La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso

La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso
Francesco Toscano, Roberto Vannacci, Marco Rizzo

Di Guido Cappelli

Le ultime elezioni politiche, nell’ormai lontano settembre 2022, videro la partecipazione di ben tre liste che erano espressione, in varia misura, di quell’“area del dissenso” nata e cresciuta al calor delle lotte con la follia pandemica e il mostruoso dispositivo autorizzatorio noto come green pass‒ un vulnus alla libertà civile e alla stessa dignità umana come non se n’erano visti in tempo di pace almeno dal secondo dopoguerra in poi (un precedente adeguato sarebbero le leggi razziali fasciste del 1938), e che ancora sta dispiegando i suoi malefici effetti.

Nonostante la condivisione di piazze, iniziative, proteste lungo tutta la Penisola nei due anni precedenti (alcune anche molto incisive ‒ su tutte la grande, catartica manifestazione dei 100mila a piazza san Giovanni a Roma, nel settembre 2021), nonostante il contributo di personaggi di prim’ordine e di attivisti determinati e consapevoli (su questo torneremo), nonostante intensi e numerosi tentativi di fusione o almeno di alleanza tra le sue molteplici, spesso intellettualmente vivaci e creativamente attive componenti sul territorio, quell’area politico-ideologica ‒ afflitta da un grado eccessivo di conflittualità reciproca ‒ non riuscì a esprimere un soggetto unitario sul piano elettorale e, di conseguenza, le tre liste non ottennero l’ingresso in Parlamento, col risultato che il vasto, ancorché silenziato dai media ufficiali, mondo trasversale che si era opposto a quel terribile esperimento sociale non poté ottenere rappresentanza politica istituzionale.

Due di quelle liste mostravano obiettivamente, per diverse ragioni, evidenti limiti politici, e come tali uscirono più o meno rapidamente di scena. La terza era Italia sovrana e popolare, che aveva raccolto circa 350mila voti alla Camera (1, 2%), un gruzzolo interessante, meno corposo di quello di Paragone, ma certamente più autentico, in quanto originatosi dalla lotta reale nelle piazze e nei luoghi di lavoro e capace di attrarre settori, comitati, gruppi, personalità che esprimevano il meglio di quell’esperienza. Un memorabile Congresso di Ancora Italia capeggiata da Francesco Toscano, a Napoli, nel luglio del 2022, aveva lanciato l’avventura elettorale prefigurando il soggetto politico che sarebbe nato dopo le elezioni.

Vi prendevano parte i maggiori leader del dissenso, oltre ad Ancora Italia, Riconquistare l’Italia di D’Andrea e Trombetta, Azione Civile di Antonio Ingroia, nonché il Partito Comunista di Marco Rizzo (che l’anziano politico di lungo corso abbandonerà presto al suo destino, portandosene alcuni resti nel nuovo soggetto), e altre entità e personalità.

La proposta politica sembrava un sogno: piena occupazione, difesa dei lavoratori, recupero degli asset pubblici, coniugati con la difesa strenua delle libertà individuali (in primissul piano sanitario e più in generale biopolitico) e con la riappropriazione della sovranità (geo)politica, mettendo duramente in discussione gli organismi antidemocratici e sovranazionali come UE, Nato, OMS.

Da quell’esperienza ‒ forse il punto più alto raggiunto dall’area del dissenso nella sua breve ma drammatica storia ‒ nacque, nel gennaio 2023, Democrazia Sovrana e Popolare, poi strutturatasi in partito nel congresso fondativo di Roma, il 27-28 gennaio 2024. Ma per allora il progetto era già geneticamente mutato. Dalla coalizione elettorale si sfilarono quasi subito diversi soggetti ‒ e a mio parere fu una mancanza di larghezza di vedute, un ritiro nel famigerato “orticello” ‒ ma la mutazione genetica non dipese da questo. Ciò che ha determinato il fallimento ‒ ad oggi ‒ di quell’esperienza fu la quasi repentina chiusura della sua dirigenza all’apporto dei vari e validi componenti che l’andavano animando e arricchendo. Dalla (solita) chat di “simpatizzanti e intellettuali”, cominciarono a espellere o mettere in condizione di uscirsene sempre più voci, non dirò critiche, ma anche solo autonome. Il controllo sull’attività di singoli esponenti giunse a livelli pervasivi, le provocazioni gratuite fioccavano al primo sgarro da una linea peraltro piuttosto nebulosa e a tratti capricciosa: un atteggiamento paternalista e per certi versi quasi dispotico, naturalmente incompatibile con le soggettività cui si rivolgeva. In pochi mesi, quello che sembrava, e avrebbe potuto e dovuto essere, un soggetto politico plurale, aperto, creativo, capace di giovarsi delle esperienze e delle intelligenze di tanti e tanti gruppi e personaggi dedicati alla causa, prese la lugubre forma di un aggressivo partitino di quadri, spesso dedito ‒ secondo una tradizione “cainita” tipica dei gruppuscoli vetero-comunisti ‒ più a dare spallate ad altre esperienze del dissenso che a elaborare una proposta politica che non fossero solo le belle parole al vento di qualche capetto illuminato o unto, ma riflettesse al suo interno, e nella pratica politica, nelle piazze e nelle sedi, la ricchezza, l’originalità, l’innovatività di quell’esperienza. Compito, certo, molto più complesso di quello di costruire, come a tavolino, una micro-struttura di yes men, un lego di quadri “usi a obbedir tacendo”, intruppati in un organismo che sembrava voler scimmiottare il “centralismo democratico” del PCI… senza essere (né per potenza né per dimensioni) il PCI!

Devo dire che ritengo Marco Rizzo il principale responsabile di questa distorsione o tradimento che dir si voglia, ma anche l’altro dirigente, Francesco Toscano ‒ per ragioni che, almeno in parte, ha chiarito di recente in una conversazione pubblica proprio col sottoscritto, ma che andrebbero analizzate con il dovuto approfondimento e con animo aperto ‒ si distinse per attacchi al dissenso in quanto area ‒ negandone l’esistenza ma al tempo stesso affermandola proprio con quegli attacchi ‒, in modo letteralmente indiscriminato, cioè senza il minimo discrimine fra gruppi e persone, finendo con il raccogliere in unico fascio un’erba che, come è ovvio e come si è poi dimostrato, era di molto diversa qualità e consistenza al suo interno.

L’errore, in definitiva, è stato quello che credere che tagliando le radici, il brodo di coltura del mondo da cui era nata l’esperienza di ISP/DSP, rinunciando a recuperarne e valorizzarne le forze migliori, si potesse fondare per l’ennesima volta l’ennesimo partitino ideologico calato dall’alto ‒ da quelle “aristocrazie dell’intelligenza” a volte evocate da qualche dirigente che dimenticava che le “aristocrazie”, tanto più se dell’intelligenza, possono collaborare a un progetto, ma non si lasciano sottomettere da logiche di partito e ordini di scuderia. Vogliono un ruolo attivo e consapevole, chiedono la gioia del condividere: e questa volontà e questa richiesta non si possono più eludere, non in questo tempo storico.

Certo, è molto più difficile organizzare teste pensanti che disciplinare quadri obbedienti. Ma quello che non fu capito è il mutamento antropologicodi una parte del Paese ‒ quella che aveva lottato con la distopia pandemica: un settore di gente non più disposta a far da massa di manovra, scottata dalle esperienze falso-collettive del M5S, decisa a recuperare spazi di autonomia e una voce propria, renitente a farsi intruppare, tanto più da un politico di lungo corso, immerso fin al collo nel sistema, e dotato di preoccupanti tic autoritari e, probabilmente, dalla corrispondente dose di narcisismo. Restava, in qualche modo, col cerino in mano proprio Toscano, che dal mondo del dissenso proveniva davvero e che, in ultima istanza, ha avuto il merito di smascherare e bloccare in extremis l’operazione (ancorché surrettizia) di rientro nella destra (e che destra!) via Vannacci, spinta, e mai apertamente smentita, da Rizzo ‒ operazione che, secondo la maggior parte tanto degli “ideologi” quanto degli attivisti del dissenso, avrebbe significato la definitiva normalizzazione, il ritorno all’ovile, la regressione alla solita componente testimoniale, all`ennesimo “sol dell’avvenire”, all’impotente proclamazione di principi non spendibili politicamente perché imbrigliati da logiche compromissorie e dalla dipendenza dal gruppo dominante della coalizione, mentre il manovratore-Vannacci (o chi per lui) ci riporterebbe docilmente nell’ovile.

È probabile che, storicamente, i tempi non siano ancora maturi per un soggetto politico che raccolga e rilanci le idee elaborate o ridefinite dall’esperienza, traumatica e determinante, del dissenso ‒ non è facile “digerire” il capovolgimento pressoché totale dei punti di riferimento che hanno percorso il Novecento e continuano a popolare il nostro immaginario politico; né è facile, neanche sul piano psicologico, prendere coscienza della pericolosità mortale di élitestransnazionali come quelle attuali, che governano da centri di potere cui i nostri governi, in Italia come in Europa, sono solo subordinati, e questo sia a “destra” che a “sinistra”. Non è facile, e in quello spazio, anzitutto mentale, da riempire e organizzare con fatica e, in qualche modo, sofferenza, è invece facile che si insinuino gli arrivisti, gli approfittatori, i falsi guru, gli esaltati o semplicemente il vecchio sistema pronto a infiltrarsi e riciclarsi. Non c’è dubbio che nel mondo del dissenso pullulano soggetti del genere, e complesso è sceverare il grano dal loglio. Ma ciò non significa che non abbiamo il dovere storico e morale di provarci, per aiutare i tempi a maturare, forse senza neanche arrivare a vedere i frutti maturi, ma con la fierezza e la buona coscienza di aver saputo seminare. Questo è, senza pie illusioni e senza esaltazioni autocompiacenti, il compito storico della nostra strana generazione, passata in pochi decenni dalla spensierata sicurezza alla cupa perplessità.

Un apologo russo spesso attribuito a Esopo narra di uno scorpione che, dovendo attraversare un fiume ma non sapendo nuotare, chiese aiuto alla rana che si trovava lì sulla riva. Con voce suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”. Ma la rana gli rispose: “Fossi matta! Così appena siamo in acqua tu mi pungi e mi uccidi!”. “E per quale motivo dovrei farlo?” ‒ rispose lo scorpione ‒ “Se ti pungessi, tu moriresti ma anch’io, non sapendo nuotare, annegherei!” La rana ci pensò su e, convinta dalla logica dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso sulla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire, la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione…” ‒ rispose lui ‒ “È la mia natura!”.

Chissà se la rana saprà togliersi di dosso a tempo lo scorpione ‒ quello da cui si è lasciata salire sulla schiena, ma anche quello che, inevitabilmente, tutti noi portiamo dentro.

Di Guido Cappelli

25.06.2026

Guido Cappelli è docente di Letteratura italiana presso l’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale.

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Commenti (8)

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    1. veetfrancesco 26 giugno 2026

      Ho già commentato di recente le cose che dice il Prof Cappelli sul canale yt di Visione tv, dove era ospite di Toscano.
      Sono d'accordo con lui per quanto riguarda la critica alla tendenza dei piccoli partiti personali, dove i quadri vengono scelti dall'alto e fanno i cani da guardia censori e allontanare tutti quelli che non applaudono entusiasti il capo. Per me Toscano o è una verginella rana masochista o è il più sofisticato dei gatekeepers. In ogni caso perché dovrei fidarmi di uno sveglio, che parla bene e fa le analisi corrette (per questo sarebbe sulla carta il mio leader ideale) ma sbaglia sistematicamente metodo nello scegliere le persone? Adesso ha litigato con rizzo perché ha contattato vannacci...ma toscano ha espresso stima per alemanno che oggi sembra stare in forte sintonia con il generale, quindi mi sembra un po' ipocrita l'enfasi nel criticare rizzo su questo aspetto, secondo me c'è dell'altro.

      Contrariamente a Exodus per me la discussione appassionata e approfondita in un contesto politico, virtuale o meno, fa bene, si deve incoraggiare la gente a esprimersi, partendo ciascuno dai propri mezzi comunicativi, se è il caso fino alla catarsi.
      Perché può succedere che si litighi e si alzino i toni ma è sempre preferibile alla censura, ovviamente in un contesto di accountability (in italiano: responsabilità-rintracciabilità dell'autore che interagisce da dietro una tastiera),poi, una cosa sono i troll che vogliono solo interferire un'altra sono i "provocatori" intelligenti che esprimono critiche fondate alla linea politica o alla leadership.
      A me capita spesso che dopo aver litigato-discusso fino in fondo, dicendo onestamente quello che penso e ascoltando fare altrettanto, poi si arrivi ad almeno qualche punto condiviso con il mio interlocutore, da quel punto in poi si comincia a essere più rilassati e comprensivi...ma nel caso di posizioni inconciliabili c'è sempre la possibilità del punto di vista di terze persone, magari più attrezzati su quell'argomento, che possono contribuire a condurre a una sintesi accettabile per entrambi, diversamente, se una questione è importante per il soggetto politico, si deciderà a maggioranza.
      Il fatto che in un contesto politico ognuno contribuisca con il proprio punto di vista, onesto e originale, è un sintomo di vitalità e ricchezza di risorse culturali ed esistenziali di quel contesto.
      Anche a me a volte capita di non avere un opinione chiara su un argomento che tecnicamente conosco poco ma che vedo appassionare qualcun altro nella discussione, in quel caso cerco di documentarmi e provo a fare domande che mi aiutino a capire. Non si può essere preparati su tutto, vale anche per il leader. Una volta seguivo bagnai, poi è diventato un soldatino del capitone salvini...questo non significa che le cose basilari sulla perduta sovranità monetaria dell'Italia che ho imparato da lui non mi siano più utili per capire come siamo arrivati a questo punto (dopo Maastricht), è lui che politicamente ha deciso di non applicarle.

    1. exodus 25 giugno 2026

      Per ric,credo di aver lanciato un suggerimento,comunque:meno attenzione alle sottigliezze,alle piccole differenze tra di noi e contemporaneamente cercare di valorizzare le grandi affinità. Si vince uniti!

    1. Marco Fontana 25 giugno 2026

      Articolo interessante, pieno di spunti meritevoli di attenzione.
      Il comun denominatore è, a mio parere, il narcisistico protagonismo di certi personaggi, parimenti manifesto nella maggior parte degli italiani.
      Come correggerlo?
      Attraverso l'acculturamento popolare, quello vero che promuove il pensiero ed il metodo della ricerca basata sul dubbio. Anche se ci volessero generazioni.
      Più laureati in filosofia e meno in ingegneria?
      Non necessariamente, se la scuola secondaria sapesse assolvere al suo ruolo.
      Comunque, Rizzo, Toscano, Vannacci e aggiungiamoci pure Paragone, con il loro ego riempirebbero gli stadi.
      Si, con quattro persone.

    1. Ciaparat 25 giugno 2026

      Una nota di forma:
      io capisco che l'autore insegni letteratura italiana e sia avvezzo alle forme di quella lingua.
      Ma la maggior parte delle frasi è di circa 10 righe, in almeno un caso una frase corre su tutto un paragrafo...
      Per me è difficilissimo da leggere e seguire.
      Frasi più brevi, magari...?

    2. ric 25 giugno 2026

      vero , sembra a quel oratore che ha parlato per tre ore consecutive sul tema : il silenzio è d' oro .... !

    1. exodus 25 giugno 2026

      Be' in effetti qualcosina da dire in relazione con l'articolo ci sarebbe;lo spunto proviene proprio da questo sito e mi ha sempre un po'sorpreso,proprio perché frequentato da persone colte e intelligenti.Esempio:un controinformatore(perdonate l'eccessiva semplificazione)posta un articolo,tutto sommato abbastanza pertinente,abbastanza colto,abbastanza speculare della realtà che viviamo;tutto sommato accettabile.I commenti:una celebrazione dei distinguo,un fuoco d'artificio di sottigliezze,tutti con una ricetta in tasca e nessuno cede di un millimetro. Ei pareri,si badi bene,sono tutti tecnicamente validi,da "laureati".Intanto il potere continua a fotterci alla grande!Ora,mi vergogno un po a dire la mia,però se non abbandoniamo questo desiderio di protagonismo(forse tipicamente italico,dalle divisioni medievali e rinascimentali?)e non cerchiamo un punto comune,secondo me continueremo a scriverci qua sopra, ma le cose resteranno sempre tali e quali,anzi peggioreranno.

    2. ric 25 giugno 2026

      quindi ? cosa proporresti ?

    1. absitiniuriaverbis 25 giugno 2026

      Con il rispetto dovuto per l'articolista, ovviamente.

      L'astensionismo fa circa il 47%, quindi
      il 'governo' attuale rappresenta meno di un quarto del totale degli aventi diritto al voto.

      In sostanza, il discorso presentato nell'articolo si riferisce a fenomeni microscopici in confronto alla percentuale di astensionismo che è il termometro della situazione. E, ritengo, la percentuale sia destinata a salire ulteriormente.

      E mi sovviene il 'vuolsi così cola' dove si puote ciò che si vuole'.

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