Letteratura, una malattia contagiosa

Letteratura, una malattia contagiosa

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

Se non ci fosse chi crea una realtà altra ricorrendo alle parole saremmo forse tutti obbligati a diventare scrittori. Il desiderio, connaturato in noi, di crearci una doppia vita, esplorare mondi sconosciuti o semplicemente vivere un’avventura quasi impossibile persino da sognare, ci porterebbe a diventare tali. Anche il cinema o la televisione danno ad ogni persona la possibilità di evadere dalla realtà quotidiana per entrare in una dimensione diversa, ma non con la stessa potenza della buona letteratura. Forse, però, dovremmo eliminare l’aggettivo “ buona” per convalidare un concetto che non sempre è chiaro: la letteratura, per fregiarsi di questo titolo, o è buona oppure è altro. La forza della parola scritta sta infatti nella sua incompletezza, nel suo stato di arte fondamentalmente povera rispetto, per esempio, al cinema . Per essere più chiari, diciamo che il medium cinematografico utilizza immagini scelte da altri, escludendo quindi “l’allenamento del muscolo della fantasia“. A scanso di una improbabile contestazione di questa affermazione, che dovrebbe comunque essere corredata da prove, possiamo dire, con una grossa percentuale di veridicità, come affidare il nostro bisogno di bellezza solo a TV e cinema crei un deficit nell’esercizio dell’immaginazione.

A suffragare questa tesi c’è il giudizio, spesso negativo, che esprimiamo su film tratti da romanzi. Le immagini suscitate dalle pagine di un libro sono, infatti, quasi sempre più significative e belle di quelle che ci propone il film che utilizza la sceneggiatura tratta dallo stesso romanzo. Bisogna, naturalmente, tenere in considerazione il dato tecnico con cui il cineasta si deve misurare, un ostacolo che la nostra fantasia non deve superare. Quale disciplina può quindi essere più esente da costrizioni di sorta della letteratura, che utilizza le sole spoglie parole lasciando alla nostra immaginazione il compito di inventare le immagini di corredo? Il grande scrittore deve godere di una immensa libertà per inventare e il lettore, di riflesso, riceve in dono l’immenso potere di reinventare quello stesso mondo. È evidente in questo ragionamento una chiara accusa alle immagini, specificatamente ad un certo tipo di immagini allineate alla cultura di carattere consumistico, di minare fortemente l’immaginario collettivo. A proposito di tale asserzione citiamo Pasolini che, in un’intervista di molti anni addietro (ma lo fece in innumerevoli casi), metteva bene in evidenza il potere di coercizione della televisione. Egli affermava che il mezzo televisivo è un mezzo autoritario, che non permette una circolazione a doppio senso della comunicazione ma si rivolge ad un pubblico senza potere di replica e, fondamentalmente, inerte. Di conseguenza il pubblico, con il tempo, perde quella forza dirompente della vivida fantasia tipica di una mente in buona salute. Ecco, questa forma di gabbia a cui ci abitua il racconto per immagini, nella pagina scritta non esiste. Ci sono persone che non possiedono un televisore (il sottoscritto è stato per anni uno di essi ) alle quali, di conseguenza, è preclusa la possibilità di accedere al cinema o alla TV , per lo meno in casa; eppure, stando ad ascoltare ciò che dicono, e io confermo, vivono benissimo facendosi bastare i libri. Quale lettore non ha costruito con la propria mente visi, città, paesaggi, nell'istante in cui il suo occhio si è posato sulla pagina scritta?

Questa magia è un flusso che passa dalla mano dello scrittore alla mente del lettore.

Affinché si sviluppino i mondi evocati dallo scrittore è però necessario che il seme lanciato dalla sua mano cada su un terreno fertile di ricettività, cosa di cui non tutti i lettori sono dotati allo stesso modo.

È quindi, in ultima analisi, un incontro tra due predisposizioni distinte e separate, che però in alcuni casi confinano e in altri addirittura si confondono.

Accade allora che gli anfratti reconditi di tanti lettori più sensibili di altri vengano così modificati, potenziati nella loro capacità di immagazzinamento, fino al punto da creare una pressione tale da indurre chi è “vittima” di tale fenomeno a cercare una valvola di sfogo…, cioè la parola scritta!

Ad un certo punto il lettore vuole cambiare la propria posizione: da consumatore di letteratura sente la spinta irresistibile a generare egli stesso altri mondi, o meglio, a dare veste a quel suo universo interiore cresciuto a dismisura nutrendosi di scritti altrui. E, se la sensibilità del lettore è particolarmente affinata ed è naturalmente portato ad appropriarsi dei linguaggi artistici (in questo caso ci riferiamo alla prosa), può scattare la molla dell’emulazione o quella, immensamente più interessante, che permetterà di proiettare nel nostro campo visivo un nuovo talento. Essere artisti, e in particolar modo scrittori, per moltissime persone occupa la posizione più alta nella propria personale scala dei valori.

Ma, approfondendo il discorso, possiamo arrivare a pensare che il seme della letteratura fecondi in noi quella piantina che, a volte, appassisce prematuramente mentre altre volte, [specialmente] nell’età giovanile cresce rigogliosa.

Per tale motivo essa lascia segni che possono modificarsi nel tempo ma che, comunque, resteranno per sempre indelebili.

La letteratura diventa infatti motore della crescita e parte costitutiva del DNA. Si tramuta in vero e proprio cibo del pensiero, esattamente come la pasta col pomodoro è stato l’alimento che ha disegnato la nostra morfologia. Guida la nostra esperienza dall’adolescenza all’età adulta, condizionando scelte che segneranno per sempre la nostra esistenza. Essa diventerà così preponderante nelle scelte anche più spicce della nostra quotidianità, che l’idea di rendere ciò che abbiamo assorbito proprio come se fossimo una spugna, diventa un vero e proprio bisogno irrinunciabile. Veniamo dunque a una domanda che ci poniamo da tempo e cioè il motivo per cui, in Italia come ovunque sul pianeta, un immenso numero di persone scrive senza che questo costituisca il loro lavoro. Possiamo solo fare congetture ma, a dimostrazione che l’argomento è intricato, piuttosto che intravedere risposte siamo colti da altre domande. Insomma, la bellezza e le emozioni che un libro ci può dare, non sono forse la corrispondenza di una nostra intima predisposizione celata sotto l’ansia della vita quotidiana, inesorabilmente spesa nella corsa alla sopravvivenza?

Siamo poeti prestati alla concretezza?

Siamo fatti di spirito molto più di quanto sospettassimo?

Perché ci arrovelliamo spesso, con tutti i problemi che ci piovono addosso, sul fatto di non riuscire a mettere insieme un periodo che sia all’altezza non, diciamo, di Dostoevskij ma, più modestamente, di Fabio Volo?

Quando siamo presi dal magone al cospetto di un paesaggio mozzafiato non è forse la reminiscenza di un libro letto anni prima che innesca l’epifania percettiva?

È forse questo desiderio di girare agli altri questi frammenti di catarsi liberatoria che abbiamo ricevuto in regalo ad indurci a scrivere anche se non sappiamo farlo?

Lettere segrete mai rese pubbliche, libri autoprodotti, poesie impolverate dal tempo chiuse a chiave nei cassetti, creative liste della spesa; i casi in cui la letteratura si travasa nel sangue delle persone sono infiniti. Il desiderio di riuscire nell’impresa di comunicare l’incomunicabile ci prende la mano, il folle progetto di dare una forma riconoscibile al magma emozionale che ci governa, per proporlo al prossimo e uscire dal solipsismo esistenziale, ci attanaglia. Creare un ponte con gli altri, retto sui ponteggi della nostra più recondita natura, si profila come una possibilità che potremmo avere a portata di mano. Cerchiamo di rendere intellegibili ad altri istanze che hanno origine in noi ma di cui noi stessi abbiamo smarrito, o non abbiamo mai posseduto, la chiave di lettura. La letteratura è, tra le tante cose, un invito perentorio all’introspezione, che in alcuni può assumere il carattere dell’esame impietoso a cui sottoponiamo la nostra coscienza. Il tentativo di tramutare l'input immaginativo in pagine seducenti è una strada che può portare lontano, senza neanche sapere dove, ma che è sicuramente riconducibile alla frequentazione dei libri. Leggiamo quindi siamo; questo assunto, arbitrariamente proposto dal sottoscritto, credo abbia una forte connotazione di verità per moltissimi altri.

Se la comparazione della nostra esperienza non potesse avvalersi di un confronto con quella di altri, cosa saremmo? E leggere non è, in ultima analisi, anche misurarsi con l’altro; l’autore?

Delitto e castigo” non è forse uno degli esempi più eclatanti di quanto sia ineludibile, nella nostra vita, il peso della coscienza? Quante volte, di fronte al desiderio di forzare i limiti della morale per mettere alla prova il superuomo che alberga in noi, ci è venuta in mente la parabola di Raskol’nikov?

Sappiamo, comunque, che la scrittura sprona non solo i lettori più selettivi a misurarsi con essa, ma anche gli affezionati della letteratura rosa, quelli che leggono solo sotto l’ombrellone e, a volte, addirittura i lettori per caso.

Certo, poi si tratta di maneggiare una lingua difficile, in cui per dire la stessa cosa abbiamo, in alcuni casi, innumerevoli vocaboli. Una lingua che propone una quantità vertiginosa di soluzioni per vestire lo stesso pensiero, al punto che, il più delle volte, scegliere si rivela una fatica fuori dalla nostra portata.

Tutto ciò è però piuttosto trascurabile, perché la cosa veramente importante è che, in veste di semplice lettore oppure di aspirante scrittore, si accetti la sfida racchiusa nella pagina scritta. Riconosciamo infine che sì, la letteratura è una vera e propria malattia, per la quale fortunatamente c'è una cura, e cioè quella di viverla appassionatamente, in un modo o nell’altro.

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

18.05.2025

Commenti (5)

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Mostra commenti 5 caricati
    1. sbregaverse 18 maggio 2025

      Ma non sorge il dubbio che la LETTERATURA oggi sia sega^tura damigellata da
      sottintesa FREGA^TURA ¿?

    2. Nonso 18 maggio 2025

      Oh sì, sbregaverse. Quella letteratura in via dello Sprone è stata proprio una grandissima inculata.

    1. Nonso 18 maggio 2025

      La gente invecchia col gusto dell'ipocrisia e difende la propria faccia lurida a costo di offendere, ferire o umiliare il prossimo.
      Nonso non l'avrete mai, fate pace con questo e le vostre vite miserabili troverano una forma di quiete.

    1. Tianos 18 maggio 2025

      Ehhh si, contagiosissima, due libri pubblicati valutati cinque stelle dalla critica, da alcuni divorati in una sola notte (475 pagine), e venduti al picco venti copie l'anno.
      Poi c'è una massima che ricade anche su di me "l'italiano non legge, scrive!".
      Lo si capisce anche dal fatto che, solo qua in Italia, vengono pubblicati 60000 mila libri ogni anno, quasi duecento ogni giorno.

    1. ws 18 maggio 2025

      la letteratura per fregiarsi di questo titolo o è buona oppure è altro

      è "propaganda " , esattamente come nella famosa definizione di M twain
      "giornalismo letteratura è far sapere qualcosa che qualcuno vorrebbe non fosse saputo, tutto il resto è propaganda"
      C'è infatti questo filo diretto tra l' egemonia culturale invocata da Gramsci e i suoi "nipotini" del "salone del libro" di oggi. L' unica differenza è la finalità: allora si trattava di propagandare il LORO "comunismo" ed oggi il LORO Supercapitalismo" .😁

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