La Via del Guerriero: Hagakure

Il codice segreto del samurai.

La Via del Guerriero: Hagakure

Di Costantino Ceoldo

Voglio riproporre uno dei miei primi articoli, scritto circa undici anni fa. La lettura dell’Hagakure, libro in cui incappai per caso all’epoca, si è rivelata per me un momento fondamentale, tanto da decidere di dedicargli uno scritto. In rete se ne può ancora trovare una versione italiana, in qualche blog.

Di recente ho sentito il bisogno di rileggere l’articolo originale, di correggerne alcuni refusi e aggiungergli dei paragrafi, ma la sua sostanza non è cambiata.

Cambiata è invece la nostra società, che in questi undici anni, con il rincalzo della pandemia Covid, è diventata ai miei occhi qualcosa di ancor più spaventoso e ributtante. Non che il processo non fosse già avviato nel 2013 ma è evidente, dovrebbe essere evidente, l’accelerazione che esso ha subito nei giorni nostri, al punto da spingermi senza esitazione a condividere il pensiero del filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila quando ha affermato che il mondo occidentale non sarebbe stato punito perché era esso stesso la propria punizione.

Che penserebbero gli antichi samurai, gli antichi guerrieri e gli uomini tutti che hanno vissuto le loro vite in secoli così lontani dal nostro, di una società (solo Occidentale?) intrisa di wokismo, gender, femminismo d’accatto come la nostra, che ancora adesso si vanta di essere arrivata alla fine della Storia e di essere un giardino in Terra?

Ecco la mia riscrittura...

Ho scoperto che la Via del Guerriero consiste nella morte. Quando arriva il momento di scegliere tra vita morte, è meglio scegliere subito la morte. Non è poi così difficile: basta solo decidere e andare avanti. Chi sostiene che è vano morire senza aver raggiunto il proprio scopo, pratica una via da mercanti.

Questo è il terribile inizio dell’Hagakure di Yamamoto Tsunetomo: un libro che in forma di precetti, sentenze, massime ma anche brevissime storie, ha rappresentato per generazioni una sorta di breviario spirituale per tutti i giapponesi che abbracciavano la Via del Guerriero. O che intendevano farlo.

Un libro maledetto, secondo le forze di occupazione americane in Giappone. Un libro tanto odiato e temuto dagli occidentali che gli statunitensi si impegnarono con zelo nel tentativo di rimuoverne il ricordo, bruciandone nel fuoco migliaia di copie. Gli americani imputavano all’Hagakure l’acceso nazionalismo che i giapponesi avevano manifestato fino alla sconfitta bruciante della Seconda Guerra Mondiale. All’Hagakure e ai suoi insegnamenti fu fatto risalire il fenomeno dei kamikaze e dei suicidi di massa al posto della resa, anche tra i civili.

I vincitori cercarono così di bruciare ogni copia esistente del libro, di cancellarne ogni minimo ricordo, ma fallirono nel loro scopo ed il libro è sopravvissuto divenendo noto in tutto il mondo, studiato, ancora adesso amato o odiato da chi lo legge.

L’Hagakure non è stato scritto dallo stesso Tsunetomo ma dal suo unico allievo Tashiro il quale contraddisse la volontà del maestro e non distrusse la trascrizione delle conversazioni che i due ebbero tra il 1710 e il 1716. Ne scaturì un libro che fu subito considerato un tesoro prezioso dai samurai del clan a cui Tsunetomo apparteneva e secoli dopo divenne uno dei capisaldi della letteratura samuraica.

Negli anni in cui l’Hagakure fu scritto la classe dei samurai manifestava già i tratti decadenti del tempo di pace perché l’unificazione del Giappone era stata completata da più di un secolo. La pace generalizzata portava con sé, infatti, stabilità e prosperità e quindi il bisogno di funzionari amministrativi competenti più che di legioni di guerrieri sempre pronti alla battaglia. La chiusura delle frontiere, decretata da un governo che temeva (non completamente a torto) le ingerenze politiche e religiose di Spagna e Portogallo, impediva anche l’avvio di campagne militari all’estero così che molti samurai si ritrovarono a vivere la situazione contraddittoria di guerrieri che erano combattenti solo in via potenziale. Molti di loro persero il loro impiego, diventando ronin, dei samurai senza padrone costretti ad una vita raminga e molto dura che poteva sfociare nella criminalità manifesta. Altri ricorsero alla morte per suicidio, unico mezzo per sfuggire al disonore della miseria e agli stenti che l’accompagnava.

Emblematico a questo riguardo è Harakiri, film del 1962 del regista giapponese Masaki Kobayashi, che vede un immenso Tatsuya Nakadai interpretare la parte di Hanshiro Tsugumo, un samurai benestante e rispettato che precipita improvvisamente in un vortice di miseria con tutta la sua famiglia perché il suo signore è finito in disgrazia agli occhi dello Shogun. La morte in rapida successione del nipotino appena nato, ammalatosi a causa del freddo, quella del genero che aveva ingenuamente cercato di organizzare un finto harakiri per essere assunto da un feudatario locale e il successivo suicidio dell’adorata figlia, straziata dalle due morti improvvise, fa alla fine esplodere in Nakadai/Tsugumo quella che Ivan Morris avrebbe definito secoli dopo la “nobiltà della sconfitta”. Con una ferocia sanguinaria ma al contempo priva della benché minima possibilità di successo e redenzione, Nakadai cerca inutilmente di punire il sistema che lo ha trasformato in un reietto, incontrando la sua inevitabile morte.

Tsunetomo insegna guardando al futuro perché teme la decadenza che vede serpeggiare nel presente e ricorda con rimpianto i fasti di un periodo scomparso, da lui però mai vissuto. Un periodo in cui gli uomini potevano confrontarsi gli uni con gli altri sul campo di battaglia ed ognuno guardava in faccia la propria verità senza poter mentire. Ma lui stesso era un samurai dei tempi moderni: non aveva mai partecipato ad alcuna guerra o battaglia o duello e, al di fuori del suo addestramento, non aveva mai conosciuto le asperità della vera vita militare del tempo di guerra.

Era sempre stato però un fedele vassallo del suo Signore, incarnando gli ideali di fedeltà e dedizione che affondavano le loro radici profonde nella cultura confuciana e buddhista che il Giappone aveva mutuato dalla Cina. Ma Tsunetomo era talmente fuori tempo storico da non poter neanche praticare junshu alla morte del suo feudatario. Non poté, cioè, realizzare il suicidio per fedeltà che si era prefisso fin da giovane e che era sempre stato concesso a quei samurai che avevano fatto voto di non sopravvivere alla morte del loro daimyō: pochi anni prima era stata infatti approvata una legge che proibiva simili atti a causa degli eccessi del passato. Come alternativa gli fu permesso di pronunciare i voti religiosi e diventare monaco buddhista fino alla fine dei suoi giorni terreni. Lui stesso lo riconosce nel libro, affermando di preferire di reincarnarsi sette volte come samurai del suo clan piuttosto che conseguire il nirvana degli illuminati.

Di che parla l’Hagakure? Parla di fedeltà. Di dedizione. Di coraggio. Di etica. Di come vivere la propria vita servendo il proprio Signore in modo decoroso. Ma non solo. Parla di un concetto tipico della cultura giapponese dell’epoca e, in misura molto diversa, contemporanea: quello di giri, il debito morale che si ha con chi è venuto prima di noi e prima di noi ha saputo compiere grandi cose. Giri è un’idea presente anche in altre culture ma non sempre in maniera così marcata come nel Giappone dei samurai. Inutile ricordare come nel mondo contemporaneo, occidentale e non, dominato dal consumismo e dalla brama di denaro, tale concetto suoni superato ed anacronistico alle orecchie di molte persone. Perfino buffo, alle orecchie degli stolti.

L’Hagakure parla della morte e di come affrontarla quotidianamente, per esempio esortando a guardare quotidianamente a sé stessi come se si fosse già morti: l’accettazione di questo fatto, secondo Tsunetomo, porta alla capacità di vivere con equilibrio e in modo etico. Questo è un punto interessante perché vi sono ordini religiosi cristiani i cui monaci hanno l’abitudine di salutarsi ricordandosi esplicitamente l’ineluttabilità della morte. Il richiamo alla caducità dell’esistenza umana dovrebbe portare la persona ad agire rettamente e con equilibrio nella sua vita quotidiana. Questo libro è anche una continua esortazione alla moderazione: dei sensi, dei sentimenti, delle aspettative, delle parole, degli atti, dei gesti. Perché se è facile cadere in una situazione critica a causa di una parola pronunciata con leggerezza o di un gesto fatto anche senza cattive intenzioni, può essere però difficilissimo uscirne. E l’unico modo di togliersi da una situazione critica può essere il seppuku, il suicidio rituale di cui junshu era una delle varianti.

Tsunetomo era intriso di sentimento buddhista e questo traspare nelle esortazioni al rispetto per tutte le creature viventi. Può sembrare un comportamento contraddittorio ma quella dei samurai è una figura complessa e il venir meno di uno stato di guerra continua fra clan feudali aveva favorito l’affermarsi di caratteristiche diverse nella stessa figura di guerriero. Non a torto alcuni lettori occidentali hanno colto delle assonanze tra certi insegnamenti ricordati nell’epica samuraica e quelli, per esempio, dei Padri del Deserto, i primi monaci cristiani che hanno abitato le zone desertiche del medio oriente quando il cristianesimo era agli albori.

L’Hagakure è un’opera scritta in un’epoca oramai passata ed alcuni riferimenti culturali sono difficili da comprendere per l’uomo contemporaneo ma nella sua essenza permane un’opera che offre molti spunti di riflessione. Può essere un ottimo strumento per la vita quotidiana sapendo scegliere e adattandolo allo spirito dei nostri tempi.

Vi sono infatti alcune sue parti che non è possibile trasporre direttamente nella società deforme e deformata nella quale viviamo oggi ma altre invece vi possono essere adattate. Coraggio, lealtà, rispetto, impegno, attenzione continua e precisa per l’attimo che stiamo vivendo: sono tutte caratteristiche che l’uomo contemporaneo può coltivare come le coltivava il samurai dell’antico Giappone. Si tratta in realtà di qualità senza tempo e senza appartenenza specifica perché appartengono alla natura umana, sono il fondamento dello stato di diritto e di una società rispettosa dei suoi cittadini.

La figura del samurai, il guerriero disposto al sacrificio supremo per lealtà al proprio Signore, ha visto una grande e variegata produzione cinematografica.

Tralasciando i film della sconfinata produzione nipponica come il già ricordato Harakiri, è interessante segnalare il bel film di Jim Jarmusch Ghost Dog nel quale un eclettico Forest Whitaker interpreta la parte di un samurai contemporaneo, di colore, curiosamente al soldo di un boss mafioso italoamericano.

Quello di Whitaker è un personaggio con tratti negativi e per alcuni versi condannato-votato al finale ineluttabile, ma non per questo primo di una sua morale e di una propria etica. Proprio dalla lettura dell’Hagakure, brani del quale si sentono recitati nel film, si intuisce lo sforzo di autocostruzione della propria personalità che Whitaker-Ghost Dog porta avanti. Quasi che la realizzazione dell’epica samuraica nella sua vita quotidiana fosse per lui l’unica via di fuga dall’ambiente oppressivo e senza futuro del ghetto in cui è nato e cresciuto e in cui vive ancora.

Come nella migliore tradizione samuraica, l’errore involontario nell’adempimento di un incarico, determina una catena di eventi che portano inevitabilmente alla morte del personaggio del film. Il samurai di colore si ribella al modo ingiusto in cui viene alla fine trattato trattato proprio da colui a cui si è consacrato ed esplode in tutta la sua furia omicida, possente quanto inutile. La morte inevitabile suggella la fine della ribellione del samurai Whitaker-Ghost Dog: ancora una volta, è la nobiltà della sconfitta a portare all’inevitabile finale.

Come ci insegna il vecchio Tsunetomo, alla fine si possono anche prendere decisioni in contrasto con quelle del proprio Signore ma bisogna sempre essere pronti a rispondere delle loro conseguenze.

Voglio ricordare per concludere, l’ultimo junshu di cui si ha notizia: alla morte dell’Imperatore Hitohito, nel 1989, un cittadino giapponese compì seppuku lasciando una breve spiegazione. Quell’uomo scrisse: “ero un soldato, molti anni fa avevo giurato di dare la mia vita per l’Imperatore”.

Di Costantino Ceoldo

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15.04.2024

Commenti (31)

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Mostra commenti 31 caricati
    1. Teopratico 17 aprile 2024

      Bellissima quella fotografia acquerellata, ne ho incorniciata una identica di una collezione privata, ho utilizzato un pigmento marrone-violaceo detto Morellone in purezza, come medium gomma arabica e miele per plastificare. Sagoma piccola, geometrica a piramide con passepartout ampio avorio, non posso mettere la foto ma ci sta benissimo. Ok, basta, non parlerò più del mio mestiere andando fuori tema...

    1. Ummon 17 aprile 2024

      Un bello strumento di propaganda per legittimare una classe sociale sempre più improduttiva (con la fine delle guerre divengono pian piano figure essenzialmente amministrative). Raffinati esteri, sì, ma prontissimi in pratica a tagliare in due un contadino tanto per provare il filo della lama nuova.
      Non è l'ultimo caso dell' uso di un' estetica raffinatissima per fini spregevoli: fra fine ottocento e inizio novecento si afferma l'immagine retorica che accosta i fiori di ciliegio, così belli quando cadono, con le migliaia di giovanotti arruolati e mandati al macello.
      Tutto questo non per dire che non sia un' opera di grande valore artistico e suggestione, ma che alla fine nasce da un preciso fine politico. Ma del resto anche i Fori Imperiali, il David, la Sistina... tanti capolavori hanno dietro una committenza pronta ad allargare il portafoglio ai massimi artisti dell' epoca.

    2. Giudice Holden 17 aprile 2024

      L'antica pratica del tameshigiri.

    1. Giudice Holden 17 aprile 2024

      "Il richiamo alla caducità dell’esistenza umana dovrebbe portare la persona ad agire rettamente e con equilibrio nella sua vita quotidiana."
      E perchè questa sorta di nichilismo dovrebbe automaticamente portare ad agire rettamente? Se non esiste un valore assoluto a cui ricondurre il senso ultimo dell'esistenza umana, direi piuttosto che valga il contrario.

    2. CptHook 17 aprile 2024

      Se non esiste un valore assoluto a cui ricondurre il senso ultimo dell’esistenza umana, direi piuttosto che valga il contrario.

      Non so se valga il contrario, ma per certo accade il contrario (e un uomo si perde, si annulla a se stesso)..., anche se, a mio parere, quello che tu chiami valore assoluto è pur sempre un valore relativo all'anima del singolo..., ognuno, se sceglie con sincerità e onestà e amore il proprio daymio, il suo valore assoluto relativo (se mi permetti l'ossimoro), alla sua morte comprende di non avere altra scelta che morire anche lui, perché si è perso a se stesso...

    3. Giudice Holden 17 aprile 2024

      Nessun ossimoro, quello che per ognuno di noi è un valore assoluto, è sempre e comunque relativo. La verità ultima assoluta e definitiva, ammesso che esista, non potremo conoscerla quaggiù.

    1. absitiniuriaverbis 17 aprile 2024

      Riporto alcune frasi:
      "*Quell’uomo scrisse: “ero un soldato, molti anni fa avevo giurato di dare la mia vita per l’Imperatore”.
      *Molti di loro persero il loro impiego, diventando ronin, dei samurai senza padrone
      *Era sempre stato però un fedele vassallo del suo Signore,
      *Di come vivere la propria vita servendo il proprio Signore in modo decoroso"

      Ci vuole sempre un padrone, un signore a cui votarsi anima e corpo?
      L'alternativa è una vita da ronin, se si può chiamare vita?

      Questi due aspetti, senza nulla togliere al giri che merita rispetto, sono propaganda in favore di 'obbedisci al tuo padrone fino al sacrificio personale, o pagane le conseguenze'. Suona nuovo? Affatto.

      Anche il Giappone non era affatto lontano dal cliché delle nazioni e delle religioni che ci sono, almeno geograficamente, vicine.

    2. Giudice Holden 17 aprile 2024

      Esattamente. Ed i prodi samurai con l'Hagakure nello zaino ed il Bushido nel cervello, lo dimostrarono pienamente a Nanchino.

    3. Brule 17 aprile 2024

      Infatti io che ho una personalità tra il mite ed il remissivo, e che ho avuto una eduzione da cane da riporto, lo trovai affascinante.
      A distanza di anni ricordo ancora:
      "Non c'è nessun onore nel servire un Daimyo ragionevole", o "Comportati come fossi sempre sotto osservazione".

      Ma c'è raccontato un aneddoto sulla forza delle proprie convinzioni che è in controtendenza.

      In una riunione tra samurai in cui vengono esposte diverse soluzioni, al proseguire della discussione, a tratti rilevata sterile da uno di essi, costui sfodera il tachi e sfida chiunque abbia una tesi diversa.
      Il fatto che vinca la discussione, perchè nessuno vuole battersi, lo amareggia, perchè una convinzione andrebbe difesa fino alle conseguenze più estreme.

      Va detto anche che l'obbedienza citata è legata ad una vita di azione.
      Anche ai tempi attuali, ad esempio la divisa, con tutti i codici etici e giuramenti, a volte serve per sublimare, contenere, canalizzare, una predisposizione all'azione, che operata da sola verrebbe percepita sconveniente, se non deviante.

    4. absitiniuriaverbis 17 aprile 2024

      L'aneddoto lo conosco.
      Ai tempi mi ero detto : le convinzioni sono tali fino a quando non si cambiano.
      O, come diceva Bertrand, 'non morirò mai per una idea. Potrei cambiarla in ogni momento' Più o meno correttamente riportata a memoria.

      Il samurai è dotato (meglio, è stato dotato) di fede e la fede non si discute.
      Non ci siamo. Per niente.

    5. sbregaverse 17 aprile 2024

      FIGURARSI le credenze!

    6. absitiniuriaverbis 17 aprile 2024

      ... quella di nonna in cucina?
      Inossidabile.

    7. CptHook 17 aprile 2024

      Giudice, per favore, mi dai qualche ragguaglio sull'episodio di Nanchino (Cina) cui alludi? Grazie!

    8. CptHook 17 aprile 2024

      una convinzione andrebbe difesa fino alle conseguenze più estreme

      Il problema è distinguere tra una profonda e cosciente convinzione, quindi interiorizzata dopo averla sottoposta a verifica ed averne compreso l'origine e la provenienza, e una credenza derivata da forti influenze esterne anche subliminali...,
      tipo, per capirsi, quelle sequenze che hanno portato tanta gente invece che ad aprirsi la pancia, a porgere il braccio più volte..., oppure, se è per questo, andare a lasciare la pelle su vari campi di battaglia...

    9. Giudice Holden 17 aprile 2024

      Il famoso massacro di Nanchino fece rivoltare lo stomaco agli osservatori tedeschi che ne riferirono in patria. Centinaia di migliaia di civili cinesi furono massacrati nei modi più brutali dall'esercito nipponico. Strupri, schiavitù sessuale, decapitazioni, torture, impalamenti, episodi di cannibalismo, sepolture di viventi ed altre amenità assortite.

    10. CptHook 17 aprile 2024

      Grazie.

    1. gix 17 aprile 2024

      Un punto in particolare mi incuriosisce, non avendo capito se i samurai si considerano degli illuminati, nel senso di spiritualmente elevati, oppure no, nonostante la loro indubbia statura morale e gli ideali certamente non banali. A giudicare dall'affermazione che Tsunemoto avrebbe preferito reincarnarsi sette volte come samurai piuttosto che conseguire il nirvana degli illuminati, sembrerebbe di no, anche se questo non esclude una consapevolezza al di fuori del normale. Certo, nell'opzione nirvana, tutti quei valori morali e quei nobili ideali sarebbero andati persi nel nulla, senza conservare alcunchè, come la vista dei bastioni di Orione per il replicante, davanti alla morte. Per noi, che non abbiamo nemmeno un briciolo di quella forza morale, resta però, effettivamente, un immenso insegnamento: coraggio, lealtà, rispetto, impegno, attenzione continua e precisa per l’attimo che stiamo vivendo.

    1. Primadellesabbie 17 aprile 2024

      Passiamo sopra l'idea, di derivazione consumistica, che uno si sveglia una mattina e decide di essere un guerriero, tanto funziona tutto così.

      "...Coraggio, lealtà, rispetto, impegno, attenzione continua e precisa per l’attimo che stiamo vivendo: sono tutte caratteristiche che l’uomo contemporaneo può coltivare come le coltivava il samurai dell’antico Giappone. ..."

      Sono impaziente di leggere il capitolo in cui si tratta nel dettaglio del rapporto del samurai con la burocrazia italica.

    2. Brule 17 aprile 2024

      Giustissimo.
      Comunque ci trovo un collegamento, sinistro, tra burocrazia e samurai.
      Nell'Hagakure, pur scritto secoli fa, si fa riferimento mitico alla vitalità e alla esuberanza degli antichi.
      Cioè già nell'epoca della stesura, Tsunemoto percepisce il momento come come mortificato, esangue.
      Non so se è mitopoiesi, cioè concepire e raccontare un periodo aureo di presunte virtù, oppure una constatazione.
      Se consideriamo il fenomeno hikikomori e tutte le sue sfumature, il dubbio viene.
      E guarda caso la burocrazia avanza.
      Non si ha tempo di praticare mille volte, che sia un colpo o un proiezione, un passo di danza, una esplorazione, perchè c'è da tenere a bada un quaderno di password, per fare cosa.... non si sa.
      Non si vede l'ora di andare a dormire per non dovere inserire user, password, pin, puk, qr, accettare cookies etc.
      Mi viene in mente Alceste, che rileva come ci sia una vera e propria guerra per togliere energia, forza e creatività da ogni persona.
      Si sa mai che cosa possa succedere, con quella energia non dissipata in problemi inventati.

    3. Primadellesabbie 17 aprile 2024

      Alcuni sostengono che gli uomini sono gli animali allevati dagli Dei, 'Le bétail des Dieux' come titola un volumetto.

      Dei sistemi di allevamento praticati dagli Dei e delle loro finalità sappiamo poco, ma qualcosa possiamo dedurre.

      Se così fosse, la attribuzione delle responsabilità richiederebbe una diversa impostazione e una particolare cautela.

    4. Primadellesabbie 17 aprile 2024

      No, non ha senso, come non ne ha fissarsi su questo o quel periodo storico, a proposito dei quali sarebbe utile, piuttosto, cercare di capire a cosa siano serviti nell'economia vasta della cultura umana. Impresa impegnativa dato che ogni epoca ha cercato di cancellare o di confondere le tracce delle precedenti*.

      E bisogna guardarsi da coloro, e sono molti, che continuano a immedesimarsi nel film e vorrebbero imporlo agli altri, anche dopo che sono usciti dal cinema.

      *Si tratta di un comportamento riscontrabile in tutta l'estensione della storia conosciuta, sul quale è utile soffermarsi.

    1. sbregaverse 17 aprile 2024

      La Storia è sempre ADESSO,
      il resto lascia il tempo che trova.

    2. sbregaverse 17 aprile 2024

      Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente.

    1. IlContadino 17 aprile 2024

      C'è chi sostiene che i gestori abbiano, a più riprese, organizzato dei repulisti, via il vecchio, con le sue conoscenze e tecnologie, avanti il nuovo, con conoscenze e tecnologie differenti.
      In uno scenario del genere il continuum temporale andrebbe a farsi benedire, scordiamoci la Storia così come ci viene raccontata, mille mila conflitti per passare dalle Piramidi (costruite a mani nude) alle Torri Gemelle (abbattute dai terroristi).
      Anche in un articolo come questo, che tratta di vecchie conoscenze, compaiono gli americani con lo zippo in mano, maccheccazz..

    1. gianB 17 aprile 2024

      "... Padri del Deserto, i primi monaci cristiani che hanno abitato le zone desertiche del medio oriente quando il cristianesimo era agli albori."

      Vorrei solo ricordare che non si può dire che il cristianesimo era agli albori avendo raggiunto infatti con Costantino l'identificazione della religione con l'impero. Identificazione che, tramite la selezione degli unici testi considerabili "sacri" quindi degni di fare parte della Bibbia(Vulgata), generò l'avversione ai cristiani non allineati, anche con conseguente fisica eliminazione (45.000?). Da qui i Padri del Deserto (da non confondere con gli Esseni) che si isolarono per sfuggire a tale discriminazione. Insomma, un capitolo delle grandi lotte "cristiane" tra cristiani.

    1. absitiniuriaverbis 17 aprile 2024

      Una teoria presenta l'inizio degli umani come dei.
      E, partendo da questo stadio, la continua decadenza generazione dopo generazione, frutto del continuo atrofizzarsi (dovuto ad incuria, disinteresse, ossessione per l'apparire per le conquiste materiali,...) dei valori propri di una vita da vivere in termini di scoperta del se e di incanto verso la natura.

    1. Madrigalista 16 aprile 2024

      Da sempre sul mio comodino. Scoperto per caso grazie a un articoletto su una rivista che parlava del film di Jim Jarmush. Ancora adesso mi capita di riprenderlo in mano e pescare a caso un paio di aforismi quando sono in cerca di ispirazioni,

    1. sbregaverse 16 aprile 2024

      Tutto bene fra Costante; bene anche i padri del deserto,
      vorrei sottolineare un aspetto lasciato in ombra:
      Disciplina, meglio, il Guerriero si disciplina da sè.

    2. sbregaverse 17 aprile 2024

      Ma sempre i conti vanno fatti , col segreto di pulcinella:
      IL LIBERO ARBITRIO NON C'È

    1. Nonso 16 aprile 2024

      Il ricatto morale è sempre una brutta cosa.

    2. Nonso 16 aprile 2024

      Comunque grazie per questo articolo, sono sempre stato affascinato dalla vita dei samurai

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