Manovra: i soldi sono pochi e non per chi ne ha bisogno

Manovra: i soldi sono pochi e non per chi ne ha bisogno

Di ConiareRivolta.org

Che la manovra di bilancio per il 2026 sarà l’ennesima manovra all’insegna dell’austerità è noto e conclamato. Ancora non completamente definiti sono, invece, i suoi aspetti qualitativi, ovvero la composizione delle entrate e delle uscite previste per il prossimo anno. Mentre stanno emergendo in questi giorni elementi via via più evidenti (e inquietanti) sui tagli alla spesa, sembrano ormai definiti, salvo ritocchi finali, i pilastri delle voci in entrate, ovvero gli aspetti tributari della legge di stabilità.

Il governo li sta presentando come un blocco di misure coraggiose che alleggerirebbe il fardello fiscale sugli italiani e in particolare sul ceto medio. Tuttavia nelle recenti audizioni parlamentari perfino Bankitalia, l’Ufficio parlamentare di Bilancio e Istat si sono espresse criticamente rispetto agli aspetti quantitativi e qualitativi della manovra definendola “modesta” e “redistributiva in senso regressivo”.

Proviamo ad analizzare gli aspetti principali del “lato entrate” della finanziaria inquadrandoli nel contesto generale delle politiche tributarie e delle scelte distributive degli ultimi decenni.

La misura di cui si è più discusso è la riduzione di due punti percentuali della seconda aliquota IRPEF, quella che colpisce la quota dei redditi da 28.000 a 50.000. Ricordiamo che l’attuale struttura dell’imposta sui redditi in Italia ha ormai ridotta a solamente tre aliquote: 23% da 0 a 28.000 euro; 35% da 28 a 50.000, 43% oltre i 50.000. La seconda aliquota passerebbe così dal 35% al 33%, riduzione eliminata per chi dichiara un reddito superiore a 200.000 euro. Il beneficio massimo, 440 euro di risparmio di imposta, spetterebbe a chi ha redditi compresi tra 50.000 e 200.000 euro. Questo effetto è dovuto alla logica degli scaglioni, dove il vantaggio in termini assoluti è di chi ha dai 50.000 in su poiché gode della riduzione nell’intero arco di tutta la capienza dello scaglione. Dall’altro lato il governo, forse per pudore, ha sterilizzato la manovra dai 200.000 in su, con quindi in questo caso nessuna diminuzione di aliquota, ma con il rischio di incentivare l’evasione attorno a quella soglia. Secondo ISTAT l’85% delle risorse destinate a questa misura vanno a vantaggio dei 2/5 più ricchi delle famiglie italiane. Si riduce insomma la tassazione sui lavoratori, ma principalmente per i redditi più alti, in quello che è solo l’ennesimo tassello verso l’erosione della progressività.

Le disuguaglianze economiche in Italia, come in gran parte dei paesi del mondo occidentale, sono via via peggiorate negli ultimi 30 anni. Non soltanto è peggiorata la distribuzione tra salari e profitti e tra salari bassi e salari alti, ma che il sistema tributario ha via via rinunciato alla propria missione costituzionale (art. 53) di vettore di redistribuzione delle risorse economiche dall’alto al basso. In altri termini la progressività delle imposte si è drasticamente ridotta a partire dalla seconda metà degli anni ’80, non solo attraverso la riduzione delle aliquote (dalle 32 del 1974 alle sole 3 di oggi) e l’assottigliamento della distanza tra redditi minimi e massimi compresi negli scaglioni, ma anche e ormai soprattutto tramite la fuoriuscita di una parte consistente dei redditi diversi dal lavoro dipendente (a iniziare di quelli da capitale) dall’assoggettamento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con la previsione di regimi separati più favorevoli e non progressivi.

Un meticoloso (e ben riuscito) progetto di distruzione della giustizia tributaria, perseguito da tre decenni dai governi di turno, di ogni colore, a favore del capitale e dei ricchissimi e a danno di lavoratori e redditi medi.

Stonano davvero, allora, le voci indignate dei partiti di opposizione, artefici assieme ai partiti di governo del sistema tributario attuale, che criticano le modifiche dell’IRPEF in quanto “avvantaggerebbero i più ricchi”.

La verità è che in un sistema così strutturalmente iniquo di cui non si discutono mai i fondamenti, i termini del dibattito e le misure di aggiustamento, restano al più centrati su aspetti secondari e superficiali rispetto alle violazioni equitative profonde dello status quo.

In questo contesto di generale parcellizzazione e scarsa significatività degli interventi, del resto, vanno interpretate anche le altre tre misure previste dalla Legge di bilancio in tema di tributi sul reddito delle persone fisiche.

In primo luogo, la detassazione degli aumenti di stipendi legati a rinnovi contrattuali. Questi ultimi, per un solo anno dopo il rinnovo e comunque solo per chi ha redditi fino a 28.000 euro, verranno tassati al 5% e non con l’aliquota marginale del proprio reddito. Un piccolo sollievo per i redditi più bassi, per di più temporaneo di due soli anni. E per quanto si siano alzate opinioni positive, appare più come l’ennesimo tentativo di far pagare alla fiscalità generale, e non ai padroni, gli aumenti dei salari minimi.

In secondo luogo, la revisione dell’aliquota sugli affitti brevi. Come noto, i redditi da affitto immobiliare sono esclusi dalla base imponibile IRPEF per una legge risalente al 2010. Ad oggi l’aliquota, cedolare secca non progressiva, ammonta al 21% con un valore che scende al 10% nelle grandi città per i canoni concordati (che comunque sono tutt’altro che bassi). In un disegno caotico e pieno di contraddizioni, fanno ancora eccezione gli affitti ad uso commerciale che, a differenza di quelli ad uso domestico, soggiacciono all’imposta sui redditi progressiva. In questo disegno, nel 2023, venne introdotta una norma che portava l’aliquota dal 21% al 26% per le locazioni brevi (ovvero gli affitti di durata inferiore ai 30 giorni consecutivi), ma soltanto dalla seconda casa locata in su. Il reddito da affitto di un’unica casa in locazione breve restava invece assoggettato all’aliquota del 21%. La legge di bilancio ora porterebbe, dal 2026, l’aliquota al 26% anche per la prima casa locata, ferma restando l’aliquota del 21% in caso di affitto senza intermediazione digitale (un caso residuale per gli affitti brevi regolarmente dichiarati visto che oltre il 90% delle locazioni brevi passa per le note piattaforme digitali).

La discriminazione tra trattamento tributario dell’affitto breve rispetto a quello stabile ha naturalmente il senso di disincentivare l’uso delle case per affitti turistici in un mercato immobiliare in cui il diritto all’abitare per persone e famiglie meno abbienti è continuamente leso da prezzi elevatissimi e da scarsità degli alloggi disponibili.

Tuttavia, la norma, insufficiente di fronte a una crisi abitativa dilagante, non tocca in alcun modo le contraddizioni di fondo di un sistema tributario che sottrae alla progressività delle imposte i redditi da uso del capitale immobiliare e finanziario tramite cedolari proporzionali e agevolate. Rimane evidente una paradossale discriminazione tra redditi da lavoro e parte dei redditi di capitale per cui la stessa quantità di reddito (immaginiamo 50.000 euro lordi annui) subisce una tassazione molto più pesante se proveniente dal lavoro. Viene quindi creata una totale assenza di meccanismi progressivi all’interno degli stessi redditi da capitale mettendo sullo stesso piano entrate fortemente differenziate.

La terza misura, di scarso rilievo quantitativo, riguarda un ritocchino sul cosiddetto regime rimpatriati introdotto dal governo Renzi nel 2014. Secondo tale norma chi sposta la residenza fiscale dall’estero all’Italia paga nel nostro paese le normali imposte per il reddito prodotto all’interno delle nostre frontiere, mentre per tutti i redditi prodotti altrove (che, essendo fiscalmente residente in Italia, dovrebbero comunque essere assoggettati a tassazione) paga un’imposta forfetaria di 100.000 euro, peraltro senza obblighi di dichiarazione di sorta (per cui i redditi esteri restano di fatto ignoti). L’attuale governo ha innalzato l’imposta forfettaria da 100.000 prima a 200.000 nel 2024 ed ora a 300.000. Al di là del migliorativo aumento dell’asticella, resta la conferma di una misura indegna che descrive in modo plastico lo scandalo della concorrenza fiscale sui grandi capitali e gli alti redditi che sottrae gettito ad altri Stati promettendo paradisi di trattamento differenziato innescando una corsa al ribasso a vantaggio dei ricchi e a discapito dei gettiti fiscali nazionali. Da quest’anno, peraltro, si esaurisce un simile regime nel Regno Unito e paesi come l’Italia che lo mantengono approfitteranno di un significativo aumento della platea potenziali di capitali in fuga.

In ultimo, l’iniquità più grande dal punto di vista fiscale non sta nelle varie misure fin qui descritte, ma in quello che non c’è, ovvero il recupero del cosiddetto fiscal drag. Si tratta di quell’aumento delle imposte che si verifica nei periodi di alta inflazione (come il biennio 2022/23) cui segue un periodo di rinnovo dei contratti. Come abbiamo detto in passato, in particolare in Italia questi rinnovi sono avvenuti per cifre al di sotto dell’inflazione, determinando una perdita di valore dei salari reali. Tuttavia, quel piccolo aumento dei salari nominali (su cui ovviamente si computano le tasse) ha comunque determinato una perdita delle detrazioni e/o un passaggio agli scaglioni di reddito imponibile superiori, generando così un aumento delle imposte pagate anche se i salari reali diminuivano. A quanto ammonta questa perdita dovuta al drenaggio fiscale? Qui le cifre impazzano: i sostenitori delle misure varate dal governo in questi anni sottolineano che si tratterebbe di una cifra modesta, considerati i vari interventi fiscali introdotti in questi anni (che però, va ricordato, avevano una finalità diversa, per quanto anch’essa discutibile, ovvero la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale). Stime più realistiche, su cui peraltro convergono sia la CGIL che insospettabili economisti di area liberista, valutano tale impatto di drenaggio a ben 25 miliardi. E’ evidente che un vero intervento di restituzione avrebbe richiesto l’indicizzazione automatica dei vari parametri fiscali, ovvero la revisione al rialzo delle soglie usate per gli scaglioni e/o per le detrazioni, ma di tutto questo nella manovra (e nelle scorse manovre) non vi è stata traccia.

In conclusione, le misure tributarie del governo in tema di imposte sui redditi risultano totalmente allineate con le tendenze degli ultimi anni mostrando ben poche novità significative. Un governo che ha nelle sue corde ideologiche e nei suoi proclami esplicitati in campagna elettorale il liberismo fiscale e tributario fondato sull’appiattimento della progressività (fino all’obiettivo più volte declamato di una flat tax sui redditi) e la detassazione dei redditi da capitale, di fatto al terzo appuntamento con la manovra non introduce alcun cambiamento sostanziale nella struttura dei tributi in Italia.

I motivi di questa sostanziale continuità risiedono essenzialmente in due fattori.

In primo luogo, il sistema tributario italiano è già stato stravolto in senso liberista e regressivo in tre decenni di controriforme che hanno reso la struttura dei tributi sempre più iniqua, sempre più parcellizzata, sempre meno universale e sempre meno redistributiva. In secondo luogo quand’anche un governo volesse imprimere un’ulteriore accelerazione liberista al sistema tributario, si scontrerebbe con la logica dell’austerità fiscale ripristinata in pieno dal 2023-2024 dopo la breve parentesi della fase pandemica che mentre impone tagli della spesa riducendo il ruolo dello Stato nell’economia allo stesso tempo non consente repentine diminuzioni delle entrate (soprattutto sulle fasce di reddito più rappresentative) dando luogo così ad un mix micidiale di liberismo e significativa pressione tributaria sui ceti medio-bassi che oltre ad esasperare le disuguaglianze produce recessione (o crescita stentata) e disoccupazione (o cattiva occupazione).

Di ConiareRivolta.org

16.11.2025

Fonte: https://coniarerivolta.org/2025/11/16/manovra-i-soldi-sono-pochi-e-non-per-chi-ne-ha-bisogno/

Commenti (12)

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    1. mago 20 novembre 2025

      Chiedo scusa alla Redazione,ma ultimamente pur essendo connesso nella pagina principale non posso accedere e connetermi pur provando a quasi tutti gli articoli per la recensione.Vi ringrazio per una pronta risoluzione del problema.

    2. ric 20 novembre 2025

      succede sovente anche a me..dopo vari tentativi di ri-registrazione il sistema mette giudizio

    1. Martin 19 novembre 2025

      Questi di Coniare Rivolta sembrano saltati fuori dagli anni 70 con le loro analisi marxiste, quelle che al tempo si leggevano sul Manifesto, Lotta Continua, etc etc. L'importante è sorvolare del tutto su alcuni punti fondamentali.

      La prima cosa che dimenticano è che la altissima tassazione progressiva dei redditi portata avanti da fine anni 60 e durante gli anni 70 da Gran Bretagna, Olanda, Svezia e Danimarca (l'area protestante, calvinisti inclusi, che caso), con Francia Germania e Italia a seguire, non e' appunto una mera idea da dibattere con il tè e la R moscia nei discorsini da salotto, ma una realtà che e' stata sperimentata come fallimentare per la crescita economica di un Paese. In GB si sono mossi per primi per reagire, via Margareth Thatcher. E l'altissima tassazione ed alti introiti statali, inoltre, portano inevitabilmente ad uno Stato ipertrofico e invasivo, pieno di gente stramantenuta, con una produttività reale opinabile e cmq molto difficile da giudicare (vedasi per esempio i dipendenti delle nostre diverse amministrazioni locali).

      Se una strada, quella dell'altissima tassazione progressiva dei redditi, non ha funzionato ma è anzi stata deleteria per la crescita economica, proprio non afferro perchè difenderla.

      Punto secondo, tutta l'analisi contiene diversi punti sui quali si può concordare pienamente. Che peccato che nella dettagliata analisi manchi un punto assolutamete fondamentale, e cioè che grazie al Patto di Stabilità firmato in ambito UE, l'Italia nei prossimi anni potrà solo fare manovrine che non arrivano all'1% (20 miliardi) del PIL, importo peraltro inferiore al nostro contributo annuale all'UE (circa 23 miliardi).

      Non esiste alcuna possibilità di una diversa politica economica e sociale incisiva, il dibattito muore all'origine con un siffatto limite in partenza alla spesa.
      Evidentemente, va prima evidentemente abbattuto il Patto di Stabiità UE, recuperando una grossa fetta di sovranità nazionale - quella per cui votiamo in Italia, dato che la Commissione non la elegge nessuno - senza scatenare una ulteriore lotta contro la classe media italiana, peraltro già in drammatica riduzione. Un Paese in cui la classe media diventa minoranza è un Paese in declino - non dovrebbe essere così dfficile da afferrare. Ci si "latinoamericanizza" - contenti voi!

      La Francia, inevitabilmente, si appresta a violare pesantemente gli obblighi del Patto di Stabilità, in qualunque esito delle future elezioni politiche, dalla LePen a Melanchon. Potrebbe essere una buona occasione per attaccare il Patto ed obbligare una sua ridiscussione.
      Ma se non si afferra nemmeno che l'Italia finanzia il 9% della spesa UE, è una cifra e percentuale altissima, ma si parla delle spese UE come se noi non c'entrassimo....

      Segnalo infine che negli odiati USA la tassazione su reddito è del 15-20% max (secondo se single o in coppia) fino a 80.000 dollari annuali. In Italia da 50.000 in poi siamo a circa il 35-40%......

    2. omega 19 novembre 2025

      I coniatori di rivolta sono obsoleti ma su una cosa hanno ragione: Continua la politica dei bonus, che raramente vanno a chi ha vero bisogno.

    3. Scalca 19 novembre 2025

      Eh vabbè, ha stato il solito mavxismo della evve moscia ... figuvati, pev me i vicchi non dovrebbevo proprio pagavle le tasse ... tanto a cevti impvenditovi quel nove pev cento per bvuxell vientvra con i fiocchetti ....

      ahò piuttosto a potevate da na sforbiciata bbona all'iva e all'accise der gasolioooo!!!

      siii, manco pe c...ooo 😁

    4. ric 19 novembre 2025

      il bonus e' esclusivamente nei 95% dei casi una fregatura raddoppiando i prezzi dei professionisti che ovviamente versano il doppio di IVA allo stato , ti trovi a pagare come prima nei fatti , sei obbligato a fare lavori di cui non hai necessita' ma devono essere inclusi nel pacchetto , cavolate comprese o comperi cucina X oppure Y , altrimenti non rientri nei bonus....

      ma aiuta molto a dire che il PIL e' raddoppiato e siamo cresciuti come ci impone l' europa ...

    5. Martin 19 novembre 2025

      E devi chiedere la graziosa autorizzazione, da suddito, peraltro sempre condizionata ad un basso reddito

    6. nicolcass 21 novembre 2025

      l'alta tassazione era giustifica dai costi dei servizi che lo stato erogava, ma oggi che sanità e scuola vanno a schifio, le tasse servono per mantenere una masnada di parassiti elettori del PD e 5s.

    1. nicolcass 19 novembre 2025

      Sono laico e" mangiapreti" :-)) ma non ho scordato il catechismo dell'infanzia: " ..Non è dicendo Signore Signore che si entrerà nel regno del cieli...ma facendo la volontà del Padre"...una massima che vale anche in politica...i fatti e le opere non ci sono ma le chiacchiere sono a mille...giooggia è come tutti gli imbelli predecessori...
      e più pirla di salvini ..ci sono solo io che l'ho votato...

    2. ric 19 novembre 2025

      allora ti batto alla lunga in quanto a pirlaggine.

      sono stato segretario di sezione per un paio d' anni fino al 2003 ....organizzavo i pulman per Pontida e tutte le volte ci rimettevo denaro di tasca mia.

      ora mi appioppo addosso un saggio proverbio del mio paese:

      cura nasce's badagu , n' as p'r sempe. : (se nasci coglione ne hai per tutta la vita...)

    3. mago 20 novembre 2025

      scusa ma e`dialetto Sardo ?

    4. ric 20 novembre 2025

      misto piemontese occitano...

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