La macchina della dipendenza

Lo smartphone è stato progettato per rubarci l'attenzione, e il tempo: esiste un modo per disintossicarsi?

La macchina della dipendenza

iltascabile.com, 01.02.2024

Di Diego Viarengo

You don’t get cured”. In una battuta di The West Wing, scritta da Aaron Sorkin, c’è una lezione sulle dipendenze. Leo è il capo gabinetto del Presidente degli Stati Uniti, il personaggio che risolve problemi: affronta crisi di stato con incrollabile senso di giustizia, prima di fare colazione segnala al New York Times un errore nelle parole crociate e – in segreto – partecipa alle riunioni degli alcolisti anonimi. La cura non c’è. Le persone dipendenti sono in trattativa perenne con l’oggetto della loro dipendenza. Non si guarisce. Ci sono periodi di astinenza più o meno lunghi. È la situazione in cui ci troviamo con il nostro smartphone.

Scrive Juan Carlos De Martin nel libro-manifesto Contro lo smartphone (add, 2023): “lo smartphone è una macchina che è stata esplicitamente progettata, anche con l’apporto di neuroscienziati e di psicologi, per creare dipendenza”. Nel 2014 l’iPhone era più redditizio delle sigarette Marlboro, un prodotto incessantemente pubblicizzato che contiene una sostanza in grado di dare assuefazione fisica. Le applicazioni dello smartphone sono costruite per non essere abbandonate e, a differenza delle sostanze, si adattano alle modalità d’uso creando un percorso di rafforzamento basato sulle abitudini individuali, osserva lo psicologo Matthias Brand su Science, in un articolo sulla dipendenza da internet. Siamo dipendenti dal telefono e non c’è cura, solo periodi più o meno lunghi di astinenza.

Torno nelle aule in cui seguivo le lezioni all’università con più curiosità che nostalgia: sto andando al Laboratorio di disconnessione digitale, primo piano, aula 22, Palazzo Nuovo, Torino. È la terza sessione del seminario, si discutono le regole dell’esperimento di auto-etnografia condotto da Simone Natale, professore di storia e teoria dei media oltre che autore di Macchine ingannevoli (Einaudi, 2022). Una settimana di disconnessione da cosa? Instagram e TikTok, innanzitutto. Gli studenti hanno l’età di mio figlio e riconosco la dieta priva di Facebook, le mail considerate spam, la navigazione web utile per le ricette della cena. Dopo il giro sull’uso del telefono mi sembra manchi qualcosa e chiedo: e i giochi, le notizie? Sto pensando alle mie dipendenze, alle abitudini che vincono l’autocontrollo. Penso a quando avevo tentato di cambiare comportamenti. Natale me lo aveva spiegato presentandomi il Laboratorio: lo scopo è fare guardare agli iscritti la tecnologia che usano ogni giorno con un occhio diverso, più consapevole. A questo serve la distanza.

Qualche anno fa avevo disinstallato Facebook dal telefono, tolto quasi tutte le notifiche. In poco tempo mi ero reso conto che il tempo guadagnato finiva nelle notizie selezionate da Google e Apple. Ho disinstallato anche quelle e provato a dedicare ogni micro-momento sul telefono a un’applicazione che sceglievo attivamente, non seguendo il principio del “mi fa sentire meglio” o “devo farlo”. I micro-momenti sono un’unità di misura del marketing: porzione di tempo sospesa, pausa tra un’attività e l’altra, dove si insinua l’uso compulsivo del telefono. I principi del “mi fa stare meglio”, “devo farlo”, sono quelli che guidano i comportamenti di dipendenza da internet, secondo Matthias Brand.

Per un periodo c’ero riuscito, avevo scoperto che si possono leggere libri da seicento pagine sullo smartphone, in molti micro-momenti. Ma non c’è una cura: i giochi, gli aggiornamenti degli amici, le notizie. “Le notizie stanno su Instagram”, mi risponde una studentessa. L’esperimento di disconnessione dura una settimana. Bisogna tenere un diario da compilare in due momenti della giornata. Per motivi personali non riesco a completare il Laboratorio, e penso a quanto sarebbe difficile per me seguire la disconnessione, un esperimento che andrebbe fatto in condizioni abituali. Però mi accorgo che basta disattivare le notifiche di WhatsApp per far scendere il tempo di utilizzo dello smartphone.

Dai racconti degli studenti Instagram è il posto della rappresentazione pubblica di sé, TikTok una televisione privata, WhatsApp l’indispensabile contatto con il resto del mondo. È il social che mancherebbe di più alla Generazione Z, se i social scomparissero. Mark Zuckerberg ha comprato WhatsApp dieci anni fa, per circa 19 miliardi di dollari, lasciando così com’era qualcosa che funzionava bene. Quel tempo è finito: “ora che tutti hanno un telefono e lo usano per creare contenuti e si scambiano messaggi tutto il giorno”, ha dichiarato Zuckerberg, “penso si possa avere qualcosa di meglio, di più intimo di un feed con tutti i tuoi amici”.

L’intimità è cambiata da quando ci sono gli smartphone, è la cosa che è cambiata di più. “Lo porto con me al bagno, guardo una serie mentre mi lavo i denti o se ceno a casa da sola”, dice una studentessa. “Lo prendo per rilassarmi, dopo un’ora lo poso e sono esausta”. I principi “mi fa stare meglio” e “non posso non farlo” si intrecciano nei resoconti delle partecipanti al Laboratorio; il senso di perdere un’infinità di tempo, avendone in cambio frustrazione e stanchezza incrocia la consapevolezza del fatto che non se ne può fare a meno. Non c’è una cura. Quando parla di intimità è probabile che Zuckerberg si riferisca alla possibilità di monetizzare ancora di più i micro-momenti: la nostra intimità è più redditizia del Metaverso.

Nessuno pensa di fare a meno del telefono. La mia banca ha cambiato mansioni agli impiegati e ha smesso di sviluppare i servizi via browser, le operazioni si fanno sull’app dello smartphone. Lo stesso vale per le biglietterie di treni e concerti, le prenotazioni di aerei, ristoranti, alberghi e ospedali. Nessuno pensa di fare a meno del telefono per giocare, socializzare, lavorare, stare in società. È però in corso una negoziazione continua su cosa postare, l’età in cui consentirlo, le pause, le astinenze. De Martin affronta con approccio analitico la consistenza dell’oggetto che ha monopolizzato gli ultimi quindici anni della vita degli umani, per porsi domande di etica della tecnologia: è giusto dipendere così tanto da un unico oggetto? Deve per forza essere fatto così, com’è oggi? Con due aziende che controllano i sistemi operativi e i negozi delle applicazioni, le condizioni delle fabbriche della Foxconn in Cina, gli effetti ambientali dell’estrazione di terre rare e dello smaltimento delle batterie, le conseguenze sulla psicologia delle persone. L’estenuante trattativa per fare quello che vogliamo fare col telefono e non quello che il telefono vorrebbe facessimo con lui, applicazione dopo applicazione, micro-momento dopo micro-momento.

Da un punto di vista storico lo smartphone è sempre stato un oggetto di sintesi, a cominciare da quella proposta da Steve Jobs nel gennaio del 2007, lancio del primo iPhone: mette insieme la musica, la connessione a internet e il telefono. Tutto in uno: intrattenimento, affari personali e lavoro. Anni prima, nel 1992, Frank Canova, progettista dell’IBM, senza saperlo stava lavorando a uno smartphone. Doveva inserire una radio nel telefono e aveva pensato di installare un computer in un prototipo chiamato Simon. Il suo team, per convincere gli investitori, esibiva il contenuto di una valigia piena degli oggetti che facevano le cose che anche Simon poteva fare. Nella valigia c’erano una calcolatrice, una radio GPS, un libro, una mappa. Simon è stato sul mercato un solo anno, dal 1994 al 1995, poi è diventato un oggetto da museo della tecnologia, scrive Brian Merchant nel suo libro sull’iPhone, dove racconta come Jobs ha assemblato tecnologie esistenti in un pacchetto rivoluzionario, creando il prodotto che ha portato la Apple dalla quasi bancarotta degli anni ‘90 a 90 miliardi di fatturato.

Secondo Kate Eichhorn, autrice di Content (Einaudi, 2023), i contenuti gratuiti hanno contribuito in maniera essenziale alla diffusione degli smartphone, producendo bisogni che prima non sapevamo di avere. Quei bisogni sono ora consolidati e portano a un tale assorbimento nel telefono da far sfumare i contorni della realtà. Il concetto di “collasso del contesto” nasce negli anni 2000: Michael Wesch ne parla a proposito dei video caricati su YouTube e danah boynd (minuscolo per scelta dall’autrice) per i contenuti degli adolescenti sui social network. Collisione del contesto e collasso del tempo diventano strumenti per analizzare gli effetti dei social media sulle persone: il tratto comune delle varie formulazioni dei “contesti collassati” è la scomparsa di un pubblico, di un tempo e di un luogo di riferimento per la fruizione di un contenuto, che una volta su internet può arrivare a chiunque, essere frainteso, venire dimenticato o godere di un’improbabile popolarità. Mentre usiamo lo smartphone il contesto intorno scompare, il mondo collassa dentro il telefono.

Nel frattempo lo smartphone assume la funzione di accesso a tutto, tanto che ci possiamo chiedere se il telefono connesso non sia un’estensione delle persone. Estensione sensoriale, visiva, uditiva e tattile, attraverso la quale percepire la realtà. Si pensi all’impulso di registrare o fotografare momenti significativi: è come se il supporto dello smartphone rafforzasse la sicurezza di aver vissuto l’esperienza. Può darsi che nessuno guardi quel video, in ogni caso l’abbiamo registrato. Lo smartphone può essere considerato come un’estensione della mente: gli oggetti con cui effettuiamo operazioni mentali sono parte della mente per i filosofi Andy Clark e David Chalmers, e non in senso metaforico: il foglio di carta con la lista della spesa scritta a matita e la rubrica del telefono con decine di numeri che non dobbiamo più ricordare sono estensioni della memoria. Google Maps, in quest’ottica, è un’estensione della capacità di orientarsi.

Secondo il filosofo Alva Noë, che in Perché non siamo il nostro cervello (Raffaello Cortina, 2010) fa un passo in più, il pensiero non è prodotto dal cervello, ma dall’interazione dinamica del corpo, nel suo insieme, con l’ambiente. Umani e animali creano significati dal coinvolgimento nel mondo che li circonda. Questa teoria, che implica il rifiuto dell’idea che il cervello sia un elaboratore di informazioni, spinge a fare attenzione a come trascorriamo il nostro tempo, perché è così che si forma la coscienza. Se mettiamo insieme l’idea di mente estesa e di coscienza relazionale – per quanto possa suonare banale – possiamo dire che lo smartphone ci rende più intelligenti, non più stupidi, a patto di sapere quando smettere.

Steve Jobs ha detto, quel 9 gennaio 2007: “metteremo nelle vostre mani qualcosa di meraviglioso”. Marshall McLuhan aveva già scritto nel 1962: “e nel rimirare questa nuova cosa, l’uomo è costretto a trasformarsi in essa”. Dobbiamo fare attenzione a come ci trasformiamo, per esempio resistendo ai tentativi di monetizzazione della nostra intimità. Nessuno pensa di fare a meno dello smartphone, ma è lecito chiedersi, come fa De Martin, a che condizioni accettiamo lo smartphone come oggetto indispensabile per la vita in società. A partire dal fatto che non dovrebbe essere costruito per “creare più dipendenza possibile”.

Identificare i meccanismi psicologici e neurobiologici specifici delle dipendenze online è la sfida degli studi futuri”, scrive Brand nell’articolo sulla dipendenza da internet, sempre ammesso che questi meccanismi esistano. Simar Bajaj si chiede se insistere sul concetto di dipendenza per smartphone e internet non finisca per patologizzare condizioni spiacevoli ma normali della condizione umana, come la solitudine e l’emarginazione. Anche questa prospettiva di cautela diagnostica approda all’idea che la cura, più che in farmaci e ricoveri, sia in telefoni che non somiglino a delle slot-machine. Nel frattempo, sotto le pressioni del Senato americano, Mark Zuckerberg si è scusato pubblicamente per le sofferenze causate ai minorenni dall’uso patologico di Instagram e Facebook.

Ero curioso di ascoltare i diari della settimana di disconnessione, purtroppo non ho potuto essere presente. Ripensando all’aula 22 di Palazzo Nuovo realizzo che la mia generazione è stata l’ultima ad avere attraversato l’adolescenza senza i computer che telefonano. Gli anni ‘90 sono il prima e il dopo della tecnologia di massa portatile. Mi torna alla mente l’estate del 1995, quando l’IBM ritirò Simon dal mercato, due anni prima che la Ericsson usasse per la prima volta la parola “smartphone”. Mi ero accodato a una vacanza con compagni di scuola più grandi. Ricevevo lettere di carta. Andavo nella discoteca degli studenti europei fingendomi iscritto all’università. Avevo sedici anni. Soprattutto ricordo una notte in cui cantavo “September’s coming soon | I’m pining for the moon”, durante un bagno notturno.

Ho molti ricordi di quell’estate. In parte sono inventati, perché mi vedo dall’esterno, una visuale possibile dalla rielaborazione della mia mente, nessuno mi stava riprendendo. Dell’estate del 1995 ho molti ricordi e nessuna fotografia. La canzone che cantavo è dei R.E.M. e i R.E.M si sono sciolti: potrebbero fare come gli U2 e suonare concerti-nostalgia nella Sfera di Los Angeles, per un mese di seguito; suonare sotto un cielo di schermi, davanti ai telefoni del pubblico. Invece hanno smesso.

Di Diego Viarengo

Diego Viarengo lavora nell’editoria digitale, si occupa di crescita dei blog e strategia dei contenuti. Ha studiato filosofia, collaborato con Pagina 99 e vive a Torino.

Fonte: https://www.iltascabile.com/scienze/la-macchina-della-dipendenza/

Commenti (17)

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Mostra commenti 17 caricati
    1. natascia 11 febbraio 2024

      Consumistica e superficiale la visione della dipendenza perenne come costante caratteristica intervallata da astinenza e ricadute. Tutti siamo preda di svariate dipendenze, sapientemente instillate e nutrite da una serie di variabili tra cui la criminalità al potere, e create da noi stessi. Dipendenze di tutti i tipi. Preferenze, piaceri, abitudini giuste o sbagliate, dannose o proficue. L’animo umano è forgiato sulle “dipendenze”.Quindi questi sermoni lasciano il tempo che trovano. Non ricordo quale fosse il film: “Ad ogni Natale mi faccio un regalo: tolgo qualcosa a cui sono molto abituato”.

    1. Primadellesabbie 11 febbraio 2024

      Lo smart continuamente a disposizione diventa il luogo in cui si tende a trasferire per intero la propria memoria, una nuova 'sede esterna', non una semplice estensione occasionale come la nota della spesa.

      E, dato che la memoria ha il ruolo principe nella formazione della personalità, ancora una volta il genio ripreso nell'articolo aveva visto giusto:

      '...McLuhan aveva già scritto nel 1962: “e nel rimirare questa nuova cosa, l’uomo è costretto a trasformarsi in essa”...'

    1. Seik Eloth 11 febbraio 2024

      Questo poveraccio siringato non ha capito nulla del capolavoro di Kubrick.
      "L'uomo si è accorto" 🤣🤣🤣
      Beati loro, veramente beati gli ebeti.

    1. uomospeciale 11 febbraio 2024

      Ormai c'è gente fulminata al punto che si mandano i messaggi da un lato all'altro di un tavolo della stessa pizzeria, si vede che parlarsi a voce è troppo difficile.
      Tipo quella che ci ha tamponato qualche mese fa mentre eravamo fermi al semaforo perché invece di guardare la strada, guardava il telefono mentre guidava.
      E' scesa dalla macchina senza manco smettere di messaggiare.

    1. IlContadino 10 febbraio 2024

      Lo sapevo! Ecco che è partita la gara a chi ce l'ha più vecchio;-))

      Ricordo il primo incontro CDC che facemmo qui a casa; una cosa che mi colpì di quell'evento fu il fatto che in quella tre giorni nessuno dei presenti si mise a spippolare al telefono.
      Erano anni che non mi capitava di trascorrere tutto quel tempo con così tante persone senza l'inevitabile spippolamento impulsivo compulsivo.
      "Persone intelligenti", questo pensai, lo penso ancora.

    2. Linoleum 10 febbraio 2024

      Persone con cose più importanti a cui dedicare il tempo.

    3. ducadiGrumello 10 febbraio 2024

      Eh caro Conta quando c'è sempre un calice per le mani è difficile spippolare lo smartphone

    1. Luca VFR 10 febbraio 2024

      L'ho sempre definito il "Telerincoglionitore Elettronico Portatile" e sono proprietario di un vecchio Motorola, il V3i, che andava in internet fino a che non han smantellato la rete 3G per far posto alla 4G e 5G. Ma anche allora mai usato su internet. Per quella basta, ed avanza, il desktop. Ah! da quel che vedo in giro la Telerincoglionitura è equamente distribuita in tutte le fasce d'età non è solo un "privilegio" dei Millennials, degli "Z" e degli "Alpha", tra l'altro definizioni quanto mai insulse che potevano avere nascita solo nell'insulso Occidente.

    1. Jimbo 10 febbraio 2024

      Perché l'Uomo non crea piú ?

    1. Jimbo 10 febbraio 2024

      É l'unica invenzione popolare degna di rilevo degli ultimi vent'anni.
      L'unica.
      E dovremmo abbandonarla?
      Ma per piacere.
      Il problema non é la dipendenza dallo smartphone ma la desolante non creazione di prodotti: consumiamo sempre roba vecchia.
      Né l'uccidente bolso né cinesi o negri o latinoamericani inventano piú niente di rilevante.
      Siamo fermi come paracarri.

    2. afrances 10 febbraio 2024

      E le invenzioni degne di rilievo dei precedenti vent'anni quali sarebbero?

    3. Linoleum 10 febbraio 2024

      E come mai ti interessa?

    1. Bertozzi 10 febbraio 2024

      Smetti Vince', smetti completamente, buttalo via, adesso, vai! Salva il mondo, non puoi seguire i ritmi e le regole della natura con lo smartphone, in natura non c'è nessuno smartphone e se tutto va a ramengo e la nostra terra sta per rotolare nel baratro è perché gente come te continua a usarlo e predicare bene ma razzolare male. I nostri nonni non avevano Smartphone e non pontificavano, usavano la zappa mica il cellulare, per cui, torna alle cose buone, salva il pianeta, butta quel coso e vai a zappare. Incidentalmente smetterai anche di ammorbare noi peccatori tecnologici con le tue quotidiane nenie moralistiche e anche di questo il mondo e la madre terra ti renderà grazie.

      Questo per rispondere alla tua domanda sul che fare. In ogni caso so già che non lo farai perché qua dentro sei il più tossico di tutti, il più dipendente di tutti, non fa in tempo a uscire un articolo che già c'è la tua didascalia sotto, sei un drogato Vince, drogato della cosa che biasimi di più, sei drogato di tecnologia, per cui pentiti, e fatti aiutare.
      E come spiega bene l' articolo non aiuterà ripulirlo da spazzatura e vietarlo ai giovani, quello è pervasivo, entra dappertutto.

    2. Bertozzi 10 febbraio 2024

      No, no, non vale, lo butti e ne prendi uno che non può andare internet, il buon vecchio telefono.

    3. Bertozzi 10 febbraio 2024

      Grande

    4. Nonso 10 febbraio 2024

      Non vediamo l'ora

    5. alessandroparenti 10 febbraio 2024

      Comincia per gradi: io ho uno smartphone, ma il mio telefono principale è un vecchio Samsung che si apre a cozza. Uso lo smartphone per andare su internet e come navigatore, ma potrei uscire anche senza. Potrebbe essere un punto di partenza.

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