Turni lavorativi fino a dodici ore, straordinari convertiti in riposi futuri al posto del pagamento in busta paga, ferie rese frazionabili e costi dei licenziamenti spalmati nel tempo, restrizione del diritto di sciopero imponendo il 75% di operatività nei servizi essenziali: è la nuova riforma del lavoro del presidente argentino Milei.
Di Hakan Illatiksi
Nucleo strutturale: lavoro, precarietà e governo della rovina
La politica spodocenica non è una politica di sviluppo fallito né una deviazione ideologica, bensì una razionalità di comando che emerge nella crisi delle mediazioni moderne. Quando l'integrazione salariale e la piena occupazione cessano di essere orizzonti praticabili, la politica non si ritira: si riorganizza come governo della crisi permanente, amministrando la perdita invece di produrre integrazione. In un contesto in cui il sistema non è più in grado di mantenere le sue promesse storiche di integrazione, progresso e benessere, la sua funzione non è distribuire ricchezza, bensì gestire perdite inevitabili. Non mira a risolvere il conflitto sociale, ma a renderlo abitabile. In questo quadro, la riforma del lavoro non è una politica settoriale tra le altre, bensì il dispositivo centrale della politica spodocenica, il luogo in cui lo spossessamento diventa norma giuridica, pedagogia soggettiva e strategia di governo.
La riforma del lavoro come tecnologia di governo nello Spodoceno argentino
Nello Spodoceno, le riforme non mirano più a ordinare il sistema né a correggerne le disfunzioni. Mirano, in modo più modesto - e più crudo -, a rendere abitabile la sua rovina. La riforma del lavoro promossa dal governo di Javier Milei deve essere letta in questa chiave: non come una modernizzazione del lavoro, come sostiene il discorso ufficiale, ma come un tentativo di adattare il corpo sociale all'impossibilità strutturale della piena occupazione.
Il contesto stesso del suo trattamento parlamentare, nel mezzo di uno sciopero generale con altissima adesione che ha paralizzato i trasporti, cancellato centinaia di voli e colpito servizi essenziali, rivela che non si tratta di una misura tecnica, bensì di una disputa sul tipo di legame sociale che si intende rendere abitabile.
Non siamo di fronte a una riforma "pro-mercato", come suggerisce la narrazione ufficiale, ma a una riforma pro-scarto. Non si tratta di rendere più efficiente il mercato del lavoro, bensì di rendere tollerabile la produzione permanente di eccedenze umane. Il lavoro cessa di funzionare come diritto, come organizzatore dell'identità e come legame sociale stabile, per diventare una relazione contingente, reversibile e scartabile, coerente con un sistema economico che non è più in grado di assorbire in modo sostenuto la forza lavoro che produce. La riforma non ripara un ordine precedente: amministra la sua impossibilità.
Dal lavoratore al residuo funzionale
Uno degli assi centrali della riforma è la riduzione del cosiddetto "costo" del licenziamento, la flessibilizzazione contrattuale (estensione della giornata lavorativa fino a 12 ore, ampliamento dei periodi di prova) e la disarticolazione della stabilità come orizzonte normativo. Dal punto di vista spodocenico, ciò non costituisce un'anomalia né una deviazione ideologica: è la normalizzazione giuridica del residuo umano.
Il lavoratore cessa di configurarsi come soggetto produttivo stabile e viene ricodificato come eccedenza funzionale del lavoro vivo: una presenza temporanea, reversibile, continuamente esposta alla possibilità dello scarto. Non si tratta di esclusione, ma di inclusione precaria, secondo una logica di governo che integra attraverso la sospensione della garanzia. La riforma non nega lo scarto: lo legalizza, lo amministra e lo rende routinario.
Questa operazione è decisiva, perché lo Spodoceno non esclude violentemente; include in modo precario. Non espelle dal sistema, ma incorpora senza garanzie, senza continuità e senza promessa. I dati empirici confermano questa lettura: a più di un anno dall'implementazione della prima fase della riforma (Legge Bases), l'occupazione privata registrata è diminuita di quasi 140.000 posti e l'informalità ha raggiunto il 43,3%. Il sistema non genera nuovi diritti: riorganizza l'eccedenza umana.
De-indennizzo e pedagogia della paura
La sostituzione delle indennità di licenziamento con fondi di cessazione o schemi equivalenti (come il Fondo di Cessazione del Lavoro o il Fondo di Assistenza al Lavoro finanziato con risorse della sicurezza sociale) svolge una duplice funzione. In termini economici, trasferisce il rischio sistemico dal capitale all'individuo. In termini soggettivi, produce una pedagogia della paura.
Il messaggio implicito è inequivocabile: non ti devono nulla, non aspettarti nulla, non reclamare continuità. In chiave spodocenica, ciò consolida una soggettività post-diritti, in cui la paura smette di essere un'eccezione per diventare condizione permanente di occupabilità. Il lavoratore impara a non occupare spazio, a non generare attrito, a non esigere densità temporale nella propria vita lavorativa. Non si tratta di sottomissione ideologica, ma di adattamento razionale a un ambiente strutturalmente ostile.
L'avvertimento governativo di detrarre la giornata di lavoro ai dipendenti pubblici che aderissero allo sciopero non è una misura isolata: è la logica del fondo di cessazione applicata come politica quotidiana.
Sindacati: da mediatori a ostacoli
La riforma ridefinisce il ruolo sindacale non attraverso uno scontro aperto, ma tramite asfissia strutturale: frammentazione contrattuale, individualizzazione del rapporto di lavoro, restrizione del diritto di sciopero nelle attività essenziali (estendendo tale categoria a quasi la metà delle attività economiche) e indebolimento sistematico della contrattazione collettiva.
Non si tratta di anti-sindacalismo ideologico classico. È qualcosa di più freddo e più profondo: Il sindacato non viene semplicemente indebolito: diventa strutturalmente incompatibile con un regime di comando fondato sulla frammentazione. Nella misura in cui la politica spodocenica governa attraverso relazioni brevi e individualizzate, ogni forma di mediazione stabile appare come un ostacolo alla gestione della crisi.i. Nello Spodoceno, le organizzazioni stabili sono disfunzionali. La riforma del lavoro non mira solo a indebolire gli attori sindacali, ma a disorganizzare la possibilità stessa del collettivo, erodendo le condizioni materiali e simboliche di ogni azione comune duratura.
La decisione stessa della CGT di convocare lo sciopero senza mobilitazione, per timore della repressione, mostra come il potere sindacale resti intrappolato tra la necessità di resistere e l'impossibilità di occupare lo spazio pubblico senza costi.
Lavoro senza promessa: la fine del futuro lavorativo
Uno degli effetti più profondi - e meno discussi - della riforma è la distruzione dell'orizzonte biografico. Vengono consacrati lavori senza carriera, senza progressione e senza aspettativa cumulativa. Il risultato è una soggettività tipicamente spodocenica, segnata da presentismo estremo, esaurimento cronico, cinismo difensivo e disaffezione politica.
Scompare la logica moderna del sacrificio presente in cambio della stabilità futura. Al suo posto emerge una temporalità breve, discontinua, orientata esclusivamente alla sopravvivenza. Il lavoro non struttura più una vita: interrompe una caduta.
La menzogna dell'"impiego che verrà"
Il discorso giustificativo sostiene che la flessibilizzazione genererà occupazione. Dal punto di vista spodocenico, questa promessa è strutturalmente falsa. Il problema non è regolatorio, ma metabolico: il sistema non ha più bisogno né capacità di integrare tutti.
I risultati della Legge Bases sono eloquenti: nemmeno il regime di regolarizzazione del lavoro informale, presentato come grande incentivo alla formalizzazione, è riuscito a regolarizzare l'1% dell'occupazione informale. La riforma non crea lavoro: riorganizza l'eccedenza.
Non è pensata per l'espansione produttiva, ma per la gestione ordinata del fallimento sistemico, distribuendo precarietà invece di produrre integrazione. Il suo "spirito" è lo stesso della fallimentare "Ley Banelco" del 2000, che prometteva occupazione e terminò con il più alto tasso di disoccupazione della storia argentina. La riforma non è un errore: è la ripetizione, con maggiore profondità, di una ricetta che ha già dimostrato il suo fallimento.
Riforma del lavoro e colonialità tardiva
In chiave geopolitica, la riforma allinea l'Argentina alle economie periferiche a bassa protezione del lavoro, la trasforma in territorio di manodopera flessibile e rafforza il suo ruolo subordinato nella divisione globale del lavoro. La pressione del FMI per avanzare nella flessibilizzazione del lavoro e nella riforma previdenziale non è casuale: lo Spodoceno argentino non è solo un fenomeno interno, ma dipendente, estrattivo e disciplinato dall'esterno. La precarizzazione non è solo sociale; è anche una forma di inserimento internazionale.
Il governo della rovina e il ritorno del politico
Il governo di Javier Milei non governa offrendo un futuro. Governa dicendo: "Non c'è futuro. Arrangiati." Non è brutalità: è onestà spodocenica. La politica cessa di essere mediazione e diventa pedagogia del limite, amministrazione del danno, legittimazione dell'abbandono.
Tuttavia, questa stessa radicalità produce un effetto paradossale. Cancellando la promessa ed eliminando le mediazioni che anestetizzavano il conflitto, la riforma del lavoro rende visibile ciò che il denaro teneva fuori scena: la fragilità del legame sociale e la conflittualità irriducibile del desiderio.
Lo sciopero del 19 febbraio 2026, con la sua adesione massiccia e la molteplicità di attori coinvolti (sindacati, organizzazioni sociali, partiti di sinistra, studenti, pensionati), non deve essere letto come una rottura dell'ordine né come un'impugnazione effettiva dell'esperimento in corso. Uno sciopero, per quanto esteso, non altera l'esaurimento sistemico né la dipendenza strutturale dal potere finanziario.
Il suo significato è più limitato, ma non irrilevante. Lo sciopero segnala un limite negativo del comando: non una rottura, ma una saturazione. Esprime l'esaurimento del consenso senza produrre direzione. In assenza di una direzione politica capace di assumere il conflitto, la potenza residuale del lavoro vivo non si traduce in progetto, ma viene riassorbita come variabile del governo della crisi. Ma questo limite non produce direzione. Senza dirigenze impegnate negli interessi nazionali, capaci di leggere il collasso, assumere il conflitto e guidare la comunità nel caos che inevitabilmente si impone quando le mediazioni economiche e politiche crollano, il conflitto non apre un orizzonte: si disperde, si frammenta o viene riassorbito da nuove forme di gestione del caos.
Nello Spodoceno, la protesta senza progetto non interrompe l'esperimento: lo sfiora appena. Per questo il problema decisivo non è la capacità di fermarsi, ma l'assenza di una conduzione politica all'altezza del collasso.
Conclusione
Nello Spodoceno, la periferia non è il luogo dell'arretratezza, ma quello del futuro visibile. Ciò che qui viene distrutto, viene distrutto per tutti. Ciò che qui viene difeso, viene difeso per tutti. La domanda finale non è che cosa accadrà all'Argentina, ma se, quando questo modello raggiungerà il centro, incontrerà la stessa capacità di dire no o se la normalizzazione dello scarto sarà ormai diventata senso comune globale.
Lo Spodoceno non è un destino, ma una soglia. Un campo di forze in cui la vita viene resa governabile proprio nella sua precarietà. La periferia è il laboratorio di questo processo, ma può anche diventarne il punto di arresto, se la potenza collettiva riuscirà a sottrarsi alla logica che riduce la vita a semplice oggetto di amministrazione. La periferia è il suo laboratorio, ma può anche essere la sua tomba. Non c'è promessa né garanzia. C'è appena una possibilità: che anche nella rovina amministrata persista la potenza - fragile, conflittuale, instabile - di decidere altrimenti, prima che il futuro si chiuda definitivamente.
Di Hakan Illatiksi
26.02.2026
Riferimenti
Politica, rovina e mutazione del potere
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Centro, periferia e colonialità
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oriundo2006 28 febbraio 2026
Però, se al posto di Milei,o Meilikowsky, cugino primo del mostro assassino israeliano Nethaniau, ci fosse stato un soggetto differente quanto a storia personale, amicizie politiche e orientamenti 'liberisti', ebbene sarebbe stato possibile per questa persona non gravata da ipoteche alla 'Lubavitch' iniziare e portare a termine un percorso differente ?
Io penso proprio di sì.
Quello che l'articolo non dice, articolo sempre pregevole e di rara profondità, è l'elemento 'scelta'. Questa non è dovuta a 'tendenze immanenti' o a 'TINA' ma a deliberate strategie che dovevano portare proprio al risultato voluto, a questo punto scelte chiaramente innestate 'elitariamente' ( mai dimenticarne l' origine ) e decise a livello internazionale ( mai dimenticarne la connessione globalmente coordinata ).
Perchè è chiaro che esiste un coordinamento internazionale che 'spinge' in questa direzione, costi quello che costi all' umanità sofferente, e che provoca decisioni volute e realizzate come piano deliberato. Non è un risultato 'obbligato' da tendenze immanenti all'economia, non è un destino 'spodocenico', ma è dovuto ad una scelta deliberata umanamente fallimentare, prima che economicamente tale.
Facendo di tutto per spezzare la schiena al 'mondo di sotto', per 'chiudere' il conflitto sociale, adesso si trovano di fronte al risultato delle loro azioni: accanendosi sul 'mondo di sotto' non fanno che confermare la fallacia delle scelte originariamente prese.
Lo vediamo bene qui da noi, masse disorganizzate e prive di 'attaccamento' collettivo al loro lavoro, unico 'valore' che consentiva un 'incremento' continuo delle loro capacità, sembrano non interessate a fornire una prestazione di lavoro di qualità e di durata nel tempo.
Questo fallimento 'spodocenico' è effetto delle loro pratiche 'liberiste' spietate ma nel contempo non permette più alla 'cabina di regia' di godere in modo continuativo ed 'efficiente' della forza lavoro nei settori di punta, quelli che davvero fanno la differenza. Chi 'sa', saluta ed emigra. Gli altri, trattati come fornitori fungibili, si adattano fornendo una prestazione globalmente mediocre. Lo 'spodocene' investe anche la cabina di regia, limitandone le scelte.
Perchè distruggendo l' identità collettiva del soggetto 'lavoratore' hanno realizzato sì i desideri di un Milton Friedman ( J a caso, eh...) ma hanno destrutturato sia la domanda che l'offerta di lavoro assegnandola alla precarietà ed alla concorrenza a basso livello, quando proprio il nuovo modo di produzione 'cibernetico' la esige continuativa, motivata, capace di autoregolarsi ed autoriformarsi, per raggiungere l' 'optimum' e gestire la complessità produttiva.
Persone come Monti, Milei ed altri, Draghi in primis ma anche tanti gerarchi sindacali, oggi sono seduti sul risultato preciso delle loro azioni. A loro non resta loro che amministrare gli aspetti del loro stesso fallimento, stornandolo dalle loro responsabilità ed assegnandolo ad una complessiva riorganizzazione 'militare' della società intera per tentare di risolverle.
Hanno fallito in un ambito e pensano di riuscire in un'altro con le medesime logiche ma ancor più funeste.
La normalizzazione 'spodocenica' funziona solo sul brevissimo prdiodo e vediamo infatti come la guerra sia salutata come esito normale e benvenuto proprio da costoro, gli artefici del disastro.
In sintesi, lo 'spodocene' è la misura esatta del loro fallimento politico ed umano.
Hakan 28 febbraio 2026
Assolutamente d’accordo con il suo commento.
Ciò che sta descrivendo è una contraddizione interna del capitalismo tardivo:
Il capitale finanziario-liberale distrugge:
- l’identità collettiva
- la stabilità soggettiva
- l’orizzonte di senso
Ma il capitalismo cibernetico necessita di:
- soggetti stabili
- apprendimento cumulativo
- coinvolgimento cognitivo e affettivo
- continuità temporale
Detto brutalmente:
il sistema esige cervelli complessi gestiti come pezzi "usa e getta".
Questa non è sfruttamento classico: è auto-sabotaggio strutturale.
Non è solo rovina sociale, è rovina della capacità di governare la complessità.