Lo stato e il neoliberismo tra Italia e Francia

Lo stato e il neoliberismo tra Italia e Francia

Di Jacopo D'Alessio

Se, diversamente dagli italiani, i francesi sono stati piuttosto scaltri nel gestire a proprio favore l'ingresso nell'Europa liberale, ciò non è dovuto ad una presunta superiorità antropologica, ma ad una tradizione sedimentata nei secoli che distingue la cultura dei rispettivi gruppi dirigenti, innanzitutto, in relazione ad una diversa interpretazione del concetto di Stato.

LO STATO FRANCESE NELLA STORIA

I. La cultura francese ha una tradizione dello Stato e della nazione che pone le sue radici fin dagli albori: ovvero già a partire dal 1100, quando la lingua d'oil, dei regni settentrionali, comincia a produrre i poemi cavallereschi intorno alla figura di Carlo Magno ("Les chansons de Roland"), l'imperatore che, all'esterno, aveva respinto gli infedeli mussulmani dai propri confini, mentre, dall'interno, aveva riunificato l'Europa per la prima volta dopo il crollo di Roma. Il ricordo del sovrano diventa perciò, simbolicamente, la figura di riferimento cui si richiamano le varie dinastie nobiliari che regnano in quella regione per celebrare il proprio potere. Nel mentre si dà adito in questo modo anche ad una propaganda che legittimasse la conquista degli altri popoli franchi, culminata con l'annessione definitiva della Provenza nel 1486, mediante l'incoronazione di Luigi XI, re di tutta la Francia.

II. Alla fine del '400, Spagna e Francia, a turno, cominciano a spartirsi la penisola italiana e, nel 600, i francesi danno luogo al primo Stato moderno, attraverso quella parabola di accentramento politico della corona che parte da Richelieu e termina con l'assolutismo di Luigi XIV. Napoleone continuerà questo processo di statalizzazione, tanto che l'Italia adotterà una serie di innovazioni amministrative introdotte con l'occupazione imperiale, come le prefetture, che risultavano più funzionali per riorganizzare l'amministrazione locale.

DA DE GAULLE A MACRON

I. Nel 900, De Gaulle e Macron sono anche il risultato di questo lunghissimo processo storico. Il primo, nazionalista conservatore, popolare, generale e patriota, alla guida della Resistenza contro il nazi-fascismo, nel dopoguerra guida il Paese all'insegna di una società interclassista e uno Stato presente in economia con il fine di subordinare il capitale all'interesse generale e con l'obiettivo di perseguire tendenzialmente la piena occupazione. Il secondo, al contrario, è uno dei protagonisti contemporanei del liberismo europeo che sacrifica welfare e lavoro per puntare tutto sulla stabilità dei prezzi. E tuttavia entrambi i presidenti provengono da quella tradizione lì, sempre nazionalista e statalista, che storicamente aveva raggiunto il suo apogeo, appunto, con il Re Sole. Ciò si evince quando, ad esempio, Macron, nell'arena iper-competitiva del Mercato Unico Europeo, impedisce il disfacimento di un settore industriale francese ad alto valore aggiunto. Difatti, eludendo le regole di Maastricht (1992), blocca il tentativo di Finmeccanica di assorbire i cantieri navali di STX proprio attraverso l'intromissione tempestiva dello Stato che li nazionalizza. La Francia inoltre, all'occorrenza, viola ripetutamente i limiti di bilancio pubblico stabiliti da Bruxelles, dapprima sotto la presidenza di Sarkozy, nei primi anni del 2000, ma anche in molti anni successivi. Questo perché, molto banalmente, e con buona pace della Grecia e dell'Italia, non gli conviene. A questo si deve aggiungere la complicità dello Stato nell'attrarre e sostenere l'accumulazione di capitale all'interno dei confini nazionali (tipico del sistema ordo-liberale). Si noti la fusione di Fiat con Stellantis e, più in generale, la colonizzazione economica a scapito della nostra penisola: il settore privato francese riesce a far incetta di tutti i più importanti marchi di moda italiani e, in parte, di quelli della grande distribuzione agro-alimentare.

II. Per carità, diversamente da De Gaulle, per Macron lo Stato è, né più né meno, l'ancilla del Grande Capitale. Eppure, ha conservato egualmente un suo ruolo strategico che ha la funzione di difendere, contemporaneamente, gli interessi della Francia in quanto nazione. Non tanto gli interessi popolari e del lavoro, ovviamente, quanto piuttosto quelli dello stato-nazione.

Nonostante il suo liberismo estremista, anche a Macron non manca infatti una prospettiva di patria capace di proiettarsi nel futuro. Ad esempio, la sua idea di Paese multietnico si fonda, in verità, respingendo il concetto, tanto caro all'Italia, dell'inclusione (ovvero, dare luogo ad una nuova cultura tramite l'incontro di altre due), per promuovere e consolidare, al contrario, quello di integrazione: "Se vuoi abitare e lavorare in Francia devi rinunciare alla tua identità e diventare francese". Perché Macron sa benissimo che, nel mondo globalizzato, ha molte più probabilità di sopravvivere una collettività che rimane unita e consapevole della propria identità. In altre parole, solo chi mantiene, protegge, e rilancia l'unità nazionale, sarà in grado di affrontare gli scossoni geopolitici, prima ancora che economici, sia dall'una che dall'altra parte.

LO STATO ITALIANO NELLA STORIA

I. Di converso l'Italia, fin dal Medioevo, come denunciava correttamente anche Dante, era divisa in numerosi comuni in continua lotta fra loro. Vane furono le imprese, prima del Barbarossa e poi del suo discendente, Federico II, di unificare le piccole città-stato così da rendere quel territorio una proto-nazione. Poi, conclusasi la subordinazione nei confronti dell'Impero tedesco (si pensi alla lotta per le investiture e il perenne conflitto tra le dinastie degli ottoni e la chiesa di Roma), l'Italia si gode qualche secolo di indipendenza e relativa tranquillità per poi divenire oggetto del dominio altrui per quasi quattrocento anni, dal 1492 fino al 1861. Pertanto, nonostante l'omogeneità culturale tra le popolazioni italiche, se consideriamo gli anni che intercorrono fra il Risorgimento (che però non fu fenomeno popolare) e la Resistenza, il periodo patriottico italiano vero e proprio è stato molto intenso ma abbastanza breve. Sia chiaro: non lo si sta screditando affatto ma lo si vuole semplicemente circoscrivere ad una storia meno stratificata nel tempo rispetto a quella francese. E ancora più breve fu quello dello "stato dirigista": dal 1949 (anno in cui si conclude l'incarico di Einaudi al Tesoro) al 1978 circa. Se si aggiunge, inoltre, il decennio socialista, guidato da Craxi, si arriva a circa 40 anni: un lasso temporale davvero modesto se confrontato con lunga tradizione dei cugini d'oltralpe. Ora, il '78 è l'anno in cui la Democrazia Cristiana, grazie all'appoggio esterno dei comunisti, introduce il SSN (Sistema Sanitario Nazionale). Eppure, per lo stato dirigista italiano si tratterà del canto del cigno. Nello stesso anno infatti viene assassinato Moro, senza il quale si esaurisce anche quell'esperienza popolare e socialista che aveva caratterizzato la DC di sinistra, partita da Dossetti, Fanfani, Mattei, e scalzata dalla definitiva intromissione anglo-americana negli affari della Res Publica, a causa dell'imminente metamorfosi del PCI, guidato dai Miglioristi di Napolitano, nuovo partito delegato dagli USA in Italia. Tanto che, nel giro di un decennio, gli americani, nonostante il ritardo dovuto alla parentesi craxiana, ci condurranno alla definitiva rivoluzione liberale e anti-statalista per eccellenza del 1992.

II. Con l'avvento dell'europeismo, l'Italia rinuncia completamente a quello straordinario compromesso ibrido, socialmente avanzato, cristiano-marxista, del dopo guerra, che fu la Costituzione, e diviene, nel giro di un paio d'anni, il paese più liberista d'Europa. È tale da superare in privatizzazioni perfino l'Inghilterra della Thatcher, arrivando seconda solo alla DDR a seguito della riunificazione tedesca.

Il punto è che la storia pesa molto. E dunque, questa è la ragione del perché sia bastato così poco per cancellare quella cornice pubblica che aveva tenuto insieme le spinte centrifughe di una società politicamente scissa, sia pure omogenea per tradizioni. Lasciando sprigionare con foga quel tratto pre-moderno, dapprima anarchico-comunale e, successivamente, rinascimentale, che tanto ha fatto per il genio italico, sia nell'industria che nel commercio. Si pensi solo alla capacità delle PMI che, trovandosi innanzi ad uno Stato con le funzioni fiscali invertite, orientato a drenare ricchezza privata con una tassazione vessatoria invece che a generarla per mezzo della spesa pubblica, è riuscita comunque a reinventarsi e sopravvivere nel modello mercantilista. Si tratta di una cultura del "fare" che occupa ampia parte della nostra tradizione e che trova il suo apice nel Rinascimento. Una cultura che però, rimasta priva di una bussola inscritta nel solco dell'unità nazionale, ha finito per rivelare anche il lato di sé più individualista e predatorio. Così che la nostra attuale classe politica, esattamente come quella francese, ha potuto sacrificare, davvero senza alcuno indugio, gli interessi del suo popolo sull'altare del capitale trans-nazionale e della rendita finanziaria.

CONCETTI DI STATO DIVERSI

Destini analoghi, quindi, che stravolgono il cuore d'Europa, con gli ex-parlamenti sovrani e le loro costituzioni popolari, realizzate faticosamente nel corso delle innumerevoli lotte per la conquista dei diritti, cominciate nel mezzo dell'Ottocento. Istituzioni democratiche che furono il frutto di un'illuminata coscienza politica, maturata a seguito della guerra civile in seno al conflitto mondiale, sigillate infine entro il disegno novecentesco di un moderno stato lavorista, che sembrava aver posto dei limiti invalicabili nei confronti del processo di accumulazione. Vengono invece da ultimo smantellate dai trattati internazionali, a partire da quello di Maastricht del 1992. Eppure, ogni Paese ha anche una storia a sé e la classe dirigente francese si è distinta, al contrario di quella italiana, per continuare ad attribuire al proprio Stato un ruolo ancora attivo che, sia pure minimo, mantiene il fattore politico parzialmente autonomo rispetto alle logiche mercantili diffuse nel resto del continente.

Vi si trova, quanto meno, una visione di Paese suffragata ancora da programmazioni industriali che ottengono investimenti pubblici rilevanti e una strategia geopolitica che ha al suo fondo una chiara idea della propria collocazione, non solo in Europa, ovviamente, ma anche sul Mediterraneo. Mentre da noi, che ne occupiamo il centro, la presenza del mare è stata addirittura rimossa dall'immaginario collettivo. Nulla di tutto questo, ahimè, interessa la classe dirigente nostrana, che preferisce navigare a vista, accontentandosi di conseguire il bottino della giornata. È la prima in tutta la storia di questo paese che sacrifica gli interessi del suo popolo (nella fattispecie, sia a Washington che a Bruxelles) senza chiedere nessuna contropartita in cambio. Si tratta solo di tornaconti personali in assenza di una qualunque prospettiva di largo respiro e di lungo periodo.

CONCLUSIONE

Questo significa forse che gli italiani siano condannati? O che siano inferiori ai francesi? O che tutto è ormai inevitabile? No, perché il cambiamento c'è già stato una volta. Alla Conferenza di pace di Parigi del 1946, De Gasperi partecipò in rappresentanza di un Paese sconfitto che aveva un conto da pagare al resto del continente. Ma nulla impedì che il Primo Ministro se ne tornasse a Roma a testa alta, orgoglioso di aver sottratto l'Italia ad un risarcimento, prima di tutto pecuniario, ma anche simbolico in termini di dignità nazionale, che avrebbe impedito qualsiasi possibilità di ricostruzione del proprio Paese. Nel dopo guerra nacque insomma, dalla tragedia della guerra civile, una classe politica nuova, popolare, che aveva spezzato l'eredità culturale anarchico-individualista italiana di lungo corso, e che si era ricollegata invece con quella più recente e patriottica, anche se inizialmente solo elitaria, di stampo risorgimentale. Lo stato dirigista, che da Mattei e Fanfani è arrivato fino a Moro, c'è stato davvero e animava, non solo la DC, ma anche gli altri partiti di massa del Novecento. Non si è trattato cioè di un'invenzione scaturita da un'ideologia astratta ma ha fondato, sia pure in un lasso di tempo relativamente più breve di quello francese, le sue premesse storiche concrete. Sta però a noi raccoglierle ed utilizzarle.

Di Jacopo D'Alessio

29.03.2023

Jacopo D’Alessio. Laureato in lettere moderne, insegna Italiano nelle scuole medie di Roma. Autore di saggi brevi e articoli su politica, economia e cultura cinematografica.

Fonte: https://proitalia.org/articoli/lo-stato-e-il-neoliberismo-tra-italia-e-francia

Commenti (16)

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    1. Eugiorso 1 aprile 2023

      "Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
      Nave senza nocchiere in gran tempesta,
      Non donna di province, ma bordello"

      Dante Alighieri, Prgatorio, Canto VI

      Pensare che era già così settecento anni fa!

      Cari saluti

    2. Martin 1 aprile 2023

      "...Se mala cupidigia altro vi grida,
      uomini siate, e non pecore matte,
      sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida! ..."

      Dante Alighieri, Paradiso, Canto V.

      Ai miei tempi al liceo ti tramortivano per anni con lo studio dell' Inferno e del Purgatorio della Divina Commedia, ma sul Paradiso solo cenni......

    3. Eugiorso 2 aprile 2023

      In effetti, con il senno di poi, erano più interessanti l'Inferno e il Purgatorio ... Ma l'antisemitsmo da secoli è d'uopo!

      Cari saluti

    1. Vlado Cremisi 1 aprile 2023

      Beh, qualcuno o qualcosa sta nel riuscire a compiere in Europa qualcosa che mai avremmo sognato accadesse e cioè erigere piramidi. Preferisco le "solite" moschee fra', almeno qualcuno Incazzato si può ancora ascoltare

    1. Bertozzi 31 marzo 2023

      Stan bene vicino, noto delle affinità.

    2. sbregaverse 1 aprile 2023

      Chi ¿? Dove ¿? Toz dai !
      Emmanuello (serie filmica) e la Gattara ( con gli stivali) sul tetto che scotta ¿?
      Se poi le affinità stessero, tutte, nell' apparentarsi ai due gemelli scrotali, allora sono d'accordo( ricordano evaristo il coglione sinistro e clitemnestra la palla destra)

    1. Martin 31 marzo 2023

      L'articolo contiene una validissima analisi storica di vari profili dei due Paesi, e sotto questo profilo merita un deciso apprezzamento. E' di gran lunga sopra la superficiale paccottaglia che ci viene rifilata dalla stampa del nostro Paese.

      Peccato che non tocchi minimamente l'UE ed il ruolo di entrambi i Paesi nell' UE. La struttura autoritaria della Commissione UE, che accentra poteri di iniziativa legislativa, legislativi, regolamentari ed esecutivi, alla faccia di qualunque ombra di separazione dei poteri, e' principalmente una creazione ideologica e giuridica francese.
      La Francia ha inoltre sempre giocato un ruolo dominante nell'UE, concepita come una estensione del suo potere nazionale, ed e' pertanto uno dei Paesi piu' responsabili della deriva rappresentata dalla spaventosa espansione dei poteri della Commissione UE e dal regime autorizzativo preventivo ormai instaurato nei confronti dei Governi dei 27 membri dell'UE.

      E' inoltre un Paese in crisi profonda, parzialmente africanizzato e islamizzato, che ha enormi difficolta' ad integrare in modo produttivo perfino le terze e quarte generazioni di immigrati. La formula dell'immigrazione incontrollata e dei sussidi a pioggia garantisce solo ed unicamente l'impoverimento generalizzato. E' la formula che vuole il PD e che in Italia dovremmo combattere in tutti i modi.

    2. Eugiorso 31 marzo 2023

      Il fatto che l'articolo non tocchi minimamente l'unione europoide/ eurolager - come rilevato nel commento - e (soprattutto) la nato, non permette di capire qual'è il sistema di potere che domina l'Italia ed anche la Francia, quindi è una sostanziale carenza ...
      La Francia ha spalleggiato la germania, kapò dell'eurolager, per anni a nostro danno e il pessimo sarkozy l'ha fatta entrare nell'"alleanza militare" della nato, perdendo un altro pezzo di sovranità, poi è stato il turno del corrotto e sessuofobo hollande, disastro vivente dalla forma di mozzarella e infine è arrivato il depravato macron, che con due presidenze darà la mazzata finale alla Francia e ai francesi ...
      L'Italia ha avuto draghi, il "liquidatore" finale, e ora ha un governo "draghi 2 senza draghi" e lostesso sarebbe accaduto se avessero vinto i sinistroidi, perché non si poteva scappare dalla gabbia in cui è rinchiuso il paese!

      Morale, oggi che siamo al "rush" finale della distruzione dell'economia e delle società europee, in breve Francia e germania, nel passato presunte dominanti in continente, si avvieranno a fare la stessa fine dell'Italia.

      Cari saluti

    3. Martin 1 aprile 2023

      Si ma l'analisi delle scuole nazionali francese ed italiana, pre dominio dell' UE da Maastricht, merita apprezzamento. Anche sotto quel profilo, comunque, l'autore dimentica che il dirigismo francese post WW2 copio' il modello fascista dell' IRI, e sopratutto non ha mai sbaraccato, come noi idioti abbiamo fatto nei primi anni 90 grazie al Commissario UE Van Miert ed alla entusiasta cooperazione del quartetto Prodi Andreatta Amato e Ciampi

    4. Jacopo DAlessio 2 aprile 2023

      Ciao Martin , non viene scritto nulla di come funziona l'UE , se non in alcuni stralci (Es. Macron che viola i divieti di Maastricht e il patto di stabilità di Bruxelles) , né di come si comporta la commissione europea, ad esempio, semplicemente perché questo non era l oggetto dell'articolo. Grazie per il commento.

    5. Jacopo DAlessio 2 aprile 2023

      Ho qualche dubbio sul fatto che la Francia Gaullista abbia copiato la scuola fascista. I francesi hanno cominciato a inventare la scuola di massa a partire dal 700 con l illuminismo, in particolare con l opera di Condorcet durante gli anni della rivoluzione. E De Gaulle era un nazionalista a prescindere.

      Invece, sulla volontà di emulare l'IRI non ne sono informato, ma ci sta. Di fatto però per noi il fascismo ha costituito anche un momento di onta nazionale che ha innescato un rifiuto della forma-stato.

      Questo che dici tu è un passaggio molto interessante ma che ho volutamente omesso perché avrebbe reso l articolo molto più lungo e difficile. Il fascismo infatti è stato sicuramente il momento decisivo che ha creato le premesse dello statalismo in Italia ma anche un'altra ragione del suo rifiuto collettivo.

    6. Martin 2 aprile 2023

      Per scuole nazionali, intendevo le scuole (in senso metaforico) dei rispettivi capitalismi nazionali, non i sistemi scolastici propriamente detti.

      Il modello di cooperazione pubblico privato dell' IRI fascista, al tempo avanguardia pura, fu copiato dal New Deal di Roosevelt (come da documenti ufficiali americani), e dopo la WW2 da Francia, GB e perfino Olanda. Sbaraccare l'IRI, al tempo la 7ma holding mondiale, post Maastricht, grazie ad una nullita' come il Commissario fiammingo Van Miert ed alla cooperazione entusiasta del quartetto che ha rovinato il nostro Paese (Prodi, Andreatta, Amato e Ciampi) - non solo nel caso dell'IRI - e' stato un errore micidiale.
      Ma il punto fondamentale e' un altro.

      Post WW1 le politiche economiche europee erano ancora rette dalla scuola liberista, quella del non interventismo e dell'autoregolazione di domanda e offerta. Il crescente proletariato industriale, aumentato enormemente durante il gigantesco sforzo industriale bellico, era sempre piu' esposto, ma ritenuto sacrificabile ad ogni oscillazione tra domanda e offerta (licenziamenti di massa), in sintesi un fattore produttivo come gli altri, fino alla crisi generale della fine degli anni 20 e anni 30.

      L'alternativa a questo sistema, che non riusciva a gestire umanamente il crescente proletariato industriale, era il marxismo-leninismo (vedasi le rivoluzioni marxiste a Berlino, Monaco, Budapest, etc, e le forti pressioni in Italia ed altri Paesi).

      Il superamento della politica economica liberista attraverso l'intervento pubblico (lavori pubblici in deficit) e la nascita dello stato imprenditore si deve prima al fascismo a partire dal 1927 e dopo al nazismo a partire dal 1933, e' un fatto storicamente indisputabile, ma altrettanto indisputabilmente nascosto, ancora oggi.

      L'occultamento di questa realta' innegabile regge grazie alla demonizzazione assoluta di fascismo e nazismo e grazie alla propaganda anglosassone, sia nella sfera storica che - ancor piu' grave - in quella piu' specifica della storia del pensiero economico e/o dell'economia.

      Continuano ad insegnarci che il superamento della politica economica liberista sarebbe dovuto a John Maynard Keynes. Ora, il citato nei primi anni 30 aveva gia' elaborato la teoria del moltiplicatore (che pero' nessuno si filava), ma la sua "Teoria Generale" fu pubblicata solo nel 1936 e perdipiu' solo in inglese (che al tempo non era una lingua franca), ossia ben 9 anni dopo l'avvio della politica economica fascista (lavori pubblici in deficit, una bestemmia per i liberisti) e 3 anni dopo quella nazista - con risultati ancora piu positivi, grazie in particolare ad una struttura industriale molto piu' robusta di quella italiana.

      Alla faccia di cio', continuiamo a leggere delle "politiche economiche keynesiane" di fascismo e nazismo.....

      Tornando sul punto, la rapidita' della ripresa italiana post WW2 fu in gran parte dovuta proprio al sistema misto pubblico-privato dell'IRI, sconosciuto al resto dell' Europa e prontamente imitato da francesi, britannici (specie laburisti), e perfino olandesi (che nelle relazione imprenditori-sindacati, hanno letteralmente copiato con successo il sistema corporativo del fascismo italiano).

      Fast forwards ad oggi, e mentre gli Inglesi hanno sbaraccato la presenza pubblica con la Thatcher, i Francesi hanno mantenuto il loro sistema di partecipazione pubblica, come evidente dalla presenza dello Stato francese in vari settori (Renault, etc), dalla vicenda Finmeccanica e dall'impossibilita' di acquisizioni straniere nei diversi e molteplici comparti dichiarati "strategici". Mai una nullita' come il fiammingo Van Miert si sarebbe permesso di attaccare la Francia....

      Noi come dei poveri babbei, grazie al quartetto che ha rovinato l'Italia - Prodi Andreatta Ciampi e Amato - non solo abbiamo sbaraccato l'IRI ed abbiamo consentito un cambio dell'Euro micidiale, ma abbiamo anche permesso ai Francesi di fare shopping in Italia in diversi settori, quello che i Francesi invece non permettono a nessuno.

      E ancora oggi, Prodi Andreatta Ciampi ed Amato sono praticamente celebrati come Padri della Patria.................

    7. Martin 2 aprile 2023

      Lo so che non era quello l'oggetto, ma specie a partire da Maastricht, e' molto difficile tenere l'UE fuori dall'analisi delle due scuole capitaliste nazionali

    8. Jacopo DAlessio 2 aprile 2023

      Ma qui non è stato escluso l argomento europeo. Al contrario: si discute su come due paesi abbiano reagito in modo diverso rispetto proprio al liberismo e alla UE. Non era mio compito però spiegare cosa sia il neo liberismo e ripercorrerne la storia, oltre a spiegare come funziona. Ci sono tremila articoli che lo fanno già. il mio non è un riassunto di tutto.

    1. Eugiorso 31 marzo 2023

      Articolo fuorviante, che non cerca e non svela le responsabilità vere della situazioni attuale o addirittura le nasconde sotto la cortina fumogena di un'improvvisata analisi storica, in particolare per quanto riguarda la tragica condizione dell'Italia.
      Classe dirigente che sacrifica il popolo per tornaconto personale è un po' poco, un po'troppo generico e lascia irrisolto il problema di chi comanda veramente in Italia.
      Di certo, c'è un sistema di potere assolutistico e sovranazionale che manovra i collaborazionisti locali, delegando loro il governo del paese secondo linee di politica strategica decise all'esterno e sopra dell'Italia, che queste piccole tacche e servi devono rispettare, pena la fine delle loro "fortune" personali.
      Questo sistema non riguarda solo l'Italia, ma anche la Francia, come sappiamo, e riguarda anche la germania, che ha abbassato la testa davanti agli agli attacchi terroristici contro il NS/ NS2, vitali per il rifornimento di gas a basso prezzo, che invia armi a comando ai nazisti ukraini fingendo qualche piccola e inutile resistenza, che provoca soltanto qualche piccolo ritardo nell'invio ...

      Cari saluti

    2. Jacopo DAlessio 2 aprile 2023

      Salve ,

      1. Forse non ha letto il titolo dell' articolo. Se avessi voluto spiegare l UE, il titolo sarebbe stato così:

      "I meccanismi di funzionamento della UE e perché l'Italia non può esercitare liberamente la sovranità ".

      Nell'articolo non c'era nessuna intenzione invece si spiegare tali regole e dinamiche giuridico-economiche. Il titolo è chiarissimo e il contenuto , come invece era mia intenzione fare, riguarda la diversa idea di stato fra i due paesi, nata da una differente cultura, che si rintraccia anche nella storia.

      2. Quindi, la spiegazione della reazione diversa del Deep state francese e italiano innanzi all'avvento del neo-liberismo, è invece spiegata e trova , almeno, una delle sue ragioni principali nella matrice culturale.

      Poi, sicuramente non è l'unica causa perché si potrebbe parlare ad esempio della progressiva ascesa della scuola di Chicago nelle università italiane a scapito della cultura keynesiana negli anni 70; dell' avvento della cultura consumistica ; della fine del conflitto di classe; delle ingerenze anglo americane nel nostro paese; della fine del sistema dei partiti di massa, ecc.

      Ma , ripeto, l articolo , giustamente, non doveva parlare di tutto..quanto piuttosto circoscrivere la cultura statalista dei due paesi attraverso la storia. E quello si è fatto.
      Grazie per il commento.

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