LE BOMBE INVISIBILI I "bombardamenti" silenti nel dilagare dell'era digitale

LE BOMBE INVISIBILI I "bombardamenti" silenti nel dilagare dell'era digitale



Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org


Quando nel nostro secolo si pronuncia la parola "bomba", il pensiero scavalca immediatamente le frivolezze del calciomercato per ancorarsi al mostro secolare della guerra. Parliamo di un flagello che ha mietuto, miete e continuerà a mietere vittime in nome del potere, degli interessi e dell'ignoranza, deformati in un'orribile malvagità. È un termine che fa tremare, evoca tormenti e che, più di ogni altro, dovremmo cancellare per sempre dai nostri vocabolari.

Purtroppo, però, esiste un'altra "guerra" di cui nessuno parla apertamente. Un conflitto totalmente invisibile che, complice la progressiva incoscienza generale, passa del tutto inosservato. Eppure, anche questa "guerra" si serve di "ordigni letali": non si vedono, non si sentono e non fanno a pezzi i corpi. Fanno di peggio: devastano, alterano e modificano per sempre le menti e le coscienze attraverso la nuova, impietosa giungla dell'etere. I dati globali lo confermano: la popolazione mondiale connessa ha superato i 5,66 miliardi di utenti attivi sui social media, pari a oltre il 68% dell'umanità, con una media di permanenza sugli schermi che per gli adulti si attesta sulle 6 ore e 51 minuti giornalieri.

Queste "bombe" esplodono nella nostra realtà quotidiana attraverso i canali di comunicazione digitale che l'uomo moderno usa regolarmente, spesso esagerando. Da questi schermi l'impatto si propaga come un morbo, una piaga sociale che genera nevrosi, isterie, rabbia, estremismi e violenza, espressione di confusione mentale, instabilità e crescente insicurezza.

Il digitale alimenta la collettività con pressioni continue, con l'idolo della fretta e, soprattutto, con un'ondata di notizie sapientemente trasformate in drammi, tragedie, emergenze e allarmi perenni. Questo flusso impatta sul sistema emotivo come uno shrapnel. La mente, sottoposta a troppe pressioni nel medesimo arco temporale, si auto-difende come un apparecchio elettrico: va in corto-circuito e attiva la protezione d'emergenza. Il problema è che questo blocco avviene in condizioni dove non dovrebbe accadere, privando l'individuo della lucidità necessaria e causando danni gravissimi alla collettività. Gli studi clinici evidenziano che il 5%/10% degli utenti mostra ormai criteri patologici di uso problematico, con alterazioni strutturali riscontrabili nelle aree cerebrali deputate ai processi emotivi e al controllo cognitivo.

Ma come viene indotta, tecnicamente, questa intossicazione? Il meccanismo si basa sulla neurobiologia del cervello umano, manipolata da ingegnerie informatiche sofisticate. Strumenti apparentemente innocui come lo scrolling infinito (il caricamento continuo dei contenuti senza interruzioni) e le notifiche push sono progettati per sfruttare il circuito del piacere e della ricompensa. Ogni interazione, ogni like o nuova informazione genera un microscopico picco di dopamina, l'ormone dell'anticipazione del piacere. Si crea così un ciclo di dipendenza identico a quello delle slot-machine: l'utente continua a scorrere lo schermo in cerca di un rinforzo intermittente, perdendo la percezione del tempo e addormentando la propria capacità critica.

Basta scorrere il feed dei social network, consultato ogni giorno da miliardi di persone, per fare una triste constatazione: quante notizie sono positive o rincuoranti? La risposta è disarmante: pochissime. La grande maggioranza delle notizie pubblicate dai mass media e dai notiziari digitali ha, infatti, un'impronta nettamente negativa, con percentuali di negatività che oscillano strutturalmente tra il 65% e l'85% dei contenuti totali, a fronte di una quota di notizie decisamente positive o costruttive che raramente supera il 15-20%.

Questa asimmetria non è casuale ma risponde a precise dinamiche psicologiche, metriche di ingaggio digitale e logiche editoriali. Il cosiddetto "Bad News Bias" è, dunque, il risultato di regole precise legate all'aspetto psicologico (il cervello umano è programmato per restare più vigile di fronte alle minacce legate alla sopravvivenza.

Questo viene definito "negativity bias", al modello economico dominante e alla regola giornalistica "Bad news is good news - Le cattive notizie sono buone notizie". Questo accade anche perché l'algoritmo pare quasi, proprio sulle suddette basi, premiare la negatività. La rabbia e la paura generano un tasso di interazione (engagement) enormemente superiore alla serenità. Solo attraverso la paura creata dalla negatività si possono mantenere le menti imbrigliate e sottomesse. Nel contempo, però, si vive su un sistema di informazione completamente sbilanciato e generante continui sfinimenti emotivi.

Prima ancora che in Italia, a livello internazionale si è iniziato a parlare esplicitamente di "intossicazione digitale". Comunità scientifiche e governi esteri hanno tracciato il solco normativo e clinico: la Francia ha introdotto da anni il "diritto alla disconnessione" professionale, mentre Paesi come la Cina e la Corea del Sud hanno normato i tempi di connessione dei minori per arginare quella che viene trattata come una vera emergenza di salute pubblica. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha, per esempio, ufficialmente inserito il Gaming Disorder nell'ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie), legittimando il parallelo biologico tra la dipendenza da schermo e le dipendenze da sostanze.

I dati dimostrano come l'uso pervasivo di questi canali abbia trasformato l'essere umano in una sorta di "chip biologico": le persone vengono continuamente programmate, cancellate e riprogrammate a seconda del periodo, dell'epoca, del pensiero dominante o della moda del momento; di chi si deve sostenere e di chi si deve odiare, di chi è amico e di chi è nemico. Negli Stati Uniti, secondo le rilevazioni attuali, circa il 45% dei giovani adulti dichiara che il tempo trascorso davanti allo schermo ha compromesso la propria capacità di attenzione.

Questo scenario rappresenta un pericolo senza precedenti. Si tratta di uno stimolo sempre più vivo a spegnere le menti: un continuo gettare lava ardente nella fonte della coscienza, facendola letteralmente "evaporare". Vere e proprie "bombe", appunto, a radere al suolo la ragione.

Vi è ancora una constatazione amara e paradossale da fare in fase conclusiva. Molto spesso, le stesse istituzioni e organizzazioni sovranazionali che riconoscono ufficialmente queste patologie, a parte l'includerle in un elenco clinico o in un registro burocratico, non compiono di fatto alcuna azione concreta per arginarle in modo adeguato. Manca una reale volontà politica ed economica di fermare questo declino collettivo. Logicamente, l'intossicazione di massa non è un incidente di percorso bensì l'effetto collaterale calcolato di una vera e propria "terapia" di controllo sociale. Una cura a base di distrazione e passività che i "burattinai" del mondo economico e tecnologico non hanno alcuna intenzione di sospendere poiché un'umanità vigile, lucida e consapevole rappresenterebbe la fine del loro potere.

Secoli di storia industriale ed economica hanno ampiamente dimostrato che la vera produttività e il progresso sociale sono strettamente legati alla felicità, alla stabilità e alla serenità psicologica delle persone. Lo compresero i grandi capitani d'industria illuminati del passato, come nel caso emblematico del Cotonificio Leumann a Collegno, vicino a Torino.

Lì, l'imprenditore Napoleone Leumann non si limitò a costruire una fabbrica ma edificò un intero villaggio operaio modello dotato di case confortevoli, scuole, convitti e servizi per il tempo libero. Il presupposto era scientifico nella sua semplicità: il benessere e la serenità del lavoratore, integrati in una dimensione umana e comunitaria tutelata, erano la chiave per garantire efficienza economica e pace sociale.

Oggi, l'architettura dei mercati globali si muove in direzione esattamente opposta, mascherando la spoliazione dei diritti dietro formule retoriche accattivanti. Ne è un esempio la celebre e controversa affermazione lanciata tramite i canali del World Economic Forum di Davos: "Non avrete nulla e sarete felici". Una visione tecno-utopica che ipotizza un futuro di totale de-privatizzazione dei beni a favore di un modello di puro affitto digitale e logistico controllato dalle grandi multinazionali.

Quella che potrebbe apparire superficialmente come una dinamica banale o innocua si rivela invece un modus operandi sistemico e pervasivo. Ne è una chiara testimonianza il recente annuncio di Sony Interactive Entertainment, che ha formalizzato la decisione di abbandonare progressivamente la produzione di videogiochi in formato fisico a favore del solo mercato digitale.

Nelle aule di tribunale americane, investita dalle proteste dei consumatori, Sony si è difesa sostenendo esplicitamente che gli utenti "ragionevoli" sanno benissimo di non essere proprietari dei giochi digitali acquistati, ma di pagare semplicemente per una licenza d'uso revocabile in qualsiasi momento. Il passaggio forzato all'immateriale cancella il diritto al possesso, elimina il mercato dell'usato, azzera lo scambio tra individui e trasferisce l'intero controllo del bene nelle mani del produttore.

Mentre le crisi economiche e sociali avanzano e la popolazione mondiale si ritrova a possedere sempre meno (privata della stabilità abitativa, del risparmio e di una reale sovranità individuale), le persone non appaiono affatto più felici. Al contrario, l'erosione della proprietà materiale si accompagna a quella psicologica, lasciando masse intossicate dai media digitali e perennemente connesse, eppure sempre più sole, vulnerabili, instabili e private della propria libertà di pensiero.


Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org

10.09.2026


Federico Cantore. Tecnico IT, laurea in Lettere Moderne e Contemporanee presso l’Università degli Studi di Torino.

Commenti (2)

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    1. Surya 12 settembre 2026

      Forse è opportuno usare il telefono molto poco; per molto poco intendo 10-20 minuti al giorno. Meglio libri e passeggiate al mare o il montagna oppure camminare per il centro della città o del paese con lo sguardo rivolto alle persone e all'ambiente oppure parlare con i propri familiari guardandosi negli occhi, ascoltare musica classica... Guardare e ascoltare il (e parlare al) mondo insomma, bello o brutto che sia (anche nel brutto c'è vita). Io ad esempio lo uso soltanto per rispondere a qualche messaggio. Mi sto a grado a grado staccando anche dai gruppi di lavoro con questo cortese addio: "A partire da quest'anno ho deciso di non utilizzare più WhatsApp per le comunicazioni di lavoro, pertanto uscirò dai vari gruppi. Per le comunicazioni ufficiali continuerò a fare riferimento ai canali autorizzati e alla posta elettronica."

    1. Dario Lampa 12 settembre 2026

      Quindi buttiamo nel cesso telefonini e tutta la relativa tecnologia!
      Buttiamoli nel cesso e ritorniamo a vivere, a essere noi stessi e non a essere degli zombie erranti piegati sul minuscolo schermo succhia-cervello! Riprendiamoci la Vita che abbiamo venduto agli infami criminali liberal capitalisti.

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