Mussolini e l’architettura

Durante il fascismo si costruiscono migliaia di edifici pubblici: così l'architettura si conferma strumento della politica del regime.

Mussolini e l’architettura

Di Katia Migliore per ComeDonChisciotte.org

Il primo vero innovatore dell’architettura italiana del XX secolo è il giovane Antonio Sant’Elia, con la sua Città futurista pubblicata nel 1914. Morto giovanissimo durante la Prima guerra mondiale non lascia eredi, e i suoi disegni non hanno concretamente un seguito, ma il Manifesto (forse scritto da Marinetti?) rappresenta un durissimo attacco all’architettura italiana di allora, e segna la strada per una svolta.

Marinetti, molti anni dopo, insisterà sulla portata rivoluzionaria del Futurismo in piena comunanza con il fascismo delle origini.

Nel 1926 si forma a Milano il Gruppo 7, formato dai giovani studenti razionalisti del Politecnico Luigi Figini, Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco Silva, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnoli, quest'ultimo poi sostituito da Adalberto Libera.

A Torino opera Giuseppe Pagano, razionalista che avrà rapporti conflittuali con il più importante degli architetti del regime, Marcello Piacentini, protagonista sulla scena dell'architettura italiana nel ventennio fascista, promulgatore dell’ambientismo e del monumentalismo in chiave moderna.

A Roma nel 1928 si forma il Movimento Italiano per l’Architettura Razionale (MIAR), movimento che comprendeva una cinquantina di architetti, formatosi dopo la I Esposizione italiana di architettura razionale organizzata a Roma nello stesso anno da Adalberto Libera e Gaetano Minnucci, razionalista romano.

L’edilizia serve da volano per l’economia soprattutto dopo la crisi del ’29: si combatte la disoccupazione attraverso le grandi opere pubbliche. Mussolini fa costruire scuole, piscine, case del fascio e il popolo sostiene di rimando il regime. Gli interventi sono concentrati negli anni '30, e dal 1935 in poi si chiede all’architettura di trasmettere i valori del fascismo, quindi di trasformarsi in un’architettura pedagogica.

Mussolini non ha preferenze, non ne ha le competetene, è ambivalente, gli vanno bene il razionalismo e l’ambientismo, l’architettura moderna e il monumentalismo. Alla II Esposizione di Architettura razionale italiana del 1931 appaiono alcuni importanti progetti, e in quell’occasione il critico Pietro Maria Bardi attraverso la sua "tavola degli orrori" (collage di foto di opere architettoniche considerate orrende dal Bardi) attacca Piacentini, ancora legato secondo i suoi critici all’architettura del passato, e spinge nella direzione dell’equivalenza formale tra fascismo e razionalismo.

Mussolini si presenta all’Esposizione e la visita da privato, in borghese, e sembra essere favorevole all’architettura moderna razionalista, tanto è vero che Giuseppe Pagano racconterà che il Duce si era mostrato interessato ed entusiasta.

Ma allo stesso tempo Mussolini approva nei fatti i progetti di un’architettura non razionalista, quindi per definizione non moderna. Nel 1934 invita a Roma i progettisti della stazione di Firenze, il Gruppo Toscano, e i razionalisti di Sabaudia e li chiama a Palazzo Venezia per discutere del progetto del Palazzo del Littorio che si intendeva costruire.

Mussolini chiama gli architetti e dice che lui è per l’architettura moderna, rassicurandoli, ed escludendo l’intromissione di Farinacci e dei politici nelle questioni legate all’architettura. Ma in realtà poi le scelte del Duce vanno in un’altra direzione, per il Palazzo del Littorio che di fatto dovrà essere costruito di fronte al Colosseo lui predilige il progetto di Arnaldo Foschini, Del Debbio e Morpurgo, vicini a Piacentini.

Anche Adalberto Libera, architetto razionalista, e Giuseppe Terragni coi loro progetti verranno scartati. L’architettura moderna verrà nei fatti lasciata fuori. Mussolini vuole il consenso dei giovani architetti, ma molti progetti verranno dati ad altri, a Marcello Piacentini in particolare.

Dal 1935 l’accelerazione totalitaria spinge Mussolini verso indirizzi unitari più marcati, in particolare verso il gusto classicista.

Nella fase di maggiore consenso popolare, Mussolini passa a una logica dell’osare, e il progetto più ambizioso è di fare degli italiani dei veri fascisti. Dal consenso alla fede: fascistizzare la nazione, italiano e fascista devono essere la stessa cosa. Per creare una fede il regime utilizza il mito della romanità, che è il più efficace, e servono architetture che facciano da scenografie, che arrivino alla massa. L’architettura del Palazzo della Civiltà rappresenta appunto il momento pedagogico dell’architettura: l’indirizzo unitario è rappresentato dall’E42, cioè la città per l’Esposizione universale di Roma del 1942. Mussolini indica un progettista unico, cioè Piacentini, il quale bandisce due concorsi per i due palazzi pilota, con Piacentini stesso come sempre in giuria, e i vincitori sono i progetti del Palazzo della Civiltà italiana e il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera, architetto che era stato uno dei più convinti espositori del razionalismo del 1928. Libera aveva accettato il compromesso, cosa che Terragni e Pagano non fanno.

L’altro progetto del Palazzo della civiltà italiana (il Colosseo quadrato) parla chiaramente di romanità: una città fatta di archi, di colonne e di travertino.

Piacentini è già noto prima del fascismo, ha costruito Bergamo nei primi decenni del Novecento, si era messo sin da subito al servizio di Mussolini, il quale lo ricambia dandogli degli incarichi importantissimi. Piacentini è fascista per calcolo e non per fede, a differenza di altri giovani architetti italiani, quali appunto Terragni e Pagano.

Architetto con straordinaria capacità di organizzare, è incredibilmente efficiente. Vengono fatti investimenti potentissimi da parte dello stato, e Mussolini si fida ciecamente di Piacentini, affidandoglieli.

Brescia viene inaugurata nel ‘32, nel mentre Mussolini affida a Piacentini il progetto della Città universitaria, La Sapienza.

Piacentini fa la planimetria della città e il Rettorato, ma la novità è l’affidamento agli architetti giovani degli altri edifici universitari. L’indirizzo è unitario, il regista è Piacentini e tutti ne seguono l’orientamento. Tra gli architetti vengono fagocitati e chiamati alla progettazione Foschini, Aschieri, Pagano, Giò Ponti, Rapisardi, Michelucci, Minnucci.

A Milano Piacentini progetta il Palazzo di Giustizia che occupa un isolato intero, tra il 1932 e il 1940, a Roma l’apertura di via Conciliazione.

Tornando all’E42, è di gran lunga l’intervento più importante la città di fondazione mussoliniana: tutta ricoperta in marmo travertino costa molto, l’impegno finanziario è assoluto. Piacentini coordina 80 architetti, per creare il modello dell’architettura italiana.

A ridosso degli anni '40, Piacentini è colui che lavora di più in Italia, solo a Roma 128 progetti che porterà quasi tutti a termine con una gestione impressionante. Onnipresente, amico di Bottai, con relazioni dirette con Galeazzo Ciano, ha legami con élite finanziaria ed economica, e parla direttamente con Mussolini. Architetto efficiente, possiede una rete di conoscenze formidabile che gli da un potere enorme, lui è l’uomo che può dare una svolta all’architettura italiana nella direzione richiesta dal Duce.

In Italia negli anni '30 si contano 300 e passa concorsi di architettura, di questi 270 abbiamo il nome vincitore, dove nella giuria spesso appaiono di nomi di Piacentini, Calzabini, Foschini. Piacentini è dietro progetti come l’Arengario di Giovanni Muzio a Milano e il Palazzo del littorio a Roma (Ministero degli Esteri) di Foschini.

Nell'ambito di questa egemonia, pochi i casi che si discostano dal controllo piacentiniano. Ricordiamo che tutta l’architettura italiana non va in un’unica direzione: c’è una ristretta “resistenza” rappresentata dall’Università Bocconi di Giuseppe Pagano, e dal Palazzo del Sindacato fascista a Como di Terragni.

Il new deal italiano, rappresentato dagli investimenti del regime nell'edilizia, verrà bruscamente interrotto con l’inizio della Seconda guerra mondiale, e con esso l'intensa attività progettuale degli architetti italiani.

L'architettura del dopoguerra si riprenderà con presupposti totalmente differenti.

Di Katia Migliore per ComeDonChisciotte.org

Bibliografia di riferimento

BRUNETTI, Architetti e fascismo, Alinea, Firenze 1993.

BAROCCHI, Storia moderna dell'arte in Italia. Dal Novecento ai dibattiti sulla figura e sul monumentale 1925-1945, Vol. III, Einaudi, Torino 1990.

PAGANO, Architettura e città durante il fascismo, a cura di C. DE SETA, Jaka Book, Milano, 2008.

NICOLOSO, Marcello Piacentini. Architettura e potere: una biografia, Gaspari, Udine 2018.

Commenti (13)

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    1. warheit 12 ottobre 2023

      bellissima l'estetica marziale degli edifici fascisti, quelli che più si rifacevano alla romanità ma attualizzandoli e dandogli visione dimensionale,
      l'eur è un quartiere bellissimo, i suoi monumenti danno spazio, visione, decoro e ammirazione, non sono opprimenti, peccato che ora in alcune parti siano un po' degradati ma è qualche tempo che non ci passo se non in auto,
      dell'epoca mi piacciono meno gli edifici tipo quello mostrato nella prima foto, per carità c'è ordine e pulizia ma sembra più confacente a ciò che si sarebbe venuto a creare dagli anni '50, troppo chiusi e con colori da palazzo amministrativo, o come altro potrei definirlo non lo so.
      per me l'Italia si sarebbe dovuta costruire da lì in poi con quell'incipit, alcune cose le avrei fatte diversamente ma in generale era una cosa completamente diversa e tutto sommato sono state inaugurate città nuove.

    1. absitiniuriaverbis 12 ottobre 2023

      C'era un tempo in cui il governo si occupava anche dell'architettura, per una ragione o per l'altra.
      In tempi odierni, il governo non si occupa, ci occupa e basta.
      E noi lasciamo fare. Come sempre.

    1. oriundo2006 11 ottobre 2023

      Fu la parte migliore del regime. Dopo, il regime ‘democratico’ che gli succedette, non fu capace di alcunchè di simile: anzi fu capace solo del niente travestito da orrori. All’estero invece il tentativo di andare oltre le forme ‘invecchiate’ premoderne ottocentesche sostituendole con la magniloquenza dell’ homo faber oramai avviato a cancellare il passato, fu ampiamente seguito, ed anche preceduto, dalla Russia Sovietica. Sarebbe anzi interessante mettere a confronto le forme architetturali sia russe che americane ( ma anche quelle turche in Ankara ), quelle tedesche in parte rimasero sulla carta, per vedere come l’ ésprit di un’epoca fosse comune a tutti, in Occidente come altrove, nella pittura come nella musica ( in cui abbiamo avuto artisti straordinari oggi completamente dimenticati ).
      Diciamolo chiaramente: fu un momento straordinario per l’ Italia intellettuale, al di là del regime e dei gerarchi, e al di là di una guerra sciagurata e perdente.

    2. Papaconscio 12 ottobre 2023

      Fatevi un giro sul lungomare di Bari - e anche altrove, nella città, vedrete begli esempi dell'architettura dell'epoca - insuperata

    1. carla 11 ottobre 2023

      Non chiamatela architettura fascista, semmai architettura della prima metà del secolo scorso.
      Oslo che data la fondazione come capitale norvegese attorno al 1930 ha un bel Municipio definito di stile sobrio costruito nel 1933, completato nell'edificio alla base solo alla fine della WW2 (1950), dopo la fine dell'occupazione tedesca.
      Appena arrivate in città già le due torri ben visibili da terra e da mare vi ricordano tutti i nostri edifici dell'era fascista, anche se di simpatie fasciste all'epoca in Norvegia avevano solo l'erede al trono, che si calmò subito visto l'esito della guerra e il saggio comportamento paterno.

    1. Cangrande1965 11 ottobre 2023

      Chi può vada a Tresigallo (FE).

      Sembra di immergersi negli anni '30 in un'atmosfera onirica/metafisica.

      (Le foto non rendono: bisogna andarci).

    1. Stefanovic 11 ottobre 2023

      Piacentini era un architetto nettamente superiore ai razionalisti come Terragni. Tuttavia, le opere più interessanti del Ventennio restano, a mio avviso, le varie città di fondazione sarde e i villaggi libici (oltre ovviamente ad Asmara)

    1. Jimbo 11 ottobre 2023

      Ordine, pulizia, potenza, controllo.
      Nessuna curva che non sia necessaria, griglie che sembra un foglio excel, assenza di colori.
      Angoscia: questo mi trasmette. I monumenti sono inquietanti superati i 5 minuti di osservazione.
      Non é un caso che posso sopportare mezz'ora il paese di Tresigallo, perché ci sono vari monumenti diversi tra loro in successione.
      E la Centrale milanese perché "ibrida".

    1. Jimbo 11 ottobre 2023

      Mai apprezzata.
      Ma c'é (quasi) sempre un ma.
      In questo caso 2 ma.
      Tresigallo in provincia di Ferrara.
      La Stazione Centrale di Milano, la piú bella d''Italia (anche se c'é del liberty e chissá che altro che aiuta).

    1. sbregaverse 11 ottobre 2023

      Colosseo quadrato:
      6 piani
      9 archi in facciata(per piano)
      69 ¿?*
      *6×9=54~5+4=9
      54×4=216~2+1+6=sempre 9 e i conti tornano.
      Un popolo di numerologi(assatanati).

    2. absitiniuriaverbis 12 ottobre 2023

      9 è numero del 'niente cambia'.
      Ovvio.

    1. LuxIgnis 11 ottobre 2023

      Devo dire che a me l'architettura fascista dal punto di vista estetico non piace per niente. Roma ne è piena. Ma bisogna riconoscere che per lo meno c'è stato uno stile architettonico in atto. Dopo è anche peggio, veramente il nulla.

    1. sbregaverse 11 ottobre 2023

      Bibliografia carente : Benevolo e Tafuri .
      Per il resto: SUFFICIT.

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