Le due facce del potere: il regno e il governo – anarchia e politica

Le due facce del potere
Di seguito, altre due nuove "puntate" della serie "Le due facce del Potere" del filosofo Giorgio Agamben (QUI la prima parte) Buona lettura.

Di Giorgio Agamben

Le due facce del potere 3: il regno e il governo

«Le roi règne, mais il ne gouverne pas», «il re regna, ma non governa». Che questa formula, che è al centro del dibattito fra Peterson e Schmitt sulla teologia politica e che nella sua formulazione latina (rex regnat, sed non gubernat) risale alle polemiche secentesche contro il re di Polonia Sigismondo III, contenga qualcosa come il paradigma della doppia struttura della politica occidentale, è quanto abbiamo cercato di mostrare in un libro pubblicato quasi quindici anni fa. Ancora una volta, alla sua base sta un problema genuinamente teologico, quello del governo divino del mondo, esso stesso in ultima analisi espressione di un problema ontologico.

Nel capitolo X del libro L della Metafisica, Aristotele si era chiesto se l’universo possegga il bene come qualcosa di separato (kechorismenon) o come un ordine interno (taxin). Si trattava, cioè, di risolvere la drastica opposizione fra trascendenza e immanenza, articolandole insieme attraverso l’idea di un ordine degli enti mondani. Il problema cosmologico aveva anche un significato politico, se Aristotele può paragonare immediatamente la relazione fra il bene trascendente e il mondo a quella che lega lo stratega di un esercito all’ordinamento dei soldati che lo compongono e una casa alla reciproca connessione delle creature che in essa vivono. «Gli enti» egli aggiunge «non vogliono avere una cattiva costituzione politica (politeuesthai kakos) e deve quindi esserci un unico sovrano (heis koiranon», che si manifesta in essi nella forma dell’ordine che li collega. Ciò significa che, in ultima istanza, il motore immobile del libro L e la natura del cosmo formano un unico sistema a due facce e che il potere – sia esso divino o umano – deve tenere uniti i due poli ed essere tanto norma trascendente che ordine immanente, tanto regno che governo.

Sarà compito della scolastica medievale e, in particolare, di Tommaso tradurre questo paradigma ontologico nel problema teologico del governo divino del mondo. Essenziale, a questo fine, è l’idea di ordine. Essa esprime, da una parte, la relazione fra Dio e le creature (ordo ad Deum) e, dall’altra, la relazione delle creature fra di loro (ordo ad invicem). I due ordini sono strettamente connessi e, tuttavia, la loro relazione non è perfettamente simmetrica come può sembrare. Che il problema abbia anche questa volta un aspetto politico, è evidente nel paragone che Tommaso istituisce con la legge e la sua esecuzione. «Come in una famiglia» egli scrive «l’ordine è imposto attraverso la legge e i precetti del capofamiglia, che per ciascuno degli esseri ordinati nella casa è principio dell’esecuzione dell’ordine della casa, allo stesso modo la natura degli enti naturali è per ogni creatura il principio dell’esecuzione di quanto gli compete nell’ordine dell’universo». In che modo, tuttavia, la legge, come comando di uno solo, può tradursi nell’esecuzione dei molti rispetto ad esso ordinati? Se l’ordine – come l’esempio certamente non casuale dello stratega e del capofamiglia sembra implicare – dipende dal comando di un capo, in che modo la sua esecuzione può essere iscritta nella natura degli enti così diversi tra di loro?

L’aporia che segnerà in modo crescente tanto l’ordine del cosmo quanto quello della città comincia qui a diventare visibile. Gli enti stanno fra loro in una determinata relazione, ma questa non è che l’espressione della loro relazione all’unico principio divino e, viceversa, gli enti sono ordinati in quanto stanno in una certa relazione con Dio, ma questa relazione consiste soltanto nella loro relazione reciproca. L’ordine immanente non è che la relazione al principio trascendente, ma questo non ha altro contenuto che l’ordine immanente. I due ordini rimandano l’uno all’altro e si fondano reciprocamente. Il perfetto edificio della cosmologia medievale riposa su questo circolo e non ha alcuna consistenza al di fuori di esso. Di qui la complessa, sottile dialettica fra cause prime e cause seconde, potenza assoluta e potenza ordinata, attraverso il quale la scolastica cercherà, senza mai riuscirci pienamente, di venire a capo di questa aporia.

Se torniamo ora al problema dell’ordine politico da cui siamo partiti e che rimanda esplicitamente a questo paradigma teologico, non sorprenderà ritrovare in esso le stessa circolarità e le stesse aporie. Stato e amministrazione, regno e governo, norma e decisione sono reciprocamente connessi e si fondano ed esistono l’uno attraverso l’altro; e, tuttavia – anzi proprio per questo – la loro simmetria non può essere perfetta né inequivocabilmente garantita. Il re e i suoi ministri, la «politica» e la «polizia», la legge e la sua esecuzione possono entrare in conflitto e nulla assicura che questo conflitto possa essere una volta per tutte composto. La macchina bipolare della politica occidentale è sempre in atto di corrompersi e frantumarsi, perpetuamente in balia di cambiamenti e rivoluzioni che ne mettono in questione il funzionamento e la bipolarità nella misura stessa un cui sembrano ogni volta riaffermarli.

Il primato del governo sul regno e dell’amministrazione sulla costituzione che noi stiamo oggi vivendo non è in realtà senza precedenti nella storia dell’Occidente. Esso raggiunse la sua prima e radicale formulazione nell’elaborazione della dottrina del rex inutilis da parte dei canonisti del XIII secolo. È sulla base di queste elaborazioni che, nel 1245, il pontefice Innocenzo IV, su richiesta del clero e della nobiltà portoghese, emanò la decretale Grandi non immerito, con la quale deponeva il re Sancho II dal governo del regno, che si era dimostrato incapace di amministrare, assegnando al fratello Alfonso di Boulogne la cura et administratio generalis e lasciando tuttavia a Sancho la sua dignitas regale.

La duplice struttura della macchina governamentale contiene la possibilità che la bipolarità in cui si articola possa essere messa in questione se essa cessa di risultare funzionale al sistema. È significativo tuttavia, dal momento che nessuna delle due facce del potere ha in sé il suo fondamento, che anche in questo caso estremo la dignità regale non sia stata tolta. La dualità di legittimità e legalità non è che un aspetto di questa bipolarità: il regno legittima il governo e, tuttavia, la legittimità non ha altro senso che la legalità dell’azione e dei provvedimenti del governo.

Le due facce del potere 4: anarchia e politica

È stato un costituzionalista tedesco della fine del XIX secolo, Max von Seydel, a porre la domanda che suona oggi inaggirabile: «che cosa resta del regno, se si toglie il governo»? È venuto infatti il momento di chiedersi se la frattura della macchina politica dell’Occidente abbia raggiunto in questi anni una soglia al di là della quale essa non può più funzionare. Già nel XX secolo il fascismo e il nazismo avevano risposto a loro modo al quesito attraverso l’istaurazione di quello che è stato a ragione definito come uno «stato duale», in cui allo stato legittimo, fondato sulla legge e la costituzione, si affianca uno stato discrezionale solo parzialmente formalizzato e l’unità della macchina politica è quindi soltanto apparente .

Lo stato amministrativo in cui sono più o meno consapevolmente scivolate le democrazie parlamentari europee, non è in questo senso dal punto di vista tecnico che una discendenza del modello nazifascista, in cui organi discrezionali estranei ai poteri costituzionali si affiancano a quelli dello stato parlamentare, progressivamente svuotato delle sue funzioni. Ed è certamente singolare che una separazione di regno e governo si sia manifestata oggi anche al vertice della Chiesa romana, in cui un pontefice, trovatosi nell’impossibilità di governare, abbia spontaneamente deposto la cura et administratio generalis, mantenendo però la sua dignitas.

La dimostrazione più estrema della frattura della macchina politica è però l’emergere dello stato di eccezione come paradigma normale di governo che, ormai in atto da decenni, ha raggiunto la sua forma ultimativa negli anni della cosiddetta pandemia. Ciò che, nella prospettiva che qui c’interessa, definisce lo stato di eccezione, è la rottura fra costituzione e governo, legittimità e legalità – e, insieme, la creazione di una zona in cui essi diventano indiscernibili. La sovranità si manifesta qui infatti nella forma di una sospensione della legge e nella conseguente istaurazione di una zona di anomia, nella quale tuttavia il governo afferma di agire legalmente. Pur sospendendo l’ordine giuridico, lo stato di eccezione pretende, infatti, di essere ancora in relazione con esso, di essere, per così dire, legalmente al di fuori della legge. Da un punto di vista tecnico, lo stato di eccezione invera, infatti, uno «stato della legge», in cui da una parte la legge teoricamente vige, ma non ha forza e dall’altra provvedimenti e misure che non hanno valore di legge ne acquistano la forza. Si potrebbe dire che, al limite, la posta in gioco nello stato di eccezione è una forza-di-legge fluttuante senza la legge, una legittimità illegale cui fa riscontro una legalità illegittima, nella quale la distinzione fra norma e decisione perde il suo senso.

Essenziale è comprendere la relazione necessaria che unisce lo stato di eccezione e la macchina politica. Se sovrano è colui che decide dell’eccezione, lo stato di eccezione costituisce da sempre il centro segreto della macchina bipolare. Fra regno e governo, fra legittimità e legalità e fra costituzione e amministrazione non vi può essere alcuna articolazione sostanziale. In quanto segna il punto della loro coincidenza, la cerniera che li congiunge non può appartenere né a un polo né all’altro e non può essere in sé né legittima né legale. Come tale, può essere soltanto oggetto di una decisione sovrana, che li articola puntualmente attraverso la loro sospensione.

Proprio per questo, tuttavia, lo stato di eccezione è necessariamente temporaneo. Una decisione sovrana presa una volta per tutte non è più tale, così come un’articolazione permanente fra i due poli della macchina finirebbe col comprometterne la funzionalità. Uno stato di eccezione normale diventa indecidibile e abolisce pertanto il sovrano, che può definirsi solo attraverso la decisione. Non è certamente un caso che tanto il nazismo che lo stato amministrativo contemporaneo abbiano risolutamente adottato lo stato di eccezione come paradigma normale e non temporaneo del loro governo. Comunque si definisca questa situazione, in ogni caso in essa la macchina politica ha rinunciato al suo funzionamento e i due poli – il regno e il governo – si specchiano l’uno nell’altro senza alcuna articolazione.

È nella soglia fra regno e governo che il problema dell’anarchia può essere correttamente situato. Se la macchina politica funziona attraverso l’articolazione dei due poli regno/governo, ciò che l’eccezione sovrana mostra con chiarezza è che lo spazio fra di essi è in realtà vuoto, è una zona di anomia senza la quale tuttavia la macchina non potrebbe funzionare. Come la norma non contiene la sua applicazione, ma ha bisogno per questo della decisione di un giudice, così il regno non contiene in sé la realtà del governo e la decisione sovrana è ciò che, rendendoli indiscernibili, apre lo spazio della prassi governamentale. Lo stato di eccezione è, pertanto, non soltanto anomico, ma anche anarchico, nel duplice senso che la decisione sovrana non ha fondamento e la prassi che esso inaugura si muove nell’indistinzione fra legalità e illegalità, norma e decisione. E poiché lo stato di eccezione costituisce la cerniera fra i due poli della macchina politica, ciò significa che questa funziona catturando al suo centro l’anarchia.

Si potrà allora definire autenticamente anarchica una potenza capace di liberare l’anarchia che è stata catturata nella macchina. Una tale potenza può esistere solo come arresto e destituzione della macchina, è, cioè, una potenza integralmente destituente e mai costituente. Nelle parole di Benjamin, il suo spazio è lo stato di eccezione «effettivo», contrapposto a quello virtuale su cui si fonda la macchina, che pretende di mantenere l’ordine giuridico nella sua stessa sospensione. Regno e governo esibiscono in esso la loro definitiva sconnessione e non può essere più questione di restaurare la loro legittima articolazione, come vorrebbero i critici benpensanti, né di giocare, secondo una malintesa concezione dell’anarchia, l’amministrazione contro lo stato. Sappiamo ormai da tempo, con lucida consapevolezza e senza alcuna nostalgia, di muoverci ogni volta quotidianamente in questa soglia impervia e rischiosa, dove l’articolazione fra regno e governo, stato e amministrazione, norma e decisione è irrevocabilmente spezzata, anche se lo spettro mortifero della macchina continua a girare a vuoto intorno a noi.

Di Giorgio Agamben

Giorgio Agamben. Filosofo. Ha scritto opere che spaziano dall’estetica alla filosofia politica, dalla linguistica alla storia dei concetti, proponendo interpretazioni originali di categorie come forma di vita, homo sacer, stato di eccezione e biopolitica.

CLICCA QUI PER LEGGERE LE PRIME DUE PUNTATE

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15.03.2023/17.03.2023

Fonti:

https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-le-due-facce-del-potere-3-il-regno-e-il-governo

https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-le-due-facce-del-potere-4-anarchia-e-politica

Commenti (20)

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    1. tortnoize 21 marzo 2023

      Questa seconda parte è stata chiaramente elaborata, in avanzato stato di costipazione.

    2. sbregaverse 21 marzo 2023

      Eh sì serve un buon serviziale.......
      sottrattivo

    1. Chicxulub2.0 21 marzo 2023

      Manuale per capire Agamben
      ovvero
      “Regno vs Governo, teoria della destituenza”:

      1- Regno significa auctoritas, cioè l'autorità in grado di conferire legittimità, la quale dà fondamento all'esercizio della legalità

      Per esempio Papa Gelasio I ha l'auctoritas e l'Imperatore Anastasio I ha la potestas
      Cristo dando il tributo all'Imperatore dice: “Date a Cesare ciò che è di Cesare [il tributo amministrativo] e a Dio ciò che è di Dio [l'auctoritas, cioè: è di Dio l'ordine che garantisce che siamo una comunità in nome del bene]

      Legittimità è ciò per cui noi pensiamo che un potere sia giusto e obbediamo
      Legalità è l'esercizio amministrativo, ossia nella politica, reso accettabile dalla legittimità

      2- Se il Regno è auctoritas ossia legittimità, il Governo è potestas cioè l'entità che esercita il potere amministrando, emanando leggi, facendole applicare, in una parola “organizzando”
      Come vedete sono tutte coppie dualistiche che generano una infinita serie di altri dualismi: Auctoritas-Potestas, legittimità-legalità, ordine naturale/divino-organizzazione, politica-economia e via dicendo

      3- La destituenza o disattivazione

      Qui è la chiave del pensiero di Agamben, cioè la sua teoria della destituenza, che lui non esplicita forse perché vuole andare per gradi o forse per altri motivi suoi
      Comunque ve la dico io

      Il linguaggio è composto da parole che in origine esistono di per sé e hanno una potenza magica, cioè vengono usate ognuna da sola e non in un discorso “organizzato”

      Ma questa potenza nella società deve essere ordinata perché è talmente grande che rischia di sfaldare l'ordine comunitario
      In concreto cosa significa?
      Che la società è composta da molteplici soggettività il che è buono e realizza il senso dell'esistenza
      Ma purtroppo è un (non) ordine precario, sempre in procinto di sfaldarsi, che certamente soccomberà di fronte alle minacce naturali o di altri gruppi conflittuali

      Allora occorre una modalità di comunicazione che garantisca un ordine bene organizzato per cui la potenza magica delle parole viene imbrigliata nella grammatica

      A questo nuovo ordine del discorso, come abbiamo detto, corrisponderà un nuovo ordine sociale in cui la molteplicità originaria della comunità viene sostituita da un centro al quale devono fare riferimento i soggetti
      O meglio (chiave) un centro che soggettiverà i soggetti, che li manipolerà e li renderà funzionali all'esercizio del suo potere (e idem succederà con la grammatica che rimodula le parole svuotandole della magia ma organizzandole)

      In un primo momento per il bene di tutti, ma poi è evidente che il potere centrale si identificherà sempre di più in esclusiva col bene comune, si arrogherà la pretesa di essere lui in quanto unico e centrale l'essenza stessa della comunità negandone la originaria molteplicità, tendendo quindi alla progressiva obliterazione dell'autonoma soggettività dei sudditi

      Questo nuovo ordine grammaticale e quindi sociale ha meno “significato” di quello originario, ha perso la sua potenza magica tipica delle società perfettamente egualitarie, è certamente meno bello e desiderabile di quello del passato

      Ma, ed è un “ma” fondamentale, è forte, resistente, non ha più paura delle minacce esterne sia quelle naturali che quelle che provengono da altre comunità

      Allora interviene la destituenza di cui mi limito a fare un esempio
      Agamben stesso parla di destituenza grammaticale operata dall'arte per attivare un altro uso del linguaggio
      Poi, come suo costume, non si spiega e dice agli Studenti contro il Green Pass:

      “Vabbè…queste cose i poeti le capiscono subito…”

      come se gli astanti fossero un po' lenti di comprendonio

      Invece è molto semplice anche se per la verità, come lo dice lui, resta incompleto

      Premessa: come detto, alla grammatica -cioè alla organizzazione che assume il linguaggio/discorso- corrisponde una certa organizzazione sociale

      Cosa fa il linguaggio nell'opinione comune?

      Veicola concetti chiari, validi oggettivamente (e non solo soggettivamente) in modo che possano essere utilizzabili dagli interlocutori in vista di uno scopo
      Cioè la relazione fra gli interlocutori è finalizzata a quello scopo concreto (economico) da perseguire così come il linguaggio non è più finalizzato al discorso ma al concetto

      Quindi se dico che l'acqua della piscina “è calda E ANCHE fredda” nessuno capisce perché violo il principio di non contraddizione (che in senso lato è grammatica) e la mia informazione non è utilizzabile
      Come dire che il ghiaccio è bollente, è un ossimoro che non ha senso e non è “utilizzabile”

      L'arte invece destituisce questa idea che il discorso sia finalizzato al concetto e quindi -per la perfetta corrispondenza dell’organizzazione del linguaggio con l'organizzazione sociale- nega che la relazione fra gli interlocutori sia finalizzata esclusivamente a un certo scopo economico da realizzare

      Nell'arte al contrario

      -è il concetto (uno e per sempre) a essere finalizzato al discorso, cioé in arte lo scopo serve al processo e non viceversa

      -e lo scopo economico è finalizzato a ricreare la relazione autentica ossia comunità originaria (molteplice e mutevole)

      Quindi cosa fa l'arte?
      Destituisce la grammatica ma non per dire chissà quale cosa romanticamente indicibile, bensì per ricostituire il rapporto comunitario originario fondato sulla molteplicità delle soggettività non ancora organizzate da un centro che inevitabilmente le irregimenta ai suoi fini
      L'arte è una tecnica linguistica che (ri)attiva la modalità del rito comunitario

      Esempio: voglio scrivere il testo di una canzone su una donna molto appassionata sensualmente ma fredda e crudele sentimentalmente
      In arte non posso dirlo in maniera logico grammaticale perché la gente capirà il concetto ma il messaggio non “arriva” cioè

      1- non genera immedesimazione
      2- non genera condivisione con gli altri membri della comunità

      Quindi come si fa?
      Si destituiscono le regole del linguaggio logico deduttivo, per esempio si inficia il principio di non contraddizione e si scrive

      Ghiaccio bollente sei tu”

      Quando si doveva dire com'era l'acqua della piscina l'ossimoro non funzionava, non era comprensibile, serviva l'informazione logico deduttiva concettuale

      In arte invece è l'informazione logica a non funzionare, è capita ma non arriva, occorre l'ossimoro senza senso che però su un altro piano dà ancora più senso, e infatti quella canzone di Tony Dallara ebbe un grande successo

      Partendo da qui si può iniziare a leggere Agamben senza grosse difficoltà

    2. tortnoize 21 marzo 2023

      Io proporrei un "Manuale per farsi capire", per Agamben.

    3. sbregaverse 21 marzo 2023

      Perchè Byung-chul Han e Agamben si amano e si odiano ¿?

    4. sbregaverse 21 marzo 2023

      Perchè dicono le stesse cose. Arrivano alle stesse conclusioni. *
      (è il lessico che cambia)
      *Che i mistici, cestinati la logica ed il principio di non contraddizione, ci ricordano da SEMPRE.

    5. sbregaverse 21 marzo 2023

      Vuoi capire Agamben ? Leggi Han.
      Vuoi non capire Han ? Leggi Agamben.

    6. Hospiton 21 marzo 2023

      Ma come concretizzare tutto ciò? Cioè: come utilizzare un linguaggio legato ai meccanismi dell'arte, quindi destituente, per descrivere scenari politici, economici, sociali in modo efficace? Un esempio terra-terra: ONU, UE e organismi partoriti negli stessi ambienti elitari si sono impossessati della parola "democrazia", che nella mente dell'europeo medio suggerisce immediatamente un qualcosa di positivo. ONU e UE, grazie a un appoggio mediatico smisurato, sono "democratiche" a prescindere, e quindi sostanzialmente entità positive a prescindere...certo, possono commettere errori, ma nella mentalità collettiva rimangono "democratiche", quindi il "migliore dei mondi possibili", alla Pangloss. Ancora troppi cascano in questo inganno, non riescono a individuare la natura negativa di tali istituti poiché offuscati dall'incessante e insinuante martellamento mediatico. Ora, senza il controllo dei Mass media, come affrontare la questione? Come demolire le mura "democratiche" all'interno delle quali cartello bancario e lobbies varie celano le loro fortezze esecutive? Come trasferire nella mente dell'opinione pubblica l'idea che dette strutture non hanno nulla a che fare con la democrazia, se non si possiede una artiglieria mediatica neanche lontanamente paragonabile a quella del nemico? Non so se Agamben si sia mai espresso in merito, quindi proponendo esempi pratici di destituenza, decostruzione, esempi che riguardino in particolare le istituzioni attuali e l'inganno semantico che ne nasconde ai più la reale natura anti-democratica. Evidenzio questo aspetto perché mi rendo conto di quanto sia complicato far passare determinati concetti, dato che la maggior parte dei termini che l'uomo comune percepisce come "negativi" (fascista su tutti, un abuso che si è rivelato deleterio) vengono utilizzati sapientemente dai media (e di conseguenza da milioni di persone, consapevoli o meno) per identificare e etichettare chiunque si opponga alla deriva in corso. Critichi la UE? Critichi l'Ucraina? "Sei un fascista che odia la democrazia", le sinapsi dell'uomo medio convertono in un rapido: "sei il male che odia il bene", e il bene è naturalmente la UE, o comunque tutto ciò che è democratico per auto-nomina. E il gioco è fatto, basta una replica di simile sconcertante idiozia per finire nel Girone dei reietti e mandare all'aria discorsi e ragionamenti sofisticati sulla natura della UE, sui legami con l'alta finanza, think tank ecc ecc, e basta perché si innesta su un terreno preparato con cura per decenni...Come ribaltare tutto ciò, almeno sotto l'aspetto del linguaggio (e sarebbe un enorme passo avanti, a mio parere)? Come privarli di quest'eccezionale arma di ottundimento di massa, a cominciare dal potere della parola "democrazia", di cui si sono appropriati? Perché ho l'impressione che Agamben voli alto, ma le prime martellate vanno assestate in contesti che trattiamo quotidianamente.

    7. Chicxulub2.0 21 marzo 2023

      La chiave è che una soggettività collettiva come può essere un gruppo dissenziente all'interno della società, una religione, un partito che porti avanti degli ideali, hanno il loro fondamento nel linguaggio

      Se vai a vedere, la gente si fa “ammazzare” per difendere quella ermeneutica di gruppo che si chiama “religione”
      Si muore per “il Libro”: Bibbia, Vangelo, Corano, Il Capitale

      Il senso di appartenenza non si fonda sull'economico ma è l'economico che si fonda sul senso di appartenenza il quale fa il salto di qualità nel momento in cui diventa linguistico

      Ora non possiamo fare nulla contro un potere che ci controlla praticamente ovunque e in qualsiasi momento, chi ci provasse dimostrando di essere efficace rischia la morte

      Possiamo però costituirci come gruppo e se è vero che il gruppo si fonda su una ermeneutica originale propria, sulla sua autonoma capacità di manipolare e plasmare la lingua (la poesia, l'argot, la filosofia) è ovvio che ricostituiremo una comunità “interna” decostruendo ossia destituendo/disattivando il linguaggio imposto dal potere

      Agamben dice cose giustissime solo che a quel punto dovrebbe avere il coraggio di destituire se stesso e andare nei blog a parlare, discutere, litigare, fare amicizia con la gente comune

    1. BrunoWald 20 marzo 2023

      Lo stato di eccezione instaurato dal nazionalsocialismo, comunque lo si giudichi, rispondeva ad una situazione emergenziale oggettiva: infatti, quando Hitler salì al potere la Germania era immersa in una crisi gravissima, e sei anni dopo fu attaccata dagli alleati.

      Al contrario, i poteri occulti che reggono le democrazie occidentali impongono lo stato di eccezione in risposta ad emergenze che hanno creato loro stessi, e che sono sostanzialmente delle imposture usate come instrumentum regni.

      Il ché non deve sorprendere: siccome la democrazia è una truffa, che serve a governare occultamente e senza alcuna assunzione di responsabilità, la menzogna sistematica diventa il principale strumento di governo, all'ombra di un sovrano fantoccio, puramente nominale, che sarebbe il popolo.

      Per alcuni decenni si è riusciti a dissimulare passabilmente la cosa, ma gli sviluppi che hanno portato alla costituzione della UE, con relative "riforme" e "governi tecnici", sono l'esatto equivalente della bolla di Innocenzo IV che esautorava Sancho II pur mantenendolo formalmente sul trono: il popolo, rex inutilis, per manifesta incapacità viene esautorato pur mantenendo formalmente la dignitas, ma chi esercita effettivamente la cura et administratio generalis non sono più i suoi (presunti) rappresentanti, ma bensì le istituzioni tecnocratiche europee e globali (BCE, OMS ecc...) che sono emanazione diretta del sovrano vero.

    2. sarah 20 marzo 2023

      "Per alcuni decenni si è riusciti a dissimulare passabilmente la cosa..." Sì. E' anche plausibile che l'attuale rapido deterioramento della situazione che ci porta a queste inevitabili considerazioni amare sulla "democrazia", ormai sempre più simile ad un istituto senza significato, sia in parte anche da attribuire alla sempre più palese mediocrità delle classi dirigenti che non hanno saputo ( checché se ne dica sulla loro onnipotenza e inesorabilità ) affrontare la complessità del presente. Una complessità particolarmente difficile che in parte essi stessi hanno posto in essere nel corso degli anni, quando appunto il sistema di potere godeva di una maggiore fiducia e di una percezione migliore da parte dei più. Credo che questo stato di cose abbia letteralmente messo i decisori all'angolo, con l'acqua alla gola, come si suol dire. Evidentemente dalla caduta dell'Unione Sovietica la transizione dell'occidente verso lo status di unica e indiscussa superpotenza non è stata una passeggiata e chi pretendeva di ottenere quel risultato ad ogni costo si è trovato dinnanzi innumerevoli ostacoli e imprevisti. Ostacoli troppo complessi per i padroni del discorso che hanno quindi opposto una reazione sempre più scomposta, talvolta incomprensibile o violenta ma sempre più pervasa da disvalori che ora si pretende di far assurgere a pilastri morali della nostra società occidentale o "altantista". Non hanno saputo fare altro: mentre sfilano una dopo l'altra le crisi economiche, cresce il peso finanziario e industriale dei BRICS e si tocca con mano la reale complessità delle attuali relazioni internazionali, chi ci governa cerca di mantenere la rotta con questi artifici. Crisi indotte e permanenti per potersi arrogare poteri decisamente "antidemocratici" ma che noi saremmo obbligati a vedere come nobili espressioni del nostro sistema di governo e della nostra peculiare cultura "liberale". Nulla di più falso e fuorviante ma pare non esserci scelta, fino alla chiamata alle armi verso un'ipotetica guerra dagli esiti potenzialmente disastrosi. Possiamo quindi affermare con una certa sicurezza che le tattiche di manipolazione mediatica e le crisi indotte sono diventate ormai, come dice bene lei, il vero instrumentum regni del nostro sistema di potere mentre dilaga un fenomeno di totale inversione dei significati sui quali noi stessi abbiamo appreso e fondato le nostre categorie.

    1. Eugiorso 20 marzo 2023

      Lasciate perdere agamben, che può pascersi all'infinito nei suoi dotti delirii di accademico ben pagato.
      Ci sono cose più importanti e concrete di cui discutere.

      Cari saluti

    1. indipendente 20 marzo 2023

      La libertà è soggettiva.

      Però è anche una statua che da 150 anni ha preso tutti per il culo.

    2. sbregaverse 20 marzo 2023

      In realtà la fiaccola serve per abbruciare i peli culamici onde igienizzare il locus amoenus.

    1. sbregaverse 20 marzo 2023

      ZEITGEIST questa merda deve finire.
      Ci ho provato.
      (a commentare per primo)

    2. sbregaverse 20 marzo 2023

      La libertà autorizzata NON è più LIBERTA'
      (Agamben e sbrega col maestro è d'accordo)

    3. Fedeledellacroce 20 marzo 2023

      Anche io.
      Ma niente da fare.
      Un altro linguaggio, un altro modo di affrontare la realtá ed il pensiero.
      Arcaico, contorto e radicato in paradigmi che vanno superati.
      Regno? Ma quale regno.
      Basta con 'sto concetto artificiale di regno, o nazione.
      E ancora, ma quale governo, chi cazzo li ha mai votati o riconosciuti.
      Per quanto mi riguarda, penso che 'sti vecchi chiamano anarchia il desiderio di libertá ed autodetrminazione.
      In me é giá bella che liberata.......
      Non posso mica stare ad aspettare che sia la societá a cambiare....

    4. BrunoWald 20 marzo 2023

      Il punto è che se anche non li riconosciamo, esistono lo stesso. Ed esistono, influenzando e a volte fottendo le nostre vite, secondo certi principi e dinamiche che Agamben, ma anche altri, cercano di capire e descrivere.

      Anch'io, come te, non mi aspetto più nulla dalla società. Pertanto ho deciso di "passare al bosco", come diceva Jünger, essendo il sovrano di me stesso, in una posizione molto defilata in cui le rotture di palle siano ridotte al minimo.

      Ma è comunque una situazione precaria. Perché in realtà non dipende da noi, se vogliono, possono venire a prenderci: l'unica cosa che ci salva è di essere insignificanti. Forse i soli uomini realmente liberi furono i cacciatori del paleolitico.

    5. Primadellesabbie 21 marzo 2023

      Gli influssi anche grevi ma soprattutto rarefatti che hanno circondato e custodito la figura del Re non si dissolveranno, si comporranno in un altro modo, serviranno altre finalità.

      E cosi ogni forza invisibile che ha tenuto insieme il mondo che si esaurisce, si ricomporrà in funzione delle caratteristiche del mondo che si affaccia.

      Mettendoci impegno, a volte sembra di intravvedere.

      I profeti vedono ogni cosa con chiarezza e, prima che qualcuno immancabilmente li elimini, cercano di metterci in condizione di non essere travolti.

      I filosofi non sono profeti, ma non lo sanno e ci provano.

    6. Primadellesabbie 21 marzo 2023

      Se l'Esercito della Salvezza sapesse il tuo indirizzo farebbe le sue manovre settimanali sotto le tue finestre.

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