Di Giorgio Faggio
Un retaggio storico, risalente agli anni successivi al movimento del 1968, ha creato il pregiudizio che i diritti al lavoro, al salario, alla pensione siano inseparabili con l’eliminazione del concetto di famiglia e di figli. In realtà, questo non è vero e, anzi, non è possibile conseguire i diritti sociali in un contesto in cui famiglia e figli sono diventati facoltativi, o addirittura deprecabili.
Il lavoro e il salario servono a crescere i figli. Se questi non ci sono, il lavoratore non sente il bisogno – fisico e di conseguenza etico – di battersi per migliori condizioni lavorative e di reddito.
Al lavoratore “soltero” basta quel minimo che gli passa il sistema per soddisfare i propri capricci consumistici: aperitivi, app nuove per il cellulare, concerti, magari qualche viaggio in località esotiche. Ed ecco spiegato perché, negli ultimi 30 anni, è crollata la lotta di classe.
Già nella prima metà del XIX secolo questo principio era stato notato da un certo Carletto Marx, il quale infatti indicava i lavoratori come “proletari”: “coloro che hanno una prole”. Implicitamente, chi non ha figli è un piccolo borghese, perché usa solo per sé stesso il medesimo reddito che una famiglia riserva per i bambini. Nella prima metà del ‘800 la riproduzione era una cosa talmente scontata che non veniva nemmeno messa in dubbio, e agli intellettuali socialisti di allora non potevano essere chiare le implicazioni di un calo della fertilità che essi stessi, a volte, auspicavano.
Ne è dimostrazione il fatto che, negli stessi ambienti “de sinistra”, le lotte per gli aumenti di salario e contro il precariato siano divenute istanze deboli e occasionali. È più comodo mettersi in poltrona su un aereo e farsi un bel viaggio in Nepal o in Kenya per non pensarci più (parleremo dei devastanti impatti ambientali di questo stile di vita in un’altra circostanza).
Ecco perché la promozione della famiglia e dei figli deve essere un’istanza programmatica forte. Non solo perché – giustamente – i figli danno ricambio generazionale e rappresentano il futuro della società, ma perché senza di essi non c’è motivo di battersi per un miglior mondo del lavoro. Che infatti è peggiorato e basta, come dimostra senza appello la storia dell’Italia post-globale senza infanzia.
Di Giorgio Faggio
15.04.2026
Fonte: https://croi.altervista.org/lavoro-e-figli/
Titolo originale: Lavoro e figli
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akel 23 aprile 2026
Proletarius era nell'antica Roma il cittadino nullatenente dell'ultima classe sociale (sesta classe), che non pagava tasse e poteva offrire allo stato solo i propri figli. Quindi è la definizione di una classe sociale non di una capacità riproduttiva. Perché lei ha falsificato il significato di questa parola?
Marx poi non usa mai il termine proletariato col significato di "avere figli".
Lei scrive «negli ultimi 30 anni, è crollata la lotta di classe» quindi la perdita di garanzie sul lavoro, l'aumento del precariato, le restrizioni all'accesso alla salute… e per non farla troppo lunga, le decine di guerre non sono esempi di come la lotta di classe si sta sviluppando?
Sono cosa?