Di Andrea Falco Profili
Non scrivo questa lettera per godere della vostra goffa, anzi goffissima, arrampicata sugli specchi. Non traggo piacere dall’osservarvi mentre, col fiatone e la fronte sudata, tentate di giustificare l’ingiustificabile e tappezzate casa con la vostra pelle, accumulata da infinite mute impostevi dai vostri capi politici. Avete imboccato l’autostrada contromano, ma non è questo il punto.
Il punto è che, forse, siete ancora in tempo. Se non vi siete svenduti del tutto, se siete rimasti puri di cuore e coerenti almeno con voi stessi, se non avete messo in secondo piano quei paesi con cui millantavate amicizie e rapporti privilegiati in favore dell’America, se non avete irriso le lotte sociali sostenendo – per calcolo elettoralistico – le posizioni di quel neoliberismo che sempre avete criticato. Allora forse, dico forse, potete ancora tirarvi fuori da questo pantano.
Ricordate cosa è successo? All’inizio di questo decennio, diversi dei vostri erano stanchi di non contare nulla. Si sono lanciati nelle piazze antisistema come in una grande ammucchiata. Il motivo era chiaro e, diciamolo, anche un po’ meschino: ve ne fregavate dei rischi dell’antipolitica, della confusione ideologica, delle contraddizioni morali o addirittura scientifiche. Volevate voti. Speravate di “convertire” la piazza, senza accorgervi che era la piazza a convertire voi. Bastava che dicessero di odiare l’America e l’”Europa” (UE), e già vi sembravano “dei vostri”.
Non avete voluto sentire ragioni.
Non avete voluto vedere nulla – o avete finto di non vederlo – che quel sovranismo che recuperavate, già nel 2018 era stato funzionale, sì, a un attacco all’UE, ma solo per stringere patti di ferro con Trump, per legarsi ancora più profondamente alla NATO. Non avete voluto ascoltare chi vi avvertiva che i vostri nuovi alleati inneggiavano a quella costituzione che era sempre stata incensata dalla retorica di chi – fino ad allora – avevate disprezzato, che fosse Benigni o il suo partito di riferimento. Non avete voluto vedere neanche come dietro il pretesto del superamento delle ideologie c’era solo l’egemonia di chi le proprie, in fondo, non le aveva mai davvero messe in discussione. Qualcuno, a onor del vero, ci ha provato con onestà: ha tentato di azzerare tutto, di costruire qualcosa di nuovo, e di non collegarsi a nulla. Poi, non essendo in grado di farlo, è diventato una sorta di democristiano antisistema: un ossimoro vivente, il moderato estremo. Ma altri hanno pescato a strascico tra le frange radicali, tra i delusi di destra e di sinistra, e li hanno bolliti come rane. Ora, dal brodo tiepido dell’emarginazione ideologica sono emersi pronti a fare coalizione con il governo, alternativi al centrodestra, ma perfettamente integrati nel suo ecosistema.
A voler essere onesti, superare le staccionate e le etichette del Novecento non è di per sé un crimine. Anzi, se fatto con rigore e lucidità, può essere un intento nobile: a patto però di darsi delle coordinate, di costruirsi un mito fondante, un orizzonte, una visione. Altrimenti è solo un’acrobazia goffa che perde l’equilibrio e cade nel vuoto. Perché quando questo “superamento” delle dicotomie è frutto dell’opportunismo, della convenienza tattica, del bisogno di stare in tutte le piazze senza sapere nemmeno quale sia la propria, il risultato è sotto gli occhi di tutti: si diventa ciò che siete oggi. Ed è per questo che mi piacerebbe vi spiegaste: voi, che nel nome del superamento delle vecchie dicotomie vi siete lanciati a portare istanze sociali a chi aveva visioni nazionali, e viceversa, ora che ve ne è rimasta solo una poltiglia indistinta, cosa c’è di “nazionale” in chi si identifica in ogni possibile bandiera di un paese multipolare meno che nella propria? In chi non muove foglia senza guardare a cosa dice Washington, Mosca o – nei casi più esotici – Pechino? E cosa c’è di sociale, se non siete nemmeno in grado di indicare una posizione chiara su dei quesiti referendari sul lavoro? Avreste potuto anche dire che eravate contrari, e almeno avremmo saputo chi siete. Sarebbe valso più che quell’imbarazzante teatrino del “dare libertà agli iscritti”, usato solo per nascondere la vostra paralisi identitaria. Perché se si ha paura di dire qualcosa per non perdere qualcuno, allora vuol dire che non si è nulla. E chi vi segue, a sua volta, non è nulla. E così, tutti insieme, si resta lì, impantanati nell’indeterminatezza, sperando che nessuno vi chieda mai davvero da che parte state.
Non avete fatto una piega a sostenere Donald Trump. Nessun dubbio nemmeno di fronte ai piani per trasformare Gaza in un resort, né davanti a Trump che ricondivideva video AI con donne barbute e Netanyahu sulla spiaggia. E se bombardava mezza regione mediorientale “per difendere il diritto di Israele ad esistere”, pazienza.
Tanto oggi per voi conta solo una cosa: gli USA. La superpotenza che un tempo dicevate di combattere oggi è la vostra bussola, il vostro punto cardine e il vostro riferimento assoluto.
Ora i vostri leader partitici tuonano sui social un giorno sì e l'altro pure parlando di "Nuova Norimberga", "Nuova Jalta", "Europa intrinsecamente nazista da denazificare", auspicandosi che Trump come un nuovo Roosevelt si unisca – non si sa come – a Putin per venirci a imporre le nuove "marocchinate democratiche". Alcuni di voi le marocchinate d'altronde le hanno difese: noi i crimini di guerra alleati ce li meritavamo – dicevate o, peggio, dite - per essere stati parte dell'Asse, e quindi non sorprende che oggi parliate di "punire l'Europa".
Che poi, l’Europa che vi tiene svegli la notte inutile spiegarvelo che non esiste: esistono le nazioni e – perché no, le aspirazioni di costruire qualcosa nel suo spazio - che ne fanno parte, esistete voi, che sarete le principali vittime dei dazi e delle bombe che invocate – non Von der Leyen. Ma questo lo sapete benissimo, perché con questo stesso discorso vi opponevate alle sanzioni alla Russia, e ora fate finta di non saperlo più. Perché la verità è questa: se avete fatto tutto questo pur di essere antioccidentali, antiamericani, anti-UE, quando vi siete ritrovati un presidente americano che ve ne ha dette di tutti i colori, avreste dovuto svegliarvi e defilarvi. Invece no, gli avete dato ragione, avete detto che le bombe ce le siamo meritate e le meriteremmo di nuovo, avete sporcato il vostro cuore e la vostra anima adottando la linea politica di una Stay Behind – cosa che vi piacerebbe essere almeno per poter contare qualcosa, ma non siete. Siete solo dei giocatori di ruolo.
Altri ancora – e a questi va un briciolo del mio affetto – hanno iniziato a fare il tifo per i “liberatori stranieri” perché la rivoluzione, qui, non sono riusciti nemmeno a immaginarla. Non hanno costruito nulla, non hanno lasciato nulla con le proprie organizzazioni. Allora si sono rifugiati nella mitologia altrui, per non dover affrontare il fallimento delle proprie ambizioni. E lì hanno trovato conforto, la scusa perfetta: “non è il momento”, “non si può fare in Italia”, “manca l’organizzazione”. Troppo difficile fare autocritica, troppo faticoso restare con l’Italia senza stare con il governo italiano. Eppure, proprio a voi dico: forse siete ancora in tempo. Se la sbandata non vi ha sporcato l’anima, potete uscirne. In silenzio, senza giustificarvi con nessuno, perché si sente in colpa solo chi ha fatto ciò che ha fatto in malafede. Non lo dico da un piedistallo: chi vi scrive non è immune da colpe. Ma almeno non si è ritrovato con il cuore a Capitol Hill. Riflettete e rimettetevi in discussione, perché ora lo vedete anche voi che vi ritrovate con la Casa Bianca, con i repubblicani che agitano le sciabole, e guardate le congiunture astrali per convincervi che Trump sia diverso e (per osmosi) lo siate anche voi. Il dibattito non serve. L’unica cosa che serve, ora, è guardarvi dentro e capire se vi riconoscete ancora nelle idee che vi hanno mosso, o se siete diventati qualcos’altro. Non stabilisco io chi siete. Ma o apparteniamo a qualcosa – e allora si può discutere, diverge e costruire – oppure no. E se non c’è nulla a cui appartenere, non ci resta che il vuoto. Da lì nasce la resa. Da lì, inevitabilmente, si finisce per marciare accanto a quelli che si diceva di voler combattere. Come è successo, come doveva succedere.
Ma si può ancora invertire rotta. Con umiltà, coraggio, e anche – perché no – con orgoglio, se riuscirete a riscattare almeno le ragioni che in buona fede vi hanno portato a sbagliare. Potete prendere un transatlantico e tornare in Italia, a Roma. Oppure potete restare dov’è il nemico, e rinunciare anche all’ultima scusa. Ma allora, per favore, basta parlarci di alternativa al sistema. Non siete più credibili. Nemmeno a voi stessi.
Di Andrea Falco Profili
DrCaligari 30 giugno 2025
Sei troppo innamorato della retorica dell'"anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio". Almeno per la scorsa che ho dato, troppo lungo il flauto e le parole imbrigliano. Ti do mezza cartella, massimo una, ma se non mi dai un concetto chiaro o almeno due non va bene: bocciato. Come lettore eh, si capisce.