L’operazione speciale del neofemminismo

L’operazione speciale del neofemminismo

Di Alexandr Viktorovich Congiarov per ComeDonChisciotte.org

Quando Putin decise di invadere l’Ucraina il 24 febbraio 2022, definì la sua iniziativa militare “operazione speciale” e si rifiutò sempre di definirla guerra. Circa vent’anni prima gli Stati Uniti avevano presentato all’opinione pubblica le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq come “operazioni militari volte a introdurre la democrazia e i diritti umani in aree soggette a feroci dittature”. Oggigiorno anche nelle democrazie non impegnate direttamente in conflitti bellici, è un profluvio di terminologie ed espressioni utilizzate per confondere più che per denominare in modo preciso i loro referenti: fascismo, patriarcato, colpo di stato, ecc..
La lingua è ormai piegata alle esigenze dell’onnipresente propaganda. Ma se nei suddetti due casi, russo e statunitense, è relativamente facile cogliere la discrepanza tra le parole e i fatti, non lo è altrettanto quando si fa riferimento alla propaganda in tempo di pace nei sistemi formalmente democratici, perché si ammanta di terminologie virtuose e inclusive. Può nascondersi il lupo sotto la pelle dell’agnello? Certamente sì.

Oramai siamo oltre la banalità del male argomentata da Hannah Arendt. Il male che si diffonde nelle democrazie non è più banale, ma sempre più diventa dialetticamente impregnato di moralismo: è diventato “buono”. Con questo non si vuol certo negare che il male non sussista ancora nella sua forma più schiettamente riconoscibile di primo acchito, sarebbe follia, semplicemente che questa non è l’unica e neppure quella prevalente in UE e in genere in Occidente. Il male non è, infatti, solo violenza fisica o platealmente psicologica, ma è anche manipolazione, contraffazione, mistificazione, odio imbellettato da belle parole.

Nel diffondere questo tipo di male, che già Dante puniva tra i più gravi nel suo poema, il neofemminismo è maestro. La sua “operazione speciale” non mira a invadere territori e ad annetterli, bensì da tre decenni circa a invadere menti, maschili e femminili, e a trascinarle nelle sua orbita di influenza. Negli ultimi anni però assistiamo a un crescendo, perché essa non si limita più al fronte interno occidentale, ma tende sempre più a estendersi oltre i suoi confini, ricorrendo per di più alle armi convenzionali, da guerra guerreggiata, come il fronte orientale testimonia.

È ormai tempo che si ponga l’accento sul ruolo politico che svolge a livello UE la più grande lobby europea, ossia quella neofemminista. Una tesi di laurea del 2010, che si può liberamente recuperare on line, presenta in maniera dettagliata la struttura e le attività di questa lobby, costantemente finanziata con i soldi dei cittadini europei, a loro insaputa ovviamente. Così inizia l’abstract della tesi della dott.ssa Forteschi

La pratica politica dell’European women’s lobby: “La tesi colma un vuoto storiografico presente in Italia come in Europa sul lavoro e le pratiche politiche di una coalizione, quella della Lobby Europea delle Donne (European Women’s Lobby – EWL), a tutt’oggi posta sempre in secondo piano dalla gran parte degli studiosi e delle studiose di politica e di sociologia. Si tratta, dunque, di un lavoro di riscoperta di una organizzazione che dal 1990 ad oggi ha saputo riunire e coordinare all’incirca 4000 organizzazioni femminili e femministe in tutta Europa. Uno studio che, partendo dai concetti di lobby e di lobbismo, analizza e descrive l’impegno politico di quella che ad oggi è una delle più grandi coalizioni europee. In questo senso manca anche, e soprattutto, un dibattito critico a riguardo; una lacuna che permette di avere solo una visione incompleta e frammentaria dell’argomento. In Italia, gli studi sociologici e storico-politici sembrano deliberatamente [la sottolineatura è mia] non tenere in considerazione questa istituzione: nei numerosi testi che affrontano il lobbismo e le lobbies raramente si fa menzione alla Lobby delle Donne, come ho potuto evincere dai numerosi autori e autrici cui ho fatto riferimento per il presente lavoro…”.

Oggi la lobby è più attiva e forte che mai, per quanto rappresenti, è bene sottolinearlo, solo una delle tantissime ramificazioni del potere globale neofemminista che è ormai diventato espressione del potere tout court in area UE e nell’intero Occidente (preferisco utilizzare il prefisso neo, in quanto evidenzia la nuova fase di questo movimento ideologico diventato oramai establishment e pronto a integrare qualsiasi minoranza di genere o etnica possa essere strumentalizzabile). Questa lobby ha costanti rapporti con i vertici della Commissione europea e ne influenza l’operato (si contano 34 riunioni ufficiali con la Commissione europea dal 18-12-14 al 29-03-23, 25 con il Parlamento europeo dal 17-11-21 al 09-12-23; è facile supporre che invece i contatti informali siano assai più numerosi, forse costanti), facendo parte di quell’anticamera del potere che è a tutti gli effetti potere.

Questo potere onnipresente in area UE, e generalmente occidentale, ha però bisogno del supporto dell’élite capitalista, non solo in termini di finanziamenti ma anche di risorse mediatiche, indispensabili per poter diffondere la propria propaganda, strumento manipolatorio di cui il neofemminismo fa un utilizzo massiccio e diffuso. Si è così venuto a creare uno stretto legame tra èlite globalista e neofemminismo (il capitalfemminismo come lo definisco), che ha contribuito a trasformare questo movimento ideologico nel principale pilastro sovrastrutturale dell’odierna fase del capitalismo (il trumpismo-sovranismo rappresenta l’ala meno globalista e più tradizionalista dell’attuale sistema capitalista, e ciò basta a quella “progressista” per avversarlo nonostante sia anch’esso parte del sistema).

Si tratta di un tacito accordo che conviene a entrambe le parti, perché anche il capitalismo ha il suo ritorno d’immagine potendosi indirettamente fregiare delle reclamizzate campagne neofemministe impregnate di moralismo e buonismo d’accatto, usufruendo al contempo della strategia del “divide et impera”(che il neofemminismo garantisce con il suo operato) da sempre a difesa dello status quo (a titolo di esempio tra i tantissimi, si pensi alla presenza costante dell’ultrafemminista Lilli Gruber dal 2012 alle segretissime e influentissime riunioni del gruppo Bilderberg o alle dichiarazioni della femminista critica Nancy Fraser:

«Il femminismo liberale [cioè praticamente tutto, ndr] è una sorta di partner progressista di Wall Street, della finanza, del capitalismo digitale».

Il processo che ha portato il femminismo a trasformarsi in neofemminismo è di durata più che trentennale, ma la novità più recente è che questo potere sta sempre più assumendo contorni “imperialistici”, perché sempre più deciso a imporre la sua “visione del mondo” anche in quelle aree che non sono state ancora “redente”, quindi femministizzate, come la Russia putiniana o la Bielorussia di Lukashenko. Lo si è osservato negli ultimi anni sia dalla continua attività di creazione e supporto di iniziative antiputiniane “di genere” in Russia, dal sostegno alle Pussy Riott (“Putin un terrorista patriarcale”) fino alla più recente trasformazione della vedova Navalny in un’eroina per la libertà (da candidare e supportare, ovviamente in caso di caduta del regime attuale, con un programma facilmente immaginabile), ma soprattutto dall’odierna retorica guerrafondaia che vede le neofemministe, e i partiti in cui militano più massicciamente, irriducibili sostenitrici dell’armiamoci e partite. Non porta avanti più solo una guerra psicologica interna all’Occidente, affidata alla propaganda ma anche a metodi più repressivi, ma anche esterna, ossia contro il maschio “patriarcale” in quelle realtà politiche che ancora non controlla, come nel caso della Russia o dell’Iran, finendo per intrecciare le proprie velleità politico-ideologiche con quelle più materiali e geopolitiche dell’élite globalista, che trova nel partito democratico statunitense, nei suoi epigoni europei e nelle grandi istituzioni sovranazionali espressione politico-governativa.

Il ruolo del neofemminismo nella scelta UE di percorrere ostinatamente la strada della guerra, senza mai passare per un qualsiasi tentativo diplomatico e di mediazione tra le parti direttamente belligeranti, non va affatto trascurato come tanti intellettuali fanno, invece messo affianco alle motivazioni più note, da quelle geopolitiche a quelle economiche. Molti esperti di politica internazionale, veri o presunti, lo ignorano, sia perché condizionati da un pregiudizio positivo (un’idea anacronistica di questo movimento ideologico, che considerano ancora “femminismo” ossia nella sua versione europea pre 1989), sia perché abituati a ragionare in base a schematismi novecenteschi.

Tanti, comprensibilmente, non riescono a trovare una logica nella politica estera UE dal febbraio 2022 a oggi o faticano a intravederne una razionalità pragmatica (e infatti che cosa ci può essere di razionale nel supportare una guerra costata circa 150 miliardi di euro più spese varie per armamenti, nonché un’inflazione alle stelle e una crisi industriale per essersi privati del gas russo a buon mercato, e soprattutto nell’esporre i cittadini europei, mai interpellati, ai rischi di una potenziale guerra nucleare, tutto per un Paese che non fa parte della UE né della NATO?). Ebbene, il neofemminismo è, dal punto di vista dell’interesse collettivo, irrazionale e irresponsabile, e non bada certo alle ricadute negative delle proprie iniziative, ma solo al suo tornaconto immediato. Considera Putin un cattivo maestro, che gode di troppo seguito in Occidente, e questo è sufficiente per avversarlo con l’ostilità che tipicamente esprime nei confronti dei suoi oppositori.

La Russia è per il neofemminismo una spina nel fianco, come l’Ungheria di Orban, perché testimonia che una società non femminilizzata in Europa è possibile e può essere, limitatamente alla relazione tra i sessi, perfino preferibile a quella che si sta imponendo nell’Occidente neofemminista, che Putin, con i suoi mille scheletri dentro e fuori dall’armadio sia chiaro, definisce a ragione decadente e nichilista. La UE e il partito democratico statunitense, alla testa dei quali il neofemminismo ha piena voce in capitolo, non possono essere che ferocemente antiputiniana, considerando il leader russo il male assoluto in quanto “patriarcale”.
Senza questo tassello di carattere ideologico (la guerra russo-ucraina è anche una guerra ideologica per quanto non di vecchio stampo) ci si vota inevitabilmente all’impossibilità di ricostruire il puzzle.

Ne consegue che la sacrosanta critica e opposizione al neofemminismo debba arricchirsi di una nuova pagina, che ne metta in evidenza l’influenza nelle politiche imperialistiche occidentali, dirette o indirette che siano, com’era d’altronde parso intuibile già all’inizio del nuovo millennio, quando le guerre neocolonialiste che gli USA e i suoi alleati intrapresero contro l’Afghanistan prima e l’Iraq poi vennero giustificate anche grazie alla copertura ideologica neofemminista.

Di Alexandr Viktorovich Congiarov per ComeDonChisciotte.org

25.08.2025

Alexandr Viktorovich Congiarov. Docente di materie umanistiche e saggista.

Commenti (12)

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Mostra commenti 12 caricati
    1. BrunoWald 30 agosto 2025

      Grazie, ma ormai non aveva scopo sbloccarlo visto che c'era già l'altro identico, a parte l'asterisco.

    1. alessandroparenti 26 agosto 2025

      "Putin, coi suoi mille scheletri nell'armadio, sia ben chiaro...." E tu cosa ne sai? Chi te l'ha detto? Puoi dirci a cosa ti riferisci? Ci indichi le fonti? Grazie.

    1. absitiniuriaverbis 26 agosto 2025

      Corriamo il solito rischio: cadere negli stereotipi.
      Certamente. La "femminilizzazione della società" è un concetto sociologico complesso e multidimensionale, che non significa che la società stia "diventando donna", bensì che valori, comportamenti e sensibilità tradizionalmente associati alla sfera femminile stanno acquisendo maggiore visibilità, legittimità e influenza in ambiti che erano precedentemente dominati da valori e modelli maschili.
      Non si tratta quindi di un ribaltamento (una società "al femminile" che sostituisce una "al maschile"), ma piuttosto di un'integrazione e di un riequilibrio tra valori stereotipicamente associati al maschile e al femminile.
      Non si tratta quindi di sostituzione.

      La sfida è riuscire a integrare questi valori in modo che tutti i generi possano trarne beneficio, liberandosi dai vincoli degli stereotipi, e costruire un modello sociale più equo e umano.
      (vabbene, poi mi sveglio...)

      È chiaro che il significato che attribuiamo alle parole cambia con lo scorrere dei tempi così come è altrettanto chiaro che ci sia chi ne approfitti per conseguire vantaggi personali. Storia docet.

      Dovremmo quindi ricordarci del punto di partenza e riflettere sulle attuali condizioni: ovviamente è in corso una deformazione importante.

    2. absitiniuriaverbis 26 agosto 2025

      Mi è venuta in mente, a proposito di maschi e femmine, una chiacchierata di anni orsono sul 'significato' originale di matrimonio e patrimonio.
      In soldoni:
      Mater-munus e Pater-munus.
      Il munus per i romani indicava un dovere che un cittadino ha verso la comunità (res publica), gli dei o la propria famiglia. Non era un obbligo imposto per forza, ma piuttosto un onere che derivava dalla propria posizione sociale e che garantiva coesione alla società.

      Per esempio, il munus di un magistrato era di servire lo stato; il munus di un padre era di provvedere alla famiglia; il munus di una madre era generare ed accudire, verso gli dei era di compiere i riti appropriati.

      Da cui i termini matrimonio e patrimonio con gli oneri ed onori relativi.
      Ritornando quindi all'articolo risulta evidente che oggi i due ruoli, maschile e femminile, padre e madre, matrimonio e patrimonio, né hanno più i contorni netti originali né sono più applicabili come tali.

      Se volete, il significato delle parole cambia. Gli umani molto, molto meno.

    3. natascia 26 agosto 2025

      “Se volete, il significato delle parole cambia. Gli umani molto, molto meno”. Che tradotto: accidenti non basta che negli ultimi 30-40 anni, grazie ai media, si sia riusciti a scardinare un’ordine millenario…. gli umani risultano essere riottosi… Da un punto di vista antropologico 30-40 sono pochi sia per ciò’ che ci è stato frettolosamente imposto e pure per il resto in divenire. Non è facile industrializzare l’umanità puntando sugli impulsi, spiace molto. Va bene. Passiamo ad altro, la vera domanda è : sono umane queste forze che hanno voluto il mondialismo, il femminismo, il capitalismo e l’abolizione di chissà quanti altri tabù’ millenari? Possiamo credere che si tratti di forze che mirano alla distruzione dell’umanità? Va bene. Altra riflessione, possibile che le abnormi e concomitanti accumulazioni di ricchezze degli ultimi 30- 40 anni non siano oggetto di seri giudizi di merito , mentre nel contempo si implementino grazie alla propaganda e al conformismo, dei falsi diritti come il cambio di sesso finanche nei bambini, l’aborto, l’eutanasia, il furto dei beni del malcapitato padre divorziato o le pretese di quote rosa intralcianti nella maggior parte dei casi? Si tratta di iniziative “ di pastura” che speculano sulle debolezze del sesso femminile al fine di scardinare le società. Come se demolendone ogni etica e puntando sugli aspetti più beceri si fosse potuto
      fare breccia e derubare un tempio imbattibile. Vorrei non fosse così.

    4. absitiniuriaverbis 26 agosto 2025

      Non sono sicuro di afferrare la prima parte del tuo commento o forse l'ironia dello stesso.
      Il mio commento finale sugli umani, che sostanzialmente non cambiano, fa riferimento alla loro natura intima non agli adattamenti esteriori alle mode, opportunamente veicolate, del momento.
      Gli umani pur non essendo naturalmente dotati di strumenti di sopravvivenza ed aggressione sono riusciti, attraverso millenni di lotta e di tecnologia, a sottomettere tutte le specie animali. Dopodiché la caccia agli animali, e gli istinti che la stessa ha alimentato, il ruolo maschile e quello femminile necessari alla supremazia sugli animali, si è trasformata nella caccia e sottomissione degli umani al contorno.
      E questo vale ancora oggi. Da cui il mio commento: gli umani non sono sostanzialmente cambiati nell'intimo.

    5. natascia 26 agosto 2025

      Oggi non ho una buona giornata. Non dovevo scrivere la risposta al tuo commento.

    6. absitiniuriaverbis 27 agosto 2025

      Ti auguro quello che ti meriti.
      A rileggerti.

    7. BrunoWald 27 agosto 2025

      In effetti, le forze che controllano il mondo traggono un potere enorme dallo sfruttamento delle debolezze di noi tutti, evidentemente ci conoscono a fondo e sanno come far emergere sempre il peggio di noi stessi, con una abilità diabolica, quasi soprannaturale. La loro sofisticata capacità di corrompere e depravare la natura umana lascia supporre che agiscano su un altro piano, sicché chiedersi chi o cosa siano, in realtà, è più che legittimo.

      Se guardiamo alle loro "opere", possiamo farcene un'idea abbastanza precisa.

    1. Balabiott 25 agosto 2025

      Io non ho mai sentito una Lilli Gruber qualunque denunciare il massacro delle donne palestinesi, mi sono perso qualcosa?..

    1. BrunoWald 25 agosto 2025

      Non esiste una “lobby delle donne”, ma la lobby di alcune donne, palesemente intortate con il potere. Il femminismo attuale non è che l’ulteriore evoluzione di quello originario, e costituisce uno dei pilastri ideologici del sistema, tant’è che il suo discorso viene imposto come un dogma indiscutibile: chiunque si azzardi a criticarlo viene demolito ed esposto alla gogna sociale.

      Per quale motivo? Perché il femminismo è un potentissimo dissolvente, che sta distruggendo la nostra civiltà in sinergia con le “riforme” liberiste, l’abolizione del welfare, il precariato, l’invasione dei migranti, la droga, i social. Ma esso ha una marcia in più, per la sua capacità di avvelenare i rapporti tra i sessi, colpendo direttamente la fonte della vita. Basta vedere l’opera ben retribuita dei pagliacci di regime, tipo le varie Cortellesi & C, che farneticano di inesistenti patriarcati e manipolano le statistiche per separare uomini e donne con un fossato sempre più ampio di rancore e sfiducia reciproci.

      Risultato: ci si sposa sempre meno, nascono sempre meno figli, siamo sempre più simili a come ci vuole l’elite cabalista – isolati, deboli, spaventati e infelici nel nostro loculo, intenti a vedere Netflix e mangiare m*rda.

      Un’ideologia di morte si riconosce dai risultati.

    2. mingo 25 agosto 2025

      Centro!
      infatti è proprio cosi .

      E da capire anche ,come in Italia abbia attecchito cosi bene da diversi decenni alimentando un calo demografico che non accenna a diminuire nonostante iniezione di immigrati .

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