Godfree Roberts – Here Comes China - 4 marzo 2026
A causa delle restrizioni imposte dalla Cina sulle terre rare, gli Stati Uniti non possono sostituire le armi ad alta tecnologia che stanno utilizzando in Ucraina e in Medio Oriente. Washington ha appena annunciato che non è in grado di difendere nessuno dei suoi alleati nella regione, ad eccezione di Israele, e che esaurirà le sue scorte di missili difensivi entro una settimana. – Godfree.
Negli annali della storia militare, le basi sono state spesso il fulcro dell'impero, i bastioni avanzati da cui le grandi potenze proiettavano la loro forza e scoraggiavano i nemici. Tuttavia, nella nostra era di missili ipersonici e sciami [di droni] guidati con precisione, ci si deve chiedere: questi bastioni sono invece diventati degli ostaggi?
La rete di 92 installazioni degli Stati Uniti che circonda la Cina – Guam, Kadena a Okinawa, Yokosuka in Giappone – sono la testimonianza della strategia della Guerra Fredda, ma i precedenti storici e i principi strategici immutabili suggeriscono che ora sono un peso, pedine vulnerabili in un gioco in cui Pechino detiene l'iniziativa: l'opinione pubblica americana, sempre pragmatica nel suo isolazionismo, non scambierà l'incenerimento di Los Angeles con le macerie di Guam, né dovrebbe farlo.
La perla del Pacifico
Consideriamo le lezioni della Seconda Guerra Mondiale, quella catastrofica fucina della strategia moderna. Nel dicembre 1941, l'audace attacco giapponese a Pearl Harbor dimostrò il pericolo delle basi navali fisse nell'era dell'aviazione su portaerei. La flotta statunitense del Pacifico, ormeggiata in file ordinate, fu decimata non per inettitudine tattica, ma perché le basi sono obiettivi intrinsecamente statici, perfetti per un annientamento preventivo. (la principale base della Marina militare statunitense in Medio Oriente, situata a Erbil, è stata distrutta ieri dall'Iran).
Calcolo inverso della deterrenza
Passando all'era dei missili, i missili balistici cinesi DF-21D “carrier killer” e DF-26 “Guam killer” riflettono questa logica. Queste armi, capaci di raggiungere una velocità di Mach 10 e di effettuare manovre a metà percorso, rendono le piste di atterraggio e i depositi di carburante delle basi aeree di Kadena o Andersen a Guam vulnerabili quanto le navi da guerra di Pearl Harbor. L'analogia storica è lampante: proprio come la base navale britannica di Singapore, la “Gibilterra dell'Oriente”, cadde sotto l'assalto terrestre giapponese nel 1942 nonostante i suoi rinomati cannoni, così anche gli avamposti statunitensi nel Pacifico potrebbero soccombere a una raffica di attacchi a saturazione, senza che un solo soldato cinese metta piede sul terreno.
I principi strategici, da Clausewitz a John Mearsheimer, rafforzano questa vulnerabilità. La guerra è politica con altri mezzi e, all'ombra del nucleare, i gradini dell'escalation sono pericolosamente ripidi. Le basi statunitensi fungono da trappole, scoraggiando apparentemente l'aggressione cinese con la loro presenza ma, in realtà, invertono il calcolo della deterrenza. Durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, il blocco di Kennedy e la rimozione dei missili sovietici dalle porte dell'America hanno sottolineato una verità fondamentale: la vicinanza genera un rischio intollerabile. Krusciov fece marcia indietro non per una persuasione morale astratta, ma per lo spettro della distruzione reciproca.
Oggi, la strategia cinese A2/AD (anti-access/area denial) ribalta la situazione. Le forze missilistiche di Pechino, che contano migliaia di unità, possono sopraffare in poche ore difese come le batterie Patriot o i sistemi Aegis. Un attacco a Guam, a 2.000 miglia dalla California, potrebbe distruggere le piste di atterraggio e affondare le navi attraccate, ma pur sempre senza arrivare a colpire il territorio nazionale.
Washington reagirebbe davvero con attacchi contro la Cina continentale, rischiando rappresaglie ipersoniche contro San Diego o Seattle? I precedenti delle guerre per procura della Guerra Fredda – la Corea nel 1950, dove l'avanzata di MacArthur verso lo Yalu provocò l'intervento cinese, senza scambi nucleari – suggeriscono moderazione. Gli Stati Uniti non intensificarono il conflitto ricorrendo alle armi atomiche nonostante le sconfitte sul campo di battaglia; l'opinione pubblica, segnata dal ricordo di Hiroshima, aveva reagito con orrore al solo pensiero.
Interessi asimmetrici
L'asimmetria degli interessi, inoltre, amplifica questa dinamica di ostaggio. Per la Cina, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale sono imperativi nazionali fondamentali, un'arteria vitale che vale il rischio esistenziale. Per l'America, si tratta di impegni periferici, alleanze forgiate nel fervore anticomunista degli anni '50, ma ora messe a dura prova dalle priorità interne.
Gli echi storici abbondano, anche sul campo di battaglia: in Vietnam, le basi avanzate statunitensi come Da Nang divennero calamite per il fuoco nemico, minando il morale senza alcun vantaggio decisivo. Nel 1968 l'offensiva del Tet mise in luce la follia delle posizioni fisse in una guerra di guerriglia; i missili non fanno altro che accelerare questa lezione. I missili ipersonici cinesi, con la loro capacità di eludere i radar e colpire con precisione millimetrica, rendono qualsiasi base un ostaggio di fatto. Distruggere Kadena potrebbe costare agli Stati Uniti la superiorità aerea in una crisi nello stretto di Taiwan, ma una rappresaglia potrebbe innescare una reazione a catena: prima contrattacchi convenzionali, poi attacchi informatici e infine la soglia nucleare. Come nella guerra delle Falkland del 1982, dove quel lontano avamposto britannico costrinse a una spedizione rischiosa, gli Stati Uniti, già oberati, si troverebbero di fronte a un dilemma simile, ma con avversari che dispongono di strumenti molto più letali.
Stazioni di carbonamento?
Pensatori strategici come Alfred Thayer Mahan, autore di “L’influenza del potere marittimo sulla storia, 1660-1783” che analizza l'importanza della potenza navale nell'ascesa dell'Impero britannico, un tempo esaltavano le basi come stazioni di carbonamento per il dominio navale, ma quell'era è ormai tramontata. La rivoluzione missilistica, nata con i razzi V-2 di Peenemünde e maturata nei silos ICBM, richiede mobilità piuttosto che staticità. Sottomarini, bombardieri stealth e sciami di droni, dispersi e sfuggenti, offrono una vera proiezione di potenza senza la vulnerabilità delle fortificazioni in cemento.
Vincere senza combattere?
La dottrina cinese, ispirata dall'enfasi di Sun Tzu sull'approccio indiretto, sfrutta questo aspetto. Mettendo a rischio gli avamposti statunitensi, Pechino scoraggia senza sparare, proprio come nella Prima Guerra Mondiale la Grande Flotta della Royal Navy scoraggiò la Flotta d'Alto Mare del Kaiser con la sua sola esistenza, e lo Jutland dimostrò quanto possa essere fugace tale equilibrio.
La dimensione politica non può essere ignorata. Il principio strategico impone che i deterrenti siano credibili; gli ostaggi minano questo principio, invitando a mettere alla prova la volontà di chi è risoluto. La Cina e il popolo cinese sono risoluti, mentre l'elettorato americano, stanco della guerra, sta cominciando ad assomigliare all'avversione britannica dell'epoca tra le due guerre nei confronti dei coinvolgimenti continentali. I sondaggi pubblici, in un contesto di crescenti tensioni sino-americane, mostrano scarsa propensione a sacrificare metropoli per atolli. La distruzione di Guam, dove vivono 170.000 persone, molte delle quali cittadini americani, susciterebbe indignazione, ma non la determinazione di Pearl Harbor del 1941. Al contrario, potrebbe fratturare le alleanze: il Giappone, che ospita Kadena, potrebbe chiedere la neutralità, in modo simile alle esitazioni dell'Italia nel 1914.
Scudi o catene?
Roma, indebolita dal calo dei tassi di coscrizione e dall'aumento delle insurrezioni, abbandonò gradualmente i forti e le guarnigioni di frontiera, come hanno fatto tutti gli imperi. Nell'era dei missili [intercontinentali], le basi statunitensi intorno alla Cina non sono scudi ma catene, che confinano il potere americano in punti vulnerabili mentre l'arsenale mobile di Pechino cresce. Washington deve cercare la pace con la Cina o investire in forze agili, rafforzare le alleanze attraverso la condivisione della tecnologia piuttosto che degli obiettivi e riconoscere che la vera sicurezza risiede nella profondità interna, non nei perimetri periferici. Rischiare Los Angeles per Guam? Nessuno stratega razionale, immerso nelle sanguinose lezioni del passato, lo tollererebbe. La vastità del Pacifico un tempo favoriva gli audaci; ora richiede saggezza.
Godfree Roberts è l’autore di “Perché la Cina è leader mondiale: democrazia alla base, dati al centro, talento al vertice”. Newsletter settimanale: “Here Comes China”.
Link: https://herecomeschina.substack.com/p/are-us-pacific-bases-just-chinese
Scelto e tradotto (IMC) da CptHook per come DonChisciotte
Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte
mago 5 marzo 2026
Questo conflitto ha mostrato se non altro che la dottrina o arte di far la Guerra è cambiata,e che gli Imperi quando si allargano troppo finiscono per collassare e questo nonostante la storia lo certifichi.
Pregevole articolo,ma il problema di fondo è che se hai un pazzo o dei pazzi che vogliono portare a termine un loro disegno pur avendo nel preventivo la loro estinzione come entita`o stato le strategie non contano nulla e le vite umane sacrificate solo numeri da contabilizzare per la storia a venire come se non ne avessimo già abbastanza.
oriundo2006 5 marzo 2026
La razionalità greca non è la razionalità talmudica.
Il conflitto attuale è anche questo.