 3 febbraio 2024

      Da un certo punto di vista, le lingue, la parola, la voce, sono semplici frequenze. Se riusciamo a risuonare con una di queste frequenze, allora diciamo che conosciamo, o parliamo la lingua.
      Avere la capacitá di risuonare con quante piú entitá possibili, é la natura stessa dell'universo.
      Presumere che la mia frequenza é piú bella di quella dello straniero, é un attimo riduzionistico.
      E ancora, le lingue sono in continua evoluzione. Qualcuna si semplifica, riduce, impoverisce. Mentre altre si arricchiscono, cambiano......
      Alla fine la lingua é uno strumento, e bisogna saperlo usare.
      Usarlo come arma di dominio? Beh, allora mi viene da pensare che le armi vere siano finite.

    4. CptHook 3 febbraio 2024

      Mi permetto di dissentire, almeno in parte, nel senso che se è vero che da una parte l'esercizio costante a sostenere conversazioni in una lingua non propria obblighi il cervello a fare una certa "ginnastica", dall'altro è pur anche vero che, quando si eccede nel passare da una lingua all'altra, ne viene spesso (quasi sempre) fuori un idioma imbastardito.
      Parlo sia per esperienza personale (negli ultimi anni lo spagnolo è diventato la mia seconda lingua, più dell'inglese) che per esperienza di amici che frequento, che hanno sempre più spesso (come capita anche a me) difficoltà a non inserire nel discorso termini spagnoli, o viceversa.
      La cosa mi capita anche quando torno in Italia.

    5. CptHook 3 febbraio 2024

      Anche in questo caso mi permetto di dissentire, almeno in parte. La conoscenza di altre tre lingue oltre all'italiano (ho studiato anche il francese e ho lavorato 4 anni in un'azienda franco-italiana), che a volte ho dovuto parlare contemporaneamente con amici delle altre tre nazionalità, mi ha obbligato ad un bello sforzo mentale, e non lo ritengo negativo.
      Che tante opere, anche importanti, non siano tradotte in italiano dipende, a mio parere, dal fatto che non c'è una platea "commerciale" sufficiente a giustificare i costi da sostenere. Nella maggior parte dei casi i destinatari sono specialisti o tecnici di settore che sono mediamente in grado di capire il testo originale e, per converso, scarseggiano i traduttori con le competenze specifiche necessarie.
      In questo senso, scusandomi per la punta di vanità ("il mio peccato preferito" - L'avvocato del diavolo) se non l'ha letto le raccomando il mio "I coriandoli dell'elaboratore"
      ( https://comedonchisciotte.org/i-coriandoli-dellelaboratore/ ).
      Per il terzo punto: l'italiano, a mio parere di innamorato e amante, è la lingua più bella, completa ed equilibrata del mondo e, da questo punto di vista, comprendo almeno in gran parte gli sforzi del fascismo per preservarne la purezza.
      L'inglese, sempre a mio personalissimo parere, è una lingua "povera", rozza, (se devo dirla tutta: da analfabeti) e questo spiega la sua grande diffusione, oltre, ovviamente, all'imperialismo britannico anche prima dell'impero vero e proprio.

    6. BrunoWald 3 febbraio 2024

      A me succede lo mismo... 😂

      Devo dire che al mio arrivo in Perú mi sorprese non poco lo scarsissimo uso di termini inglesi nella conversazione quotidiana, al contrario di quanto avviene da noi: pochissimi direbbero "week end" o "computer", quasi tutti useranno i termini "fin de semana" e "computadora", per fare un paio di esempi banali. E dire che sono ancora più complessati ed esterofili di noi!

      Comunque la situazione sta peggiorando rapidamente, soprattutto fra i giovani e le classi medie semi-istruite, per le quali l'uso dell'Inglese rappresenta uno degli status symbol che permette loro di guardare dall'alto in basso le masse popolari che disprezzano.

    7. Sonia Milone 3 febbraio 2024

      "L’inglese, sempre a mio personalissimo parere, è una lingua “povera”, rozza, (se devo dirla tutta: da analfabeti)"
      Concordo.
      10 righe di italiano si traducono con 4 di inglese.
      La semplicità dell'inglese è fra le ragioni del suo successo

    8. Sonia Milone 3 febbraio 2024

      "la lingua più bella, completa ed equilibrata del mondo"
      Non solo a tuo parere, Thomas Mann ha scritto che gli angeli in Paradiso cantano in italiano-
      Sotto un sistema linguistico c'è un intero sistema di pensiero. Le nostre radici linguistiche stanno in quella cultura greco-latina che ha inventato tutto, dalla filosofia alla democrazia. dalla logica all'epica.
      Un sistema complesso, cum plika, con le pieghe...

    9. CptHook 3 febbraio 2024

      Stessa sorpresa per me qui (come col francese, in questo caso forse perché sono proprio negati per l'inglese e le lingue estere in generale) tante parole inglesi vengono tradotte, molto più di quanto facciamo noi.

    10. CptHook 3 febbraio 2024

      Però, e neppure troppo paradossalmente date le premesse fatte in un'altra risposta, nella maggior parte delle traduzioni tecniche che faccio, riesco quasi sempre ad abbreviare il testo sorgente pur dando il significato completo..., e che soddisfazione mi dà...

    11. Dico no 4 febbraio 2024

      Salve Sonia, come sempre i miei più sinceri complmenti per tutto.
      L'etimologia di complesso non è la stessa di complicato

    12. XaMAS 4 febbraio 2024

      invece ha ragione Martin, io parlo 4 lingue e modestamente sono abbastanza intelligente

    13. XaMAS 4 febbraio 2024

      quindi anche cinese, giapponese e coreano che riducono a 4 ideogrammi una frase in italiano sono lingue povere?

      ministero dell'agricoltura e del lavoro
      農業労働省 (giapponese)
      農業和勞動部 (cinese)
      농림부 (coreano)

      il coreano addirittura solo 3 ideogrammi, che lingua "povera e rozza"....

    14. absitiniuriaverbis 4 febbraio 2024

      Magari ti rasserena!
      Allora, immodestamente sono a 5 (francese dalle medie ed al mare..., inglese Politecnico e lavoro, tedesco 4 anni in Germania ed al mare,,, Spagnolo e Portoghese in America latina, seza contare il cinese (non scritto) con cui litigo in abbondanza).
      Allora anni orsono, appena sposi, si discuteva animatamente e la mia dolce meta' mi disse: sai anche tutte quelle lingue e quindi puoi dire sciocchezze in vari idiomi...

    15. FrancoMaloberti 4 febbraio 2024

      Io ne parlo solo due. Quindi sono più stupido di chi ne parla quattro?

    16. Martin 4 febbraio 2024

      Non puo' essere inessenziale che valanghe di opere storiche, filosofiche e scientifiche non sono tradotte in italiano. Io ormai leggo quasi solo in inglese da anni, e non e' stata una scelta.

    17. ric 4 febbraio 2024

      non preoccuparti...gli itaglioti , ti basti sentirli in televisione , a conoscere l' italiano zoppicando sui verbi ,,sono gia' un benl numero,,,

      e se ne vantano...e si sentono intelligenti !

    18. ric 4 febbraio 2024

      diciamo che la guerra Fra FRANCIA e inghilterra , cominciata dai tempi di GIOVANNA d' ARCO , non e' mai finita , ma solo sospesa temporalmente---

    19. CptHook 4 febbraio 2024

      Forse avrei dovuto specificare "lingue non ideografiche"...,
      Non mi pronuncio sulle lingue ideografiche, inutile aprire altre discussioni su cose di casa altrui quando esiste un serio problema di lingua in casa nostra, come giustamente evidenziato dal Prof.

    20. Sonia Milone 4 febbraio 2024

      A parte il fatto che il cinese ha migliaia di ideogrammi per restituire la ricchezza delle sfumature dei significati (e parlo solo di quella che conosco), è ovvio che ci riferivamo alla semplicità dell'inglese da vari punti di vista, soprattutto grammaticale e sintattico. Le lingue ideografiche sono affascinantissime. Pare che anche il nostro alfabeto derivi da ideogrammi con l'alfa greco che imita la testa del bue con le corna. L'astrazione e la stilizzazione dei caratteri sono arrivate dopo...

    21. CptHook 4 febbraio 2024

      A me torna sempre in mente un passaggio di "L'Azteco", un romanzo storico un po' fumettone liberamente ispirato ad un notabile azteco realmente esistito che, durante gli interrogatori del famigerato vescovo Zumarraga, gli esprime la sua meraviglia per la praticità di rendere con soli 24 caratteri quello che per lui era invece una specie di lavoro a tempo pieno.
      Nel libro sono comunque molto belle le descrizioni dei pittogrammi della scrittura azteca.

    22. CptHook 4 febbraio 2024

      Replico a me stesso per precisare che, indipendentemente dal mio giudizio, il romanzo in questione vinse un Premio Bancarella nel 1982.
      L'autore, Gary Jennings, aveva vissuto a lungo in Messico e aveva svolto numerose e approfondite ricerche sugli azteca.

    23. Cleon XIII 5 febbraio 2024

      Sarà povera e rozza, l'inglese, ma è una delle lingue che meglio si adattano al canto e alla poesia.

    24. REmaggiore 5 febbraio 2024

      Si adatta bene al pop.
      Al canto in generale bo.
      Alla poesia neanche per sogno.

    25. Cleon XIII 5 febbraio 2024

      And the Raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
      On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
      And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
      And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;
      And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
      Shall be lifted—nevermore!

    26. Martin 5 febbraio 2024

      Dalla fine del 1800 fino al 1956 GB e Francia sono state intime alleate, con enormi responsabilità per entrambe le due guerre mondiali. Poi la Francia pian pianino e' passata all'alleanza con la Germania.

    27. Martin 5 febbraio 2024

      Ribadisco che secondo me l'italiano e' la piu' completa ed espressiva tra le lingue neolatine. Oltre a vocabolari piu' limitati, il fancese non usa il congiuntivo passato, e lo spagnolo spesso sovrappone o confonde congiuntivo passato e condizionale.
      Ma sia l' inglese che il tedesco hanno verbi, concetti ed espressioni molto difficili da tradurre in italiano. Il tedesco e' la mamma delle lingue nordiche, mentre l'inglese ha il vantaggio di avere due vocabolari, quello di derivazione latina (60%) e quello germanico (40%).

    28. ric 5 febbraio 2024

      prova ad andare in Bretagna e parlare inglese.... poi te ne accorgi della fine che fai !
      sulle loro precarie alleanze di comodo c'e poco da dire

    29. XaMAS 7 febbraio 2024

      mi pare quasi scontato che il nostro alfabeto derivi da ideogrammi, come gli ideogrammi non sono altro che i disegni stilizzati di quello che facevano gli uomini primitivi

    1. LuxIgnis 3 febbraio 2024

      Una lingua franca però è importante, soprattutto in un mondo globalizzato. Lo è diventata l'inglese per varie ragioni ma avrebbe potuto essere qualcos'altro. L'inglese ha il pregio di essere abbastanza semplice almeno nelle sue basi.
      Qualcuno aveva ideato l'Esperanto, e sarebbe stato meraviglioso. Lingua semplice e alla portata di tutti. Ma non ha avuto un grande successo anche se ha ancora diversi appassionati. Avrebbe dovuta essere insegnata nelle scuole.

      Per quanto riguarda i mezzi, tutti sono soggetti alla decadenza se non manutenuti costantemente. Non solo quelli digitali. Quanti libri si sono persi nell'arco della storia?
      Sono immensamente più belli di un PDF ma tutto è destinato all'oblio se non lo si rinnova costantemente.

    2. ric 3 febbraio 2024

      non dimenticare che gli schiavi devono adottare la lingua del padrone....gli itaglioti in libia esigevano che i libici imparassero la lingua italiano.

      ammiro moltissimo i francesi che se non parli la loro lingua manco ti cagano.

    3. ric 3 febbraio 2024

      esperanto ? mentre I nasoni hanno l' ebraico come lingua sacra, le bestie parlanti devono unificarsi ?

      https://moked.it/blog/2009/05/25/esperanto-e-identita-ebraica-un-convegno-e-piu-voci-a-confronto/

    4. LuxIgnis 3 febbraio 2024

      Ah già siccome l'esperanto che è una lingua non soggetta a quello che dici tu precedentemente e cioè il colonialismo in soldoni, è stato ideato da un ebreo allora è qualcosa da scartare e collegare magari con chissà quali trame.
      Bella logica. Complimenti vivissimi.

    5. ric 3 febbraio 2024

      guarda che nasce verso la fine dell 1800 l' idea dell esperanto....

      e per la cronaca...le lingue. diverse , come le abitudini ed i costumi , le monete in uso diverse, le leggi diverse,

      le abitudini alimentari diverse,,,RAPPRESENTANO ostacoli indesiderati alla globalizzazione gia' in progetto da almeno un secolo... complimenti vivissimi a non acorgertene,,

    6. XaMAS 4 febbraio 2024

      non capisco la differenza tra l' "italiota" che in libia pretendeva che si parlasse italiano e il francese che ha colonizzato mezza africa e dove tutti parlano francese.

      ma del resto ogni occasione e' buona per lei per sputare sull'Italia tanto che mi chiedo perche' non se ne va in francia dove si sta cosi bene a sentire lei.

    7. ric 4 febbraio 2024

      l' itaglia non esiste . e' una costruzione fatta a tavolino dagli inglesi per scopi ben poco nobili.

      nasce ufficialmente nel 1961 , ad opera della massoneria , dove il SUD , depauperato e vilipeso , Prp pagarsi i debiti di Guerra dei savoia che per almeno un secolo hanno contratto ,avrebbe dovuto essere sotto il dominio di Napoleone III , o di un suo parente . ma poi questo preferi accontentarsi di Nizza e della SAVOIA: ( peccato che non si fosse preso tutto il PIEMONTE ! )

      Gia nei primi anni del 1800 i soliti Noti banchieri e commercianti lamentavano difficolta' pratiche in itaglia ad adattarsi alle varie piccole nazioni esistenti , o ducati o piccoli regni se vogliamo dargli un nome , il cambio di monete , di leggi e permessi li ostacolava nei loro traffici, a comnciare da quelli dei " cartelli
      del GRANO ". Il mazzini , sottospecie di umanoide opero' tutta la vita al servizio dei NASONI a Londra per favorirli nei loro progetti ...la giovine itaglia.... piede di porco per scardinare i popoli e darli in pasto alle grandi societa' mondialiste. Praticamente quello che sta succedendo in europa oggi.

      poi ..mi sembri un po' a Fini .. tutto parate militari , cocche tricolori , occhi al cielo con lacrima sulle guance
      al passaggio delle pattuglie tricolori...

      X MAS....... Il generale FARINA , della S. MARCO la pensava esattamente come me...

    1. Dico no 2 febbraio 2024

      Il problema dell'inglese è davvero gravoso. Stiamo modificando il nostro vocabolario per accogliere idiomi stranieri, anche per parole che altro non sono che una traduzione di altre già esistenti nel nostro meraviglioso, complesso e non complicato, italiano. Single suona meglio, piuttosto che zitella, ma il significato non cambia. Anche weekend è più rapido che fine settimana, ma dura comunque 48 ore.
      Che peccato prendersi in giro in questo modo.
      La carta è meglio. Bell'articolo

    1. CptHook 2 febbraio 2024

      Vincenzo, vado un attimo fuori dal tema dell'articolo e mi permetto un po' di dissenso relativamente al mos maiorum..., anche in quello c'erano gli eccessi, di cui il mio riferimento morale, l'Uticense, era un pessimo esempio..., "est modus in rebus..."
      Poi, se vogliamo rifarci anche a "Orizzonte perduto", "anche la moderazione deve essere moderata..."

    2. CptHook 3 febbraio 2024

      Come dicevano "loro", in medio...

    1. Luca VFR 2 febbraio 2024

      Il discorso del supporto è, anche se non lo sembra, importante. Ad esempio nella musica: se non ci fosse stato il disco, in ardesia a 78,26 giri al minuto, ed in vinile poi a 45 o 33 e 1/3 tantissima musica, immaginiamo il Jazz che è spesso improvvisazione del momento, sarebbe irrimediabilmente perduta.

    1. Ismaele386 2 febbraio 2024

      Bellissimo articolo.
      Ne avrei cose da dire, ma mi limiterò ad un paio di osservazioni:

      • Le migliori lezioni sono quelle in cui il professore scrive alla lavagna con il gesso, perché ragiona con lo studente, gli permette di ragionare e gli dà tempo di seguire e prendere appunti... ovviamente con penna su carta! Ho sempre usato questo metodo di seguire le lezioni ed ho sempre fatto bene, molto meglio di chi invece si limitava a seguire e registrate le lezioni, per poi sbobinarle e rileggerle, facendo una fatica immane per una performance peggiore! Potrei dilungarmi sulle presentazioni su Power Point, ma penso che non ce ne sia bisogno.
      • Supporti cartacei e digitali. Chi stampa più le foto? Quali memorie ci porteremo negli anni e lasceremo alle future generazioni?
    1. CptHook 2 febbraio 2024

      Non dimentichiamoci che la lingua italiana, grazie al congiuntivo, peraltro in via di estinzione, ed alla "consecutio temporum" che esso permette, ha la possibilità di esprimere le sfumature del pensiero in maniera molto più articolata.

      E' inoltre necessario considerare anche la "povertà" delle forme verbali inglesi, con la scarsa differenziazione delle sei "persone".

      Né dobbiamo dimenticare la particella pronominale "ne", che consente di alleggerire enormemente la scorrevolezza del discorso.
      Proprio quest'ultima, nella mia attività di traduttore dalla lingua inglese, mi consente di rendere, in maniera molto più breve e sintetica, i lunghi giri di parole che trovo nei testi originali, specialmente quelli tecnici.

      In compenso va però riconosciuta la differenziazione permessa dall'utilizzo del neutro nella terza persona singolare, che consente di differenziare tra le persone e le cose/animali, anche se, a volte, obbliga a forme composte (nel caso degli animali) che, peraltro, in alcuni casi vanno scomparendo (p.es. il vecchio she-lion/she tiger, sono stati ormai sostituiti da lioness, tigress, anche se possiamo trovare in altri casi male/female a precedere il nome dell'animale).

    2. casalvento 3 febbraio 2024

      Che sciagura l'abbandono del neutro! Sessualizzare anche funzioni e ruoli! La presidenta ...

    3. CptHook 3 febbraio 2024

      Bè, si è perso nel passaggio dal latino al volgare...

    4. Dico no 3 febbraio 2024

      Il passaggio?

    5. CptHook 3 febbraio 2024

      Come lo vogliamo chiamare? Trasformazione? Evoluzione?
      Onestamente, la domanda non mi è chiara...

    6. Dico no 3 febbraio 2024

      Il latino è stato limitato a certi ambiti, prima di morire ce n'è voluto! (anzi, non è ancora morto, a dire il vero > chiesa e sciemnza), e versioni del volgare venivano parlate anche da prima. Quindi più che un passaggio da una cosa all'altra, è avvenuta un'articolata mutazione. Magari mi sbaglio

    7. CptHook 3 febbraio 2024

      No, mi sembra una giusta definizione, ed è in quel processo che si è perso il neutro...

    8. ric 4 febbraio 2024

      il neutro sta riapparendo a viva forza a cominciare fin dalle lementari...

      la famiglia modera , con tre figli sui 12 anni circa , un maschio , una femmina ed il terzo che non ha ancora deciso cosa vuole essere ....

    9. Martin 5 febbraio 2024

      La particella "ne" in effetti manca nell'inglese, e viene spesso sostituita dalla pedante ripetizione di "it" o "of it". Il "ne" corrisponde esattamente al francese "en", ma i francesi sono ovviamente convinti che si tratti di una loro invenzione. Curiosamente, manca del tutto nello spagnolo,e si sente. Quanto al congiuntivo passato, i francesi l'hanno abbandonato da tempo, mentre in Italia e' sempre piu' utilizzato impropriamente.
      Il congiuntivo passato va usato nelle ipotetiche o dubitative, ma non per i fatti che sono effettivamente accaduti. Esempio: si dice "sapevo che eri venuto" , e non "sapevo che fossi venuto".

    1. Sonia Milone 2 febbraio 2024

      Articolo straordinario. Per me, il più bello del professore!! Condivido tutto!!

    2. FrancoMaloberti 2 febbraio 2024

      Grazie! Molto gentile. Spero che le mie riflessioni non siano prese come quelle del solito vecchietto ... Anche tanto tempo fa la pensavo nello stesso modo. Infatti, ho sempre raccomandato agli studenti di usare il computer più lento che esiste, per avere il tempo di capire ... Nel 2012 feci una presentazione intitolata (in inglese, ahimè), "The role of the computer and the CAD tools in research and teaching" dove spiegavo vantaggi e limiti di questo ormai (e purtroppo) indispensabile strumento.

    3. CptHook 3 febbraio 2024

      Caro Prof, qui di vecchietti ce n'è tanti, come p.es. il sottoscritto e l'alter-ego Markus, che si apprestano a virare la boa del 4o quarto di secolo..., sono quelli come noi il contrappunto all'eccessiva "computerizzazione", conosciamo l'avversario, lo usiamo quando ci fa comodo, ma rimane sempre e solo uno strumento.

    4. Sonia Milone 3 febbraio 2024

      Nessun rischio, le sue riflessioni emergono come quelle di un vero maestro che, oltre a "fonte di sapere", è soprattutto "un modello di comportamento".

      Speriamo lo diventi sempre di più, in particolare per i suoi colleghi che possono avere l'esempio di chi, pur avendo una carriera prestigiosa, non si è venduto e lotta per la verità.

    1. REmaggiore 2 febbraio 2024

      Emerito professore, il punto sulla carta è di fondamentale importanza.
      Invito a riflettere.
      Sulla lingua le rispondo con calma, magari in pvt. Tanti auguri per le sue ricerche

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