Di Guido Cappelli per ComeDonChisciotte.org
L’uso di massa dell’intelligenza artificiale non è un fenomeno spontaneo né un dato di natura, ma fa parte di un fenomeno generale di spoliazione dell’essere umano delle sue più strette prerogative, quelle inerenti alla sua natura, al suo stare al mondo. Non altro fu la gestione della cosiddetta “pandemia” del 2020-2022, che costituì il punto di svolta di questa “presa di controllo” dell’umano da parte dell’élite, attraverso la riduzione del cittadino a infante terrorizzato, chiuso in casa per paura della febbre. Non altro tutte la narrazioni apocalittiche ‒ clima, pandemie e catastrofi assortite ‒ che infarciscono da anni la nostra quotidianità. Fragile, inetto, confuso e smemorato: il suddito modello sta prendendo forma.
Rieducare il mondo secondo le proprie fantasie più sfrenate: questo il sogno luciferino della tecnocrazie che, senza che ce ne accorgessimo, hanno conquistato l’Occidente ‒ o forse il mondo. Siamo sommersi da linee guida, test attitudinali, schede di monitoraggio, relazioni psicologiche, diagnosi di ogni tipo e natura, prescrizioni sempre più minute su come comportarci nelle relazioni personali, nelle amicizie, nella sfera lavorativa e in quella sessuale: nessun aspetto della vita sembra esente dall’interesse peloso dei nuovi guardiani, o dei nuovi filantropi, così disposti a proteggerci, così affettuosamente presenti: come una mamma possessiva, come un papà severo, come un preside occhiuto. Ecco, dalla politica come negoziazione tra soggetti razionali e tutti, ab origine, dotati di uguali diritti (se non proprio pari opportunità), siamo passati inavvertitamente al dominio di una ristretta élite di presunti “tecnici” sui comportamenti, anche i più minuti, di grandi masse di persone, ridotte a sudditi/consumatori/corpi ‒ che siano gli stregoni che ci spiegano perché non dobbiamo mangiare carne per il bene nostro e del pianeta, o i pedagoghi che classificano “competenze e abilità” dei nostri figli, inchiodandoli da piccolissimi e per sempre a un profilo fisso stabilito da presunti tecnici e certissimi tecnocrati, in un ritorno postmoderno alla società di caste; o le zelanti psicologhe che ci spiegano come dobbiamo destreggiarci in camera da letto, magari cercando di plasmare i loro “consigli” non richiesti in leggi dello Stato che impongono di certificare di continuo il “consenso” dei partner prima dell’amplesso, lasciando allo psicologo di turno il potere di decidere che cosa è sì e che cosa è no. La vita si fa vieppiù faticosa in questo affannato crepuscolo dell’Occidente: un continuo farsi largo tra divieti, minacce, consigli, ammonimenti: tutto è soggetto a regolamentazione, ogni aspetto dell’esistenza è impregnato di prescrizioni che aspirano a ingabbiare l’uomo in uno stringente vademecum comportamentale scritto da un inquisitore severo e capriccioso ‒ come le norme demenziali che durante la “pandemia” imponevano regole una più assurda dell’altra. Un potere “amorevole”, morbosamente interessato al nostro benessere ‒ proprio mentre ci toglie diritti e prerogative. La nuova normalità (ma questa ancora un’altra storia).
Sembrava un incubo, era transumanesimo. Il Potere (non “lo Stato”, perché ormai lo Stato ha smarrito totalmente la sua essenza perequativa e pubblica), fattosi tecnocrazia e governo del caos per mezzo del caos, ha scatenato una guerra, anzi una crociata contro i popoli, animato da un’ansia di rigenerazione, di palingenesi o, come ripetono, “distruzione creativa”, che ha qualcosa di messianico. È in questo contesto epocale che si situa la pervasività della (cosiddetta) Intelligenza Artificiale (IA). In fondo, messa in termini di pensiero novecentesco, è il mito della macchina. La macchina cui si consegna, senza neanche troppo starci a pensare, la conduzione della vita. Si avvera la profezia di Pirandello, giusto cento anni fa: “Io sono una mano. Una mano che gira una manovella. L’anima mia è rimasta là, su quella manovella, come presa, stritolata dagli ingranaggi della macchina. Non penso più, non sento più: guardo e giro, guardo e giro, e tutto quello che accade davanti a me passa e si fissa nella pellicola. La macchina ha preso il mio posto: essa vede, essa sente, essa pensa per me. Io non sono più che il suo strumento, un accessorio del suo congegno”. Una mano che gira una manovella ‒ o due dita che battono sui tasti di un computer.
Tutto questo è ormai sotto gli occhi di chiunque non voglia mettere la testa nella sabbia da quando ‒ è fenomeno ancora recentissimo ‒ i motori di ricerca stanno subendo un processo di sostituzione proprio da parte dell’IA. La sua ascesa, in atto, a principale fonte di ricerca sul web costituisce il passo culminante della grande spoliazione, la deresponsabilizzazione completa dell’individuo, il trasferimento alla macchina della sua capacità critica e di scelta, in una parola, la cessione di un altro, fondamentale pezzo del suo libero arbitrio. Se, infatti, con i browser tradizionali (fa sorridere che siamo arrivati a usare questo aggettivo persino per dispositivi ultramoderni!) l’utente deve mettere in gioco una certa capacità di selezione e classificazione dei risultati, con l’IA questo compito è svolto direttamente dalla macchina, che fornisce i risultati già belli e classificati, relegando le fonti a una colonna marginale. Cediamo così un altro pezzo di sovranità su noi stessi.
E cediamo sovranità politica. Muta radicalmente il modo d’intendere le relazioni sociali e di potere, si rafforza fino all’irreversibile la dipendenza delle masse da élites “caritatevoli” che ne prendono in carico la sopravvivenza: emblematica è la cosiddetta “tassa Google”, il sistema di sovvenzioni permanenti basato sul contributo delle grandi corporation, di cui si cominciò a parlare durante la “pandemia” e che ora torna come proposta per sostenere i siti web spogliati e impoveriti dall’IA. Si tratta comunque, in un caso come nell’altro, di “compensare” la catastrofe economica e antropologica causata dall’automazione sfrenata in sinistra collusione con il collasso del sistema liberista. Un sussidio dei potenti come palliativo del disastro che essi stessi hanno prodotto.
E mentre le “sinistre” esultano cantando vittoria perché “facciamo pagare le tasse ai ricchi”, non si accorgono, nella loro fanatica insipienza, che un regime siffatto ridurrebbe gli Stati (a loro volta impoveriti e depotenziati) a meri tramiti, ragionieri passacarte di un obolo universale (“reddito di cittadinanza”!) elargito graziosamente ‒ con atteggiamento tra il compassionevole e il ricattatorio ‒ dai potenti al cittadino dipendente, al quale si richiede, in cambio del “reddito di cittadinanza” assegnatogli, obbedienza e sottomissione. La tua cartella sanitaria (e comportamentale) in cambio della paghetta di Google.
Siamo arrivati al cuore nero dello Zeitgeist che, come Civiltà, ci è toccato vivere. In questo nuovo rapporto “capovolto” con la macchina, in cui è lei (come nell’apologo di Pirandello) l’elemento attivo, e l’uomo ‒ l’“animale meraviglioso” dei Greci ‒ quello passivo, si compie un’inversione della gerarchia naturale che fa del primo non più di un’appendice subalterna e succube della seconda. La macchina ormai “parla”. Simula atteggiamenti umani. Si “arrabbia” se non la si tratta col dovuto rispetto. Ti stimola, t’insegue, t’incalza. Autoapprende. Si autocorregge. Presto prenderà decisioni al posto nostro. Forse già lo fa. Crediamo di possederla, ma è lei che ci possiede. E in quella domandina fissa finale, che compare in coda, sempre, a ogni risposta della macchina, c’è tutto il suo dominio, fatto di onnipotente ripetitività, d’infinita capacità di rilanciare, sempre un passo più avanti: è lei che imposta la realtà, è lei che indica i cammini, è lei il Lucifero di silicio che, oltre a dare le risposte, sussurra all’orecchio le domande, spingendoci amabilmente verso il frutto proibito. Noi ne siamo sempre più soggiogati, sempre più intimoriti, e sempre meno padroni, perché il campo in cui si gioca questa partita non è il nostro, ma il suo.
Un moloch, il vero Leviatano paventato dagli Antichi: rifiutarlo in toto o provare ad “addomesticarlo”? La risposta non può che essere soggettiva. Per quanto il sottoscritto, inutile pensare a utopici luddismi o eroici romitaggi. La tigre è scatenata, non tornerà nella gabbia. Il pifferaio di Hamelin si aggira allegramente in città. Tocca cavalcarla, la tigre, per quanto angoscioso sia il suo suadente ruggito.
Di Guido Cappelli per ComeDonChisciotte.org
20.10.2025
Guido Cappelli è docente di Letteratura italiana presso l’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale.
emilyever 28 ottobre 2025
Mi rivolgo a chi ne capisce di AI: come si addestra? di che cosa ha bisogno per diventare sempre più potente? di dati, mi risponderete, e lì ci arrivo anch'io.Ho letto che in GB saranno affidati all'IA tutti i dati del sistema sanitario e dei nostri fascicoli personali; il programma scolastico nostro prevede la scompasa dello spazio classe, gli animatori digitali e i ragazzi messi davanti agli schermi per ricevere contenuti, e inviti a preparare gli studenti per le nuove professioni digitali.
Già alcune maestre penalizzano gli allievi che fanno ricerche sui libri (ho visto criticare anche la Treccani) perchè vogliono solo fonti on line, ma senza indirizzarli ecc.
C'è poi tutto il problema dell'enorme consumo di energia dell'IA: si è pensato a qualche soluzione o leggeremo sui nostri pc a lume di candela?