La traversata del deserto. Un orizzonte di speranza dopo quarant’anni di macelleria neoliberista

La traversata del deserto. Un orizzonte di speranza dopo quarant’anni di macelleria neoliberista

Di Guido Cappelli per ComeDonChisciotte.org

Addormentata nelle case, assopita davanti all’ennesimo talk show o sonnolenta nei centri sociali e nelle associazioni, la Politica – quella con la maiuscola della deliberazione collettiva e della partecipazione popolare – era scomparsa dagli orizzonti e dalle menti degli uomini. Squalificata, vilipesa. Come lo Stato, del resto. Al suo posto, la governance: negazione tecnocratica della Politica, sostenuta sull’idea che ogni scelta è obbligata, ogni decisione non può che essere presa da “esperti”. La possibilità del dissenso, o anche solo del dubbio, è intrinsecamente negata da una prospettiva di questo genere, che implica, a ben guardare, una profonda sfiducia nell’uomo e nelle sue capacità razionali e relazionali.

Per questo abbiamo parlato sovente di crisi di civiltà: non periodo di turbolenze congiunturali, ma il momento storico in cui vengono al pettine i nodi sinistri dell’autoritarismo e della tecnocrazia, incarnati in oligarchie apolidi e senza scrupoli. La cosiddetta emergenza “pandemica” ha funzionato da catalizzatore di questa deriva – con il suo isterismo decisionista, con quel sottofondo di “si salvi chi può” che ammorbidisce fino all’obbedienza cieca le menti più preparate (o presunte tali).

Ma l’emergenza ha avuto anche un altro, opposto, effetto, senza dubbio indesiderato per i poteri extra-statali, sovranazionali e semiprivati che stanno conducendo il gioco al massacro delle democrazie e della sovranità popolare: la gente – questa entità così vituperata dalle oligarchie e dai loro improvvidi e servili sostenitori – ha cominciato a ribellarsi. Non tutti, certo: si tratta ancora di minoranze. Ma minoranze sempre più corpose – e del resto, storicamente, sono le avanguardie che hanno acceso la miccia del cambiamento radicale. Ecco, di fronte a quella che molti di noi percepivano come una catena di abusi da parte di un potere politico, nazionale e internazionale, mai così poco affidabile, le reazione (imprevedibile e minacciosa per quel potere) è stata il ritorno della Politica e alla Politica, all’auto-organizzazione, alla legittimazione dal basso, al dibattito pubblico e alla circolazione delle idee. Negare ai partiti di sistema la legittimità della rappresentanza, e ricostruire, con immensa fatica, con contraddizioni e ripensamenti, ma con una direzione complessiva chiara e definita, spazi di partecipazione, dibattito, organizzazione. Spazi alternativi dove nulla si dà per scontato, perché in qualche modo si tratta di ricostruire la politica da zero, articolando un vero dissenso inteso come forma di acquisizione di una antica-nuova identità collettiva basata su un’idea forte di umanesimo e disposta a sperimentare, a creare, a proporre.

E così, in questi pochi, intensissimi anni, sono sorte miriadi, galassie, sciami, di gruppi, comitati, coordinamenti, fronti, di entità così variabile che potevano andare da un piccolo partito a un individuo isolato. Ma questo, che in sé è segno di effervescenza, di ricchezza sociale, è diventato sempre più il limite di questo tipo di dissenso, come si è visto nella partecipazione frammentata alle elezioni politiche del settembre 2022. Poi è stata una corsa, un po’ isterica, a “fare il Partito”. Ma le proposte mirabolanti, le soluzioni decisive, le lenzuolate di buoni propositi e di azioni rutilanti e onnicomprensive non hanno compensato la mancanza di apertura e di flessibilità, il settarismo latente, la litigiosità strisciante, la parzialità, l’ottusità di tanti autoproclamati leader. Il tentativo di rimediare a questo caos tutt’altro che creativo è stato forse peggiore del male, riproducendo strutture più o meno piramidali e logiche vecchie e asfittiche che finiscono con l’oscurare i buoni propositi, gli slanci e persino le ottime idee.

Nel frattempo, altri gruppi del dissenso, come si usa dire tra noi “non mollano”. Con pazienza, passo dopo passo, continuano le azioni, si intensifica la presenza territoriale e, d’altra parte, si affina un’elaborazione politica che non solo sia capace di rendere conto della complessa fase storica contemporanea, ma ripensi anche i modi della partecipazione, puntando con decisione alla formazione di una classe dirigente nuova, nata dal basso, dai saldi princìpi etici e attenta a non perdersi dietro schemi stantii, parole d’ordine ammuffite, logiche invecchiate, rapporti inautentici. Passo dopo passo: festina lente (“affrettati con calma”). Nessuna “ricetta miracolosa”, ma pensiero e azione, mente e cuore. Voglia di cedere qualcosa di sé per assorbire qualcosa dall’altro. Azioni di disobbedienza, di resistenza, di testimonianza, di diffusione, di varia entità e impatto, percorrono da tempo il territorio nazionale nel tentativo di plasmare, restituire coscienza a un popolo attivo e vigile, interessato in ugual misura a opporsi ai poteri antipopolari che tormentano l’Italia (e non solo) ma anche a controllare, come si dice, “dal basso” l’operato politico interno all’area del dissenso, senza sconti a nessuno, neanche in nome dell’affinità ideologica e ideale.

In passato, ho parlato diverse volte di un dissenso articolato su tre pilastri: attivismo/partecipazione collettiva; elaborazione politica; azione sindacale. Al di là delle sigle e dei tentativi più o meno realistici di organizzazione partitica, si palpa un bisogno diffuso di confronto reale, in grado di dare indirizzo e sostanza teorica all’azione pratica sul territorio; confronto che non può prescindere dal discorso sindacale, come elemento centrale di articolazione del mondo del lavoro, che in ultima istanza è la principale vittima di questa svolta tecnocratica e transumanista, ma al tempo stesso può essere il motore principale del riscatto.

In definitiva, il sommovimento, il brulicare, il tumulto che si è scatenato nella pancia e nella testa del Paese negli ultimi anni, non ha ancora preso una forma definitiva, ma, al di là delle apparenze a volte poco incoraggianti, si va articolando in più movimenti di popolo paralleli sui territori, nella difficile, faticosa creazione di una politica diversa, non determinata da agende sovranazionali e antipopolari, ma realmente rispondente alla voce diffusa popolare, prefigurando una politica di ispirazione rivoluzionaria, nella misura in cui si propone un cambiamento radicale estraneo alle logiche di potere del “palazzo” ma deciso a disputargli l’egemonia culturale e politica. Nonostante incomprensioni e difficoltà, sia endogene che esogene, sotto l’intreccio di sigle e progetti, c’è vitalità: tornano le persone, in carne e ossa, a calcare, calpestare le proprie strade, le proprie piazze, i propri ritrovi, e va prendendo corpo, di nuovo, ricostruita poco a poco col sudore di tanti, l’arte di convivere nella polis, la Politica – quella con maiuscola, quella che cerca il bene comune e non gli interessi di bottega, fosse pure la “nostra bottega”.

Di Guido Cappelli per ComeDonChisciotte.org

Guido Cappelli è docente di Letteratura italiana presso l’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale.

10.06.2023

Commenti (13)

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Mostra commenti 13 caricati
    1. airperri 11 giugno 2023

      nelle campagne, fuori dai centri cittadini si sta creando una realtà di aiuto reciproco e di visione comune, in contrasto alle follie del liberismo e delle visioni distopiche di quei bastardi di Davos.

    1. Bertozzi 11 giugno 2023

      Noi già aspettavamo la tua rivoluzione dal divano con la comoda pensioncina, ma fra un allarme climatico e una colpa antropica, potresti pure aderire maggiormente all'agenda 2030 e cominciare a depopolarti tu in prima persona, te ne saremmo grati.

    1. BrunoWald 11 giugno 2023

      Purtroppo, anche in questo sito si continua a sostenere con un fervore da testimoni di geova l'assurda teoria per la quale le classi medie e popolari dell'occidente avrebbero vissuto per qualche decennio in maniera decente, dopo secoli di miseria, al prezzo della mattanza e rapina dei terzomondiali, in una parola del colonialismo.
      Che poi è la variante di sinistra del dogma neoliberale secondo cui avremmo "vissuto al di sopra nelle nostre possibilità".

      Balle.
      Esisterebbero le conoscenze, le tecnologie e l'esperienza per vivere tutti anche meglio; non abbiamo bisogno di rapinare nessuno per sostenere una vita da classe media. La tragedia del terzo mondo dipende esclusivamente dalla ferocia, l'avidità e la brama di potere dei super ricchi - banche e corporazioni multinazionali - lanciati all'assalto delle risorse del pianeta come tanti avvoltoi sulla carcassa di un bufalo.

      Mai sazi di accumulare jet privati, ville principesche e panfili che sembrano astronavi, queste canaglie vorrebbero pure farci sentire in colpa per l'utilitaria e qualche misero sfizio ogni tanto... In ciò spalleggiate (e quando no?) dalla sinistra pauperista degli "occidentali che odiano se stessi".
      Stiano tranquilli, che presto la civiltà che tanto detestano crollerà su se stessa, e potranno finalmente godersi il mondo entusiasmante che bivaccherà sulle sue rovine. Che non sarà la barbarie, perché quella aveva una sua dignità.

    1. casalvento 10 giugno 2023

      La Cina ha praticato per sua scelta e per un certo periodo il controllo delle nascite, senza alcuno sterminio.

    2. WarezSan 10 giugno 2023

      Ormai è da tempo in modalità "Greta".

    1. Jimbo 10 giugno 2023

      Premesso che non so se siamo troppi, alcune teorie parlano che fino 10 miliardi il pianeta sopporterebbe... dipende credo da quanto ognuno di noi consuma. Prima consumavano solo noi uccidentali, rubavamo a destra e a manca e ammazzavamo chi non ci stava.
      Adesso consumano anche i figli e i nipoti degli ammazzati.
      Vogliono la TV con tanti pollici, magari anche sei TV. Perchè no?
      I modi per risolvere la questione possono essere svariati ma riassumendo sono tre, i due che tu indichi (io sono per un'equa distribuzione che vuol dire decrescita controllata per noi predatori)
      Hanno scelto un altro modo, il terzo: depredare anche gli uccidentali in modo che il 5% "cresca".

    2. WarezSan 10 giugno 2023

      Ah
      Secondo te il problema sono gli occidentali?
      E gli asiatici no?

      Dai, eliminati.
      Un saltino e via!

    3. WarezSan 10 giugno 2023

      ?
      No cosa?
      Non vuoi saltare?
      Niente buon esempio?
      Sempre sodomiti con i gli ani altrui.

    1. Jimbo 10 giugno 2023

      Bell'articolo ma non condivido il titolo.
      Dal 1983 non c'è stata alcuna macelleria sociale fino a dieci anni fa.
      La macelleria c'era in altri luoghi del pianeta per farci ingrassare, per farci vivere al di sopra delle nostre possibilitá, per farci avere lo schermo con tanti pollici così da vedere meglio la Juve. Wow.
      Nessun mattatoio in fabbrica o negli uffici, poi a un certo punto la crescita imperniata sulla mattanza di altri popoli è andata a sbattere contro un muro, dopo si che è iniziata la macelleria.

    1. Jimbo 10 giugno 2023

      Bello il richiamo alle avanguardie.
      Sono mancate in questi ultimi tre anni, anzi mancano da decenni.
      Si è capito subito il marcio tra i sindacati e la chiesa, poi l'ordine dei medici e la magistratura.
      Su di loro non si può fare affidamento.
      Ma non è stata una grossa sorpresa.
      La delusione più forte me l'hanno data le avanguardie, gruppi di intellettuali che facessero da guida con vento contrario.
      Ne ho intravisto un centinaio, forse duecento, ma scollegati tra loro, non pericolosi per il sistema.

    1. WarezSan 10 giugno 2023

      Ma la smetti con queste teorie aberranti???
      Inizia tu sparandoti un colpo in testa visto che ti riempi la bocca con certe follie degne del WEF dei tempi che furono!

      Ma guarda che certe cose proprio non si possono leggere!!!

    2. WarezSan 10 giugno 2023

      Ma di che cosa stai parlando???
      Sei al delirio!!!

      Ma cosa ti fa pensare che io ritenga valide due idee del genere?

      Guarda che sei proprio oltre la follia!

    1. JHON 10 giugno 2023

      Credere di cambiare la sorte di questo paese, facendo politica è come giocare al super- enalotto e sognare di vincere, una grossa cifra. Non è più il tempo delle parole, come diceva un protagonista di film Western, qualche anno fa, è il tempo delle azioni. Fidarsi della politica è cosa obsoleta. E' la politica che deve scendere dal gradino e cercare di creare un nuovo rapporto con il cittadino/elettore e renderlo partecipe alle sue istanze. In un carosello di tanti anni fa, un famoso attore, diceva questa frase per reclamizzare un formaggio: La fiducia è una cosa seria e si dà alle persone serie. Ma dal campionario che c'è in circolazione è forse meglio darla ancora al famoso formaggio.

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