LA SCONFITTA DELL’EUROPA

Come Bruxelles ha regalato il proprio futuro alla Cina e trasformato la guerra in Ucraina in un suicidio geopolitico.

LA SCONFITTA DELL’EUROPA

Di Luciano Tovaglieri

C’è un’immagine che più di mille discorsi racconta il dramma strategico dell’Europa: il nuovo asse energetico che dalla Siberia punta a Oriente, verso la Cina, attraverso il progetto del gasdotto Power of Siberia 2. Una direttrice che non rappresenta soltanto un’infrastruttura economica, ma il simbolo di un cambiamento storico: il baricentro dell’energia russa non guarda più a Berlino, Milano o Parigi. Guarda a Pechino.

E questa, al netto della propaganda, è forse la più grande sconfitta geopolitica europea dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Per decenni, il rapporto energetico tra Russia ed Europa aveva rappresentato un equilibrio pragmatico: Mosca vendeva energia a basso costo, l’industria europea prosperava grazie a prezzi competitivi, e il continente manteneva una relativa autonomia economica rispetto agli interessi delle grandi potenze esterne. Non era amore. Era realismo geopolitico.

Poi è arrivata la guerra in Ucraina. E soprattutto è arrivata la risposta dell’Unione Europea: sanzioni economiche senza precedenti, rottura dei rapporti con Mosca, sabotaggio della cooperazione energetica e – nel momento simbolicamente più devastante – la distruzione del North Stream, da parte di agenti ucraini probabilmente aiutati dai servizi segreti inglesi, sono stati il colpo finale a qualsiasi possibilità di normalizzazione rapida dei rapporti euro-russi.

Il risultato?

La Russia non è crollata.

L’Europa sì.

O almeno, ha iniziato un processo di indebolimento strutturale che oggi è sotto gli occhi di tutti: bollette energetiche esplose, competitività industriale erosa, fuga delle imprese, inflazione, stagnazione economica e crescente dipendenza esterna.

Mentre Bruxelles dichiarava guerra economica a Mosca, Mosca semplicemente cambiava cliente.

La Russia ha accelerato la propria integrazione economica con l’Asia, soprattutto con la Cina e in parte con l’India. Il gas che prima fluiva verso l’Europa ora viene progressivamente reindirizzato verso Oriente. Certo, non senza costi: Mosca è costretta a vendere energia spesso a condizioni meno favorevoli e sta progressivamente entrando in una relazione asimmetrica con Pechino.

Perché sì: anche la Russia, in questa crisi, ha perso.

La verità che pochi hanno il coraggio di dire è che questa guerra non ha veri vincitori in Europa. Né Kiev, devastata e dissanguata, né Mosca, logorata e sempre più dipendente dalla potenza cinese.

L’unico attore che osserva il conflitto con freddezza strategica, raccogliendone dividendi economici e geopolitici, è la Cina.

Xi Jinping non ha bisogno di sparare un colpo.

Compra energia russa a condizioni vantaggiose. Rafforza il proprio apparato industriale. Approfitta della deindustrializzazione europea. Assiste al logoramento reciproco tra Russia e Occidente. Consolida il proprio ruolo nel nuovo ordine multipolare.

Chi ha letto Sun Tzu comprende perfettamente ciò che sta accadendo.

“L’arte suprema della guerra è sottomettere il nemico senza combattere.”

La Cina sta facendo esattamente questo.

Non invade. Non bombarda. Non manda soldati al fronte. Aspetta.

Aspetta mentre l’Europa distrugge il proprio vantaggio competitivo.

Aspetta mentre le industrie europee chiudono o delocalizzano.

Aspetta mentre la Germania — il motore industriale del continente — vede sgretolarsi il modello economico costruito per decenni sull’energia russa a basso costo.

E qui si arriva al punto più tragico e paradossale.

L’Europa non solo ha perso il gas russo. Ha perso anche la propria industria.

E sarebbe ingenuo fingere che, in tutto questo, gli Stati Uniti non abbiano avuto enormi vantaggi strategici ed economici.

Per anni Washington ha guardato con crescente preoccupazione al legame economico tra Europa e Russia: energia russa a basso costo e industria europea competitiva rappresentavano un asse potenzialmente autonomo, capace di ridurre la dipendenza del continente dagli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina e la rottura energetica con Mosca hanno cambiato completamente lo scenario.

L’Europa ha smesso di comprare grandi quantità di gas e petrolio russi a prezzi competitivi, sostituendoli in larga parte con forniture energetiche alternative, tra cui il gas naturale liquefatto statunitense, spesso a costi significativamente superiori. Il risultato è stato un drastico aumento dei costi energetici per le imprese europee, soprattutto nei settori ad alta intensità industriale.

Nel frattempo, Washington ha adottato politiche economiche apertamente protezionistiche per attrarre investimenti industriali negli Stati Uniti. Tra incentivi pubblici miliardari, sgravi fiscali e normative favorevoli — come quelle contenute nell’Inflation Reduction Act — molte aziende europee hanno iniziato a valutare o realizzare investimenti oltreoceano.

Il messaggio implicito era chiaro: produrre in Europa, con energia costosa e crescente instabilità economica, diventava sempre meno conveniente; trasferirsi negli Stati Uniti significava accesso a energia più economica, incentivi e minori rischi geopolitici.

Molte aziende energivore stanno trasferendo produzione in Asia o negli Stati Uniti, dove l’energia costa meno e le condizioni fiscali sono più favorevoli. Nel frattempo, il continente europeo importa sempre più beni prodotti altrove — spesso proprio in Cina — alimentando una dipendenza economica crescente da chi, strategicamente, sta beneficiando del suo indebolimento.

In altre parole: abbiamo rotto con Mosca e stiamo consegnando il nostro futuro economico a Pechino.

Un capolavoro strategico. Ma per gli altri.

La narrazione ufficiale continua a ripetere che tutto questo rappresenti il “prezzo della libertà”, il “costo dei valori occidentali”, il sacrificio necessario per la democrazia.

Ma una domanda dovrebbe essere lecita: libertà per chi?

Per il cittadino europeo che paga energia più cara, perde lavoro e potere d’acquisto?

Per l’industria tedesca in crisi?

Per le famiglie impoverite?

O forse per chi trae vantaggio da un’Europa sempre più debole, dipendente militarmente dagli Stati Uniti, economicamente dalla Cina e priva di qualsiasi autonomia strategica?

Esiste una domanda che l’establishment europeo evita accuratamente di affrontare: quale interesse concreto dell’Europa è stato realmente servito da questa guerra?

Non quello energetico.

Non quello industriale.

Non quello diplomatico.

Non quello della sicurezza.

L’Ucraina, se e quando uscirà da questa tragedia, rischia di ritrovarsi mutilata territorialmente, devastata nelle infrastrutture, spopolata da milioni di emigrati e segnata da una generazione perduta, centinaia di migliaia di morti, di mutilati, anche mentalmente. La Russia, dal canto suo, esce più isolata dall’Occidente e più subordinata economicamente alla Cina.

E l’Europa?

L’Europa appare come il continente che ha pagato il prezzo più alto senza avere nemmeno il controllo della strategia.

Ancora più grave: il conflitto rischia di protrarsi per anni, continuando a drenare risorse, stabilità politica ed energia economica dal continente.

Ogni giorno di guerra rappresenta nuove vittime, nuove distruzioni, nuovo impoverimento.

Ogni mese di guerra rende più irreversibile la separazione tra Russia ed Europa e più solido l’asse Mosca-Pechino.

Per questo il nodo centrale non è essere “pro Russia” o “pro Ucraina”.

La vera domanda dovrebbe essere: l’Europa è ancora pro-Europa?

Perché difendere gli interessi europei oggi significa avere il coraggio di dire una verità scomoda: questa guerra, così com’è stata gestita, rappresenta un fallimento strategico per il continente.

Continuare a ignorarlo non è idealismo.

È suicidio geopolitico.

L’Europa dovrebbe recuperare immediatamente una politica estera autonoma, riaprire ogni possibile canale diplomatico, favorire un cessate il fuoco e lavorare a una soluzione negoziale che impedisca la definitiva frattura del continente eurasiatico.

Perché la storia insegna una lezione che gli europei sembrano dimenticare troppo facilmente: quando Europa e Russia si combattono, altri vincono sempre.

È successo nel Novecento.

Sta succedendo di nuovo oggi.

E mentre Bruxelles parla di principi, Pechino costruisce il futuro.

Di Luciano Tovaglieri

26.05.2026

Commenti (3)

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Mostra commenti 3 caricati
    1. ric 27 maggio 2026

      e tump , finalmente si ritiene soddisfatto dei rapporti con Xi Jinping

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    1. Dario Lampa 27 maggio 2026

      Eoni fa i cosiddetti combustibili fossili a seguito di eventi naturali si formarono e "sprofondarono" nel sottosuolo... Sapete quali sono state le conseguenze di questo processo?

    1. ws 26 maggio 2026

      spopolata da milioni di emigrati e segnata da una generazione perduta,

      Ma quale "spopolata" ! Ma quale"generazione perduta" ! Arriveranno POI a milioni " risorse da fuori" a far figliare le "vedove" ( ...e le "orfane")

      Slava Ukraina !😁

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