Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org
La mente semplice di un ragazzino è la più indicata per vederci riflesso in modo netto e limpido il nuovo codice sociale penetrato ormai in profondità nelle nostre vite.
La mente di un ragazzino di tredici anni. Alunno di una scuola media nel bresciano.
Ha progettato ogni cosa con cura: i pantaloni militari da indossare, la maglietta con scritto a pennarello la parola Vendetta, un coltello nello zaino e il telefonino con una fascia per appenderlo al collo, in modo da avere le mani libere quando filmerà la scena per la diretta su Telegram.
Dentro di lui non c’è spazio per alcuna considerazione umana, o pietà, non c’è spazio nemmeno per i più ancestrali sensi di colpa, quelli che si possono provare di fronte ad una decisione così estrema: tutto sembra essersi dissolto a favore della scena da realizzare; scena che già vede nella sua mente, come fosse restituita dallo schermo di un telefonino.
Si reca come ogni mattina a scuola. Arriva all’ingresso e aspetta. Mancano pochi minuti al suono della campanella, vede la sua insegnante di francese recarsi in classe. Il tasto play della registrazione è schiacciato: lo spettacolo ha inizio. Il ragazzino raggiunge la donna alle spalle e l’accoltella. Due ferite gravi, una delle quali al collo. Il sangue esce copioso.
Accorre gente. Arrivano le forze dell’ordine. La professoressa viene subito soccorsa: sembra in fin di vita. Ricoverata, è sottoposta d’urgenza ad un’operazione che la salva per miracolo.
Un gesto così estremo ha bisogno di motivi, naturalmente: un brutto voto, oppure il fatto che la professoressa abbia commesso il torto di difendere, qualche giorno prima, un suo compagno invece di dare ragione a lui. Ma quale sia stata delle due, non ha importanza: in ogni caso, a quel ragazzino di tredici anni sono sembrate giustificazioni valide per un tentato omicidio.
Di tutta questa storia rimane impresso il gelido sguardo della telecamera del telefonino che il ragazzo portava appeso al collo. Sembra che tutto si sia svolto per soddisfare l’esigenza di uno strumento tecnico, il pubblico morboso di una piattaforma social. È stata la celebrazione di una modalità di relazione tra soggetti umani ormai vissuta come normale.
Lo sguardo freddo e onnivoro della telecamera probabilmente era anche quello degli occhi del ragazzo, degli occhi che rivolgeva alla realtà che aveva intorno: essi stessi, telecamere che proiettavano nella sua mente uno spettacolo, esattamente quello che già andava in onda su Telegram. Nella sua mente, vedeva se stesso come in un filmato: il suo abbigliamento da eroe della vendetta, il nemico colpito e ucciso, infine il trionfo del bene sul male. E chissà quante reazioni avrebbe ottenuto, grazie a quel video! E anche la fama di un istante, l’unica a cui si può aspirare sulla rete.
Il mondo reale era già trasposto, nel suo sguardo, all’interno di una polarizzazione, dentro quel monotono schema binario di cui vivono le piattaforme social: il pubblico viene attirato e incatenato perché vi sono sempre due contendenti, o due opinioni , che si affrontano in una lotta senza fine, e tu devi solo scegliere da che parte stare. In questo confronto malsano si finisce per coltivare le fantasie di vendetta più assurde, smarrendo qualunque senso di empatia, di compassione, di percezione dell’umanità dell’altro.
In questi confronti non è previsto l’uso della razionalità, né tanto meno quello dell’autoanalisi: l’ammissione del proprio errore, della propria responsabilità, è impensabile. Tutto è rivolto alla guerra tra due posizioni, divenute artificiosamente inconciliabili, che lottano solo per sopravvivere nella loro parzialità.
Un brutto voto a scuola, la sensazione di aver subito un torto, producono senza dubbio una frustrazione: un senso di ingiustizia, un bisogno di vendetta. Ma si tratta di una reazione infantile. Quante volte, da genitori, di fronte ad un brutto voto di nostro figlio, di fronte a una nota disciplinare, ci siamo lasciati trasportare dalle sue lamentele rivolte all’insegnante, troppo severo, o ingiusto, e d’istinto abbiamo dato ragione al nostro pargolo? Salvo poi accorgerci che, effettivamente, nostro figlio non sapeva nulla della lezione che avrebbe dovuto studiare, o che ci aveva nascosto la sua parte di responsabilità, e che l’insegnante, con la sua severità, lo ha fatto crescere, lo ha fatto diventare migliore.
Purtroppo, questa capacità di dubitare di sé e poi di riconoscere le nostre mancanze, questa capacità che ci rende persone adulte, è sempre più rara e difficile da mettere in atto: viviamo in un contesto relazionale in cui siamo spinti alla reazione immediata e violenta. Siamo spinti a sentirci sempre dalla parte del bene, della giustizia.
Un video da trasmettere sui social diventa lo sfogo ideale alla frustrazione.
L’episodio acquista una dimensione ancora più simbolica se si considera la figura della persona aggredita.
Una bravissima insegnante, a detta di tutti: autrice di saggi, di libri di poesia, molto appassionata del suo lavoro, amata da genitori e studenti. Cultura, sensibilità poetica, passione per il sapere: la donna aggredita è l’esatto opposto del mondo polarizzato e disumano rappresentato dalla telecamera del telefonino a cui è stata violentemente esposta.
Uno sguardo che ha annullato ogni suo valore umano, che ha di colpo cancellato la sua sensibilità artistica e poetica, la sua spiritualità; uno sguardo che l’ha ridotta a un semplice corpo da macellare, a un istante di spettacolo da scrollare sui social: un pezzo di carne, martoriato e poi buttato via come spazzatura.
Questo episodio è destinato a sua volta ad essere fogocitato dalle polarizzazioni e dai dibattiti: si indagherà sulle cause e si proporranno soluzioni; si manderanno in onda le interviste ai genitori; ci sarà chi condannerà e chi assolverà. Si speculerà sulla vita di una persona. E sarà un altro modo per manifestare la totale perdita di umanità di cui siamo vittime.
Nel frattempo, è probabile che a qualche altro ragazzino verrà in mente di scrivere sulla propria maglietta la parola Vendetta.
Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org
26.03.2026
Stefano Vespo. Poeta e scrittore. Laureato in Filosofia, attualmente insegna lettere al Liceo di Nicosia. Sposato, vive a Sperlinga. Scrive su temi di politica e società su ComeDonChisciotte.
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Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il pensiero dell’Autore ma non necessariamente la linea editoriale di ComeDonChisciotte.
lysmata 28 marzo 2026
Il precedente articolo di Stefano Vespo (LA GERARCHIA E UN VASETTO DI YOGURT) é invecchiato malissimo.